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Intervista esclusiva » Antonio Mannoni: ora e sempre Fantasy!
di Alessandro Bottero
Bentornato ad Antonio Mannoni, che ritroviamo su Fumetto d’Autore, dopo la prima intervista che ha concesso tempo fa. Antonio è una persona che, pur lavorando nel settore da oltre 10 anni, difficilmente si fa notare al di fuori del suo lavoro. Non gigioneggia su Internet, e non vaga per gli stand delle varie manifestazioni, con il codazzo di “groupie”. Lavoro e basta. Ridendo e scherzando dal 2009 Antonio Mannoni è presente nelle edicole tutta una serie di progetti che possono piacere o non piacere, ma il dato di fatto rimane. Altri nomi, con molti meno lavori da edicola nel curriculum, sono osannati e ritenuti la “nuova speranza del fumetto”. Il lavoro di Antonio invece è, diciamocelo pure, snobbato tranquillamente ed apertamente dai siti che si occupano di fumetto, e anche dalle riviste di settore. Siccome però che a noi piace andare controcorrente, e parlare proprio di quello che gli altri ignorano (forse per motivi non inerenti al fumetto, o per veti posti da chissà chi…) ecco la seconda intervista ad Antonio Mannoni su Fumetto d’Autore, in occasione della pubblicazione di "ELDER – I Mondi di Avalon", il nuovo fumetto fantasy della 7age, attualmente in edicola col numero 1 e a giorni presente col numero 2.
Bentornato, Antonio, ed auguri per la nuova testata di cui parleremo tra poco. Lo sai vero che accettando questa intervista sei entrato a pieno titolo nella Lista Nera?
Basta che non sia una lista di chi deve offrire una cena.
Passiamo alle cose serie: come editor e grafico nel settore del fumetto giapponese hai lavorato su opere di molti artisti giapponesi. Quando, come e perché hai deciso di lasciare questa attività per dedicarti alla scrittura di tue opere a fumetti?
Io credo che quando inizi a fare un qualcosa non perché in qualche modo ci 'inciampi' per percorso di vita, come capita a tutti me compreso per altri motivi, ma perché è un qualcosa che ti piace fare, è difficile poi che si smetta di occuparsene. Credo di aver avuto sia la testardaggine che la fortuna di occuparmi di cose che mi piacevano, mentre poi ovviamente la vita tende a spingere verso sempre nuove esperienze; quindi così come per il lavoro sul settore giapponese (ma ricordo anche americano, e sia per la carta stampata che per il video...) ho messo in standby (ma non lasciato) il mio interesse per il video, da cineoperatore e montatore, passando per l'animazione a passo uno, arrivando poi al settore editoriale “sulla carta stampata”. Curiosamente tutti ambiti nello specifico, perlomeno per come li ho affrontati, che non pongono una persona al centro dell'universo. Avendo poi già un po' di anni alle spalle e non dovendo quindi ormai (ahime') dimostrare più niente a nessuno, mi viene un po' da pensare ad un “Who Cares?”.
Cosa spinge una persona d'esperienza come te a mettere assieme un gruppo d'artisti, quasi tutti esordienti, per poi portarli in un settore distributivo competitivo come quello dell'edicola?
Agli inizi vedevo aumentare sempre più in rete cose quali le interpretazioni di giochi di ruolo, le fan-fiction, e similari. Mi ero convinto che molte di esse meritassero maggiore attenzione del breve spazio del loro 'utilizzo', che in taluni casi ci fossero 'idee', da sviluppare in modo differente; così a livello di linguaggio, ho provato diversi (in questo caso da almeno venti) anni fa con la scrittura collaborativa, ma a differenza di altri linguaggi ed arti quali il cinema e il fumetto, un romanzo per la sua stessa più intima ragion d'essere 'prevede' e permette collaborazione fino ad un certo punto. Gli altri linguaggi che prevedono invece di per se stessi l'essenziale partecipazione di diversi soggetti per la realizzazione dell'opera, si prestavano meglio allo scopo che avevo in mente. La motivazione principale e scopo quindi è stata quella di realizzare un'opera corale, con diversi personaggi e storie inserite in un contesto già così definito da non risultare di intralcio, per semplicemente far raccontare i propri personaggi e le proprie storie ad altri. Il mio rammarico, dopo aver costruito un'ambientazione che permette(va) di fare ciò che si voleva a livello narrativo, stanti ovvi determinati aspetti di background, è che questo discorso sia stato poco recepito.
Nel 2009 hai realizzato quello che a tutti gli effetti può essere considerato il primo esperimento di fumetto seriale italiano in formato popolare e a colori: Legend!, da li tutto è partito. Come sei arrivato alla decisione di fare un fumetto italiano proprio a colori e in quel formato?
Come formato appunto per rivolgermi ad una precisa e particolare fascia di pubblico, ma con Un qualcosa di anche nuovo. Il colore in quanto permette di 'aggiungere' in un certo qual modo qualcosa, anche e non solo narrativamente alle storie. Credo alla fine che disegno e colore (tra i molti aspetti rappresentativi della realtà) siano parte di un insieme unico. Banalità per banalità, non si sommano ma coesistono, e narrativamente insieme possono fare Una differenza.
Dopo 3 anni in cui hai scritto e pubblicato centinaia di pagine a fumetti distribuiti in edicola, puoi fare un bilancio?
Come personalmente sono convinto che sia, un bilancio di un percorso può essere positivo solo se si è imparato qualcosa. E quindi sì, è stato positivo, oltre ovviamente a livello professionale, specialmente dal lato umano. Ho imparato molte cose sulle persone, alcune di queste mi hanno fatto credere che a loro confronto il 'fantastico' potesse essere un genere “quotidiano”, nel bene come nel male.
Sei uno dei pochi autori di fumetto che non frequentano il chiacchierato mondo di internet. Hai un blog che aggiorni poco, non frequenti le fiere di fumetto, non ti nutri di gossip, non bazzichi i forum. Eppure sei stabilmente in edicola al pari dei più blasonati sceneggiatori che tanto vanno di moda. Non era più semplice adeguarsi al sistema?
Nel suo celebre discorso Steve Jobs disse: “Siate affamati”, io non credo che il riferimento sia in qualche modo legato ad una sordida immagine di cani rabbiosi pronti a spolparsi alla prima occasione. Credo che possa invece indicare un sentiero di costante miglioramento, specialmente umano, di continua ricerca, di non fermarsi mai una volta raggiunto un obiettivo. Anche perché vista la pluralità di obbiettivi che un essere umano può e anzi deve raggiungere lungo tutta la propria vita, fermarsi ad uno solo, altro non puo' portare se non all'autocompiacimento. E io sono fortemente convinto che lo scopo della vita dell'uomo, come il suo destino, non sia quello di morire di onanismo. Nello stesso discorso Steve Jobs sostiene anche “Siate folli”: e a riguardo, molto sinceramente, considerando tutto quello che ho fatto in anni e anni, chi più folle di me?
Hai ideato una saga fantasy tutta italiana con annessi vari altri personaggi e mondi narrativi; Radairk. Dopo di te è scoppiata la moda del fantasy a fumetti. A breve
Solo un folle potrebbe definirsi tale. In ogni caso per l'amore che nutro verso il fantastico non può che farmi piacere tutto questo interesse, anche a fumetti, per un genere che rappresenta uno dei capisaldi della narrativa. Un genere che ha saputo affermarsi anche in altre incarnazioni, cinematografiche e televisive. La mia avventura nel fantasy chiaramente è ancora all'inizio di un percorso che sicuramente nei prossimi anni mi porterà ad esplorare altre soluzioni che spero possano trovare il riscontro dei lettori che mi seguono e catturarne, perché no, anche di altri.
Per un momento abbandona la tua proverbiale riservatezza e parla a cuore aperto. Il settore del fumetto italiano sta affrontando una profonda crisi di vendite in edicola per la media e piccola editoria. Cosa pensi di questa situazione e come vedi i concorrenti della casa editrice per cui lavori?
Non entrando nello specifico, vedo molte offerte, ma tra le righe leggo anche poca voglia di 'divertirsi' e molta più di raccontarsi, da parte degli autori. Non c'è assolutamente niente di male in questo, e non credo che questo rappresenti un problema per le vendite, ma ritengo personalmente che “il punto di vista” offerto dagli autori (perché alla fine la ricchezza data da tali contributi artistici è proprio questa) possa essere vissuto in pieno solo con il filtro dell'autoironia, in quanto essa consente di avere quel pur minimo distacco necessario per potersi raccontare. Non dico che siamo ai 'saggi su se stessi', ovviamente, ma a volte tale immagine mi balena in mente. Per quanto una balena in mente possa risultare anche un che di traumatico. E poi la crisi è ciclica. Quando iniziai a lavorare in questo settore oltre 10 anni fa gli editori più blasonati andavano in giro dicendo che c'era una “crisi nera”, erano gli albori degli anni novanta e l'industria del fumetto in Italia era nel suo pieno boom. La crisi economica c'è e si sente, ma non deve esserci mai crisi di idee e di voglia di fare. Una luce in fondo al tunnel c'è sempre, bisogna solo avere la forza, la voglia e la tenacia di raggiungerla ed in questo posso dire di avere ancora parecchia benzina per raggiungere altri traguardi.-Ultimamente sembra essersi diffusa una “legge non scritta”, per cui chi è molto presente sulla rete, alla fine si ritrova a lavorare in Bonelli e chi invece -come te- si confronta ogni mese con l'edicola rimane al di fuori dai giri che contano. Hai anche te questa sensazione?La mia sensazione è che lo spirito di collaborazione che informava un po' ovunque internet sia sempre più scemato negli anni. E sempre più tale spirito sia diventato specchio del quotidiano che definiamo squallido solo perché a furia di starci dentro non ne distinguiamo più “l'odore” né ne distinguiamo acriticamente i dettagli. Alla fine, neanche in questo c'è niente di male, ma sarebbe anche bello se dire “Get a life”, non diventasse o fosse percepito da qualcuno come un: “Get a blog”. Vivere 24 ore su 24 dietro ad un blog cercando di pescare quanti più click possibili per poi farsi belli nelle stanze degli uffici ai piani alti è patetico. Probabilmente il giochino in questa fase funziona e i blog sono diventati un'agenzia di collocamento. Ma alla fine quella che conta è la sostanza e soprattutto le vendite in edicola. Molti così detti successi da blog hanno poi miseramente fallito in edicola. Ecco, questa “legge non scritta” dovrebbe prevedere anche le controindicazioni del caso come appunto la diversa percezione che ha il lettore medio da edicola rispetto al nerd da blog. Poi mi fa sorridere che “parlarne bene su internet” significa fare un successo, peccato che dati di vendite alla mano nel 90% dei casi non è così.
Lo sceneggiatore italiano che maggiormente ammiri.
Troppi per non esserne schiacciato. Leo Ortolani, per indicare qualcuno che oltretutto dia smalto al termine 'italiano'.
Di recente hai scritto alcuni episodi per l'horror GOTIKA; hai cambiato genere o hai deciso di affrontare anche altri argomenti?
“Decidere” qualcosa in questo settore è una parola grossa; mi piace affrontare vari argomenti raccontando storie, col fantasy ho imparato qualcosa in più, per gli altri generi ho qualcosa in più da imparare. Nel frattempo spettri e incubi inseguono chi mi legge, di questo non so se esserne compiaciuto o meno. Scherzo. A breve arriverà in edicola anche un nuovo progetto editoriale (oltre il già presente in edicola ELDER – I Mondi di Avalon) che mi vede coinvolto e che ugualmente affronterà un genere diverso dal fantasy. Sono curioso di vedere l'accoglienza dei lettori. La produzione è ancora top secret coinvolge alcuni dei maggiori disegnatori italiani sia per la cover che per gli interni.
Hai dei consigli da dare a chi vuole iniziare a fare questo mestiere?
La miniera è sempre la scelta migliore. :)
Cosa ne pensi delle polemiche che ad intervalli ciclici vengono fatte scoppiare nel mondo del fumetto italiano, attraverso i blog dei tuoi colleghi? Servono a qualcosa? Portano nuovi lettori? Fanno aumentare le vendite? Danno visibilità? Cosa, secondo te, spinge l'autore X a lanciare la polemichetta di turno?
Sono certo che su internet si possano trovare ottime definizioni di “E-Penis”. Il discorso si ricollega alla mia precedente risposta. Alcune persone hanno una percezione “alterata”, non corrispondente alla realtà. Pensano che internet sia una sorta di amplificazione della realtà. Di riflesso si fomenta la polemica per catturare click e visibilità. Poi ci si scorda che la fuori c'è un'industria dell'editoria che è estranea a questi meccanismi e funziona in maniera ineccepibile. A cosa serve la “polemichetta”? Non l'ho ancora capito... :)







