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- Scritto da Roberto Alfatti Appetiti
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Anna Politkovskaja a fumetti, vita e morte di una giornalista
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i Roberto Alfatti Appetiti*
«A quei giornalisti che scelgono ancora di fare il loro mestiere». Il più delle volte le dediche che gli autori appongono sui libri sono rivolte ai propri cari o mentori. Testimoniano sentimenti affettivi o saldano debiti di riconoscenza. Il fiorentino Francesco Matteuzzi e la padovana Elisabetta Benfatto, invece, per Anna Politkovskaja (graphic novel edita recentemente da Becco Giallo, pp. 127, € 14), ne hanno scelta una che suona come un ammonimento. Non proprio un rimprovero ma, semmai, un invito a riflettere sull’importanza del nostro mestiere. Un richiamo quanto mai necessario, perché in questa graphic novel si misurano con la giornalista assassinata il 7 ottobre del 2006 per aver perseverato nel raccontare la drammatica situazione vissuta dalla popolazione cecena, le continue violazioni di ogni basilare diritto civile. Denunciando nei suoi reportage chiunque se ne macchiasse e senza fare sconti. Né ai russi né ai ceceni. Né ai governi stranieri ritenuti eccessivamente “vicini” a Putin, di destra o di sinistra che fossero. Voce solitaria nel desolante panorama dell’informazione russa, era nata a New York nel 1958 da diplomatici sovietici di stanza all’Onu e aveva studiato giornalismo all’università di Mosca.
«Quello che deve fare un giornalista è semplicemente riferire quello che vede – diceva Anna Politkovskaja – e io vedo tutto. Questo è il mio problema». Lo diventa quando non ti adatti a prendere per buone le veline e hai la pretesa di recarti sul posto per verificare i fatti, cercare testimoni e convincerli a parlare. Lo diventa ancor di più se non ti preoccupi di smussare le responsabilità del tuo governo e non abbellisci la realtà ma, al contrario, la restituisci così come l’hai conosciuta: atroce quanto scomoda. Se poi intimidazioni e minacce di morte non ti piegano, il problema si fa insuperabile: diventi una giornalista “non rieducabile”. Definizione che nella graphic novel è spiegata dalla voce narrante di Anna: «In Russia i giornalisti si possono dividere in due categorie. I buoni e i cattivi. I buoni sono quelli “per la Russia”, i portavoce dello Stato. I cattivi sono “contro la Russia”. In breve, sono quelli che dicono la verità. Ma anche i cattivi si dividono in due categorie. Ci sono quelli rieducabili, che possono essere ricondotti sulla buona strada comprandoli o spaventandoli. E quelli non rieducabili». Anna apparteneva a questa sottocategoria, marchiata come “reietta” e rappresentata dalla stampa di regime come «la pazza di Mosca». Cercavano di minarne la credibilità, l’accusavano di essere troppo “partecipe”, eccessivamente sensibile alle ragioni dei ceceni. Ne mettevano in dubbio la professionalità, ma non potevano cancellarne il lavoro puntuale e documentato. Non sarebbero riusciti a farla tacere, se non assassinandola.
Il volume è arricchito, inoltre, da diversi contributi: la prefazione dell’attrice Ottavia Piccolo, che ha portato in teatro uno spettacolo sulla Politkovskaja; il testo di Andrea Riscassi, giornalista Rai, autore di un libro sulla vita della giornalista (Anna è viva, Sonda 2009) e fondatore di un’associazione a lei dedicata, “AnnaViva”; e da una lunga intervista a Paolo Serbandini (che l’aveva conosciuta e incontrata) curata da Francesco Matteuzzi.
È a quest’ultimo che si deve l’idea di questo libro, accolta immediatamente dalla casa editrice padovana, specializzata in storie dal carattere sociale e storico.
Un libro importante. Necessario. Con un più che soddisfacente riscontro di vendite, grazie in particolare al passaparola e al web. Perché, a distanza ormai di qualche mese dalla pubblicazione, non si può non registrare il silenzio con cui è stato accolto dalla grande stampa, per certi versi più eloquente di tante parole. «Neanche Internazionale, il periodico che pubblicava in Italia gli articoli della giornalista – ci dice sconsolato l’autore – l’ha recensito».
La Cecenia e la Russia sono troppo lontane? Non più di tanto, a ben pensarci. La nostra informazione se la passa meglio, certo, sia pure drogata com’è dalla cronaca e dal gossip. Sappiamo ogni dettaglio, finanche il più pruriginoso, sulle vite dorate dei nostri vip, ma ignoriamo o facciamo finta di ignorare quel che accade dietro l’angolo di casa. Bisogna ammettere, a onor del vero, che vicende così “sgradevoli” sembrano non appassionare neanche i russi. Eppure è lì – a futura memoria – la tomba di Anna Politkovskaja, a forma di giornale trivellato di colpi: ne son bastati quattro mentre rientrava a casa con le borse della spesa, proprio come una massaia qualsiasi e non certo come l’eroina coraggiosa e coerente che era. Un omicidio cui sono seguite quattro assoluzioni perché non c’erano prove a carico degli unici indiziati. Di comodo? Probabilmente sì, visto che la famiglia di Anna ha criticato la decisione della Corte Suprema di annullare le assoluzioni e riaprire il processo. Una lezione, l’ultima, anche per i giustizialisti di casa nostra.
«La vera giustizia è quella in cui le leggi sono uguali per tutti – diceva la giornalista – e da noi non è così». La sua fine, c’è da scommetterci, è destinata a rimanere avvolta dal mistero e va a sommarsi a un lungo elenco di giornalisti investigativi come Paul Klebnikov e di attivisti umanitari come Natasha Estemirova, la cui unica colpa è stata quella di non voltarsi dall’altra parte.
*Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Fare Italia Mag QUI.







