Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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L'Editoriale » Di Estetica, Etica, Arte, Messaggi, TV e Fumetti

romanzo-criminale-dvddi Alessandro Bottero

Nel suo blog Roberto Recchioni ha dato il via ad un’interessante -e sempre attuale - discussione sul rapporto tra produzione artistica e contenuti trasmessi, e sulle responsabilità reali o presunte degli autori. L’intervento di Recchioni mi è parso interessante ed equilibrato, e, se vogliamo, più aperto ad una “responsabilità autorale” di altri interventi sullo stesso tema, letti negli anni passati. Siccome il tema è importante, e merita considerazione, sull’impulso del momento ho messo da parte il pezzo che stavo rimuginando (sulla presunta sparizione degli editori non-esclusivisti dal catalogo anteprima di Pan Distribuzione), e mi sono detto “Ma il Bot-Man che ne pensa?”.

Il Bot-Man pensa tante cose, ed alcune sarebbe meglio se le tenesse per se, se non vuole fare brutta figura con la parte più figosa e culturalmente avanzata del mondo del fumetto online, ma ormai lo conoscete, no?

Il discorso sulla responsabilità etica dell’artista è vecchio di secoli. Non nasce certo col fumetto, né con le serie TV. È un discorso che cerca di indagare le relazioni tra Etica ed Estetica. Ve ne sono? La seconda è subordinata alla prima? O non si tratta di due mondi concettuali distinti, ognuno sovrano al suo interno? L’Arte per Arte (ossia la concezione per cui l’Arte e la produzione artistica ha valore in se stessa, e non in quando strumento usato per trasmettere contenuti e/o messaggi Etici) è idea relativamente recente. Prima del Romanticismo non era presa nemmeno in considerazione. L’Arte era una tecnica, uno strumento, che trovava giustificazione nel suo essere al servizio dell’Etica. L’Arte era un modo con cui si trasmettevano ai sensi i valori del Vero, del Buono, del Giusto. Il Bello era la rappresentazione sensoriale di questi valori. Pulcher est quod si visu placet, diceva Tommaso d’Aquino (S. Th., I, q. 5, a. 4, ad 1um), ossia Bello è ciò che visto piace, e piace, perché suscita in noi il desiderio del bene.  Analogamente in un’estetica come quella dell’ortodossia comunista tra le due guerre mondiali il bello era ciò che si uniformava ai canoni del Realismo Socialista espressi e difesi da Andrei Zdanov. In questo caso Bello è ciò che esprime il pensiero del Partito, e che promuove la causa del Socialismo Reale. Ossia l’Estetica subordinata all’Etica (nel primo caso basata sulla dottrina cattolica, nel secondo sull’Ortodossia Socialista). Oggi questi schemi sono fortemente minoritari, e l’Arte rivendica la sua totale autonomia. L’Estetica ha la propria giustificazione in se stessa. Non deve sottoporsi a un tribunale morale, per stabilire se un contenuto è degno o meno di essere pensato e realizzato.

Certo, potremmo essere cinici e dire che in realtà non è proprio così, e che anche oggi l’Estetica (soprattutto nel mondo dell’intrattenimento, a cui appartengono sia il Fumetto che le Serie TV) è ancora sottoposta a un’Etica, semplicemente un’Etica diversa, ossia quella del Guadagno, secondo uno schema utilitaristico-produttivo. È Bello ciò che piace alla maggioranza, e che si dimostra capace di generare PROFITTI. Il famoso titolo dell’LP di Elvis Presley 50.000 Elvis Fans can’t be wrong, è il dogma di fede su cui si fonda l’industria dell’intrattenimento, anche se quasi nessuno lo ammette. Vogliamo dire altri frasi simbolo dell’Estetica odierna? I numeri contano. Il pubblico lo vuole. Agli sponsor piace. Allora, forse, anche oggi le produzioni artistiche non sono “libere”, ma soprattutto nel mondo dell’intrattenimento, vengono realizzate tenendo presenti elementi extra-estetici, che diventano SOVRA-estetici, perché in’ultima analisi sono loro che decidono tra le varie opzioni autorali. Quando è il Marketing (che non esiste, e lo sappiamo tutti, ma che governa lo stesso le nostre vite) ad avere l’ultima parola sui dettagli, e sui modi con cui un’opera finalmente vede la luce, allora l’Arte non è più libera. Ha solo cambiato padrone. Al posto della Religione, o del Socialismo Reale, ora abbiamo il Mercato, o il Pubblico.

Ma torniamo al punto. C’è una responsabilità morale precisa degli autori di una qualsivoglia opera? E se ci fosse, questo non vorrebbe dire che scegliendo di raccontare una storia X in un modo preciso, mostrando alcune cose in modi precisi e non in altri, io autori faccio delle scelte non solo estetiche, ma anche etiche?

Se io autore X racconto la storia di Marc Dutroux, il cosiddetto Mostro di Marcinelle, che dal 1985 al 1996 ha sequestrato e torturato 6 ragazze, dagli 8 ai 19 anni, abusando sessualmente di tutte loro, perché lo faccio? Perché tra tante storie possibili, scelgo la sua? E come la racconto? Mostrando che alla fine il Male (perché poche chiacchiere…chi uccide e violenta delle ragazzine fa qualcosa di male. Non qualcosa che “non l’approvo, ma rispetto la tua libertà”. Rispetto ‘n par de cojoni, dicevano anticamente, e avevano ragione), alla fine il Male viene sconfitto perché è GIUSTO che sia sconfitto? Oppure no? E se no, perché?

Posso cavarmela dicendo “Io racconto una storia, e poi è il LETTORE/ASCOLTATORE che deve fare lo sforzo di decodificare il messaggio”? Credo proprio di no, anche perché pure questa frase presuppone che il lettore/ascoltatore abbia un messaggio unico da decodificare/interpretare. Ossia presuppone che l’autore abbia scritto/narrato/raccontato quella storia, per trasmettere un messaggio.

Inoltre io non posso sapere chi sia il lettore/ascoltatore, e soprattutto, in tempi di riproducibilità a distanza di tempo dell’opera (un DVD si può rivedere a distanza di anni, ed un libro di può leggere anche dopo decenni), non ho un controllo tale sul mio pubblico, da poter dare come presupposto per la corretta interpretazione della mia opera, una collaborazione tra me autore, e lettore/i. L’opera deve essere (dovrebbe essere) il più possibile chiara e leggibile in se stessa. Non didascalica, certo. Ma chiara. Oppure io autore decido a priori di realizzare un’opera ambigua, ed aperta a più chiavi di lettura, anche contraddittorie, o non volute da me, e devo tacere se qualcuno vede in essa ciò che non pensavo ci fosse.

Se io autore (in realtà nelle serie TV il concetto di autore singolo è molto lato) volutamente non prendo posizione nei riguardi di un personaggio moralmente negativo, autorizzo chi vede la mia opera a pensare che potrei anche approvare i comportamenti che il personaggio X esibisce. Posso non approvarli, ma potrei anche approvarli. In mancanza di una posizione chiara all’interno dell’opera (non interventi esterni all’opera, come interviste o dichiarazioni), chi si limita a fruire dell’opera, può ritenere valide entrambe le posizioni. E l’autore non può risentirsene.

Così come non porsi il problema –certo, a posteriori, ma è utile lo stesso porselo, per il caso di opere successive- delle eventuali conseguenze della propria opera.

È vero che non sono libri, fumetti, o serie TV a provocare o dare origine ai fenomeni mafiosi. Non è stato il libro di Mario Puzo a far nascere la mafia. Ma è però vero che un certo modo di osservare e valutare la mafia, romantico, narrativamente allettante, accattivamente, può ritrovarsi in certi libri, film o serie TV. E non è corretto, a mio modo di vedere, lavarsi le mani dicendo “io racconto delle storie. È chi le legge che decide che messaggio ricavarne”. No. È impossibile (sto parlando di un’analisi onesta, non di mistificazioni in malafede) ricavare da un’opera un messaggio che non sia presente nell’opera stessa PRIMA della lettura. Il contenuto non viene creato da chi fruisce dell’opera. Il contenuto, o i contenuti, vengono RECEPITI dal fruitore, perché sono presenti nell’opera stessa, prima che lui vi si accosti. Possono essere presenti in modo chiaro, o in modo ambiguo.  Possono dare adito a letture ed interpretazioni univoche, o singolari, ma i contenuti ci sono prima del lettore. Quello che si vede sullo schermo, quando la serie TV è trasmessa, esiste PRIMA che lo spettatore lo veda. E lo spettatore reagisce a un contenuto presente.

Mi fermo. Ci sarebbe da dire molto altro sulla consapevolezza da parte degli autori, delle pretese di Onniscenza da parte dei critici che ritengono di sapere chi sia consapevole e chi no, e soprattutto dello snobismo di chi ritiene Don Matteo una serie da disprezzare, solo perché magari finisce bene, e le storie sono chiare e non-ambigue.

Io, se permettete, tra una storia esteticamente superba ma che finisce male e dove i cattivi vincono, e un prodotto esteticamente MENO sfavillante ma dove c’è un lieto fine e i buoni vincono, preferirò sempre il secondo. Tra Don Matteo e Romanzo Criminale, datemi Terence Hill tutta la vita. Ma si sa… io non sono cool.

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