Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Massimo Mattioli: il Disney del porno-horror

squeak the mousedi Giuseppe Pollicelli*

Di opere memorabili il fumetto italiano ne ha sfornate, in poco più di un secolo, tantissime. Ciò che spiace, e parecchio, è che molte risultano sconosciute non solo al grande pubblico ma alla maggioranza degli stessi appassionati di fumetti. Uno dei casi più inspiegabili e incresciosi è rappresentato dall’opus di Massimo Mattioli, i cui lavori sono fra i più fulgidi e lucidi esempi di pop art mai concepiti.

Nato a Roma nel 1943, Mattioli esordisce nel 1965, pubblicando sul settimanale cattolico «Il Vittorioso» la serie Vermetto Sigh. Qualche anno più tardi, dopo una parentesi londinese e una parigina, dà vita, sulle pagine di un’altra rivista d’ispirazione cattolica, «Il Giornalino», alla sua creatura più famosa, il coniglietto fotoreporter di colore rosa Pinky. La svolta nella carriera di Mattioli avviene però nel 1977, quando fonda, con Stefano Tamburini e Marco d’Alessandro, la pubblicazione aperiodica «Cannibale», cui di lì a poco approderanno (dando linfa a un’avanguardia apertamente underground che ha saputo strapazzare e rinnovare l’estetica e il modo di narrare di almeno un paio di generazioni di artisti) anche Filippo Scozzari, Andrea Pazienza e Tanino Liberatore. Sfruttando, al pari dei suoi colleghi, l’assoluta libertà d’azione consentita da «Cannibale», Mattioli crea tavole in cui confluiscono, con una sintesi impareggiabile, tutte le sue passioni (fumettistiche, musicali, filmiche, pittoriche, grafiche) di creativo postmoderno felicemente cresciuto a pane e cultura di massa. A partire dalla fine degli anni Settanta, dunque, nel frullatore di Mattioli finiscono centrifugati i cartoons della Disney, della MGM e della Warner, la fantascienza e il poliziesco dei pulp magazines, i colori piatti e retinati dei comic books supereroistici, il cinema horror-splatter e quello pornografico, la musica hard rock e quella disco, in un consapevole e colto helzapoppin’ di rimandi e omaggi che non teme paragoni. Utilizzando quasi sempre come protagonisti dei propri racconti degli animali antropomorfi che sono dirette filiazioni dei funny animals del cinema d’animazione classico americano (topi, paperi, gatti, cani, ecc.), Mattioli realizza delle vere e proprie storie di genere in cui i generi, almeno quindici anni prima di Tarantino e seguaci, precipitano e deflagrano senza soluzione di continuità. L’abilità combinatoria e citazionistica di Mattioli risalta al meglio nei suoi due capolavori: il ciclo di avventure dell’aquilotto spaziale Joe Galaxy (iniziato su «Cannibale», proseguito sulle riviste «Frigidaire» e «Comic Art» e, purtroppo, attualmente sospeso da diversi anni) e il formidabile dittico Squeak the Mouse, condotto a compimento tra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta. Con Squeak the Mouse Mattioli porta alle estreme conseguenze il rapporto fondamentalmente sadomasochistico che lega lo scaltro topolino Jerry all’ottuso gatto Tom (nonché i loro vari epigoni, da Silvestro & Titti a Wile Coyote & Beep Beep) e mette in scena, usando il suo tratto delicatamente e superbamente cartoonistico, ogni sorta di efferatezza: squartamenti, decapitazioni, amputazioni, accoltellamenti... Senza negarsi, come già detto, irresistibili puntate nel porno. Una versione per adulti, insomma, degli Itchy & Scratchy (Fichetto & Grattachecca) dei Simpsons, nell’ideare i quali Matt Groening si è forse rifatto proprio allo Squeak the Mouse di Mattioli, precedente di alcuni anni e tradotto anche negli Usa.

Manipolando con acume miti e suggestioni della mass culture statunitense, e utilizzando sempre la metropoli come set dei suoi deliranti fumetti intrisi di un umorismo crudele e nonsense (compresi quelli di Pinky, rivolti ai lettori più giovani), Mattioli ha dato corpo a una forma alta e autentica di arte pop, un’arte capace di riflettere sul fumetto attraverso il fumetto, non solo rispettandone le convenzioni linguistiche ma valorizzandole al massimo ed elevando i connotati specifici del medium fumettistico a un livello sublime. Il contrario di quanto compiuto dalla pop art ufficiale, che con un’operazione fredda e forse perfino impropria ha privato i comics della loro caratteristica essenziale, la giustapposizione di immagini in sequenza, congelandoli (si pensi a Roy Lichtenstein) in singole vignette-illustrazioni e così, indebitamente, “museizzandoli”.

In un periodo in cui gli editori tendono a ristampare di tutto e di più, e non sempre materiali indispensabili, è davvero inaudito che nulla dell’opera di Massimo Mattioli sia attualmente reperibile nelle librerie italiane. Sarebbe bello se qualche benemerito ponesse fine allo scandalo.

*Articolo tratto da “Libero” del 28 agosto 2011. Per gentile concessioni dell'autore.

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