Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Quella falsa differenza tra pubblico e privato nel Fumettomondo

giornalismo_miniMoleskine #20

Appunti di viaggio nel mondo del fumetto, attraverso i suoi protagonisti e l’informazione di settore. Stavolta solo corsivo, senza citazioni.

Quella falsa differenza tra pubblico e privato nel Fumettomondo

di Giorgio Messina

Sembra che sul web, in questi tempi confusi di social network, forumsfere, blogosfere e di cultura pop-egocentrica, ci sia ancor più confusione circa la linea di demarcazione tra il pubblico e il privato, cosicché si assistono a strani cortocircuiti dialettici. Non stupisce dunque venire accusati di spiare documenti di Enti Pubblici e di pubblico dominio reperibili liberamente on line o di origliare blog di accesso pubblico. Strani controsensi che potevano nascere solo in seno all’ultimo baluardo della libera informazione on line così come viene considerata la rete fin troppo romanticamente a volte. Perché - dicono i paladini della libera informazione che si legittima on line - la rete racconta cose che i mezzi generalisti di informazione a larga diffusione fuori dal web, come giornali e televisioni, tacciono al popolo ignaro.

Insomma il web come l’ultima frontiera contro qualsiasi dittatura mediatica di orwelliana memoria. Peccato che il guardiano non si guardi e così in realtà il web sta diventando un crogiolo di egocentrismo, con condimento snob e voglia di essere pop, con fine corsa sul caro vecchio populismo nella maggioranza dei casi. In realtà sono gli opinion leader alla matriciana partoriti dalla rete che hanno creato il culto dello spione usando il proprio vissuto, nel bene e nel male, come merce mediatica da scambiare. Il bisogno di raccontarsi ha così distorto anche il concetto del lettore che in realtà è diventato un seguace. Perché i blogger non cercano lettori ma seguaci. Molti frequentatori di blog frequentatissimi e seguitissimi hanno interrotto già da un pezzo l’atto del leggere, che implica la successiva rielaborazione critica, e lo hanno sostituito con la liturgia dell'empatia e dell'approvazione. E la disapprovazione? Chi disapprova viene tacciato di volere creare polemica o di essere invidioso. Il metodo comunicativo di molti bloggers di successo si riassume in “io ti ho raccontato ciò che ho vissuto e di cui sono stato testimone sulla mia pelle”, dunque non reali informazioni che possono essere verificate ma veri e propri atti di fede rispetto ai quali l’alternativa all’immedesimazione (che produce conseguentemente la solidarietà) sembra essere solo il silenzio.

Il commento a favore è dunque segno di “amicizia”. Chi commenta con solidarietà si mette automaticamente sullo stesso piano del blogger di turno di cui ha commentato il post, quindi ne acquisisce “de relato” la stessa autorevolezza e potrà a sua volta ricevere solidarietà e approvazione dai successivi commentatori. E come si fa a non applaudire quando i blogger raccontano le loro malattie e il proprio calvario ospedaliero senza lesinare dettagli, oppure quando raccontano di essersi trovati, mentre andavano a fare tutt’altro, in mezzo agli scontri tra polizia e studenti e di essere così diventati testimoni oculari delle nefandezze delle forze dell’ordine nei confronti di inermi studenti? O come si fa a non credergli quando il blogger, assurto ad opinion leader, dice che lui ha sentito in un video una frase che altri però non sentono? E se non la senti quella frase non significa che il blogger ha sentito male, ma vuol dire che un potere sopra tutti noi, più forte anche della libertà dell’informazione su internet, ha manipolato quel video. Credere. Se credi fai parti della sfera privata. Se non credi e liberamente rielabori, stai origliando - nonostante l’accesso sia pubblico -, stai spiando, ti stai appropriando di qualcosa che non era rivolta a te, perché non era rivolta a nessuno che potesse avere una visione diversa da quella di colui che ha proposto il contenuto, il deus ex machina che ha “postato”. E “post” vuol dire inviare. Inviare, in questo caso, con la postilla di accettare il contenuto così per come viene esternato Senza se e senza ma. Non si cerca il dialogo, si è lanciato una richiesta di approvazione per verificare la quale basta da parte dei lettori-seguaci un semplice: "presente" o in alternativa "io c'ero".

Questo non è Citizen Journalism. Qui di giornalismo dell’uomo della strada che diventa testimone c’è ben poco. Perché non c’è prima il fatto e poi il commento, cioè il point-of-view. Qui il rapporto è capovolto. C’è il punto di vista personale di cui il fatto è mero accessorio. E se non sei concorde vuol dire che stai attaccando l’autore del post e stai polemizzando.E per la “netiquette”, il codice non scritto di come bisogna comportarsi nell’era del web 2.0, polemizzare, e quindi creare “flame” è ormai disdicevole. Le discussioni, secondo alcuni fini teorizzari della comunicazione on line, sono più fruibili senza la pesenza di chi contesta, o meglio polemizza. Le discussioni hanno ancor miglior valore se finiscono in una azione plebiscitarie. E qui entra in scena il meccanismo dell'utilizzo del "tutti". L'opinione particolare vorrebbe diventare universale. Il blogger (o il commentatore) diventa interprete di un pensiero plebiscitario: "Siete lo zimbello di tutti". E ancora: "Per tutti sei un incompetente". Ma "tutti" rimane una massa informe sullo sfondo che non ha nome e cognome, pronta a essere usata appunto da "tutti". Una tautologia a polarità invertita senza paternità. E "Tutti" in realtà non è un insieme irrealizzabile per quanto riguarda le opinioni? Quindi dire "tutti" è come dire nessuno. Un "tutti" autoreferenziale, potremmo aggiungere tautologicamente. Non sono io che lo dico, ma io mi faccio portavoce di "tutti". "Tutti" chi? Tra questi tutti ci stanno forse anche coloro che ad esempio ti danno ragione in privato ma pubblicamente o sono parte della maggioranza silenziosa o prendono posizioni diverse rispetto a quello che ti scrivono in privato, in stile cerchiobottisti?

Così succede che se trovi un documento di un Ente Pubblico, liberamente rintracciabile sulla rete, e cerchi di interpretarlo, con metodo e ricerca. Questo non è giornalismo – ti accusano. Questo è voyeurismo! Ti stai facendo i fatti personali delle persone citate nel documento. E siccome si parla di soldi, non devi porre domande scomode. Perchè il denaro pubblico sembra essere in controtendenza al detto latino "pecunia non olet". Il denaro pubblico puzza e se fai domande scomode su di esso, stai diffamando tutti quelli che si sono elencate nel documento, che chiunque poteva trovare nel mare di internet. Perché se quelle persone il denaro pubblico lo hanno preso o non lo hanno preso non è affar tuo. E’ affar loro e tu ti stai impicciando. Sei morboso. E probabilmente hai qualcosa di personale nei confronti di chi prende quei soldi perché altrimenti la tua curiosità di come vengono impiegati i soldi pubblici non si può spiegare in altro modo.

Tralasciando la visione della gestione delle risorse dello Stato come propri affari personali di cui c’è tutta una letteratura (curioso che sempre più spesso a fare questi rilievi siano coloro che poi imputano a Berlusconi di utilizzare lo Stato come propria risorsa), entriamo definitivamente nel confine tra il pubblico e privato che non è spostabile a discrezione a seconda di chi utilizza le informazioni che ha trovato. Se uno scrive su un blog ad accesso pubblico un dato, qualsiasi esso sia, quel dato è  da quel momento di dominio pubblico. E resterà su internet praticamene in eterno (la cache di Google non perdona).

Se uno, ad esempio, mostra e racconta della propria casa a Barcelona in Spagna sul proprio blog, non può poi rimproverare nessuno di avere ficcanasato nella propria vita privata per avere riutilizzato questo dato. Sei tu che hai aperto la tua vita privata e l’hai aperta a chiunque parlandone su uno spazio on line di libero accesso. Questa falsa differenza tra pubblico e privato è solo strumentale e/o ingenua. Strumentale perché potrebbe fare presa nei propri lettori-seguaci il fatto di essere spiati. E’ facile creare in chi legge questa itipo di ndignazione: “Guarda quello è un poco di buono perché spia il blog che io e altri amici frequentiamo tutti i giorni. Ma come si permette? Lui non è un amico!”. Ed è ingenua per la stessa medesima motivazione. La claque a sua volta rischia di farsi ingenuamente strumentalizzare.

La rete è talmente l’ultima frontiera della libera informazione che per legittimarla tale a qualunque costo si è svuotato il concetto di “amico” (Facebook docet) creando appunto una informazione dogmatica mirata agli amici e si è perso completamente la bussola della riservatezza. Una volta la riservatezza era una caratteristica positiva da riconoscere nelle persone. Oggi, nell’era del web 2.0, abbiamo immolato la riservatezza all’altare di una cultura pop-egocentristica. Vuoi vedere che dopo aver spostato a piacimento il limite tra pubblico e privato, diranno pure che se sei riservato e non metti nelle piazze virtuali i fatti tuoi sei uno che ha da nascondere qualcosa? E chi ha qualcosa da nascondere, si sa, è per inclinazione è pure uno spione...

Ovviamente quello che è stato descritto sinora prende spunto dal fumettomondo on the web, ma è estensibile a qualsiasi ambito o nicchia presente in rete dove esistono delle blogosfere e forumsfere individuabili e circoscrivibili. In giro per la rete esiste un florilegio di blog mirati a confutare i post di specifici blog (esiste ad esempio un AntiGrillo) o forum dove si denunciano le nefandezze di ammnistratori, moderatori e utenti di altri forum. E questo introduce l'argomento che tratteremo nel prossimo aggiornamento di Moleskine.

Nella prossima puntata, infatti, "come farsi ragione su internet", ovvero lo squadrismo mediatico: una cosa è vera, non quando è vera, ma quando a sostenerla è chi è in maggioranza.

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