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Carlo Giuliani (a fumetti) è diventato un "ribelle"

carlogiulianibgdi Giorgio Messina

I tipi di BeccoGiallo si apprestano a sfornare l’ennesima opera di giornalismo a fumetti, l’ennesimo morto “eccellente” da ricordare, l’ennesimo anniversario da onorare in una sorta di memoria ad orologeria a cui sembra impossibile sottrarsi. Stavolta è un decennale. Stavolta tocca a Carlo Giuliani finire in un’inchiesta a fumetti sulla sua vita e la sua tragica morte avvenuta nel 2001 durante il G8 di Genova. Il volume si intitola “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova”. È scritto dal “mediattivista” (così si definisce lui stesso) Francesco Barilli, già autore dei testi di "Piazza Fontana", pubblicato sempre da Beccogiallo. Ai disegni troviamo invece Manuel De Carli, la cui ultima fatica per BeccoGiallo, è il volume dedicato alla tragedia sul lavoro accaduta alla Thyssenkrupp. L’editore, allega al comunicato stampa di presentazione del volume, questa nota:

È possibile ridurre un ragazzo di vent'anni a una singola immagine? Noi crediamo di no. Eppure Carlo Giuliani è ancora, nella memoria di molti, solo il ragazzo incappucciato che a Genova ha sollevato un estintore contro un carabiniere: così è stato fotografato, ripreso, descritto. Per noi, pubblicare questo libro significa provare a superare lo schema "ragazzo con estintore contro ragazzo con pistola", significa provare a indagare oltre la memoria di superficie che i media ci hanno voluto restituire, riscoprendo da una parte il Carlo Giuliani ragazzo, dall'altra tutti quegli elementi troppo spesso taciuti che hanno portato alla sua morte e ai più maldestri tentativi di depistaggio, fin dalle prime ore.

E questa è la particolarità dell’opera così come la descrive sempre l’editore:

Questo libro a fumetti esce per i 10 anni dalla morte di Carlo Giuliani, ed è stato realizzato tramite un'intervista ai familiari del giovane, che compaiono protagonisti nel fumetto.

Da qualche parte ho letto che i genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai figli. Aggiungo che i genitori non dovrebbero nemmeno mai pagare le colpe dei figli i quali però rimarranno per sempre loro “pezzi e’ core”, anche quando il giudizio della Storia o della Pubblica Opinione non concorderà con il loro.

Chiedo scusa sin da subito alla famiglia Giuliani, agli autori del volume e agli editori., se la mia visione di Carlo Giuliani non collimerà con il loro “Carlo Giuliani”. Questa non vuole essere una critica preventiva ad un opera che non ho ancora letto (ma che leggerò con grande interesse), ma vuole essere una riflessione, basata sulle informazioni di dominio pubblico (atti processuali compresi) e sul materiale a disposizione rilasciato ufficialmente dall’editore, per spiegare come esista una percezione diffusa di Carlo Giuliani che non combacia con una descrizione di “ribelle”, senza tralasciare quanto di romantico e politico ci sia proprio in questa definizione che troviamo nel titolo del volume di BeccoGiallo.

Carlo Giuliani non era un ribelle e non era un eroe. Non lo era in quel 2001 e non lo sarebbe dieci anni dopo, in questo 2011. Gli eroi non mettono il passamontagna per occultare il proprio volto. Gli eroi non partecipano all’assalto ad una camionetta dei Carabinieri. Gli eroi non brandiscono un estintore contro nessuno, tantomeno contro le forze dell’ordine.

Ci ha provato anche Nichi Vendola a trasformare Carlo Giuliani in un eroe, quando nell’estate del 2010 lo definì “eroe ragazzino”, un eroe «come Falcone e Borsellino». La trasfigurazione in eroe - continuava il governatore della Regione Puglia – avvenne quando «una generazione perse l'innocenza e fece i suoi conti con la morte».  Quanto è sventurata questa generazione protagonista della narrativa vendoliana da quattro spicci. Quanto lascia l’amaro in bocca che un rappresentante del Governo, eletto dal Popolo, metta in scena una farsa grottesca in cui esalti chi va contro i servitori dello Stato in nome di una perdita dell’innocenza che si consuma nella guerriglia di strada a volto coperto e con un estintore in mano per spegnere la fiamma sul berretto di un Carabiniere.

Non ho sentito il colpo di pistola esploso dal Carabiniere Mario Placanica, ma ho sentito con le mie orecchie il boato assordante che cancellò dalla faccia della terra Borsellino e la sua scorta. E, nonostante il tragico evolversi degli eventi della vicenda Giuliani - con tutte le sue implicazioni: una vita spezzata, una vita irrimediabilmente compromessa, due famiglie distrutte dal dolore e dalla sofferenza -, rimane un’offesa al senso dello Stato paragonare Giuliani a Falcone e Borsellino. Gli ultimi due erano magistrati integerrimi, eroi della legalità e dell’antimafia, non combattevano lo Stato, ma ne erano orgogliosi servitori, anche quando lo Stato li abbandonò al loro destino, e si ritrovarono soli a mettere i piedi sul tritolo della Mafia perché sembra che Conso e Ciampi fossero affaccendati nel frattrempo a siglare accordi con i rappresentanti di Cosa Nostra per allentare il carcere su di loro. Altra bestemmia allo Stato, ai suoi servitori e ai suoi (veri) martiri, fu quando nell'ottobre 2006 il gruppo di Rifondazione Comunista al Senato della Repubblica intitolò a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza. E non è solo dovere di cronaca ricordare che la signora Haidi, madre di Carlo Giuliani, all’epoca fosse stata eletta al Senato proprio per Rifondazione Comunista.

E adesso, visto le premesse e le note dell’editore Beccogiallo, che libro leggeremo? È più che lecito chiederselo.

“Piazza Fontana”, l’opera precedente di Barilli, è stata un’opera discutibilissima nel suo messaggio finale: le vittime dell’attentato milanese di matrice eversiva, a cui si aggiunge l’innocente Pinelli precipitato dalla questura, sono uomini che vanno ricordati e non dimenticati perché non sono granelli di sabbia della storia, mentre il Commissario Calabresi, accusato (ingiustamente) dell’omicidio Pinelli, viene relegato nelle note del volume, perchè ha un peso specifico storico inferiore, secondo lo sceneggiatore “mediattivista”. Calabresi, nella docufiction di "Piazza Fontana" è meno di un granello di sabbia. La bilancia dei ricordi e della “verità” messa in scena da Barilli in quell’occasione pendeva dalla parte della famiglia Pinelli e non ci si aspetta niente di diverso neanche in questo nuovo libro.

La bilancia del memento sembra che penderà dalla parte della famiglia Giuliani, con tutte le contraddizioni che l’ipotesi di “verità” sulla morte di Carlo, proposte da suoi stessi familiari contiene, ovvero la decisione forse troppo frettolosa di procedere con la  cremazione del cadavere di Carlo quando ancora non erano noti i risultati autoptici (in concorso di “colpa” con la Procura che non l’impedì) a cui si aggiunge l'ipotesi che a sparare dalla camionetta non fu Placanica (sulla base di un confronto tra alcune fotografie e dall’assenza della scamiciatura del colpo esploso evincibile dalla ferita, fatto che emerse dall’esame autoptico ma che non poteva essere maggiormente approfondito perchè il cadavere era stato nel frattempo, come detto, cremato)..

E non è così che si sarebbe dovuto e potuto fare questo libro. Anche Placanica avrebbe dovuto essere intervistato e comparire come protagonista attivo del fumetto, perché, se davvero lo esplose lui quel colpo di pistola, per lui non parlò solo lo scoppio di quello sciagurato proiettile, forse figlio dell’umano terrore di vedere la propria vita in pericolo minacciata da un uomo con un passamontagna che brandiva minacciosamente un estintore contro di lui. E questo come già detto non è il modo di agire di un ribelle o di un eroe. Questo è il modo di agire di un delinquente.

Magari non sarà difficile ipotizzare che Placanica pensò che quello che gli si stagliò contro, a volto coperto minacciandolo fisicamente, era un delinquente. E non sarà altrettanto difficile ipotizzare che la famiglia Giuliani pensi che è Placanica a essere un delinquente e un assassino. Ma è dall’incontro e dal confronto di queste due verità che ne sarebbe potuta uscire fuori una sola ed equilibrata narrazione.

Becco Giallo produce libri di interesse sociale. Ma l’interesse sociale non si esaurisce nel fare suonare a verità una sola campana. È qui che il progetto editoriale di BeccoGiallo si arena sempre più spesso, dissipando purtroppo le buone premesse iniziali. Uno dei piatti della bilancia del memento è vuoto ed è la Storia stessa ad esigere che non rimanga così e qui il romanticismo e la politica non c’entrano nulla.

carlogiliani_reuters

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