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Fumetti & Decessi: come e perchè morire nel mondo dei comics (Seconda Parte)
2) LA MORTE COME BUSINESS: qui gli esempi sono innumerevoli ma forse il più eclatante è il trapasso “Kennedy style” di Capitan America, a cui fa da contrappeso l’ennesima (e un po’ grottesca) resurrezione di Bucky, compianta spalla degli anni d’oro che tra vari tentennamenti prende in consegna nome, scudo e missione del difensore d’America. Un colpo di teatro pensato certamente, come in altri casi analoghi, per far riprendere quota a contesti e personaggi ormai un po’ datati, se non proprio “brasati”. Nel caso di Cap l’uscita di scena dell’eroe originale serve come pretesto per adeguare ai tempi anche l’estetica del personaggio, la vecchia calzamaglia “vintage” sostituita da un aggressivo costume-armatura che sembra ammiccare alle apprezzate atmosfere dark del nuovo Batman. Per lo sceneggiatore in debito d’idee, la morte di un personaggio-chiave è sempre una sorta di grimaldello a buon mercato per recuperare attenzione e consenso. Che il sacello prefiguri un’eclissi definitiva, secondo la prassi invalsa per i comuni mortali, o temporanea, in attesa di qualche rocambolesco ritorno in scena, poco importa: almeno per un po’ il decesso “tira”, è una specie di regola non scritta. Superman, Flash, Mister Fantastic…alzi la mano chi non si è fatto il suo bel giro promozionale nella categoria dei cari estinti. Problema di fondo: quando è fine a se stessa, cioè non ben inserita in un “nuovo corso” narrativo coerente e credibile, una trovata del genere fa presto a mostrare la corda, e l’interesse del lettore – passata l’iniziale curiosità – riprende a declinare. E’ la stessa differenza che c’è tra l’alba di un nuovo giorno e un solitario bengala lanciato nel buio: se è ancora notte, consumatosi il razzo luminoso a riprendere il sopravvento sono le tenebre. Della siccità inventiva, in questo caso. 3) LA MORTE COME SCELTA “POLITICA”: è un tipo di dipartita i cui esponenti si
rinvengono per lo più tra i comics del passato, quando riflessioni di opportunità o convenienze sociali di vario genere potevano decretare con molto maggiore disinvoltura la fine di questo o quel beniamino di carta. Ad imporsi per rilevanza in questa categoria è il caso di Betty Boop, la celebre eroina dei cartoni degli Anni Trenta: vestitino succinto, giarrettiera in bella vista, bocca a cuore, ammiccamenti di acerbo sex appeal. La provocazione dei fratelli Fleischer si fermava lì, trama e ambientazioni discostandosi ben poco dalle atmosfere innocenti delle più ortodosse Silly Symphonies disneyane, ma per la morale dei tempi si era già andati troppo oltre: l’approvazione del Codice Hays, dettagliatissimo e insindacabile e vademecum per la salvaguardia della moralità in tutte le pellicole a stelle e strisce, sancì la fine prematu
ra della dolce Betty. Non prima però che l’avvilente trasformazione estetica in casalinga disperata, con tanto di bigodini e parannanza, smontasse pezzo a pezzo quell’aura irriverente e sbarazzina che ne giustificava l’originalità e, di fatto, la sopravvivenza. Ho scritto poc’anzi che si tratti di una “morte” più comune ieri di oggi, grazie all’epocale antidoto di una malizia abbondantemente lievitata. Mi viene in mente però che l’ancora recente disavventura giudiziaria capitata ad un personaggio Disney in carne ed ossa, tale Paul Reubens alias Pee-Wee Herman, sembrerebbe suggerire il contrario. In Italia se lo ricordano in pochi, ma per anni in America è stato più famoso dei Teletubbies: un vero e proprio idolo dei bambini in età prescolare. Almeno finchè nel ’90 un poliziotto molto, molto zelante non arrestò l’attore in questione per atti osceni in luogo pubblico (fu scoperto a masturbarsi in un cinema): reato non proprio da sociopatico incallito, che in altri contesti avrebbe ispirato ironia ma anche indulgenza. Tuttavia Reubens non era un uomo, era un “fumetto”: non era l’attore, ma il suo personaggio. O almeno la società – i genitori, la Disney, l’opinione pubblica – lo considerava tale. Di qui la sentenza capitale, univoca e definitiva: Pee-Wee, il mr.Bean dei più piccoli beccato a “volersi bene” davanti a un film porno, doveva essere eliminato. La morte espia le colpe ma non le ripara, diceva Napoleone. A volergli dare ragione le “morti” di questo tipo appaiono, se possibile, ancora più tristi.
La prima parte di "Fumetti & Decessi: come e perchè morire nel mondo dei comics" la potete leggere QUI.







