Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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RECENSIONE TEX INEDITO NUMERO 691: "CUORE APACHE"

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(contiene note storiche sulle Riserve Indiane, sugli Apaches e su Cochise)

 

 

Hola, amigos! E' sempre un piacere rivedervi al Trading Post.

Mettetevi comodi e riempite i boccali, oggi la nostra chiacchierata seguirà binari ben precisi parallelamente a quelli di carta della fantasia: i binari della Storia, reale e vera come l'acciaio di un coltello Bowie.

Dopo una movimentata trasferta oltre confine, la gita piena di guai e piombo in territorio messicano del mese scorso, e la lunga “Grande corsa” a cavallo narrata nel Maxi, stavolta possiamo affermare che giochiamo quasi in casa, per così dire.

Infatti ci troviamo nel territorio dell'Arizona sebbene non all'interno dei confini della Riserva Navajo. Incontriamo Tex e Carson impegnati a “discutere” su alcune divergenze gestionali, quando uso questi eufemismi sapete benissimo che si tratta di sganassoni tali da far dimenticare perfino il nome della propria madre, con l'agente indiano della Riserva di San Carlos.

E tutti gli appassionati di West sanno che San Carlos è sinonimo di Apaches.

Anche questi fieri guerrieri, infatti, ormai da anni vivono nelle terre assegnate loro dal “Grande Padre Bianco”, dopo una serie di numerosi e sanguinosi scontri contro le odiate giacche blu.

A molti bianchi “civilizzati” lo stesso termine “Apache” incuteva una certa paura e senza dubbio questa nazione pellerossa era considerata una delle più irriducibili e violente tra quelle che si scontrarono con l'esercito americano. Questo purtroppo trasformò rapidamente gli Apaches nei nemici per eccellenza, da sterminare in massa, senza possibilità di discussione né di distinzione tra uomini in arme, donne o bambini. In Messico i cacciatori di scalpi venivano addirittura pagati con pesos sonanti: esistevano dei veri e propri tariffari per ogni capigliatura strappata ad uno di “quei selvaggi”.

Se poi a farne le spese era qualche pacifica carovana di pionieri che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato o magari un villaggio di indios pacifici, questo non era un problema contemplato.

Ma anche se stavolta non siamo a sud del Rio Grande, i problemi non mancano: era infatti tristemente diffusa l'abitudine da parte degli agenti indiani, vale a dire funzionari dipendenti direttamente da Washington presso il Dipartimento Affari Indiani (entità governativa realmente esistita) responsabili della gestione delle varie Agenzie corrispondenti alle diverse tribù indiane, di arricchirsi alle e sulle spalle di coloro i quali dovevano invece proteggere e dei quali avevano il dovere di difendere i diritti. Non si può fare di tutta l'erba un fascio quindi ci sarà anche stato qualche funzionario coscienzioso ed onesto che cercava di fare il proprio lavoro al meglio, ed a parte Tex che come tutti sappiamo ricopre il doppio ruolo di capo dei Navajos ed agente indiano della propria gente, ne abbiamo conosciuto qualcuno ma sia nella fantasia che nella realtà sono stati ben pochi quelli che consideravano gli indiani allo stesso livello dei bianchi e che perciò si impegnavano nel far rispettare gli accordi senza cercare lucrosi e poco puliti tornaconti personali. Oggi diremmo che “facevano la cresta” sui rifornimenti che il governo degli Stati Uniti, già parco nelle sue elargizioni, spediva annualmente nel Sud-Ovest.

Così facendo questi fior di farabutti non solo affamavano interi villaggi mettendo a rischio la vita di moltissime famiglie e soprattutto dei più deboli in vista ad esempio dell'inverno od al contrario di periodi di siccità, per via della scarsità di scorte di cibo o di coperte ma fomentavano il malcontento, stando così le cose ampiamente giustificato, nei cuori degli indiani che dopo essersi visti spesso strappare le terre dei loro avi, venivano trattati come animali e non come uomini appartenenti ad un popolo nobile e valoroso o comunque come esseri umani con una loro dignità. Un tale comportamento sconsiderato, non era quindi “solamente” disonesto, dal momento che merci e vettovaglie non tardavano ad essere rivendute a commercianti che non facevano troppe domande sulla loro provenienza, ma rischiava di diventare una miccia che poteva scatenare un vero inferno a discapito della pace della regione: ribellioni che avrebbero, e che purtroppo molte volte hanno, causato fiumi di sangue prima di venire sedate.

Prima di fare la conoscenza del “nostro” balordo responsabile di tutto questo presso l'Agenzia di San Carlos, l'avventura magistralmente illustrata da Yannis Ginosatis ed ideata dall'inesauribile fonte di storie che è la mente di Pasquale Ruju, ci offre un antefatto, al fine di introdurre in modo esaustivo il vero protagonista della vicenda, colui che sente battere nel petto un “Cuore Apache” per l'appunto.

Facciamo un salto indietro nel tempo, durante la Guerra di Secessione tra Nordisti e Confederati.

Quando si parla di questo conflitto fratricida si tende sempre a mettere in secondo piano la “questione indiana” come se fosse rimasta in pausa mentre i soldati del Nord e del Sud se la sbrigavano tra loro a baionettate per risolvere “beghe tra bianchi”.

Nella realtà le cose non andarono così. O per lo meno non proprio.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Battaglie e scontri tra nativi (appartenenti a varie tribù, non solamente a quella di cui parliamo oggi) e soldati si susseguirono a fasi alterne per decenni specialmente nella seconda metà del 1800, “dalle nostre parti”. Non importava che gli Apaches fossero senza dubbio in minoranza dal momento che i bianchi erano numerosi “come le stelle del cielo” e potevano fare affidamento su armamenti migliori, ad esempio le famigerate bocche tonanti, i cannoni in dotazione alla cavalleria ma la profonda conoscenza dei territori e l'applicazione delle tattiche di guerriglia oltre alla cieca obbedienza ai loro capi, alcuni dei quali in quanto ad abilità strategiche non avevano nulla da invidiare agli ufficiali formati presso la prestigiosa accademia di West Point, permisero ai “ribelli”, ovviamente questo erano per i militari, di infliggere pesanti perdite agli avversari e di resistere molto più di quanto ci si sarebbe aspettato. Inutile sottolineare che purtroppo ci andarono di mezzo innocenti da entrambe le parti e che atti di crudeltà gratuita ed indicibile vennero perpetrati da entrambi i contendenti.

Bisogna però ammettere che parlando di chi “iniziava per primo a provocare” spesso la bilancia della ragione pendeva dalla parte dei pellerossa che vedevano calpestati i loro diritti e misconosciute o sottovalutate antiche tradizioni, sacre per gli originari abitanti dell'Ovest americano, senza contare le umiliazioni inflitte al loro innato senso di appartenenza e rispetto nei confronti della Madre Terra, totalmente non soltanto non compreso ma proprio ignorato da parte degli “invasori” che si reputavano con ignominiosa superbia una razza superiore.

Anche i giornali in certi casi soffiavano sulle fiamme della guerra, o perché sovvenzionati da intrallazzatori senza scrupoli ai quali spazzare via gli indiani avrebbe portato valangate di soldi nelle loro ingorde tasche, mascherando bieca avidità in nome del “progresso”, o semplicemente perché non conoscevano le reali ragioni dei conflitti ed all'Est erano molti coloro i quali consideravano una indiscutibile verità il tremendo pensiero secondo cui “il solo indiano buono è un indiano morto”. Frase attribuita al generale Philip Sheridan, uno dei fautori della “guerra totale” nei confronti di tutti i pellerossa (il quale comunque pare negò la paternità di una tale perla) e divenuta il simbolo dell'odio razziale nei confronti di tutti gli indiani.

Per fortuna i texiani, intendo quelli veri, quelli veraci, coloro i quali considererebbero l'appellativo “rinnegato amico degli indiani” un complimento, i “rangers onorari duri e puri” che non esiterebbero un attimo a diventare fratelli di sangue di un guerriero Navajo e che non solo leggono Tex ma lo “sentono e lo comprendono” in ogni suo messaggio e significato, insomma i lettori che non aprono la bocca solamente per concedere anche alla lingua di vedere il sole, sono fatti di ben altra pasta.

Sappiamo ad esempio che il popolo Apache comprende diverse diramazioni ed abbiamo conosciuto molte di queste tribù, per non parlare di alcuni tra i più autorevoli e famosi capi.

Quante volte abbiamo letto nomi di dialetti che corrispondevano a popoli appartenenti alla stessa grande Nazione indiana: Jicarillas, Mimbrenos, Lipan, Coyotero, Tontos… O come non citare Mangas Coloradas, Victorio, Geronimo, Juh, Delgado, Chunzt ed infine ma certamente non per importanza Cochise. Indiscusso leader dei suoi Apaches Chiricahua, è divenuto fratello di sangue di Tex in giovane età, quando il nostro non era ancora un ranger né un sakem ma uno spericolato “magnifico fuorilegge”. Dopo tutti questi anni l'amicizia con Aquila della Notte è ancora più salda che mai. (Per spolverare la memoria basta andare a vedere proprio il texone uscito l'anno scorso firmato dalla coppia Andreucci-Boselli)

Non sempre Tex è stato a fianco degli indiani o nello specifico degli Apaches, perché il Nostro non si schiera per partito preso ma combatte solamente con e per chi è nel giusto indipendentemente dal colore della pelle. Nel West come nella vita di tutti i giorni, sono le azioni a qualificare gli uomini e possono esserci valorosi e codardi, uomini d'onore e vili serpenti sia tra chi in testa porta delle piume sia tra chi usa un cappello Stetson come "coperchio" per dirla alla Kit Carson.

Ci ricordiamo tutti ad esempio di quando Aquila della Notte affiancato da Tiger Jack si è opposto ai ribelli Mescaleros (“Sulla pista di Fort Apache” e seguenti, lunga e splendida storia realizzata dalla coppia Boselli-Ortiz). Proprio in quell'avventura abbiamo conosciuto un personaggio maledettamente in gamba che è tornato ad incrociare il sentiero del Ranger in una storia disegnata da Ginosatis, lo scout di Fort Apache Laredo. Il susseguirsi di inganni e sparatorie, di voltafaccia ed esempi di estremo coraggio che costallavano la caccia ai fanatici guerrieri del “profeta” ci ha già fatto scoprire il talento ed il livello di bravura dell'artista greco, che ci ipnotizza con le sue ambientazioni particolareggiate e le splendidamente coordinate scene d'azione che sembrano fotogrammi di una pellicola western. Anche in quell'occasione gli avversari erano Apaches, però imbruttiti e resi quasi automi senza volontà da una terribile droga ricavata da funghi allucinogeni, contro i quali Tex, Tiger e Laredo combatterono affiancati dai valorosi scout del già nominato avamposto delle giacche blu, il famoso Fort Apache. (“Caccia infernale" e seguenti, firmata in coppia con il “boss” Boselli).

Voi però direte, che diavolo, si era parlato di un flashback: avete ragione, vi servo subito.

Appena aperto il volume vi ritroverete in mezzo ad una furiosa battaglia, talmente ben rappresentata che vi verrà istintivo richiudere l'albo per prepararvi meglio ad affrontare la lettura, magari tenendovi pronti a schivare le pallottole che sembreranno fischiare tutte intorno a voi addirittura fin dal momento in cui lo avete acquistato, tra le pareti dell'edicola.

Bastano le prime due parole della prima didascalia per catapultarci in un piccolo inferno di piombo: “Apache Pass”.

La battaglia di Apache Pass fu realmente combattuta, nel 1862 in piena Guerra Civile, tra guerrieri Apaches e la “Colonna California” facente parte dell'esercito dell'Unione che aveva come obiettivo finale quello di riprendersi territori in Arizona caduti sotto il controllo confederato, per poi riunirsi ai contingenti stanziati in New Mexico e continuare verso altre zone calde di quel conflitto fratricida. Naturalmente queste “giacche blu” sarebbero tornati ad occuparsi della guerra contro le “giubbe grigie” solamente dopo aver stroncato la ribellione scatenatasi proprio quell'anno, guidata dal capo Mangas Coloradas.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Non guardatemi così, non ho inghiottito un'enciclopedia. Ho solo spulciato qualche fonte che ritengo attendibile lasciando libero sfogo al piccolo segugio che è in me, incuriosito come sempre accade quando una certa vocina mi dice che “questo o quello” potrebbero essere riferimenti storici nascosti tra le tavole. Perdonate quindi eventuali imprecisioni nel caso tra voi ci sia qualcuno più segugio di me o veramente esperto di storia del Sud-Ovest americano od ancora dotato di una macchina del tempo grazie alla quale ha potuto essere testimone dei fatti. Purtroppo in effetti gli studiosi non sempre concordano su alcuni dettagli quando si tratta di West e soprattutto quando si cercano informazioni certe sulle vicissitudini inerenti gli indiani: probabilmente la nebbia della leggenda ha già intaccato ciò che era la realtà storica pura e semplice. Ma in ogni caso non ho nessuna intenzione di trasformare le nostre chiacchierate in mere lezioni nè, come ho sottolineato in altre occasioni, di trasformarmi in una saccente maestrina.

Qui si parla di West, di Tex e di Colt fiammeggianti. Però nel mio costante impegno nel non rifilarvi baggianate, non mi fermo mai al “sentito dire” poiché in ogni aspetto della quotidianità anche se non indosso nessuna patacca o stella di latta cerco sempre di verificare le informazioni ed a maggior ragione lo faccio anche per voi, qui al Trading Post.

Inoltre solo apparentemente queste mie digressioni appaiono fuori tema, dal momento che a mio parere possono costituire una sorta di pratico manuale di istruzioni per i lettori meno esperti ed un piccolo ripasso per i veterani, per comprendere sfaccettature o riferimenti nascosti (per lo meno quelli che credo di aver identificato io) durante il procedere dell'avventura, rivelandosi utili forse anche per il prossimo albo.

No, non mi sto dando da solo una pacca sulla spalla, seguitemi nel ragionamento e capirete o se preferite, per farla breve, mi piaceva condividere con voi questo spicchio di Storia.

L'Apache Pass viene anche chiamato la Pista della morte, il che rende bene l'idea di cosa possa essere successo tra quelle rocce bruciate dal sole.

E' stata una delle più cruente battaglie tra l'esercito ed i Chiricahuas.

Un personaggio citato in questo volume, il colonnello James Carleton è un ufficiale di cavalleria realmente esistito, ed ricopriva la carica di comandante della spedizione nordista.

A lui rispondeva il capitano Roberts, guida dei volontari della California che si trovarono impegnati a far fronte agli Apaches.

Erano tempi in cui la ferocia costituiva il pane quotidiano e inimmaginabili violenze venivano inflitte dai coloni a tutti gli indiani che gli capitavano tra le grinfie mentre dal canto loro gli indiani si facevano un dovere di applicare sopraffine e terribili tecniche di tortura nei confronti di quegli sfortunati che cadevano vivi nelle loro mani durante le scorrerie a ranch e piccoli centri.

Erano periodi in cui i fucili diventavano roventi nel tentativo di salvare la pelle ed il valore di una vita si misurava con la lunghezza degli scalpi, propri o dei nemici.

Interi villaggi sotto la minaccia delle incursioni indiane in breve tempo diventarono desolate ghost-town sebbene alcune in seguito vennero ripopolate e solamente grandi centri come Tucson, in Arizona, che potevano essere difesi da attacchi anche in forze, rimasero abitati come al solito.

L'avanzata dei soldati non poteva fare altrimenti che inoltrarsi lungo l'Apache Pass.

Occasione troppo ghiotta perché Mangas Coloradas e Cochise potessero farsela sfuggire.

Circa 500 guerrieri attaccarono gli uomini dell'Unione, rimasti a corto di acqua (il loro obiettivo erano le sorgenti poste oltre il passo) e provati da miglia di marcia nel deserto. La ritirata per i soldati però si sarebbe trasformata in una tremenda disfatta e d'altra parte non era un'opzione accettabile. Inoltre potevano contare sull'apporto della artiglieria: i famigerati Howitzer, cannoni montati su affusti dotati di ruote e quindi, come abbiamo già accennato in precedenza, assegnati in qualità di armamento pesante in supporto ai plotoni di cavalleria. Tali strani “grossi fucili” all'epoca erano pressochè sconosciuti ai guerrieri ribelli, i quali subirono ingenti perdite a causa delle bocche tonanti nonché si beccarono un gran brutto spavento causato dai terrificanti boati delle cannonate.

Per essere pignoli il termine tecnico per definire questo tipo di arma è obice, un misto tra i pezzi a canna lunga dal calibro maggiore ed i mortai a canna più corta ma meno precisi nel tiro.

(Non è la prima volta che sentiamo questo termine e che abbiamo a che fare con questa devastante distributrice di morte, nelle storie di Tex.)

Sembra tra l'altro che lo stesso Mangas Coloradas rimase gravemente ferito nello scontro e che Cochise in persona lo portò in un villaggio di pindah lickoy (cioè uomini bianchi) per farlo curare.

La situazione costrinse i guerrieri Apaches ad una ritirata consentendo ai soldati l'accesso alle sorgenti d'acqua. Particolare di non poco conto che a noi interessa in special modo al fine di dare il via all'intera vicenda narrata nell'albo.

Proprio a Carleton era stato affidato il compito di “rendere maggiormente sicure” le zone popolate da Apaches e Navajos che vennero spinti in territori sempre meno ospitali in favore di coloni ed insediamenti yankee. Ecco qualcosa che certamente stupirà tutti i texiani: Carleton per il suo lavoro di “ordine pubblico” coinvolse un vecchio amico, un certo Christopher "Kit" Carson, per coordinare gli sconvolgimenti che numerosi villaggi di nativi furono costretti a subire. Ovviamente non si tratta del nostro Kit Carson, ma di un suo omonimo il quale aveva anche avuto stretti rapporti proprio con i Navajos, ma non credo che avrebbe potuto girare indisturbato presso accampamenti indiani come Capelli d'Argento senza rischiare di perdere i suoi baffoni e soprattutto il suo scalpo, anch'essi incanutiti dell'età.

Come ultima curiosità, lasciatemi aggiungere che Apaches e Navajos condividono alcune radici comuni, quali ad esempio l'origine dei loro dialetti, derivanti entrambi dalle lingue Athabaska, le quali affondano le radici nel Nord America. Anzi, sono i Navajos che appartengono originariamente alla grande famiglia delle genti Apache ma che secoli prima delle vicende che narrano le avventure di Aquila della Notte si stanziarono nei territori tra Arizona e Texas. Se gli appartenenti alla “nostra gente”, cioè alla tribù di Tex di cui noi ormai dopo tutti questi anni possiamo considerarci membri onorari, si riferiscono a loro stessi con il termine di Dinè, cioè “il popolo”, il loro nome ricorda il significato di un'antica parola che si può tradurre, stando alle fonti che ho consultato, con “campo coltivato vicino ad un corso d'acqua”, quindi niente che causi sensazioni di pericolo mentre l'etimologia della parola “Apache” è più incerta e potrebbe derivare da lingue ben più antiche che riportano ad un termine assai poco lusinghiero: nemico.

Perché vi ho raccontato tutto questo? (Ehi, giù quelle sedie! Tu là in fondo… rimetti le gambe sotto il tavolo e datti da fare con la bistecca se vuoi fare del movimento, intanto servono solo le orecchie per starmi a sentire. Forse tra voi è serpeggiato qualche sbadiglio ma fidatevi, ho avuto i miei bravi motivi.) Vi ho parlato un po' di Storia con la iniziale maiuscola anche perchè è proprio in questo contesto che si inserisce la storia senza maiuscola di colui che darà poi il nome all'albo del mese prossimo, come sapete se avete già anche voi prodotto quel mezzo litro di acquolina in bocca restando letteralmente folgorati dalla cover ad opera di Villa, il quale ci aveva già conquistati con la copertina di questo volume, raffigurante i due fratelli di sangue Tex e Cochise intenti in un silenzioso ma evocativo galoppo fianco a fianco. In una parola: epico.

 

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TEX: disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a GINOSATIS

 

Imprevisto testimone della famosa succitata strigliata che il Ranger sta dando ad un certo Barkley, il corrotto agente indiano della riserva di San Carlos, è un giovane e simpatico ragazzo di nome Johnny, giunto da quelle parti con la diligenza e visibilmente, per lo meno all'inizio, fuori luogo nonchè a disagio, indossando inadatti e scomodi abiti da damerino di città.

Grazie ai suoi modi impacciati ma sinceri ed ai suoi occhi onesti viene preso in simpatia da Tex e Carson. Il racconto del ragazzo (a questo punto della lettura si comprende il flashback della Guerra Civile e consentitemi di sottolinearlo, mentre tiro un sospiro di sollievo nell'aver anche stavolta salvato da sedie o bottiglie volanti lo specchio che c'è dietro al bancone e che mi è costato un occhio, anche il mio sproloquio per inquadrare il momento storico aveva il suo perchè) ci lascia colpiti e stupefatti ma alle orecchie di chi ne ha viste di tutti i colori come i due Pards non suona affatto né stonato né tanto meno incredibile.

Basta infatti un gesto per quanto provenga da qualcuno conosciuto meno di un'ora prima, per rendersi conto di essere incappati nella persona giusta, in qualcuno che quasi certamente può aiutarci e che sicuramente, senza quasi, non racconta frottole né cercherà di fregarci.

Lo sguardo di Tex Willer emana solamente sicurezza e ci pervade di un senso di fiducia rendendoci convinti di non sbagliare, ponendo in lui la nostra fiducia.

E noi che conosciamo bene il Ranger non possiamo che abbandonarci ad un amichevole “vai, ragazzo!”, come se il giovane potesse udire i nostri pensieri e sentirsene ulteriormente rassicurato.

Le chine di Ginosatis, alle quali dobbiamo il merito di poter cogliere tutte queste sfumature ed espressioni sui volti dei protagonisti, ci offrono uno spettacolo a dir poco meraviglioso, quando dalla cima di una leggera altura possiamo ammirare qualcosa che a pochi uomini bianchi era stato concesso: il villaggio centrale della riserva Apache, dove risiede il loro capo, un uomo “saggio e valoroso” per mutuare le parole dello stesso Tex: il suo nome è Cochise.

L'eccezionale stile dell'artista ha lo stesso effetto di una magia: ci trasporta direttamente sul posto, tra squaw intente a stendere le pelli, intrecciare canestri, o trasportare legna per il fuoco, ragazzini che giocano inseguendo un cane che scappa abbaiando rumorosamente, alcuni guerrieri in lontananza che senza degnarci di uno sguardo continuano le loro mansioni, badando ai cavalli o preparando delle frecce, un paio di falò che crepitano nella brezza del meriggio portando alle nostre narici un invitante profumo di carne arrostita al punto giusto… quando ecco una pelle adibita a porta di un hogan, cioè di una capanna realizzata con terra, fango, pali e pelli di bisonte, si apre ed esce lui, il sakem dei Chiricahuas, ad accoglierci. Niente paura e non sognatevi di toccare i ferri da tiro.

L'ospitalità è sacra per gli indiani e noi siamo con Tex.

L'amicizia che lega Cochise ad Aquila della Notte e Capelli d'Argento traspare da ogni parola ed i testi di Ruju dosano con consumata maestria toni più solenni a qualche battuta che stempera la tensione, come quelle di Carson quando si spertica in complimenti nei confronti delle cuoche che hanno preparato il pasto ampiamente apprezzato dal vecchio cammello, atteggiamento di fronte al quale perfino il granitico volto del grande capo si abbandona ad un divertito sorriso.

Ci viene fatto l'onore di parlare da soli con Cochise, e nel colloquio che ne segue, le cui parole sono incastonate alla perfezione grazie al sempre preciso lavoro al lettering di Omar Tuis, il giovane Johnny sembra quasi risvegliare qualcosa nell'animo del saggio capo, come se si trattasse di un ricordo sebbene sbiadito dallo scorrere degli anni. La genuinità del ragazzo però, che condivide con gli Apache ben più di quello che poteva sembrare di primo acchito, infilato quel suo abito da piedidolci con tanto di bombetta non appena sceso dalla diligenza della Wells Fargo, piace al sakem il quale promette di vegliare su di lui e di aiutarlo nella ricerca che lo ha portato così tanto lontano da casa. O forse, che lo ha infine portato a riscoprire quella che in realtà è la sua vera casa.

Johnny si trova a cavallo tra due mondi, non sentendo di appartenere appieno a nessuno dei due, ma il suo cuore è Apache, così come il suo sangue. Ormai lo avete capito anche senza leggere il trailer della seconda parte della storia, la quale preannuncia scintille, mettendo insieme gli indizi grazie alle anticipazioni presenti nell'albo del mese scorso e grazie al titolo di questo volume che vola dritto “come una freccia lanciata nel sole”, per citare una celebre frase de “L'ultimo dei Mohicani”.

Il ragazzo si troverà immerso in una realtà ben diversa da quella a cui era abituato, per quanto abbia superato molte peripezie nella sua vita e raggiunto molti obiettivi prestigiosi, ma il suo cuore, di Apache e soprattutto di uomo giusto, gli fornirà la forza d'animo per svolgere il non poco gravoso compito che gli viene inaspettatamente affidato, senza lasciarsi travolgere dagli eventi seppur con qualche umanissima incertezza iniziale. Imparerà ad avere fiducia nei suoi fratelli e che nel deserto i serpenti sono sempre pronti a colpire, specialmente quelli a due gambe. Johnny non è privo di spina dorsale né tanto meno di buona volontà ed inoltre fortunatamente a spalleggiarlo ha due angeli custodi senza ali ma con un Winchester che non sbaglia un colpo.

Se da un lato le cose sembrano andare per il verso giusto, dall'altro il destino con la complicità della stupidità umana mescolata a quel clima di diffidenza ed odio che ho cercato di spiegare in precedenza, rischiano di innescare un vero e proprio disastro che potrebbe rovinare per sempre un equilibrio già molto instabile a prezzo di innumerevoli vite, perdute in uno scontro del quale vediamo i bagliori già all'orizzonte. Tutto per colpa di un dannatissimo malinteso, un errore per quanto commesso in buona fede, già di per sé gravissimo, ma che potrebbe essere stato solamente il classico sassolino che alla fine causa una valanga dalle terribili conseguenze.

Tex e Carson, grazie alla loro esperienza, hanno già subodorato il guaio e cercheranno in tutti i modi di “metterci una pezza”. Ma se da un lato servirà una vera e propria corsa contro il tempo, dall'altro Aquila della Notte sarà senza dubbio ancora una volta costretto a mettere in campo tutto il suo prestigio al fine di calmare gli animi, prima che il ribollente sangue dei guerrieri più impazienti e dalla testa troppo calda, piena di sogni di gloria e desiderio di vendetta mai sopito, prevalga sul buon senso e sulla diplomazia, prima che sia troppo tardi, prima che nelle valli dell'Arizona si sentano risuonare le note della tromba che precede una carica di cavalleria o che dalle assolate mesa bruciate dal sole del deserto si innalzino nel cielo minacciosi segnali di fumo, segnali di guerra.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Sicuramente anche Cochise sarà impegnato a tenere a freno i suoi guerrieri: sappiamo di poter sempre contare sul maturo capo Apache, il quale sa bene quanti e quanto gravi lutti porterebbe alla sua gente un nuovo conflitto. Senza contare che ogni lettore ha una certa istintiva fiducia verso il valoroso vecchio guerriero che in numerose occasioni, troppe per essere citate senza tediarvi ulteriormente, ha salvato la pelle ai Nostri quando la situazione appariva ormai disperata, sempre pronto a rispondere a quel richiamo dell'amicizia che considera un valore sacro, per cui combattere e per cui morire. Ormai i suoi lunghi capelli non hanno più il colore delle nere piume del corvo per via delle molte primavere vissute. Il grande sakem, anch'egli, non c'è bisogno di dirlo, figura realmente esistita e che ha in un certo senso contribuito a plasmare la storia della Frontiera americana, conosce profondamente la mentalità dei bianchi, forse anche più di quanto avrebbe voluto. Pensate che in gioventù svolse perfino dei lavori presso alcune compagnie di diligenze, una delle quali seguiva una pista che passava proprio per il Passo Apache nominato nella nostra chiacchierata, tratta facente parte della “Butterfield Overland” utilizzata per il trasporto di merci e posta. Quello dei suoi primi anni era stato un periodo, breve, di relativa pace o dovremmo dire tregua interrotta bruscamente da un errore giudiziario, quindi neanche a dirlo era stata un'altra volta “colpa degli invasori”: dal momento che per i bianchi gli indiani erano tutti uguali vennero accusati proprio i Chiricahuas (pessima idea) di un crimine, un rapimento ai danni di un bambino unico superstite di un assalto ad un ranch. Indovinate chi erano i sei - stando alle "mie fonti" - indiani arrestati a casaccio come “esempio”? Esatto: proprio Cochise e la sua famiglia. (Altra pessima idea, avrebbero dovuto dare il Nobel a chi ebbe questa brillante pensata...)

Il giovane pellerossa riuscì a fuggire nonostante avesse più di una pallottola in corpo e da quel momento iniziò una serie di crudeli vendette con tanto di uccisione di reciproci ostaggi in una sorta di susseguirsi di stalli alla messicana.

Forse non tutti sanno che Mangas Coloradas era suocero di Cochise (ecco perché l'ho citato anche in precedenza, non solamente per motivi prettamente storici): direi che inimicarsi i membri di quella famiglia era equivalente ad andare ad esercitarsi per un numero da giocoliere con delle torce accese in una santa barbara.

Si susseguirono una serie di scaramucce o vere e proprie battaglie che portarono il governo americano ad incaricare il colonnello James Henry Carleton, sì proprio l'ufficiale che compare brevemente nella prima parte dell'albo e che ho chiamato in causa nel farvi il quadro della situazione, ad occuparsi della faccenda.

Quindi seppur talvolta con brevissimi accenni, anche in questo volume è certamente presente un minuzioso lavoro di verifica e di ricerca in modo da “chiudere il cerchio” e rendere credibile la vicenda personale del ragazzo divenuto amico di Tex e Carson, non solo in quanto mero racconto di fantasia ma anche per inserirla in un contesto più generale, spianando la strada nel fornire maggiore spessore ai singoli personaggi, i quali dovendo ripercorrere nei loro ricordi avvenimenti tanto tragici potrebbero regalare, tramite i testi di Ruju, ulteriori momenti di grande intensità ed emotività, con la complicità del talento di Ginosatis che rende letteralmente vivi i suoi disegni. E noi lettori, facendo tesoro dell'esperienza di Johnny, potremmo e potremo cercare di comprendere le ragioni del "nemico", di apprendere i motivi di un odio sopito sotto la cenere di tante battaglie e di imparare a non ripetere gli stessi errori, trattandoci tutti da fratelli.

Nello scontro di Apache Pass erano presenti tra le fila degli indiani anche Victorio e Geronimo, secondo alcune fonti, anche se in qualità di “soldati semplici”, per così dire. In seguito Mangas Coloradas venne catturato con l'inganno (una bandiera bianca) assassinato dopo una vera e propria tortura inscenando un finto tentativo di evasione, la classica “ley da fuga”. Non vi racconto questi avvenimenti per dare sfoggio di cultura ma per farvi capire come nella mente e nel cuore di Cochise gli uomini bianchi fossero individui senza un briciolo di onore, pronti ad ogni bassezza pur di raggiungere i propri scopi, perfino a rinnegare la parola data, al contrario sacra come il ricordo dei propri antenati per un pellerossa. Per più di un decennio dopo la battaglia al Passo, Cochise, ormai riconosciuto capo di guerra di tutte le “bande” Apache, ed i suoi “bravi” tennero in scacco l'esercito degli Stati Uniti anche se progressivamente dovettero retrocedere verso le montagne, le Dragoons Mountains in Arizona, utilizzate però come luoghi per nascondersi e per organizzare efficacissime imboscate.

Fu solamente dopo l'entrata in campo del famoso generale George Crook, detto “Volpe Grigia” per i suoi capelli e la sua astuzia, che Cochise venne indotto a trattare e a stabilirsi nei territori della Riserva. Dopo un altro paio di scaramucce fomentate da affaristi bianchi che non accettavano la “perdita” di territori dell'Arizona, dove sorgeva la cosiddetta "Apache Indian Riservation" (quella Navajo invece si estende per un territorio assai vasto includendo parti di Arizona, Nuovo Messico ed attualmente Utah, per chi se lo stesse domandando), la situazione si calmò definitivamente anche grazie alla presenza tra le file degli ufficiali bianchi di qualche raro galantuomo, lo stesso Crook rispettava i suoi nemici, pronto alla mediazione invece che in cerca di gloria inseguita a suon di cannonate, come il generale Oliver Howard, che strinse l'ultimo trattato con il capo Chiricahua.

In Arizona c'è una contea che prende proprio il nome dal grande guerriero, la contea Cochise.

Anche quando era ancora in vita Cochise era forse l'indiano più famoso, o famigerato, scegliete voi, dell'epoca.

E certamente a mio parere la sua fama contribuì a ridurre a più miti consigli gli scaldasedie di Washington rendendoli maggiormente malleabili in quanto a concessioni e rispetto dei trattati.

Il fratello di sangue di Tex non è un folle assetato di sangue, così come, con tutte le debolezze tipiche della natura umana che invece un personaggio di carta e china non ha, non lo era neanche il suo corrispettivo in carna ed ossa: sebbene soprattutto da giovane odiasse visceralmente tutti gli americani, a parte rare eccezioni come ben sappiamo, e lo avesse ampiamente dimostrato con i fatti, sapeva bene che non bisognava, salvo situazioni in cui non si ha altra scelta, stuzzicare la belva rappresentata dall'esercito e quindi era convinto che il solo modo per evitare l'estinzione della sua gente fosse trovare un accordo. Questo però non significava che gli Apaches avrebbero accettato di vivere in modo indegno o lontano dalle terre dei loro antenati, per lo meno senza combattere né che il loro capo accettasse di buon grado di trasformarsi in un “pantofolaio da riserva”. Come chiunque di noi se si vedesse invadere casa propria e venisse considerato pazzo o tacciato come criminale quando accennasse a ribellarsi alla situazione.

Ma con il passare degli anni si accumula anche esperienza ed un capo saggio deve perseguire gli interessi del suo popolo anteponendoli anche ai sentimenti personali.

 

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TIGER JACK: disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a BARISON

 

Sono molte le pellicole che tornano alla mente leggendo questo bellissimo volume di Tex, nel quale sembra quasi che l'atmosfera si impregni gradatamente di un certo velo di ansia e di fremente attesa, una sorta di quiete (anche se c'è ben poco da riposare) prima della tempesta... una tempesta che, sono pronto a scommetterci, si scatenerà sulla zucca di Tex, Carson e dei lettori nel prossimo albo.

Mi sovvengono “Sierra Charriba” con Charlton Heston, Richard Harris e James Coburn nel quale soldati nordisti e confederati sono forzatamente costretti a collaborare non senza difficoltà per dare la caccia ad un ribelle Apache oppure “Nessuna pietà per Ulzana” con Burt Lancaster, dove si insegue proprio un ribelle fuggito da San Carlos (Ulzana è un reale capo Apache non solamente inventato per un film), oppure ancora “L'ultimo Apache” sempre interpretato da Burt Lancaster stavolta nei panni di un pellerossa luogotenente di Geronimo.

Su Cochise protagonista o “pretesto per il film” esistono numerose pellicole: ne cito solamente alcune per completezza: forse quello che più si inserisce nel nostro racconto è “L'amante indiana” (in lingua originale “Broken arrow” cioè la freccia spezzata) dove il protagonista, James Stewart viene coinvolto nella guerra proprio da quel generale Howard che stipulerà il trattato con il capo Chiricahua.

Ne esiste anche uno che in lingua originale si intitola “The battle of Apache Pass” mentre in italiano è diventato “Kociss l'eroe indiano”.

Cochise non era “il diavolo” ma era un guerriero nel vero senso della parola, nelle cui vene scorrevano sì il sangue caldo di una delle più fiere tribù pellerossa ma anche onore, lealtà, coraggio e capacità che lo rendevano un uomo fuori dal comune, un difensore della propria terra. Non era certamente neanche un santo poiché molti innocenti ci andarono di mezzo durante le guerre Apache, per mano sua o dei suoi uomini, e non tutti raggiunsero l'aldilà in modo rapido con una pulita pallottola. Noi non siamo qui né a giustificare né a cercare di capire fino in fondo la mentalità pellerossa, per lo meno io, cowboy da poltrona, non ci provo nemmeno, poiché sarebbe un atteggiamento sminuente ed ipocrita, ma mi sento di esprimere certamente uno spontaneo rispetto per le sofferenze che certe persone, bianchi o indiani che fossero, hanno dovuto affrontare e superare nel periodo che noi amichevolmente chiamiamo “gli anni del Far West”.

"Far" in inglese significa “lontano” ed in un certo senso quella realtà è lontana anche nel tempo, dalla nostra mentalità moderna, da noi stessi, per cui un abile cavaliere che riesce a galoppare e sparare con il suo fucile stando aggrappato alla criniera del suo mustang proteggendosi fino a pendere sul fianco dell'animale è un'immagine certamente suggestiva ma per quel cavaliere, imparare o meno quella mossa poteva significare rivedere il sole il giorno dopo o finire attaccato al palo della tortura e venire tagliuzzato, bruciato e trasformato in un puntaspilli. Erano tempi in cui si trattava di uccidere o morire. E morire, talvolta era una soluzione preferibile piuttosto che rimanere vivi nelle mani del nemico, che stringesse in pugno un tomahawk ancora sanguinante o che sulle spalle avesse un paio di stellette ed al fianco una lucente sciabola da ufficiale.

Ma forse stavolta non si arriverà a questo, forse anche in questa occasione Tex e Carson insieme a Cochise riusciranno a ristabilire la verità ed a preservare la pace.

Tutti noi che crediamo nel rispetto, nell'onore e nel coraggio ne siamo convinti.

Tutti noi che pur non avendo un “Cuore Apache” come il giovane Johnny, abbiamo nel petto qualcosa che batte con la stessa passione, qualcosa che ci dona lo stesso senso di appartenenza ad un tribù, ad una nazione, ad un mondo di speranza e di valori: un cuore texiano.

 

 

Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju

Disegni: Yannis Ginosatis

Copertina: Claudio Villa

Lettering: Omar Tuis

114 pagine

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