«Scrivere questa autobiografia – ci conferma Mauro Boselli – è stato molto difficile, perché significava rendere umano Tex senza rinunciare a restituire la sua natura di eroe universale, la cui longevità è data proprio dalla semplicità delle storie, dure ma senza violenza gratuita. In un mondo sin troppo tecnologico e veloce, riteniamo che la lentezza possa conservare un suo fascino distintivo e abbiamo pensato a questo romanzo come a un racconto fatto davanti al fuoco, tra vecchi amici». Discorsi che potremmo definire di famiglia, considerando che Tex è per molti di noi una specie di fratello maggiore. «Mio padre Ken – racconta Tex/Boselli – mi insegnò la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e spesso arricchiva le sue lezioni con esempi tratti dalla vita di grandi uomini come il presidente Washington, del quale si sapeva che fin da ragazzo diceva sempre la verità e si schierava invariabilmente dalla parte della giustizia: erano insegnamenti che allora non capivo fino in fondo ma che non ho mai dimenticato».
Nelle storie di Tex, infatti, il confine tra bene e male è tracciato chiaramente, anche se le circostanze possono indurlo a decisioni impulsive e spesso senza appello che pure non lo trasformano nella caricatura del giustiziere solitario e rancoroso. Il senso della comunità, la coerenza, il rispetto della parola data, l’onore e il coraggio ancora significano qualcosa per questo personaggio che è, al tempo stesso, un libertario e un rappresentante della legge, un viaggiatore e uno stanziale, un americano del sud e un capo indiano.
«Non è vero – protesta Boselli – che Tex sia letto soltanto da chi è nato nei decenni Cinquanta e Sessanta. Il senso di giustizia di cui si fa portavoce rappresenta un’esigenza ancora avvertita dalle giovani generazioni».
Se nel secondo dopoguerra del Novecento, Tex si faceva carico di rispondere alla curiosità dei giovani nei confronti di un’America più immaginaria che reale, sino a quel momento conosciuta attraverso le suggestioni offerte da film e romanzi a stelle e strisce, la sua presa sull’immaginario si è mostrata salda anche quando le storie del leggendario West si sono progressivamente ritirate dall’edicole come anche dal grande schermo mettendo a riposo miti come John Wayne, Charlton Heston e Charles Bronson.
«Mio padre – spiega Bonelli – ebbe l’intuizione geniale di inventare un personaggio non per bambini quanto per un pubblico di ragazzi ultraquindicenni. Rispetto ai competitors, le storie di Willer erano più maschie e anche il linguaggio più duro, sul modello della letteratura americana di quegli anni». Tex non ha messo fiori nelle sue colt neanche successivamente ma, grazie alla lungimiranza degli autori che negli anni a seguire si sono misurati con la sceneggiatura e alle contaminazioni con altri generi narrativi, la cavalcata trionfale iniziata con gli albetti a strisce nel settembre del 1948 prosegue a spron battuto con i texoni a colori.
Con un distinguo necessario quanto sostanziale, però. In anni in cui i “pellerossa” venivano dipinti al cinema quasi sempre come selvaggi e il tutto si risolveva nell’attesa salvifica che arrivassero i nostri, ovvero i civilizzatori, Tex, sposandosi con un’indiana e legandosi al popolo rosso, ha affermato il valore delle culture “altre” rispetto a quelle “occidentali”, riconoscendo l’uguaglianza di diritti dei popoli. Un uomo è buono o malvagio a prescindere dal colore della sua pelle. E l’amicizia non conosce confini.
Valga come esempio la scena scelta per l’epilogo del romanzo. Nel cimitero navajo dove riposano Lilyth e Kit Carson, sono in piedi, uno accanto a l’altro, il nostro ranger e il fiero navajo Tiger Jack. «Lui e Tex si mettono una mano sulla spalla e si guardano negli occhi. Non servono parole, tra fratelli di sangue».
*Questo articolo originariamente è apparso il 29 aprile 2011 su Il Secolo d'Italia e in rete è reperibile QUI.