Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Moleskine #109 » Long Wei c’ha un Marino nel mocassino

longwei01Moleskine #109

Appunti di viaggio nel mondo del fumetto, attraverso i suoi protagonisti e l'informazione di settore.

Long Wei c’ha un Marino nel mocassino

di Giorgio Messina

Chè a leggere l’ultimo “Passaparola” di Andrea Marino su Skorpio 41/2013 (lo trovate QUI con relativa risposta di Alessandro Bottero) ormai è chiaro che siamo in un fumettomondo Recchionicentrico. Ma fosse solo questo, sarebbe nulla. Non mi è dato al momento sapere il grado di parentela di Andrea con Enzo Marino, il direttore generale di Aurea Editoriale e storico animatore editoriale della defunta Eura, di cui l’Aurea è la prosecuzione. Basta però leggere il concentrato di fesserie in un unico articolo che riesce ad inanellare il prode Andrea Marino per ipotizzare che il suo curriculum fumettofilo e fumettologico evidentemente si riassume tutto al solo cognome.

Innanzitutto il fatto che il Marino indichi ai suoi lettori il destinatario della sua goffa invettiva apostrofandolo solo come “tizio” (rigorosamente in corsivo), e quindi privandolo del nome e del cognome e del conseguente curriculum professionale (quando è chiaro a tutti che si tratti del nostro direttore Alessandro Bottero perché solo Fumetto d’Autore ha parlato nei suoi articoli ed editoriali dei dati di vendita delle edicole), non è un esercizio di superiorità retorica, ma bensì di meschinità dialettica di stampo staliniano. Mettere alla gogna qualcuno privandolo però dell'identità è molto indicativo di quale sia il livello medio della capacità di confrontarsi che esiste nel fumettomondo.

Ma questo parrebbe il meno, perché il Marino diventa ancor più grottesco e ridicolo fustigatore quando, per volere dare ai suoi lettori indizi concreti sull'identità del suo bersaglio, scrive: «poi qualcuno ci aggiorna su questo tizio e veniamo a sapere che ricopre il ruolo di direttore editoriale all’interno di una casa editrice che ci risulta essere assente dalle edicole da qualche mese». La casa editrice innominabile è la 7Age e peccato che Marino non si sia preso nemmeno la briga di controllare quello che gli riferiscono sennò avrebbe scoperto dalle gerenze degli albi 7Age che tizio (rigorosamente in corsivo), cioè Bottero, non è il direttore editoriale ma bensì il redattore capo. A proposito, Marino, siccome lei si chiede perché non vengono dati i dati di vendita di 7Age. Le basti sapere che i titoli della 7Age hanno venduto mediamente anche il doppio di quelli dell’Aurea pur avendo lo stesso distributore. Questo vorrà pur dire qualcosa? Forse prima di lanciarsi in invettive lancia in resta, all’Aurea fareste bene a informarvi meglio e magari a fare anche un po' di autocritica. Se a parità di distributore un editore vende di più di un altro, allora la favoletta del distributore cattivo che non permette al prodotto ottimale a priori di spiccare il volo del successo forse andrebbe un po' rivista. Sì perchè lo staff di Long Wei sinora ha spiegato che se qualcosa non ha funzionato in Long Wei è proprio la distribuzione. Ci tornermo più avanti.

Risulta invece paradossale e alquanto ridicolo che Marino dia falsi dati ai suoi lettori per dipingere chi secondo lui da falsi dati di vendita delle testate Eura, nello specifico di Long Wei. Perché è questo che fa saltare la mosca al naso ai tizi (mi perdoni se non uso il corsivo…) dell’Eura, cioè che qualcuno ha osato rivelare i dati di vendita di Long Wei e su essi siano state fatte delle riflessioni critiche. Marino invece evidentemente le riflessioni che abbiamo fatto non le ha neanche lette e quindi ai suoi lettori spiega che dati di vendita certi si possono avere solo dopo sei mesi dopo l'uscita di un albo in edicola (balle, altrimenti loro come farebbero a variare le tirature delle testate in difficoltà come ad esempio fecero con Alice Dark che dal numero 4 passo ad una tiratura di 15000 copie dopo che per i primi 3 numeri avevano tirato 40000 copie?) e che dietro la critica a Long Wei ci sia un nostro maldestro tentativo di attaccare Roberto Recchioni che è ideatore della testata. Ora lasciamo perdere la dietrologia, caro Marino, e le riassumo brevemente le nostre critiche, perché magari se scendete dal bordo del piedistallo di Recchioni dove vi siete comodamente seduti, forse potrebbe uscirne qualcosa di utile anche per i lettori.

1 – la campagna pubblicitaria

Lo staff di Long Wei ha sbandierato ai quattro venti come un valore innovativo e aggiunto la campagna pubblicitaria virale sostenuta per lanciare la testata, i dati in nostro possesso dicono che invece la campagna virale non ha funzionato e Long Wei vende mediamente quanto per ora vende un "bonellide", cioè quanto vendeva, ad esempio Davvero della Star Comics (ora chiuso), di cui però gli autori si lamentavano di non avere sufficiente esposizione mediatica. Se, a prescindere dell'assenza o della presenza di una campagna pubblicitaria anche virale on line, qualsiasi prodotto italiano di tipo “bonellide” che si prefige di essere innovativo si appiattisce sullo stesso numero di vendite (non solo Long Wei e Davvero ma vedasi anche Suore Ninja), non sarebbe ora di cominciare a pensare che il lettore in quel formato voglia magari altro al netto della crisi economica? Più semplicemente: potrebbe essere che al lettore non piace Long Wei? Lo capisco che è una spiegazione troppo semplice rispetto a più complesse dietrologie da tenere in piedi issando qualcuno su un piedistallo, ma se la gggente non compra Long Wei può mai essere che è sempre e solo colpa di un deus ex machina capriccioso e dispettoso? Forse bisognerebbe abbattere la presunzione che se Long Wei non vende la colpa non è del prodotto ma di chi avvelena il pozzo. Ambienti vicini allo staff di Long Wei riferiscono che Diego Cajelli era assolutamente convinto che la comunità cinese in Italia avrebbe trainato il personaggio comprandolo in edicola. Ora, anche se questa cosa me la confermano da più parti, io non voglio credere che dietro la campagna virale pubblicitaria pavoneggiata in grande stile ci fosse dietro solo questa astutissima manovra di marketing da circo equestre. Cioè, io non voglio credere che il marketing formato fumettomondo abbia inaugurato con Long Wei la deriva antropologica: creo un personaggio cinese così se lo comprano i cinesi. Ma purtroppo sembra che sia successo proprio questo. Cajelli aspettava che i cinesi invadessero anche le edicole alla ricerca di Long Wei, ma non è successo.

2 – l’involontaria e grottesca anti-italianità di Long Wei

A questo punto ci ci sarebbe da chiedersi: ma un italiano dai 16 ai 40 anni, cioè il target di riferimento di Long Wei, perché si dovrebbe immedesimare in un immigrato cinese a Milano? Parliamo dei primi quattro numeri di Long Wei allora. Si possono riassumere così’: a Milano gli italiani sono dei poveri imbecilli, sotto lo scacco di una malavita da barzelletta che li fa apparire ancora più imbecilli, ma ecco che arriva l’immigrato cinese simil-Bruce-Lee che non sa una parola di italiano, non conosce la nostra cultura e la nostra città ma a colpi di karatè (per l’italiano imbecille le arti marziali sono solo due: il karatè – rigorosamente con l’accento sulla “e” – quando si usano calci e pugni; il judò – rigorosamente con l’accento sulla “o” - quando si butta a terra qualcuno) risolve tutti i problemi che gli italiani imbecilli, forze dell’ordine comprese, e la comunità cinese “buona” non riescono a risolvere da soli. Tralasciando le porte blindate aperte a pugni, si assiste a delle storie in cui a furia di cercare di replicare a fumetti il cinema orientale di arti marziali in salsa italiana, nella foga di capovolgere ad ogni costo il canone narrativo dei Bonelli e dei bonellidi, il risultato finale sinora è che l’eroe immigrato cinese che si muove a Milano risulta una accozzaglia involontariamente e grottescamente anti-italiana. Ambientare un fumetto in Italia dovrebbe essere un valore aggiunto ormai non il viatico per mettere alla berlina gli italiani.

Tutto qui. Ora se all’Aurea, caro Marino, preferite continuare con le paranoiche dietrologie secondo cui qui si criticherebbe Long Wei perché «il recente incarico che ricopre Roberto Recchioni alla Bonelli ha risvegliato livori e invidie in chi, evidentemente, ha fatto poco e poco importante, ma chiacchierato tanto» visto che Recchioni è «universalmente (sic!) riconosciuto come il più creativo e innovatore autore italiano di ultima generazione», fate pure. Solo che però alla fine della giostra più che davanti a dietrologie sembra essere dinanzi ad una marchetta venuta male a Recchioni. Infatti nell’aprile 2013, quando la rockstar del fumetto italiano non era ancora «uomo chiave del fumetto popolare italiano di oggi» (copyright Tito Faraci), Recchioni scrisse sul forum di Comicus (QUI) che, ad esclusione delle testate Bonelli, Diabolik e Topolino, «tutto il resto è morte, in edicola», specificando che i bonellidi hanno «una vendita fisiologia media che, oggi, è intorno alle 5000 (a essere ottimisti)». Non mi pare però che in quella circostanza sulle testate Aurea fu vergato alcun articolo piccato verso il nuovo profeta del fumetto italiano, colui che «avete tenuto a battesimo», che aveva ideato Long Wei per voi ma che pubblicamente scriveva senza mezzi termini facevate parte di “tutto quel resto che è morte”.

Dunque I dati di Long Wei che abbiamo dato restano non smentiti nonostante sia ormai un fumettomondo sempre più recchionicentrico dove ogni critica deve essere disinnescata tacciandola di dietrologia, dove se le critiche sono negative al critico vengono negati nome cognome e curriculum professionale, dove i dati di vendita se positivi sono veri e se negativi sono fasulli.

In fondo siamo tutti Recchioni con il proprio Long Wei, no? Certo, fino a che però Long Wei non si ritrova un Marino nel mocassino e rischia di inciampare…

Ps: io Long Wei sinora me lo sono comprato, quindi il mio è anche il parere di un lettore, sempre se in un fumettomondo sempre più recchionicentrico al lettore non sia rimasto solo la facoltà di comprare e applaudire come una foca ammaestrata…

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