- Categoria: Autori e Anteprime
- Scritto da Miska Ruggeri
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Dampyr: alchimisti e vampiri tra le macere dell'Aquila
di Miska Ruggeri*
Harlan Draka, figlio di un vampiro e di un’umana, e il suo amico soldato Kurjak, dal quartier generale di Praga si ritrovano ad affrontare i Lupi Azzurri (una società segreta che si rifà a Gengis Khan e si ritiene composta da superuomini destinati a dominare il mondo), alla ricerca del “sigillo di Lazzaro” capace di far risorgere i defunti, nella Nuova Gerusalemme segretamente eletta dai Templari: L’Aquila. È la trama del n. 155, appunto dal titolo “Il sigillo di Lazzaro”, del fumetto horror Dampyr (Sergio Bonelli Editore, pp. 98, euro 2,90), ambientato nel capoluogo abruzzese del post sisma. Vi compaiono i principali miti e misteri legati all’Aquila, dalla specularità topografica con Gerusalemme all’origine del nome del paese di Tornimparte (dove alcuni morti tornavano “in parte”, cioè né vivi né morti). Ma soprattutto i luoghi simbolo della città: la chiesa di Santa Giusta (nella stessa posizione del Monte del Tempio); la basilica di Collemaggio voluta da Celestino V (nel punto corrispondente al Monte degli Ulivi); la fontana delle 99 cannelle; piazza Duomo, con il tendone dell’assemblea cittadina; la cattedrale di San Massimo; la chiesa delle Anime Sante e il bar “Nurzia” (il primo del centro storico a riaprire dopo il terremoto del 6 aprile 2009); il negozio “La Luna”, dove Kurjak compra come souvenir una t-shirt con la scritta “I love L’Aquila”; il bar “del Corso”, ai Quattro Cantoni, con lo striscione “TerremoTosto”; l’orologio della ex gioielleria “Cardilli” sotto i portici, fermo all’ora della tragedia (le 3:32); il corso con i progetti dei cantieri della ricostruzione; le chiavi delle case lasciate appese alle transenne. Insomma, nella sceneggiatura di Diego Cajelli e nei disegni di Fabrizio Russo c’è tutto il dramma della zona rossa, del centro storico abbandonato a sé stesso, dei puntellamenti fatti per tenere in piedi edifici comunque destinati alla demolizione, di tre anni e mezzo passati invano. L’unico errore, causato dai tempi lunghi di lavorazione degli albi, è quando si dice che gli sfollati vivono ancora negli alberghi. Adesso non è più così, ma tutto il resto è rimasto uguale in una città inchiodata dai politici locali al motto virgiliano dello stemma (“Immota manet”). Ci servirebbe davvero la protezione del principe Ferenc Rakoczy-Bathory, il Conte di Saint-Germain…
*Articolo pubblicato originariamente su “Libero” del 17 febbraio 2013. Per gentile concessione dell'autore.







