Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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"Fumetto" contro "Comics": la parola all'anagrafe

mumbledi Adriano Monti-Buzzetti

Un salutare sassolino nello stagno. Di quelli che di rumore magari ne fanno poco, ma almeno qualche onda (cerebrale?) la smuovono. Mi piace definire così, spezzando una lancia in suo favore, il rilievo mosso da Fumetto d'Autore sull' opinabile scelta di omologarsi all'anglismo di regime e titolare "Comics Day" la prima giornata nazionale della letteratura disegnata nella terra di Dante. Salutare, lo ribadisco, perché l'obiezione ha il merito di riproporre in chiave specifica gli antichi lai di un idioma nazionale indifeso, diversamente che altrove, dagli assalti della globalizzazione linguistica (pensiamo solo ai cugini d'Oltralpe: ve li immaginate a ribattezzare comic un'etichetta autoctona e inossidabile  come bande dessinée?). Quanto all'anniversario in sé, un secolo di fumetto nostrano è di certo un bel traguardo, sebbene convenzionale: dopotutto l'Italia non è giovane come l'America, e se ad esempio prendessimo come riferimento un tipo di fumetto ancora acerbo e non codificato l'Amico dei Fanciulli, periodico illustrato per ragazzi pubblicato nell'anno di grazia  1812 e in pieno clima di Restaurazione, tra due anni ci troveremmo a festeggiare addirittura un bicentenario! Non su questo però vorrei soffermarmi, quanto su un piccolo, intrigante interrogativo  che di rimando la questione ha suscitato in me: ammettendo pure che  come genere grafico-narrativo il fumetto del Belpaese abbia (solo) un secolo di vita, quale allora l'età della parola "fumetto", ovvero l'italianissimo termine con cui tutti - speriamo ancora a lungo - ci riferiamo  all'arte di raccontare per parole e immagini? Per togliermi lo sfizio faccio un rapido controllo sul Vocabolario Devoto-Oli, edizione 2008, opera che ha il pregio di accostare al significato delle parole anche la data storica, quando reperibile, in cui per la prima volta ne venga attestato l'uso nella nostra lingua. Breve digressione per  soddisfare, assumendomene tutta la responsabilità, la più inconfessabile delle curiosità: lo scurrile sinonimo dei genitali maschili, che l'italiano medio - soprattutto se intercettato - evoca in media una volta ogni cinque parole, stando ai dotti curatori dell'opera sarebbe vecchio di ben sette secoli. Bando alle facezie, per carità, ma visto comunque che è per per colpa loro che mi trovo alla lettera "c", scorro ancora qualche pagina e il vocabolario (fedele agli strilli di copertina che lo vogliono aggiornatissimo anche in materia di neologismi, slang e termini stranieri più o meno felicemente innestati sull'idioma dei padri) offre prontamente la parola comic, intesa quale forma abbreviata di comic strip. Dalla scarna appendice storica  apprendiamo che il vocabolo prende piede, limitatamente all'Italia, "prima del 1956". Andiamo ancora oltre e dirigiamoci senza altri indugi verso la voce "fumetto".; a quest'ultima, usata per intendere sia lo spazio di contorno dei dialoghi nei racconti illustrati che il mezzo espressivo nella sua interezza, il volume abbina invece una precisa data di nascita, il 1942. In un colpo solo scopro dunque che in terra italica il concorrente d'Oltreoceano perde, anche se di poco, il confronto d'anzianità con l'omologo nazionale, ma anche che quest'ultimo è tutto sommato  più recente di quanto mi aspettassi: in fondo il Corriere dei Piccoli nasce nel 1908, L'Intrepido nel 1920 e - senza contare i prodotti della propaganda fascista come Il Balilla, La Piccola Italiana eccetera - nei primissimi Anni Trenta in Italia sbarca anche Topolino. Fino ad allora pertanto  il fumetto, pur prosperando ormai da tempo alle nostre latitudini, non si chiamava nel modo attuale. "Albi disegnati", "storie illustrate", "giornalini per ragazzi": di comprimari lessicali ce ne erano molti, ma "la" definizione per eccellenza del settore ancora latitava. Più esattamente, pur esistendo già, la parola "fumetto" indicava altro. E' ancora il dizionario a spiegare cosa, proponendo due curiose opzioni: la prima è un "liquore d'anici adoperato per correggere il caffè; rende l'acqua opalescente (donde il nome)", la seconda  un "brodo concentrato usato come fondo di cucina",  da cui il caratteristico nome  "fumetto di pesce". Insomma, fino al 1942 il termine "fumetto" indicava alternativamente una sambuca o un consommé, tertium non datur. Cosa cambiò in quell'anno?  Perché  un lemma evidentemente predestinato a connubi ben più nobili di intingoli da cucina e liquoracci di bassa lega, si apparenta finalmente alla magia del romanzo per immagini? Qui il librone tace, avaro di ulteriori indicazioni.  Si può tuttavia azzardare qualche ipotesi; quella, modestissima, di chi scrive è che le suggestioni dell'aereo sostantivo si siano legate alle "nuvole parlanti" in tandem con le fortune editoriali del Vittorioso, celebre giornalino d'ispirazione cattolica che  proprio intorno al '42, cavalcando il doppio binario della parrocchia e dell'edicola, sfondò il tetto delle 200mila copie e allevò un'importante nidiata di disegnatori italiani. Il dettaglio comunque conta poco; dalla lettura del magno tomo mi contento di  trarre conforti più semplici ed essenziali. Vocabolo elegante ed evocativo, "fumetto" percorre la penisola da più tempo di comics ed ha alle spalle un numero d'anni sufficiente per reclamare il rispetto dovuto agli anziani. Calendario alla mano, anzi, lancio una proposta: prepariamoci nel 2012 a celebrarne il settantesimo come si deve.

 

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