Fumetto d'Autore

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Francesco Coniglio, trent'anni di fumetto: "Adesso alzo bandiera bianca"

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coniglioeditoreMughini intervista l'editore delle riviste cult a luci rosse: da Blue a Bonelli, passando per il progressive rock. 

di Giampiero Mughini*

Nella stanza della redazione di viale Margherita a Roma, da anni roccaforte delle edizioni firmate dal piccolo grande editore Francesco Coniglio, i cumuli di libri e riviste ammassati per ogni dove sono tali che respiri carta più che ossigeno. Nato a Lucca nel 1957, da trent’anni Coniglio inventa riviste di fumetti che hanno fatto epoca. È lui che nel 1991 sollecitò alcuni autori suoi amici -  da Sicomoro a Massimo Rotundo e più tardi Franco Saudelli - a tirar fuori dai cassetti le immagini più sporcaccione da loro disegnate e che tenevano nascoste, e a farne la prima rivista italiana dedicata al fumetto erotico di qualità, “Blue”, una rivista che nel suo momento di gloria arrivò a vendere 20mila copie a numero e che ha arrestato la sua corsa al numero 200, datato dicembre 2009.

C’è stato poi l’incontro con il geniale Filippo Scozzari, un autore tra quelli della scuola bolognese del ’77, meno acclamato di Andrea Pazienza senza essergli in alcun modo inferiore, e delle strisce e dei libri di Scozzari Coniglio è diventato da dieci anni l’editore principe. E infine la stagione editoriale più recente, quella in cui a fare da libri campione sono stati alcuni volumi dedicati a spezzoni della musica moderna non soltanto italiana, dal libro monumentale dedicato da Michele Neri a Battisti a quello di Franco Brizi, Le ragazze dei capelloni, dov’è rievocata la moda e la musica del tempo in cui le prime ragazze italiane indossarono la minigonna.

A tutt’oggi, trent’anni dopo i suoi debutti da imprenditore e da editore in proprio, Coniglio è appeso al suo computer. Solo che su quel computer è come se sventolasse un piccolo drappo bianco, a segnalare la richiesta non dirò di una resa ma almeno di un armistizio. I conti delle piccole aziende editoriali si sono fatti drammatici, 50 per cento di vendite in meno da due anni a questa parte. Fiumane di rese medie dalle librerie. Impervia perché troppo costosa la strada della promozione pubblicitaria. Coniglio ha perciò deciso di arrestare la sua cavalcata. Non più editore in proprio, ma consulente d’eccezione a far sì che i libri più pregevoli fra quelli dei suoi amici vengano pubblicati dall’uno o dall’altro editore. Non più editore, ma “editor”, insomma una “e” in meno. E anche se due colpi nella canna del suo fucile ce li ha ancora, e vorrebbe spararli. Un libro di Umberto Croppi, di cui esiste già il titolo (Romanzo comunale) e il canovaccio, sulla sua contrastata esperienza di assessore alla Cultura al Comune di Roma, e un libro di Franco Brizi su quel “progressive rock” italiano dei Settanta di cui è il massimo esperto, un libro che si annuncia documentatissimo su quella discografia oggi così appetita dai collezionisti di tutto il mondo.

Coniglio, mi faccia capire meglio le difficoltà di voi piccoli editori. Prendiamo un libro come il Battisti, un libro che non può non essere cult e definitivo per i tantissimi appassionati di questo nostro grande cantante. Quante copie siete riusciti a venderne?

«Premesso che è un librone che costa 80 euro, al quale Michele Neri ha lavorato dieci anni, le librerie ne avevano prenotato 450 copie. A tutt’oggi ne abbiamo vendute 650 copie, su una tiratura complessiva di 1500. Due anni fa i librai avrebbero prenotato tutte le copie, che in un paio d’anni sarebbero state smaltite. Oggi i librai azzardano solo piccoli passettini. Su 150 libri che arrivano ogni giorno in libreria, ad avere visibilità saranno al massimo tre o quattro. Tutti gli altri la gran massa dei frequentatori di librerie non sa neppure che esistano».

Lei è stato un protagonista dell’editoria italiana di fumetti. Questa storia ha perso di recente un gigante, Sergio Bonelli, il figlio dell’inventore di Tex e a sua volta papà di personaggi-saga straordinari nella storia del fumetto italiano come Zagor. Lei ha lavorato più volte con Bonelli di cui era molto amico. È stato per lei un fratello maggiore, un padre o un maestro?

«Tutte e tre le cose, e non poteva essere altrimenti. Il 26 settembre, il giorno della morte di Sergio, è come se avessi perso lo spirito guida della mia vita...».

Quando lei ha cominciato a fare l’editore di fumetti s’era detto “Voglio fare come Sergio Bonelli”?

«Assolutamente sì. Tutti ricordano Bonelli come il più grande editore italiano di fumetti, dimenticando che lui è stato autore e raccontatore geniale col suo Zagor, il personaggio che s’era inventato nel 1961 e di cui cominciai a leggere le gesta quando avevo poco più di 11 anni. Zagor, uno che di mestiere faceva il mediatore nel West delle origini dove erano ancora padroni i pellerossa, è stato un personaggio che ha modellato il mio codice etico, un idealista che cercava di fare andare d’accordo pellerossa e bianchi, un uomo normale che incarnava il massimo di giustizia possibile».

Lei si ritiene un idealista?

«Sì, e ne conosco molti altri perché tra noi idealisti ci ritroviamo».

Io diffido molto della parola “idealista”, perché la vedo usata a vanvera. In un giornale che avevo in mano un paio di giorni fa, e dov’è una rubrica dedicata alle ragazze strafighe e stramiliardarie, c’era il ritratto di una ragazza che veniva presentata come «un’idealista», e difatti era fotografata su tacchi di 16 centimetri, le cosce sguainate, il décolleté pronunciatissimo. Più idealista di così. Ecco perché è un termine che non uso mai.

«Guardi che non lo uso mai nemmeno io, mi è scappato mentre parlavo di Zagor».

A poco più di dieci anni dov’è che scopriva un fumetto come quello inventato da Bonelli?

«La mia è stata la generazione dell’edicola, edicole che erano allora una miniera. Attorno a piazza Bologna, la piazza romana dove allora abitavamo, di edicole ce n’erano non ricordo più quante e di librerie ce n’erano una quindicina. L’edicola di metà degli anni Sessanta era l’edicola in cui irrompono gli Oscar Mondadori, quelli che hanno allevato tanti italiani a conoscere la grande letteratura. Mia madre cominciò a comprarli e me li passava. Lessi allora per la prima volta Hemingway, che a dire il vero trovai noiosissimo»

Chi sono quelli che a tutt’oggi comprano e leggono gli albi di Tex e di Zagor?

«Tex vende 240mila copie per ciascuna uscita originale, più le varie ristampe. È inoltre un successone da 80mila copie come albo accluso promozionalmente a Repubblica. Zagor, a tutt’oggi disegnato dall’82enne Gallieno Ferri che ne aveva disegnato il primo numero, ha uno zoccolo duro di circa 40mila lettori. Gli uni e gli altri sono in prevalenza ultracinquentenni, gente che fa parte della generazione dell’edicola di cui dicevo, gente che non vuole rinunciare agli eroi che costituivano il sogno della loro giovinezza».

Lei quando cominciò a guadagnarsi il pane facendo dell’editoria et similia?

«Con un gruppo di amici fondammo a Roma un cineclub, L’Officina film club, che ebbe un qualche successo. Avevo 19 anni quando con Luca Raffaelli e Luca Boschi (oggi il maggior esperto al mondo di fumetti della Walt Disney) creammo una piccola fanzine, “L’Urlo”, in cui ci avventammo a vantare la dignità del fumetto e dei suoi autori, ivi compresi i loro diritti d’autore».

Sono gli anni in cui a Milano esce un sofisticato mensile dedicato al fumetto di qualità, “Linus”. Voi ragazzacci de “L’Urlo” che cosa ne pensavate?

«Pensavamo tutto il bene possibile della prima serie, quella animata da Giovanni Gandini e Oreste Del Buono. Pensavamo tutto il male possibile della rivista, quando arrivò a dirigerla Fulvia Serra. E siccome al Festival del fumetto di Lucca c’eravamo inventati una sorta di premio ironico dal titolo “Una vita sprecata per il fumetto”, lo assegnammo alla Serra».

Il personaggio che fa da trampolino alla sua carriera di editore è l’Alberto Lupo disegnato da Silver…

«Silver aveva cominciato da aiutante di Bonvi, il famoso disegnatore di fumetti bolognese. Lui faceva già una rivistina centrata sulle avventure di Alberto Lup, di cui vendeva 20mila copie a numero. Creai una nuova sigla editoriale, l’Acme, e ne divenni l’editore. Per molti anni ne vendemmo sino a 120mila copie a numero. Un successo incredibile».

È il 1990, e siamo arrivati al gran botto, la nascita di un mensile di fumetti erotici, “Blue”. Una rivista che siamo in tanti ad avere amato. Era la prima volta che situazioni e fanciulle così hard si accampavano su una rivista regolarmente venduta in edicola. Prima c’era stato l’erotismo pizzicoso e ammiccante degli albetti in cui disegnava fra l’altro il giovane Milo Manara. Sulla vostra rivista era tutt’altra cosa, c’era il pendaglio maschile in bella mostra e magnificamente disegnato. Ricordo una storia molto attizzante di Sicomoro, di cui più tardi comprai i disegni originali per la mia collezione di erotica.

«Ai più “Blue” appariva né più né meno che pornografia, e non volevano nemmeno parlarne. Piacque da subito a Sergio Bonelli, anche lui raffinato collezionista di originali del fumetto erotico...».

A un’asta organizzata da Sergio Pignatone ci siamo contesi un pezzo succulento...

«Quando cominciai a fare “Blue”, il mio intendimento era fare una sorta di supplemento a fumetti di “Playmen”, che allora era diretto da Luciano Oppo, un grande personaggio di cui oggi nessuno più si ricorda. Oppo metteva nel suo giornale foto di ragazze discinte, ma anche testi di scrittori eccellenti e opinioni di psichiatri. Aveva tra i suoi collaboratori talvolta Alberto Moravia e talvolta Luciano Bianciardi. E comunque “Blue” conobbe un successo straordinario, anche più di 20mila copie vendute a numero. E questo fino al 1995, quando sul mercato cominciarono ad apparire alcune riviste rivali. Poi via via è cresciuto il cantiere delle immagini erotiche online, e la rivista è andata precipitando. Quando l’ho chiusa nel 2009, non arrivava a vendere 2.000 copie. Nell’editoria, come nelle altre cose della vita, tutto passa».

Chi sono stati i più grandi autori del fumetto erotico italiano?

«Ce ne sono stati tanti, e a parte ovviamente il maestro Guido Crepax. Peccato che Sicomoro quei disegni non li faccia in più. Da “Le Déclic” in poi Manara è stato un autore noto e riconosciutissimo. Franco Saudelli e Roberto Baldazzini hanno creato uno stile e un mondo a partire dalle loro ossessioni personali. Negli ultimi dieci anni è esploso il veneziano Paolo Eleuteri Serpieri, forse più noto in Francia e in Germania che in Italia. Quanto all’erotica, aveva un tratto e una personalità assai speciali Magnus, morto a 56 anni nel 1996. Tutto in lui era speciale, dalla passione per la filosofia orientale al suo essere un lettore che divorava di tutto, al modo in cui parlava anche con gli amici più cari, esperimendosi con frasi che erano come delle massime filosofiche».

In tema di erotica, anzi questa volta di pornografia, lei è stato quello che ha convinto il simpaticissimo Rocco Siffredi a non essere più soltanto attore dei suoi film, ma anche regista.

«Se è per questo sono l’autore delle colonne musicali dei primi cinque film fatti da Siffredi come regista, e ogni tanto me ne arriva qualche soldino dalla Siae».

Abbiamo finalmente toccato questa sua grande passione: la musica. Lei è un esperto, un collezionista, da ultimo un editore di bellissimi libri che raccontano momenti e protagonisti della musica moderna.

«Appartengo a una generazione che l’ha visto nascere il “progressive rock” italiano che oggi fa da stemma nei negozi di dischi antiquari. Quei dischi io li avevo comprati quando uscivano, i dischi de La Premiata Forneria Marconi, Le Orme, La Formula 3. C’ero a Roma, a villa Pamphili, durante le giornate di quel Festival della musica che finì a trambusto. Spero davvero di farlo il libro che Brizi sta preparando su quegli anni. Un libro di cui sono sicuro che starà accanto ai migliori che ho già fatto. Su tutti quello su Battisti di cui abbiamo parlato e quello di Maurizio Becker, C’era una volta la Rca. Avessi fatto un solo libro nella mia vita, avrei voluto fare quello».

Abbiamo parlato di carta e vantato la carta. Maledetto sia l’online?

«Ma nemmeno per idea. Con la mia amica e collaboratrice Laura Scarpa, che è fra l’altro una deliziosa autrice di storie a fumetti, abbiamo appena organizzato un corso dal titolo “A scuola di fumetto online” che sta riscuotendo un grande successo».

*Questo articolo è stato pubblicato su il quotidiano Libero il 27/11/2011 e on line è reperibile QUI. Da questa intervista è scaturito questo editoriale di Alessnadro Bottero.



 

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