Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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L'Editoriale » Autoproduzione: cos’è, cosa non è, a cosa serve… (Seconda Parte)

autoproduzionedi Alessandro Bottero

Autoproduzione: cosa non è.

La prima parte potete leggerla QUI.

Si parla di autoproduzione, e abbiamo chiarito (più o meno) cosa sia. È da chiarire ora cosa NON sia, e soprattutto chi fa autoproduzione e chi no in Italia.

Diciamo subito che  un’Autoproduzione NON è un fumetto fatto male, o ancora immaturo.

La scusa “beh sì. È ancora un prodotto acerbo, ma sapete…è un’autoproduzione…!”, è una emerita fesseria. Il fatto che un’opera sia un’autoproduzione, ossia che l’autore in prima persona gestisca tutto il processo produttivo, non giustifica né scusa la pochezza grafica.

Un fumetto fatto male è un fumetto male. Autoprodotto, o meno.

Un fumetto che dimostra lacune o carenze tecniche dovute all’inesperienza è, appunto, un fumetto che dimostra lacune o carenze tecniche dovute all’inesperienza. Poi può anche essere un’autoproduzione, ma le due  cose sono totalmente  scollegate.

Se vuoi fare fumetti  devi quantomeno PROVARE con tutto te stesso a farli  al meglio, indipendente se lo pubblichi  in modo autonomo, o se te lo pubblica la Bonelli Editore in tutte le edicole del Regno d’Italia.

Qualità dell’opera è un conto, modalità produttive un altro.

Autoproduzione NON significa nemmeno fare palestra, o gavetta.

In un mondo dove il buon senso fosse un po’ più diffuso di quanto sia nella realtà uno si esercita, disegna tanto, scrive, eccetra eccetra, ma tutti questi sforzi restano appunto un esercizio PRECEDENTE alla pubblicazione.

A chi realizza un’autoproduzione con l’idea che sia un esercizio per migliorare, e cerca di venderla, mi verrebbe da dire “scusa, se compro un libro, io voglio un qualcosa di definito. Non un insieme di bozze ed esercizi di scrittura.”

Volete esercitarvi? Perfetto. Anzi, doveroso. Ma l’autoproduzione che  volete vendere è un’altra cosa.

Autoproduzione NON significa nemmeno essere a priori alternativi ai generi più popolari.

Io posso benissimo autoprodurmi una storia western, con un pistolero buono che mena i cattivi, non ha dubbi esistenziali, non è un pervertito, non ha alcun rimorso di coscienza a fa fuori chi se lo merita, usando uno stile pulito, definito, rispettoso delle anatomie, e senza funambolismo psichedelici.

Voi mi direte”ma non c’è già Tex?”. Sì, e allora? QUESTO è il mio fumetto western, e lo faccio come voglio io. E se è nel solco di Tex, che male c’è?

Pensare che l’autoproduzione debba PER FORZA e NECESSARIAMENTE qualcosa di sempre e totalmente diverso dal fumetto popolare, è solo una forma di snobismo fighetto. Spesso sostenuta da chi in realtà non è capace di scrivere storie popolari.

In sintesi l’autoproduzione non è alternativa di per se stessa.

Chi è che fa autoproduzione in Italia? Pochissimi.

Se prendiamo come punto di riferimento un catalogo per fumetterie, in questo caso Mega n.157 (è di due mesi fa, ma le cose non sono cambiate) non è presente nessuno che usi lo strumento dell’autoproduzione.

Eppure in passato le cose erano diverse. Ricordo Giorgio Santucci, con la Graffietti edizioni, oppure la Factory, che fu un interessantissimo caso di collettivo di autoproduzioni (l’unico che mi ricordi in Italia). C’è stato Bonny-Ed, con la Proud Ink, e anche  Capitan Italia della Down Comix. Oggi chi fa effettivamente autoproduzione (ossia rispetta i punti 1, 2, e 3 espressi nella prima parte) sono la Emmetre service con Capitan  Novara; la DTE, con Debbie Dillinger e le altre produzioni di Daniele Tomasi (ma NON con la nuova rivista in pdf annunciata per Lucca “Continua…”, che è più produzione che auto-produzione); la  Wombat Comics, di Luca Presicce ed Enzo Troiano.

Realtà come Absolute Black, ad esempio, finché pubblicavano SOLO Il cimitero dei bambini addormentati erano inseribili nella categoria autoproduzioni, ma espandendo il catalogo entrano nella categoria editori in senso ampio, che pubblicano anche opere realizzate in prima persona dall’editore.

Questo, chiaramente, limitandoci  solo al campo degli  editori visibili. C’è poi tutto il vasto, immenso arcipelago degli editori invisibili, quello che (prendendo come riferimento la kermesse di Lucca), gravita attorno a due poli: il padiglione self-area, e il padiglione fanzine.

Qui le autoproduzioni fioccano, spesso con risultati egregi.

E anche qui bisogna sfatare dei miti:

se per AUTO-produzioni intendiamo qualcosa che rientra  nei quattro punti espressi allora realtà come Self Comics, I Cani, Monipodio, Canicola, Ernest, e altro NON sono autoproduzioni.

O meglio, mi spiego….il loro essere autoproduzione non dipende dall’essere fuori dai circuiti, o autonomi.

L’autonomia concettuale e contenutistica è una cosa, l’autoproduzione un’altra.

Le realtà citate sono (o sono state) autoproduzioni, SOLO se gli autori coinvolti (TUTTI gli autori coinvolti nei vari progetti) sono rientrati nei punti 1-4.

Così a naso posso pensare che I Cani e Monipodio ci siano rientrati (impegno economico in prima persona degli autori, rapporto con i distributori ecc…), mentre le antologie Self Comics mi  danno più l’idea di un Editore Alternativo, che un’Autoproduzione.

Ripeto, qui non si tratta di discutere sulla qualità dei contenuti, ma di una chiarezza di definizione (anche per sapere in che categoria gareggiano i vari concorrenti).

Le associazioni  culturali (Alex  Raymond, Cagliostro E-Press, Double Shot, Centro Fumetto Andrea Pazienza, ProGlo, ecc…) non fanno autoproduzione, infatti

A – gli autori delle opere pubblicate dall’associazione X possono non essere membri delle associazioni stesse, quindi cade il punto 1:

B- gli autori delle opere pubblicate dall’associazione X possono benissimo NON avere voce in capitolo per quel che riguarda modalità tecniche di realizzazione e tempistiche di pubblicazione, quindi cade il punto 2;

C- gli autori delle opere pubblicate dall’associazione X non sono tenuti a investire in prima persona i loro soldi, per pagare le pubblicazioni dell’associazione culturale, quindi cade il punto 3;

D – gli autori delle opere pubblicate dall’associazione X non sono affatto tenuti ad avere rapporti in prima persona con il distributore, per curare la diffusione dell’opera, quindi cade il punto 4.

Attenzione, questo punto delle associazioni è molto importante, perché si gioca tutto sul  punto 4.

Un autore infatti può dire “beh, io mi autoproduco. Decido io cosa realizzare, MI PAGO IO la stampa, nessuno mi controlla o pretende di dirmi cosa fare. Mi organizzo io gli  incontri con le librerie. Mi auto produco”.

Però questo autore sbaglia,  perché se poi non è LUI a mandare i comunicati ai distributori, se non è LUI a gestire il magazzino, se non è LUI a gestire i soldi ricevuti, se non è LUI che  va a tutte le mostre a farsi il sederino per promuovere la sua opera, allora non è una AUTO-produzione. Inoltre, se un’associazione culturale ha uno statuto, un presidente, un direttivo….o l’autore è il presidente e decide tutto lui, o altrimenti non è autonomo nei riguardi delle decisioni relative alla sua opera, e quindi  non è autoproduzione.

Faccio un esempio

Sia Roberto Battestini (quando pubblica Fratelli con Bottero Edizioni) che Ausonia (quando pubblica Interni con Double Shot) godono della totale autonomia creativa, grazie  a un rapporto di stima e fiducia  tra autore ed editore (o associazione culturale). Ma né Fratelli né Interni sono autoproduzioni. E né Battestini (nel caso di Fratelli) né Ausonia (nel caso di Interni) possono dire di essere “autori che si autoproducono”. Possono dire di essere autori liberi di esprimere in modo totalmente autonomo la loro creatività. Ma auto prodursi è un’altra cosa.

(2 - continua)

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