Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Daitarn 3: apologia di un eroe rinnegato

di Tiziano Caliendo

Avrei dovuto – per amor di cronaca e storicità – scrivere un articolo su Muteki Kojin Daitarn 3 che fornisse al lettore “ignaro” o “superficiale” informazioni tecniche dettagliate o aneddoti, ma poi in fondo questa non è mai stata una serie tipica o convenzionale, e allora perché essere convenzionali? Nell’universo mecha non è mai esistita una saga remotamente simile a Muteki Kojin Daitarn 3, così sgangherata e disomogenea nella sua stilizzazione, così sfuggente alle classificazioni, così ricca di tinte contrastanti e contrastate… come un’anguilla che sguscia tra i generi, carpendone il meglio e facendolo suo e solamente suo.

Muteki Kojin Daitarn 3 è stata lanciata nel 1978, in un’epoca in cui i Super Robot in Giappone la facevano da padroni; non c’era molto spazio per riflessioni profonde, ma semmai per sensazioni fugaci ed emozioni romantiche. Nessuna serie, fino a quel momento, aveva approfondito il discorso umanistico: l’importanza del restare “umani” e la contrapposizione o giustapposizione con la macchina e la natura artificiale. Kotetsu Jeeg aveva sì sfiorato il nocciolo del discorso, ma come ogni brava epopea di Super Robot si era poi fiondata a capofitto sull’ingenuità astuta (un ossimoro) dello storytelling e sul carisma malinconico del protagonista principale, Hiroshi Shiba.

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Omaggio a Daitarn 3 di Massimiliano Gissi.

Muteki Kojin Daitarn 3 invece non fa prigionieri. Si pone da subito come un monito al progresso sfrenato e scellerato e come lo stendardo di un umanesimo orgoglioso e provvidenzialmente strappato alle fauci della modernità; un umanesimo disperato e annaspante, ma sempre miracolosamente vivo sotto e sopra le macerie. Non a caso l’opera è anche un significativo tributo, nei sapori e nelle suggestioni, agli anni sessanta, alla genuinità e visionarietà naïf di quell’epoca, al mondo dei molteplici James Bond. La contraddizione di una vicenda anti-tecnologica sostanzialmente rappresentata da un Super Robot, quindi da un macchinone sofisticato, viene utilizzata dagli autori come leva di Atlante per poter sorreggere la tesi fondamentale della nostra esistenza: le nostre vite sono contraddittorie e ambigue, e tendono unicamente a risolvere la loro incoerenza di fondo, a volte in maniera semplice e vincente, a volte in maniera sofferente ed autodistruttiva. Muteki Kojin Daitarn 3 si pone, inaspettatamente, in seno alla seconda tonalità. Al di là della sua verve retrofuturistica, al di là del suo innegabile fervore estetico, al di là del suo umorismo sprizzante e della sua verve “cool” (in americano: ganzo, fico), Muteki Kojin Daitarn 3 è una storia tragica che si risolve tragicamente ed in maniera decisamente paradossale; una storia “lieta” ma senza “lieto fine”, esattamente paragonabile all’epica e rivoluzionaria Uchu Senshi Baldios o all’iconica e popolare Mobile Suit Gundam.

Il plot a grandi linee lo conoscono più o meno tutti. Non ci sono mirabolanti e terrificanti razze aliene o popoli intraterrestri da fronteggiare. Muteki Kojin Daitarn 3 è il racconto di un’élite di uomini e donne che decide di rinunciare alla propria natura e sostituirla (letteralmente) con la tecnologia, per poi crearsi un nuovo stato/impero su Marte. Questa élite, giusta o sbagliata che sia, come tutte le classi politiche che si rispettino, mira ad espandersi attraverso la propaganda radicale e la creazione di nuovi proseliti… un atteggiamento indiscutibilmente (e tristemente) “umano”. A contrastare quest’impero improvvisato ma potente si erge Haran Banjo, un crociato che ha dedicato la propria vita alla salvaguardia del genere biologico, fino a divenire virtualmente e fisicamente un uomo perfetto. Un alfiere del neo-umanesimo, scevro di compromessi o sfumature di grigio, disegnato per sterminare sistematicamente i Meganoidi in nome di una bruciante rappresaglia e di un passato oscuro e poco delineato, tratteggiato in maniera incompiuta tramite brevissimi flashbacks e indizi. L’arma più grande in possesso di Banjo, oltre alla sua immensa e irraggiungibile ricchezza economica, è un Super Robot pilotabile dalla fisiognomia antropomorfa, idealmente “erede” di Giant Robo, Astroganga e Danguard. Un robot in grado di assumere empaticamente espressioni facciali e movenze fisiche umanoidi, ma soltanto come esercizio fine a se stesso, in virtù di un misterioso feedback passivo.

Per tutti (noi) il Daitarn è un “eroe” metallico latore di giustizia e rettificazione, un baluardo del pianeta Terra, ma per Banjo è inequivocabilmente un congegno, una mera macchina adeguata al raggiungimento dell’obiettivo ultimo della sua crociata, e come tale “dissacrata” e depauperata di ogni gloria in partenza. Il paladino non si cura di “mitizzare” il Daitarn, ma preferisce esaltare la sua stessa presenza all’interno del robot in qualità di motore pilotante del sistema. In certi frangenti, cede addirittura il Daitarn ai suoi assistenti (Toppo, Beauty, Reika e Garrison), o se lo lascia sfuggire di mano in favore di altri improbabili piloti (comandanti meganoidi), quasi a volerne sottolineare la valenza utilitaristica e funzionale, lo status di strumento. Insomma, un robot che mima i nostri lineamenti e che viene scambiato dal mondo (e anche da noi spettatori) come una “persona” di 120 metri, ma che paga continuamente lo scotto di essere un robot attraverso un sottile e subdolo deprezzamento da parte del suo pilota. Solo rarissimamente Mister Haran si rivolge al Daitarn in maniera affettuosa, seppur mediante tentativi umoristici e volutamente maldestri, prendendosi in un certo senso beffa di “noi” uomini che oseremmo “adorare” l’elettronica come fosse un feticcio dei nostri sogni più reconditi.

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 Omaggio a Daitarn 3 di Massimiliano Gissi.

Avendo sostenuto dodici anni di un violento e inarrestabile training mentale e fisico, Haran Banjo ha modellato il suo cervello e il suo corpo affinché essi superassero i limiti strutturali. In virtù dell’odio e del desiderio di vendetta, il ragazzo ha scavalcato persino i parametri olimpionici, trasformandosi (metaforicamente) in un “robot” fatto di carne, ossa, sangue e nervi, soprattutto nervi. E’ in grado di correre instancabilmente, resistere (nudo) alle temperature più proibitive, piegare sbarre di metallo e compiere gesta atletiche che non hanno mai avuto eguali nell’incedere dei secoli. Nell’arco dei 40 episodi, assistiamo al suo personale inscenamento dell’apoteosi dell’uomo, un’apoteosi estrema e parossistica che spesso solleva interrogativi inquietanti. Molti fans in passato hanno manifestato forti dubbi e spesso hanno accennato ad una teoria che volesse Banjo un Meganoide rinnegato. Colgo l’occasione per ribadirlo ancora una volta: il protagonista è organico al 100%. Essenzialmente, qui incappiamo in un’altra ironia dell’opera, ovvero il secondo nodo focale dei suoi paradossi (i quali, in ultima istanza, riflettono specularmente i nostri, quelli di noi spettatori). Banjo è talmente consumato dal rancore, dalla rabbia e dal sentimento di rivalsa che si è trasformato in un non plus ultra, un apice vivente, una pietra di paragone a cui nessuno potrà mai paragonarsi. Un paradigma assoluto che sarebbe da congelare e consegnare ai libri di storia, se non fosse così angosciosamente in ostaggio dei suoi demoni interiori, al punto da costituire più una pericolosa parodia che un modello da seguire. L’umorismo, la gioia di vivere, la sicurezza, il sex appeal e la nonchalance di Banjo sono i lineamenti di una maschera posticcia e tutta superficiale, simile a quella di Michael Myers, la creatura psicopatica del film Halloween. Dietro la maschera del seducente cacciatore di cyborg, novello Overman di Friedrich Nietzche, c’è innanzitutto risentimento e sofferenza interiore. Il gioco regge fino a quando le situazioni non intaccano la maschera, e dalle crepe fuoriescono “spiragli” che rivelano il suo “io” più profondo: un individuo impastato di collera e furore, pronto a sacrificare qualsiasi cosa pur di sterminare i Meganoidi. Nel suo voler rivendicare la specie degli uomini - strato epidermico che “giustifica” il suo intimo e meno altruistico sentimento di ritorsione per la perdita della sua famiglia - Banjo ha perso di strada l’umanità, venendone fuori come una singolarità che alla fine, proprio alla fine, imploderà su se stessa.

La terza ironia della serie è il suo punto di origine, che pone ulteriormente in discussione le motivazioni e il grado di “esattezza” sia dei protagonisti che degli antagonisti. Cosa è successo per davvero alla famiglia (madre e fratello) di Banjo? Siamo davvero sicuri che siano state vittime del padre di Banjo, Haran Sozo? I Meganoidi hanno veramente conquistato Marte con lo sterminio, oppure sono stati costretti a difendersi con spargimenti di sangue? Siamo sicuri che, a conti fatti, sia giusto muovere guerra a persone che vogliano diventare dei cyborg e scalzare la mortalità? L’impero meganoide è un impero come tutti gli altri, si poggia sulle sue “aggressive verità”, ma non è questo un aspetto dolorosamente familiare a noi umani, che creiamo gruppi, nicchie, società, massonerie, partiti politici, stati ed imperi proprio sulla base di “aggressive verità”?

Le genesi di Haran Banjo e dei Meganoidi sono nebulose ed ambigue, enigmatiche, spezzettate e disseminate lungo tutti gli episodi, come le briciole di pane di Hansel e Gretel. Noi spettatori veniamo da subito condannati a galleggiare nelle congetture; congetture che sbeffeggiano il nostro confine tra giusto e sbagliato e ci costringono a provare perplessità verso qualsiasi verdetto possibile. Il Daitarn 3 combatte il Megaborg di turno e ci regala uno spettacolo magnifico, ma cosa si annida veramente nel cuore dei personaggi, buoni o cattivi? L’autore, Yoshiyuki Tomino, è abbastanza scaltro da sapere che la verità è nel mezzo. I contorni cominciano a squagliarsi. Banjo vuole vendetta ma, a volte consapevolmente, a volte inconsapevolmente, aiuta il prossimo e salva la razza umana. I Meganoidi bramano una nuova utopia in cui vivere in pace la loro esaltazione cibernetica, ma dunque scivolano nella tirannia e nella perpetrazione di distruzione – complice il fatto che ogni “Comandante” meganoide sia invischiato nelle proprie specifiche ossessioni, pulsioni e ambizioni egocentriche. La piovra perde il controllo dei propri tentacoli…

Il quarto e ultimo paradosso è il finale. No, un attimo, non esattamente il finale, ma il “finale-finale”, le ultime sequenze dell’episodio.

(Spoilers)

Banjo è oramai finito. Ha appena trent’anni, ma i traumi vissuti lo hanno segnato per sempre. Una volta annichilito l’impero meganoide, una volta spazzata via ogni traccia di esso, realizza che la sua vita è adesso un’enorme, robusta scatola vuota. Non ha più uno scopo primario, e persino indossare la sua “maschera” gli sembra un atto futile ed inconsistente. Rimarrà nella sua villa a vivere come un recluso, un paria, un Michael Jackson del futuro di cui se ne parlerà (bene o male) sui giornali, in TV, nelle strade, nei bar, nei discorsi di ogni giorno della “gente normale”. Si trascinerà giorno dopo giorno fino alla fine dei suoi giorni, lontano dalla razza umana, quella stessa razza umana che ha - vuoi o non vuoi - salvato. Il Daitarn 3 è stato distrutto su Marte, subito dopo l’annientamento di Don Zauker (nell’originale giapponese: Don Sauzer… Haran Sozo). Banjo ha risolto la primissima antinomia della sua battaglia. Concluso il suo compito, L’Uomo d’Acciaio è stato necessariamente ed inderogabilmente annullato, anche perché esso stesso è una reliquia meganoide: Haran Sozo aveva progettato il robot quale prototipo di Megaborg; il robot era stato poi costruito, in maniera effettiva e reale, dagli stessi Meganoidi, forse gli originali Meganoidi.
Ma il Daitarn 3 era solo un robot? Siamo sicuri? Le sue sembianze erano unicamente uno specchio meccanico delle nostre: vetrose ed inconcludenti mimiche dettate dagli input esterni?
Una pioggia scrosciante, una figura solitaria cammina con l’ombrello, il suo nome è Garrison Tokida. L’uomo si ferma, guarda il cielo nero come la pece con smisurata tristezza, batte il tempo con il piede e grida: “Uno, due, tre… Daitarn 3!!!”. Una stella brilla da lontano, con prepotente bellezza. Un’anima d’acciaio che fluttuerà eterea nello spazio, all’infinito. Meno di una realtà, più di un ricordo.
Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

  

Tiziano Caliendo: Classe 1977. Scrittore di fantascienza, blogger cinematografico, musicista e addetto ai lavori/manager nel campo musicale, impegnato nella fase di pre-produzione di un ciclo di novelle imperniate su un super-robot di sua invenzione: Quantaldian.

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