Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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L'Intervista » Tiziano Sclavi «Sono alla fine, brucerei tutti i miei libri»

di Giuseppe Pollicelli*

La letteratura italiana, negli ultimi quarant’anni, non ha espresso molti grandi narratori. Uno è Tiziano Sclavi, romanziere e fumettista dalla scrittura essenziale e moderna (in cui i virtuosismi, pur presenti, non si traducono mai in sperimentalismo sterile) e dotato - qualità rara - di una poetica forte e definita, capace di emergere sia tramite la frequentazione dei generi - l’horror e il thriller, soprattutto, rivisitati in chiave «buzzatiana» - sia in romanzi semiautobiografici che descrivono impareggiabilmente l’alienazione e le nevrosi dell’uomo medio (“Le etichette delle camicie” del 1996 e “Non è successo niente” del 1998). Da molti anni, come lui stesso conferma nella conversazione che ci ha eccezionalmente accordato (è raro che conceda interviste), il creatore di Dylan Dog non scrive più. Ma la vastissima produzione di Sclavi consente, per fortuna, di godere ancora del suo estro e della sua sensibilità di artista. Attraverso ristampe, come quella, splendida, che raccoglie la trilogia a fumetti di Roy Mann (Ed. Rizzoli Lizard, pp. 160, euro 18), geniale scorribanda nel filone fantascientifico degli universi paralleli impreziosita dai disegni di un Attilio Micheluzzi in stato di grazia, ma anche attraverso opere inedite quali il cd Ballate della notte scura (Ed. Squilibri, euro 15), in cui i Secondamarea, duo composto da Andrea Biscaro (musiche) e Ilaria Becchino (voce), ha trasformato in canzoni sedici componimenti di Sclavi, realizzando un album dagli echi folk e pop che è fra le migliori prove recenti della nostra canzone d’autore. Il cd è accompagnato da un libretto di 64 pagine (illustrato con gusto surrealista da Max Casalini) contenente tutti i testi.

tiziano-sclavi

Quand’è che i Secondamarea le hanno comunicato l’intenzione di musicare alcune sue poesie e filastrocche per ricavarne un album?

«In Dylan Dog ho pubblicato molte canzoni e filastrocche, e negli anni ci sono stati parecchi tentativi, da parte dei lettori, di metterle in musica. In particolare, Andrea ha musicato la canzone apparsa nell’albo “Il lungo addio” e me l’ha mandata. Da lì è nata la corrispondenza con i Secondamarea e il progetto di un disco insieme».

Com’è nato in Andrea Biscaro il desiderio di mettere in musica suoi testi? È un suo estimatore di vecchia data?

«Penso che sì, Andrea sia un mio lettore, ma in generale i Secondamarea sono lettori di poesie, e ne hanno cantate tante, spaziando da Dino Campana a Pasolini. Da questo punto di vista considero un onore che abbiano scelto proprio i miei testi che peraltro poesie non sono, non mi permetterei, ma appunto canzoni».

È rimasto soddisfatto di questi adattamenti?

«Sì, il disco mi piace molto, anche perché vi si respira un’aria da canto popolare, nel senso nobile del termine. Del resto il precedente album dei Secondamarea, “Canzoni a carburo”, era in gran parte fatto di canti popolari, in particolare sul lavoro in miniera. “Ballate della notte scura” è, anche, un tentativo di creare nuovi canti popolari. Alcuni cantanti già ci sono riusciti (penso a “La locomotiva” di Guccini o a “L’abbigliamento di un fuochista” di De Gregori). Noi ci abbiamo provato».

Tutti e sedici i testi che i Secondamarea hanno fatto diventare canzoni erano già presenti in una sua vecchia antologia di liriche (“Nel buio”, uscita nel 1993 per i tipi della defunta casa editrice Camunia) tranne una, “Sfera”, che ha peraltro ispirato uno dei brani più belli dell’album.

«“Sfera”, insieme a “Occhi” (che sarà probabilmente nel prossimo disco dei Secondamarea), è contenuta in un mio romanzo del 2003, “Il tornado di valle Scuropasso”. L’ultimo, in tutti i sensi, che ho scritto. Quindi sono anche le ultime canzoni».

È nota la sua passione per alcuni cantautori italiani, in particolare Fabrizio De André, Francesco Guccini e Lucio Battisti. Li ascolta ancora?

«Ultimamente mi dedico poco alla musica, per mancanza di tempo. Ma quando mi capita ascolto sempre loro, i grandi cantautori. E poi un po’ tutti i generi (tranne l’hip hop, che detesto), dalla classica al jazz. Perfino la dance più spinta, techno e hardcore».

Si è dato una spiegazione del perché lei che per tanti anni è stato uno scrittore (di fumetti e di romanzi) estremamente prolifico ha smesso di scrivere?

«Semplice, perché sono vecchio e stanco».

Ha qualche romanzo, racconto o soggetto fumettistico nel cassetto?

«No, ho pubblicato tutto quello che ho scritto. È finita».

Tra romanzi e fumetti, quali sono le opere che lei considera le vette della sua produzione letteraria?

«Nessuna. Non ho una grande opinione né di me personalmente né di quello che ho scritto. Se potessi, brucerei tutto».

Cosa legge e cosa vede, di preferenza? E come si svolge la sua giornata tipo?

«Leggo soprattutto thriller. Quanto alla mia giornata, è un po’ da pensionato. Lavoro ancora un po’ alle revisioni di storie altrui e passo molto tempo con i miei adorati cani (otto) e gatti (due, insidiati dagli altri otto). La sera, sempre un film in dvd o blu-ray».

Lei è tuttora il supervisore di Dylan Dog, il cui curatore, Giovanni Gualdoni, è stato da poco sollevato dall’incarico e avvicendato dallo sceneggiatore romano Roberto Recchioni. È stata una decisione sua?

«C’era da parte di tutti, compresi i lettori, un desiderio di rinnovamento. La scelta di Recchioni è stata collettiva, mia e della casa editrice. È bravo, è giovane e sta già dimostrando di poter dare molto alla serie».

Che ne pensa del film americano su Dylan Dog uscito nel 2011?

«Non l’ho visto e non mi piace».

Com’è cambiata, se è cambiata, la situazione alla Bonelli dopo la scomparsa di Sergio?

«Non molto. Continuiamo a fare quello che sarebbe piaciuto a lui. Personalmente non riesco ancora a credere che sia morto. È sempre con noi».

Lei è un uomo di sinistra. Che rapporto intrattiene, attualmente, con la politica?

«Sono di sinistra, se vogliamo di estrema sinistra, in astratto. Non voto da tanti anni. Non leggo i giornali e non vedo la televisione. Della situazione politica italiana non so assolutamente niente».

*Articolo pubblicato originariamente su “Libero” dell’11 luglio 2013. Per gentile concessione dell'autore.

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