Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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Giuseppe Palumbo: lo spettacolo del disegno

1_palumbo

di Carmine Treanni

Da Frigidaire a Diabolik, passando per Martin Mystère: ripercorriamo con il versatile disegnatore di Ramarro la sua lunga e prestigiosa carriera.

Giuseppe Palumbo – nato a Matera, nel 1964 – è uno dei disegnatori più versatili e creativi del fumetto italiano. Comincia la sua carriera artistica, forte di un’esperienza a livello amatoriale e della partecipazione a mostre nell’ambito del Nuovo Fumetto Italiano, nel 1986 con il quotidiano Reporter e con la rivista Tempi Supplementari, edita dalla Primo Carnera, la stessa casa editrice della più famosa Frigidaire. Ed è proprio su quest’ultima rivista, vero e proprio centro creativo del fumetto italiano, che Palumbo lavora per quattro anni, creando e disegnando anche il suo più famoso personaggio: Ramarro, il primo supereroe masochista. La stessa casa editrice raccoglie le storie di Ramarro in due volumi, di cui il primo riceve il Premio Bonaventura quale miglior albo del genere realistico per l’anno 1989.

2_ramarroDopo la laurea in Lettere Antiche, nel 1990, Palumbo si trasferisce a Milano, dove continua la sua collaborazione con Frigidaire, ma inizia anche la collaborazione con altre due riviste: Mondo Mongo e Cyborg. Quest’ultima, pubblicata nella prima serie dalla Star Comics e nella seconda dalla Telemaco Comics, è la prima rivista cyberpunk e vede sulle sue pagine la pubblicazione di Miracoli, scritta da Massimo Semerano e soprattutto segna l’incontro con Daniele Brolli, giornalista, scrittore e già animatore del gruppo Valvoline. Nel 1992 esce per la Granata Press il volume Assedio e su Cyborg seconda serie, esce con i testi di Brolli Ramarro Seconda pelle. Sempre in quell’anno, Palumbo inizia anche la sua esperienza giapponese, pubblicando sue storie per la casa editrice Kodansha, nell’ambito del programma Manga Fellowship, e dando vita a Cut, personaggio comico. Dal 1993, inizia la collaborazione con la casa editrice di Sergio Bonelli, nello staff di Martin Mystère, realizzando due numeri dell’Almanacco del Mistero e alcune operazioni particolari tra cui l’albo speciale per il Salone del Libro di Torino 1996.

3_ramarrosecondapelleNel 1994 diventa consigliere speciale della casa editrice Phoenix, fondata da Daniele Brolli, per la quale realizza una serie di progetti tra cui la miniserie da libreria Jumbo. Sempre per la Phoenix, cura graficamente ed in parte illustra il volume Sogni ad occhi aperti, catalogo dell’omonima mostra tenutasi a Bologna nel 1995, che raccoglie le storie di dodici grandi autori italiani, usciti alcuni anni prima sulle pagine de Il Manifesto, e che illustrano dodici soggetti per il cinema mai realizzati di grandi firme del surrealismo, come Luis Buñuel o Alberto Savinio. Il volume viene premiato con il Premio Bonaventura, come miglior albo di genere realistico del 1995. Vanta collaborazioni con numerose altre case editrici, tra cui Marvel, Comic Art, D.C. e in Spagna La Cupola e Glenat.

Nel 1997 esce il volume Seconda pelle che raccoglie le più recenti avventure di Ramarro, su testi di Daniele Brolli, ed edito da Phoenix. Nello stesso anno vince a Roma il premio Yellow Kid come miglior disegnatore italiano. Nel 1998 viene insignito, a Milano, del premio IF e, a Napoli, del premio Attilio Micheluzzi, come miglior disegnatore Italiano. Nel 2000, entra nello staff di Diabolik della Astorina, dove disegna storie speciali, tra cui il remake de Il re del terrore, numero uno della storica collana.

Ha pubblicato in Giappone, Grecia, Spagna e Francia. Dal 2000 coordina il lavoro dello studio Inventario di Bologna; in questa attività ha convogliato il suo lavoro di illustratore per l'editoria scolastica (Paravia, Zanichelli), copertinista (Mondadori, Einaudi, Feltrinelli), illustratore redazionale (Pulp, Ventiquattro, L'Unità). Tra le sue pubblicazioni più recenti: Journal d'un fou, Rackham Editions; Vorrei cantarti una canzone d'amore..., Kappa Edizioni; L'ultimo treno (su un testo di Massimo Carlotto) BD Edizioni; Atene minore, Art Core Edizioni.

4_martinmysterAbbiamo intervistato Palumbo sulla sua ricca e variegata esperienza d’artista, che lo ha portato ad essere uno dei nostri più acuti e bravi disegnatori.

Cominciamo da Ramarro, che è il tuo personaggio più famoso: come è nata l’idea di questo supereroe molto atipico per il fumetto italiano?

L’idea, come al solito, è stata impulsiva: pura energia che è diventata carta all’improvviso. Sono idee che ti vengono a vent’anni, e se dovessi affermare di averci ragionato, direi una baggianata. Ramarro è stato un parto spontaneo, assolutamente e geneticamente, non preordinato.

Era in realtà anche un personaggio secondario di Tosca la mosca, un altro tuo famoso personaggio…

Esatto. È come se fosse stato già scritto che Tosca e Ramarro fossero i due lari chiamati a tutelare la mia “casa” creativa. Non c’è stata una premeditazione né un progetto con Ramarro, se non una sublimazione, perché sono stato da sempre un lettore dei supereroi americani e mi ha sempre colpito l’aspetto catastrofico della sostanza del supereroe. E, quindi, con un meccanismo naturale ho semplicemente rovesciato questo aspetto. Da qui è nato Ramarro. Non è un antieroe, ma è un vero eroe, uno che vince sempre, solo che vince nella maniera più catastrofica: massacrandosi. Quindi, in ogni caso, non contraddice il topos narrativo tipico del supereroe.

Con Ramarro – Seconda pelle, apparso sulla rivista Cyborg, c’è stata un’evoluzione, grazie anche all’apporto di Daniele Brolli ai testi.

Con i due libri che avevo fatto per Frigidaire su Ramarro, sentivo in un certo senso di aver compiuto un percorso creativo e avevo voglia di inaugurarne un altro, proprio perché Ramarro per me è sempre stato un pretesto narrativo, una maschera che indossavo per filtrare il mondo. E quindi credevo fosse il caso di dovergli dare una “seconda pelle”, come ogni buon rettile si merita, rivolgendomi a Daniele Brolli, nello spirito creativo che aveva già caratterizzato il secondo volume di Frigidaire in cui comparivano altri autori. Daniele era l’autore giusto per riscriverlo, per darne una seconda versione e Cyborg era la rivista giusta dove pubblicarlo, in un certo senso erede di Frigidaire. È stato naturale che comparisse lì. Daniele ha fatto un’operazione molto raffinata sul personaggio: non ha escluso tutto il percorso precedente, ma lo ha inserito narrativamente in un contesto più ampio. Così da un solo Ramarro me ne sono ritrovati tre: un primo del mondo di provenienza del sauro sapiens, una sorta di dimensione parallela in cui i dinosauri si sono evoluti; un secondo Ramarro che viene strappato attraverso un rito alchemico-tecnologico da un tunnel dimensionale, in cui ci sono tutte le storie di Frigidaire che sono considerate come una sorta di grande viaggio psichedelico; e poi c’è il Ramarro di Cyborg, il sauro sapiens trapiantato in un universo post-catastrofico della Terra, nel deserto degli Stati Uniti.

5_diabolikQuali sono stati i tuoi riferimenti quando hai cominciato a disegnare?

La mia formazione come disegnatore, come ti ho già accennato prima, si è plasmata con Frigidaire, i supereroi, a cui aggiungerei Magnus e il fumetto argentino. Un magma autoriale che è abbastanza evidente nelle cose che faccio.

“Frigidaire” è stata per la storia del fumetto italiano una grande casa creativa:
quali tracce ha lasciato in te, come artista, e nell’attuale mercato del fumetto italiano?

Per me Frigidaire è stata la possibilità, la voglia, la determinazione di fare fumetti. Ero partito con studi completamente diversi e la mia vita andava in tutt’altra direzione. I fumetti erano una passione da lettore e da appassionato disegnatore. Frigidaire ha incarnato l’idea che poteva essere fatto un nuovo tipo di fumetto: più critico, più intelligente, più spettacolare nei disegni e nei testi. Leggere le opere di Filippo Scòzzari, di Andrea Pazienza o di Stefano Tamburini fu una scossa, per me e credo anche per i lettori dell’epoca. Per me è stato tutto, dal punto di vista creativo. Per il fumetto italiano, alla fin fine, penso sia stato lo stesso. Se non ci fosse stato questo “virus” creativo, oggi forse non ci sarebbero piccoli editori che hanno fatto della creatività - non sterile, non puramente scapista, non stupida e ottusa - la loro bandiera, presentando opere coraggiose. Se il fumetto, oggi, può parlare della realtà, in termini narrativamente consapevoli e graficamente adulti, lo deve proprio a Frigidaire. Non so se gli autori di oggi sono consapevoli di questa genesi, ma non c’è dubbio che “Frigidaire” ha lasciato un segno importante nel fumetto italiano.

7_ultimotrenoUna delle tue più belle storie, a mio parere, è Miracoli, che hai pubblicato su Cyborg con i testi di Massimo Semerano. Se dovessi sintetizzare in tre storie il cyberpunk a fumetti, sicuramente inserirei Miracoli

Miracoli è sicuramente stata importante, perché è stata la prima storia in bianco e nero che aveva  un respiro narrativo più lungo. Credo di aver fatto una storia abbastanza spettacolare, anche, se vuoi, inutilmente spettacolare, perché il formato della rivista non consentiva tutta questa spettacolarità. Ho imparato, comunque, a gestire la spettacolarità nel disegno. Chi avrà la fortuna di vedere, in qualche mostra, le tavole originali, capirà il senso di ciò che sto dicendo.

Mi sono sempre chiesto se dietro quelle splendide tavole ci fosse da parte tua un retroterra letterario e cinematografico fantascientifico che ti avesse in qualche modo influenzato…

L’esperienza di quella storia era nata e cresciuta in un gruppo che era quello della rivista Cyborg, per cui ero continuamente stimolato dalla condivisione di idee che circolavano. Senz’altro c’è James G. Ballard e, ancora prima, c’è Philip K. Dick. La mia generazione è stata sicuramente segnata, poi, da pellicole come Dune, Guerre Stellari, Blade Runner. Credo che siano spunti presenti in Miracoli, sono rimescolati, masticati e riorganizzati in quelle tavole in maniera evidente. Non solo nelle mie storie, ma anche in quelle degli altri autori di Cyborg, come Onofrio Catacchio e Marco Nizzoli.

assedioParliamo della tua esperienza giapponese..

È stato soprattutto il confronto con un altro modo di intendere il linguaggio dei fumetti: le modalità di lettura e scrittura dei fumetti giapponesi sono abbastanza diverse dalle nostre. Quindi, quando mi è stato chiesto di rifare un mio fumetto tenendo conto delle modalità del fumetto giapponese, ho dovuto studiare di nuovo. È stata una vera sfida che però mi ha fatto maturare ulteriormente, al punto che adesso, qualsiasi fumetto io faccia – come ad esempio Diabolik – risente di quell’esperienza. Adesso ho anche ricominciato a disegnare manga che sono pubblicati dalla Kodansha. In questo momento il fumetto non può non interagire a livello internazionale e alla Kodansha sono stati molto bravi a riprendere l’esperienza degli anni Novanta, mi riferisco al programma Manga Fellowship che aveva portato un nutrito gruppo di autori occidentali ad innestare il loro virus creativo nel terreno del fumetto giapponese. Come ti dicevo, la Kodansha ha ripreso a pubblicare la rivista Mandala in cui compaiono anche delle mie storie, così come di tanti altri autori di tutto il mondo.

tomkaVeniamo a Martin Mystère e Diabolik: cosa ha significato per te prendere due storici personaggi del fumetto italiano e continuarne in qualche modo la storia grafica?

Io amo il fumetto come linguaggio, e questi due personaggi, che mi è stato dato in sorte di disegnare, mi piacciono personalmente e graficamente mi diverto molto a disegnarli. Non ho avuto nessun tipo di soggezione, anche se nel caso di Diabolik la prima storia che mi è stato chiesto di disegnare è stato il remake del primo numero. Quello che ho cercato di fare è stato guadagnarmi il rispetto dei lettori, disegnando con il cuore e con la tecnica. Martin Mystère è stato un altro momento di sfida importante perché è stata una fase di crescita. Per uno che era partito disegnando brevi storie a colori, trovarsi di colpo a disegnare cento pagine in bianco e nero, è stata una bella sfida. È vero che venivo anche dall’esperienza di Cyborg, dove avevo disegnato anche 48 pagine per una storia, ma disegnare 96 pagine è comunque più impegnativo. Difficoltà oggettive comunque sono state quelle di dover replicare il volto, le fattezze, gli atteggiamenti di un personaggio che era stato disegnato da molti altri. 
Con Diabolik c’è stato un discorso diverso: ero già un autore maturo. La platea di Diabolik era sicuramente più veterana e più ampia di quella di Martin Mystère e credo di aver raggiunto anche in questo caso il rispetto dei lettori, visto anche che molti sono stati premiati più volte. Mi piace pensare, comunque, che la storia migliore sia sempre quella che non ho ancora disegnato.

ToscaNegli ultimi anni stai producendo anche dei volumi con scrittori del noir italiano...

Si, si è uscito prima Tomka per la Rizzoli, scritto da Massimo Carlotto, che è un adattamento de L’ultimo treno. E poi, sempre per Rizzoli, Un sogno turcoi, scritto con Giancarlo De Cataldo. Come con Carlotto avevamo esplorato un evento storico che ha segnato il Novecento, come la Guerra di Spagna, così con De Cataldo proviamo a rileggere la strage degli Armeni, un altro evento storico che ha marcato il Secolo Breve. Anche in questo caso, come con Carlotto, da un punto di vista altro, differente, meno spettacolare e più narrativo.

Giuseppe Palumbo: lo spettacolo del disegno

Da Frigidaire a Diabolik, passando per Martin Mystère: ripercorriamo con il versatile disegnatore di Ramarro la sua lunga e prestigiosa carriera.   

di Carmine Treanni

Giuseppe Palumbo – nato a Matera, nel 1964 – è uno dei disegnatori più versatili e creativi del fumetto italiano. Comincia la sua carriera artistica, forte di un’esperienza a livello amatoriale e della partecipazione a mostre nell’ambito del Nuovo Fumetto Italiano, nel 1986 con il quotidiano Reporter e con la rivista Tempi Supplementari, edita dalla Primo Carnera, la stessa casa editrice della più famosa Frigidaire. Ed è proprio su quest’ultima rivista, vero e proprio centro creativo del fumetto italiano, che Palumbo lavora per quattro anni, creando e disegnando anche il suo più famoso personaggio: Ramarro, il primo supereroe masochista. La stessa casa editrice raccoglie le storie di Ramarro in due volumi, di cui il primo riceve il Premio Bonaventura quale miglior albo del genere realistico per l’anno 1989. 

Dopo la laurea in Lettere Antiche, nel 1990, Palumbo si trasferisce a Milano, dove continua la sua collaborazione con Frigidaire, ma inizia anche la collaborazione con altre due riviste: Mondo Mongo e Cyborg. Quest’ultima, pubblicata nella prima serie dalla Star Comics e nella seconda dalla Telemaco Comics, è la prima rivista cyberpunk e vede sulle sue pagine la pubblicazione di Miracoli, scritta da Massimo Semerano e soprattutto segna l’incontro con Daniele Brolli, giornalista, scrittore e già animatore del gruppo Valvoline. Nel 1992 esce per la Granata Press il volume Assedio e su Cyborg seconda serie, esce con i testi di Brolli Ramarro Seconda pelle. Sempre in quell’anno, Palumbo inizia anche la sua esperienza giapponese, pubblicando sue storie per la casa editrice Kodansha, nell’ambito del programma Manga Fellowship, e dando vita a Cut, personaggio comico. Dal 1993, inizia la collaborazione con la casa editrice di Sergio Bonelli, nello staff di Martin Mystère, realizzando due numeri dell’Almanacco del Mistero e alcune operazioni particolari tra cui l’albo speciale per il Salone del Libro di Torino 1996.

Nel 1994 diventa consigliere speciale della casa editrice Phoenix, fondata da Daniele Brolli, per la quale realizza una serie di progetti tra cui la miniserie da libreria Jumbo. Sempre per la Phoenix, cura graficamente ed in parte illustra il volume Sogni ad occhi aperti, catalogo dell’omonima mostra tenutasi a Bologna nel 1995, che raccoglie le storie di dodici grandi autori italiani, usciti alcuni anni prima sulle pagine de Il Manifesto, e che illustrano dodici soggetti per il cinema mai realizzati di grandi firme del surrealismo, come Luis Buñuel o Alberto Savinio. Il volume viene premiato con il Premio Bonaventura, come miglior albo di genere realistico del 1995. Vanta collaborazioni con numerose altre case editrici, tra cui Marvel, Comic Art, D.C. e in Spagna La Cupola e Glenat.

Nel 1997 esce il volume Seconda pelle che raccoglie le più recenti avventure di Ramarro, su testi di Daniele Brolli, ed edito da Phoenix. Nello stesso anno vince a Roma il premio Yellow Kid come miglior disegnatore italiano. Nel 1998 viene insignito, a Milano, del premio IF e, a Napoli, del premio Attilio Micheluzzi, come miglior disegnatore Italiano. Nel 2000, entra nello staff di Diabolik della Astorina, dove disegna storie speciali, tra cui il remake de Il re del terrore, numero uno della storica collana. 

Ha pubblicato in Giappone, Grecia, Spagna e Francia. Dal 2000 coordina il lavoro dello studio Inventario di Bologna; in questa attività ha convogliato il suo lavoro di illustratore per l'editoria scolastica (Paravia, Zanichelli), copertinista (Mondadori, Einaudi, Feltrinelli), illustratore redazionale (Pulp, Ventiquattro, L'Unità). Tra le sue pubblicazioni più recenti: Journal d'un fou, Rackham Editions; Vorrei cantarti una canzone d'amore..., Kappa Edizioni; L'ultimo treno (su un testo di Massimo Carlotto) BD Edizioni; Atene minore, Art Core Edizioni.

Abbiamo intervistato Palumbo sulla sua ricca e variegata esperienza d’artista, che lo ha portato ad essere uno dei nostri più acuti e bravi disegnatori.

Cominciamo da Ramarro, che è il tuo personaggio più famoso: come è nata l’idea di questo supereroe molto atipico per il fumetto italiano?

L’idea, come al solito, è stata impulsiva: pura energia che è diventata carta all’improvviso. Sono idee che ti vengono a vent’anni, e se dovessi affermare di averci ragionato, direi una baggianata. Ramarro è stato un parto spontaneo, assolutamente e geneticamente, non preordinato.

Era in realtà anche un personaggio secondario di Tosca la mosca, un altro tuo famoso personaggio…

Esatto. È come se fosse stato già scritto che Tosca e Ramarro fossero i due lari chiamati a tutelare la mia “casa” creativa. Non c’è stata una premeditazione né un progetto con Ramarro, se non una sublimazione, perché sono stato da sempre un lettore dei supereroi americani e mi ha sempre colpito l’aspetto catastrofico della sostanza del supereroe. E, quindi, con un meccanismo naturale ho semplicemente rovesciato questo aspetto. Da qui è nato Ramarro. Non è un antieroe, ma è un vero eroe, uno che vince sempre, solo che vince nella maniera più catastrofica: massacrandosi. Quindi, in ogni caso, non contraddice il topos narrativo tipico del supereroe.

Con Ramarro – Seconda pelle, apparso sulla rivista Cyborg, c’è stata un’evoluzione, grazie anche all’apporto di Daniele Brolli ai testi.

Con i due libri che avevo fatto per Frigidaire su Ramarro, sentivo in un certo senso di aver compiuto un percorso creativo e avevo voglia di inaugurarne un altro, proprio perché Ramarro per me è sempre stato un pretesto narrativo, una maschera che indossavo per filtrare il mondo. E quindi credevo fosse il caso di dovergli dare una “seconda pelle”, come ogni buon rettile si merita, rivolgendomi a Daniele Brolli, nello spirito creativo che aveva già caratterizzato il secondo volume di Frigidaire in cui comparivano altri autori. Daniele era l’autore giusto per riscriverlo, per darne una seconda versione e Cyborg era la rivista giusta dove pubblicarlo, in un certo senso erede di Frigidaire. È stato naturale che comparisse lì. Daniele ha fatto un’operazione molto raffinata sul personaggio: non ha escluso tutto il percorso precedente, ma lo ha inserito narrativamente in un contesto più ampio. Così da un solo Ramarro me ne sono ritrovati tre: un primo del mondo di provenienza del sauro sapiens, una sorta di dimensione parallela in cui i dinosauri si sono evoluti; un secondo Ramarro che viene strappato attraverso un rito alchemico-tecnologico da un tunnel dimensionale, in cui ci sono tutte le storie di Frigidaire che sono considerate come una sorta di grande viaggio psichedelico; e poi c’è il Ramarro di Cyborg, il sauro sapiens trapiantato in un universo post-catastrofico della Terra, nel deserto degli Stati Uniti.

Quali sono stati i tuoi riferimenti quando hai cominciato a disegnare?

La mia formazione come disegnatore, come ti ho già accennato prima, si è plasmata con Frigidaire, i supereroi, a cui aggiungerei Magnus e il fumetto argentino. Un magma autoriale che è abbastanza evidente nelle cose che faccio.

“Frigidaire” è stata per la storia del fumetto italiano una grande casa creativa:
quali tracce ha lasciato in te, come artista, e nell’attuale mercato del fumetto italiano?

Per me Frigidaire è stata la possibilità, la voglia, la determinazione di fare fumetti. Ero partito con studi completamente diversi e la mia vita andava in tutt’altra direzione. I fumetti erano una passione da lettore e da appassionato disegnatore. Frigidaire ha incarnato l’idea che poteva essere fatto un nuovo tipo di fumetto: più critico, più intelligente, più spettacolare nei disegni e nei testi. Leggere le opere di Filippo Scòzzari, di Andrea Pazienza o di Stefano Tamburini fu una scossa, per me e credo anche per i lettori dell’epoca. Per me è stato tutto, dal punto di vista creativo. Per il fumetto italiano, alla fin fine, penso sia stato lo stesso. Se non ci fosse stato questo “virus” creativo, oggi forse non ci sarebbero piccoli editori che hanno fatto della creatività - non sterile, non puramente scapista, non stupida e ottusa - la loro bandiera, presentando opere coraggiose. Se il fumetto, oggi, può parlare della realtà, in termini narrativamente consapevoli e graficamente adulti, lo deve proprio a Frigidaire. Non so se gli autori di oggi sono consapevoli di questa genesi, ma non c’è dubbio che “Frigidaire” ha lasciato un segno importante nel fumetto italiano.

Una delle tue più belle storie, a mio parere, è Miracoli, che hai pubblicato su Cyborg con i testi di Massimo Semerano. Se dovessi sintetizzare in tre storie il cyberpunk a fumetti, sicuramente inserirei Miracoli

Miracoli è sicuramente stata importante, perché è stata la prima storia in bianco e nero che aveva  un respiro narrativo più lungo. Credo di aver fatto una storia abbastanza spettacolare, anche, se vuoi, inutilmente spettacolare, perché il formato della rivista non consentiva tutta questa spettacolarità. Ho imparato, comunque, a gestire la spettacolarità nel disegno. Chi avrà la fortuna di vedere, in qualche mostra, le tavole originali, capirà il senso di ciò che sto dicendo.

Mi sono sempre chiesto se dietro quelle splendide tavole ci fosse da parte tua un retroterra letterario e cinematografico fantascientifico che ti avesse in qualche modo influenzato…

L’esperienza di quella storia era nata e cresciuta in un gruppo che era quello della rivista Cyborg, per cui ero continuamente stimolato dalla condivisione di idee che circolavano. Senz’altro c’è James G. Ballard e, ancora prima, c’è Philip K. Dick. La mia generazione è stata sicuramente segnata, poi, da pellicole come Dune, Guerre Stellari, Blade Runner. Credo che siano spunti presenti in Miracoli, sono rimescolati, masticati e riorganizzati in quelle tavole in maniera evidente. Non solo nelle mie storie, ma anche in quelle degli altri autori di Cyborg, come Onofrio Catacchio e Marco Nizzoli.

Parliamo della tua esperienza giapponese..

È stato soprattutto il confronto con un altro modo di intendere il linguaggio dei fumetti: le modalità di lettura e scrittura dei fumetti giapponesi sono abbastanza diverse dalle nostre. Quindi, quando mi è stato chiesto di rifare un mio fumetto tenendo conto delle modalità del fumetto giapponese, ho dovuto studiare di nuovo. È stata una vera sfida che però mi ha fatto maturare ulteriormente, al punto che adesso, qualsiasi fumetto io faccia – come ad esempio Diabolik – risente di quell’esperienza. Adesso ho anche ricominciato a disegnare manga che sono pubblicati dalla Kodansha. In questo momento il fumetto non può non interagire a livello internazionale e alla Kodansha sono stati molto bravi a riprendere l’esperienza degli anni Novanta, mi riferisco al programma Manga Fellowship che aveva portato un nutrito gruppo di autori occidentali ad innestare il loro virus creativo nel terreno del fumetto giapponese. Come ti dicevo, la Kodansha ha ripreso a pubblicare la rivista Mandala in cui compaiono anche delle mie storie, così come di tanti altri autori di tutto il mondo.

Veniamo a Martin Mystère e Diabolik: cosa ha significato per te prendere due storici personaggi del fumetto italiano e continuarne in qualche modo la storia grafica?

Io amo il fumetto come linguaggio, e questi due personaggi, che mi è stato dato in sorte di disegnare, mi piacciono personalmente e graficamente mi diverto molto a disegnarli. Non ho avuto nessun tipo di soggezione, anche se nel caso di Diabolik la prima storia che mi è stato chiesto di disegnare è stato il remake del primo numero. Quello che ho cercato di fare è stato guadagnarmi il rispetto dei lettori, disegnando con il cuore e con la tecnica. Martin Mystère è stato un altro momento di sfida importante perché è stata una fase di crescita. Per uno che era partito disegnando brevi storie a colori, trovarsi di colpo a disegnare cento pagine in bianco e nero, è stata una bella sfida. È vero che venivo anche dall’esperienza di Cyborg, dove avevo disegnato anche 48 pagine per una storia, ma disegnare 96 pagine è comunque più impegnativo. Difficoltà oggettive comunque sono state quelle di dover replicare il volto, le fattezze, gli atteggiamenti di un personaggio che era stato disegnato da molti altri.
Con Diabolik c’è stato un discorso diverso: ero già un autore maturo. La platea di Diabolik era sicuramente più veterana e più ampia di quella di Martin Mystère e credo di aver raggiunto anche in questo caso il rispetto dei lettori, visto anche che molti sono stati premiati più volte. Mi piace pensare, comunque, che la storia migliore sia sempre quella che non ho ancora disegnato.

Negli ultimi anni stai producendo anche dei volumi con scrittori del noir italiano...

Si, si è uscito prima Tomka per la Rizzoli, scritto da Massimo Carlotto, che è un adattamento de L’ultimo treno. E poi, sempre per Rizzoli, Un sogno turcoi, scritto con Giancarlo De Cataldo. Come con Carlotto avevamo esplorato un evento storico che ha segnato il Novecento, come la Guerra di Spagna, così con De Cataldo proviamo a rileggere la strage degli Armeni, un altro evento storico che ha marcato il Secolo Breve. Anche in questo caso, come con Carlotto, da un punto di vista altro, differente, meno spettacolare e più narrativo.

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