Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Diritto d'autore: le macerie ingroiate (e inginevrite)

michele ginevra2Moleskine #97

La rubrica più politicamente scorretta del fumetto italiano. Appunti di viaggio nel mondo del fumetto, attraverso i suoi protagonisti e l’informazione di settore.

 di Giorgio Messina

Mettetevi comodi. Segue resoconto semiserio (ma non troppo) delle conseguenze - registrate fuori e dentro il fumettomondo - derivate dall’iniziativa degli ingroiati rivoluzionari civili che, fottendosene bellamante del trademark, del copyright e del diritto d’autore, hanno usato i personaggi dei fumetti e dei cartoni animati per fare campagna elettorale in favore del partito di Antonio Ingroia, magistrato in aspettativa "salito" in politica per salvare il Belpaese.

La prima conseguenza è che Ingroia si è dissociato così dall’iniziativa degli ingroiati: «Rivoluzione civile ringrazia tutti gli attivisti e i gruppi di sostenitori che si mobilitano spontaneamente in rete, ma la lista che fa capo ad Antonio Ingroia non autorizza la diffusione di materiali coperti da copyright per fini pubblicitari. Nello specifico, pur ringraziando per le buone intenzioni, Rivoluzione civile prende le distanze dalla diffusione di fumetti legati al nome del candidato leader che circolano in queste ore sul web, declinando ogni responsabilità». Il Pm poi interviene direttamente twittando: «Ragazzi, facciamo la #rivoluzionecivile ma facciamola anche legale! Il copyright va rispettato. #dylandog».

Notare due cose due:

1) l’«unico erede» di Borsellino e Falcone (copyright Marco Travaglio) è “salito” in politica come campione della legalità e si ritrova ad avere sostenitori che della legalità se ne infischiano.

2) l’hastag #dylandog fa chiaramente capire che Ingroia interviene cinguettando solo perché la Sergio Bonelli Editore ha messo i punti sulle “i” del diritto d'autore vergando diffida pubblica circa utilizzo a fini politici dei suoi personaggi. Ma il pm altresì non si scusa direttamente con la Marvel, la Disney e tutti gli altri detentori dei trademark e dei copyright violati. Bisogna forse concludere che per Ingroia la legge non è uguale per tutti? E che se la Bonelli non avesse preso posizione nemmeno lui si sarebbe dissociato dall'iniziativa dei suoi stessi sostenitori?

Ma il Corriere della Sera è riuscito in questo guazzabuglio fumettistico a fare anche peggio (o meglio, a secondo dei punti di vista) degli ingroiati rivoluzionari civili. Se, infatti, gli ultrà del magistrato “salito” in politica, sono riusciti ad affibbiare orientamenti politici ai personaggi dei fumetti e dei cartoni animati, Alfio Sciacca, giornalista del Corriere, riesce anche ad attrribuire (QUI) affiliazioni politiche post mortem addirittura al totem del fumetto italiano: «a quanto pare vicino alla sinistra era Sergio Bonelli morto nel settembre dello scorso anno». Effettivamente la prova che Sergio Bonelli fosse così vicino alla sinistra ce la fornisce l’ottimo Roberto Alfatti Appetiti, giornalista del Secolo d’Italia, quando in questo articolo racconta: «nel gennaio del 2011, Maurizio Cabona ed io finimmo nell'occhio del ciclone per aver aderito all'invito di CasaPound a partecipare a un convegno dal provocatorio titolo "Camerata Corto Maltese". «Non si faccia intimorire, ci vada e dica la sua». Esordì così, Bonelli, ricordando con la consueta ironia tutti i pregiudizi e la supponenza con cui benpensanti e conformisti, neanche troppo tempo prima, avevano trattato i suoi eroi politicamente scorretti».

Mauro Marcheselli, direttore editoriale della SBE a Libero dichiara (articolo di Francesco Specchia nell’edizione dl17 gennaio 2013): «l’uso politico dei personaggi, il tirarli per la giacchetta a destra o a sinistra era la cosa che faceva imbestialire di più Sergio Bonelli». Ecco, non osiamo allora immaginare nemmeno come si stia rigirando nella tomba adesso Sergio Bonelli per la tirata politica di giacchetta che gli hanno fatto quelli del Corriere della Sera. Certo, a questo punto al netto di possibili sedute spiritiche per conoscere il vero parere del caro estinto Sergio Bonelli, e volendo fare l’avvocato del diavolo, si potrebbe anche chiedere alla Sergio Bonelli Spa se ha mai pagato a sua volta i diritti per lo sfruttamento, ad esempio, del volto di Gary Cooper o Joh Wayne per Tex, o il volto di Audrey Hepburn per Julia o quello di Rupert Everett per Dylan Dog.

Per fortuna a distrarci da questi pensieri politicamente (s)corretti ci pensa Il Manifesto che, cercando di interpretare il ruolo di cattedrale nel deserto, è l’unico quotidiano che è corso in aiuto di Rivoluzione Civile e di Ingroia. Ed è leggendo il soccorso rosso de Il Manifesto a Ingroia che si capisce perché il “quotidiano comunista” sia in agonia di vendite senza fine e che forse l’eutanasia editoriale potrebbe essere un’ottima soluzione per mettere fine a tutte queste sofferenze ideologiche. Scrive Nicolò Martinelli sul quotidiano diretto da Nora Rangeri: «Con pochi soldi e uno scientifico oscuramento mediatico rispetto alle altre coalizioni in campo,la Rivoluzione Civile di Ingroia tenta quindi la carta di parlare al cuore degli elettori. E per infiammare i cuori, cosa c'è di meglio dei fumetti e dei cartoni animati, che hanno segnato l'infanzia di milioni di persone?» Cioè: siccome i compagni di Ingroia sono senza soldi per fare una seria campagna elettorale, allora ricorrono all’espropriazione proletaria dei personaggi sotto trademark e copyright. Continua Martinelli: «In poche parole, personaggi che rappresentano quel quarto stato che compare sul simbolo della lista di Ingroia (usato anche quello indebitamente – ndr), che si ergono a paladini degli sfruttati e degli oppressi, quasi a voler comunicare una similitudine con l'ex-magistrato palermitano, a suo modo un eroe dell'antimafia». Cioè: Ingroia è un eroe dell’antimafia (così eroe da processare il capitano Ultimo e credere a Ciancimino Jr. per 3 anni – ndr), i personaggi dei fumetti sono eroi, quindi l’eroe in carne, ossa, barba e occhialini e i suoi attivisti possono usare liberamente gli eroi di carta senza essere soggetto alle leggi sul diritto d’autore. Martinelli ci spiega anche la prescrizione giuridica dell’iniziativa: «questo fenomeno, rigorosamente non ufficiale e partito dal basso per evidenti ragioni di diritto d'autore, fa affidamento su una rete di militanti che di propria spontanea iniziativa creano immagini con i più svariati personaggi e le diffondono attraverso i social network, cosa che rende molto arduo ad eventuali censori identificare una fonte univoca a cui addossare la responsabilità di eventuali violazioni del copyright». Seguono amenità varie, avariate e assortite di Martinelli secondo cui se i giovani di destra si identificano in Capitan Harlock è una appropriazione indebita benchè «i contenuti veicolati dal fumetto non abbiano nulla a che spartire con il fascismo», mentre se il pirata spaziale creato da Leiji Matsumoto lo usano i collettivi di sinistra fanno bene perché è «simbolo di lotta contro la guerra e il neoliberismo». Effettivamente nel combattere l’impero mazoniano, Capitan Harlock dimostrava tutta la sua lotta al “neoliberismo” e il suo rifiuto alla guerra per difendere il pianeta terra dalla minaccia aliena. Come no. Chiusura di Martinelli con definitiva assoluzione politica della violazione del diritto d’autore: «la politica si fa anche attraverso la costruzione dell'immaginario collettivo, di quella cultura nazional-popolare di cui parlava Gramsci. Ed è innegabile che la cultura fumettistica, rientri esattamente in questa categoria».

Andrea Voglino, che si occupa ottimamente di fumetti e che con il Manifesto collabora con iniziative quali l’antologico a fumetti “Gang Bang” e il blog Nuvoletta Rossa, non ha nulla da dire in merito a questa visione del diritto d’autore del “suo” quotidiano? Attendiamo con trepidazione che Voglino intervenga sulla faccenda. Se se la nascondesse sotto al tappeto, ne rimarremmo molto delusi.

Nel frattempo registriamo che secondo Liberazionechi difende il diritto d’autore è un «pasdaran del copyright». Ci tocca a questo punto fare un breve passo indietro facendo nuovamente riferimento all’antologico a fumetti "Gang Bang". Sembra infatti che tra proprio gli autori che  hanno pubblicato sulle pagine di Gang Bang si annidino questi “pasdaran del copyright”. Erano allora troppo occupati all’epoca a lisciarsi la pettinatura di fumettomondisti giovani bravi belli che pubblicavano sull’allegato a fumetti del “quotidiano comunista” per non accorgersi quale fosse da quelle parti ideologiche la considerazione per il diritto d’autore? Oggi invece, a “casus belli” ingroiato scoppiato, tra quelli che fecero Gang Bang c’è anche chi si erge a paladino del diritto d’autore. Ebbene per coerenza ci aspetteremmo che costoro prendessero posizione anche su quanto scritto da Il Manifesto e riportato poco sopra. Nevvero Diego Cajelli, scrittore atomico che scrivi così: «Ho visto le reazioni di Liberazione e degli altri organi a sinistra, in merito alla faccenda della campagna a fumetti.Certi giochi delle tre carte dialettiche me le aspettavo da Sallusti, non da voi»? A volte non si rischia forse di guardare la pagliuzza nei post sulla pagina FB altrui e non la trave riportata sul proprio curriculum editoriale? Altrimenti ci verrebbe da pensare che finito Gang Bang, nemmeno voi che ci avete collaborato ve lo leggete più il “quotidiano comunista"... 

E veniamo al caso umano (formato fumettomondo) che ci ha restituito questo utilizzo non autorizzato delle icone dei fumetti e dei cartoni animati da parte dei rivoluzionari civili ingroiati. Stiamo parlando di quel Michele Ginevra, dipendente del Comune di Cremona, che si occupa da più di 15 anni di fumetto a carico del contribuente, e che siccome si è laureato in scienze poltiche con una tesi sul diritto d’autore, si è anche autoreferenziato sedicente esperto della materia. Il Ginevra gira da tempo attorno alle tavole rotonde fumettomondiste sul diritto d’autore. Si è messo in scia di AI (Associazione Illustratori/Autori per Immagini) e si è dato un gran da fare attorno al cosiddetto “contratto tipo degli autori”, il santo graal degli stati generali del fumetto. Recentemente, per i tipi della Rizzoli, Ginevra ha anche curato dei libri di ristampe di storie di Tex. Ora davanti al pasticciaccio ingroiatato ci si sarebbe aspettato che il Ginevra lo cogliesse al balzo come l’occasione migliore da cui prenere spunto per parlare di diritto d’autore e per spiegare, da esperto quale si professa, come ci si trovasse davanti ad esempi palesi di violazione del copyright e del diritto d’autore. E invece che fa il solito Ginevra? Rilancia sul suo blog l’iniziativa incriminata precisando «difficile pensare che l'utilizzo delle immagini sia stato autorizzato» e invita tutti a «godere» dell’obbrobrio grafico e fumettistico realizzato dagli ingroiati rivoluzionari civili. Poi non contento di ciò, se ne va pure sulla pagina FB del gruppo che ha promosso questa campagna elettorale farlocca, e si autoreferenzia facendosi pubblicità al suo blog! A questo punto delle due, una: o Michele Ginevra si occupa cialtronescamente di diritto d’autore da anni e finalmente, complice questa caduta libera di macerie ingroiate, è chiaro a tutti che non ci capisce una virgola della materia, o siamo davanti ad una gaffe colossale dovuta alle simpatie politiche del gaffeur. 

In qualunque modo la vediate, nonostante le macerie ingroiate (e ingenivrite), il diritto d’autore non è un’opinione. Tantomeno un’opinione politica.

Ps: concordo con il pensiero di Filippo Facci: la diffida della Bonelli agli ingroiati è una sorta di rivincita morale contro quei magistrati scesi in politica come Antonio Di Pietro, che – per chi non lo sapesse – condusse le indagini contro Sergio Bonelli per corruzione. In primo grado nel 1994 questi fu condannato a 1 e 6 mesi. In appello nel 1997 fu assolto perché “il fatto non sussiste”. Io Bonelli non l’ho mai conosciuto, ma mi piace pensare, che da lassù, guardi il fumettomondo quaggiù e, come lo vediamo immortalato in alcune foto, sardonicamente se la ride delle nostre miserie politiche e fumettomondiste.

Pps: lo scrivente è per l'abolizione del diritto d'autore, ma quanto fatto dai rivoluzionari civili ingroiati non ha nulla a che fare con l'abolizione del diritto d'autore. La legge di riferimento andrebbe comunque cambiata essendo obsoleta, ma finchè comunque c'è una legge che regola il diritto d'autore, come dicevano i latini, dura lex sed lex.

Nella foto, liberamente tratta dalla rete, Michele Ginevre molto sorridente. Forse durante un incontro sul diritto d'autore di cui è così tanto esperto?

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