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Fumetti no smoking
di Adriano Monti - Buzzetti
Per essere un universo narrativo in cui gli esseri senzienti comunicano tra loro mediante sbuffi di fumo (così almeno li inquadrerebbe l’ipotetica lettura di un “buon selvaggio” non avvezzo all’artifizio grafico del balloon), è davvero singolare che a colpire più spesso il fumetto moderno sia una censura preventiva volta ad epurarlo non tanto di linguaggi da trivio o truculenze da grand guignol, quanto di ogni possibile richiamo a vezzi, vizi e manufatti del tabacco, a partire ovviamente dalla sigaretta.
Dal punto di vista del fumetto italiano, il 2009 adombra una significativa ricorrenza a questo proposito: giusto dieci anni fa, infatti, un organismo autorevole come il Codacons lanciava il proprio anatema mediatico (e anche legale, almeno nelle minacce d’esordio) contro il numero 458 di Tex Willer a quell’epoca fresco fresco di edicola. “Sulla Pista di Fort Apache”, questo il titolo dell’albo, stando ai capi d’accusa era colpevole nientepopodimeno che di istigazione al fumo. Questo a causa di un fugace passaggio narrativo, nel quale il celebre ranger offriva al proprio interlocutore una sigaretta commentando: “fumare distende i nervi”. Bonelli minimizzò, il Codacons – sommerso, pare, dalla protesta collettiva di falangi armate di estimatori del Tex nazionale – sotterrò frettolosamente l’ascia di guerra, pur ribadendo la bontà dei propri assunti; quanto all’eroe di carta in questione, già nella copertina del numero successivo (pronta probabilmente già da mesi) era libero di tornare ad offrirsi ai lettori con sfrontata indifferenza nell’atto di accendersi la cicca con un fiammifero, particolare vistoso e ineludibile in quanto unico punto luce in un’ambientazione marcatamente notturna. Poco male dunque: Tex e i suoi pards, a quanto ne so, dieci anni dopo l'accaduto appestano ancora tranquillamente di nuvolette azzurrine le praterie di un manesco e sudaticcio Ottocento di frontiera, dove un interesse ai rischi del fumo per la salute umana sarebbe stato davvero poco credibile. Se pensate comunque che la reazione delle associazioni dei consumatori fu eccessiva, e che tra il far fare due tiratine a Tex (e a Corto Maltese, Braccio di Ferro ecc.ecc.) e propagandare dolosamente un’abitudine nociva, anzi mortale, qualche distanza ancora ce ne corra, allora non giudicate troppo severamente la vis polemica nazionale e ricordatevi che molto più avanti – o indietro - c’è sempre l’America dei veti assoluti, bambocciona e puritana, dove la crociata anti-fumo ha travolto da tempo “duri” del calibro di Wolverine e Nick Fury, a tratti con risultati di involontaria ma irresistibile comicità.
Negli Usa da sessant’anni, ben si sa, sul mondo del fumetto imperano le ferree regole del Comics Code, vero e proprio abbecedario di ciò che si può far vedere o non vedere in una storia disegnata. Negli Anni Cinquanta il Codice si era limitato, con apprezzabile buonsenso, a bandire la pubblicità esplicita del tabacco; il successivo aggiornamento dell’89, fu invece decisamente più draconiano, vietando di rappresentare l’uso di tabacco e di droghe in qualsiasi sfumatura minimamente seduttiva o "glamorous", e aggiungendo in alternativa l’obbligo di concludere la storia facendo pagare al personaggio coinvolto le conseguenze fisiche, mentali, o sociali dei propri abusi. Di conseguenza dunque il fumatore da vent'anni, con poche eccezioni, è inevitabilmente un losco figuro, se non addirittura “il” cattivo della storia. Se protagonista deve essere, che sia un uomo controverso e tormentato alla John Constantine di Hellblazer. O in alternativa, se di semplice comprimario si tratta, sia il suo fato simile a quello delle bionde procaci in un film dell’orrore di quart'ordine: un character destinato dagli sceneggiatori-demiurghi a tragica fine o ad inenarrabili sofferenze, a meno che non sia la buona volontà del protagonista a scongiurarle (qualche cultore del genere supereroistico ricorderà lo zelo di Peter Parker/Uomo Ragno nel convincere la neo-moglie Mary Jane Watson a buttare via per sempre il pacchetto, mentre della sua prima e storica fiamma Gwen Stacy, tragicamente scomparsa da lunghissimo tempo, ritroviamo qua e là immagini fumiganti, sia in qualche vecchio albo d'epoca che nella moderna realtà “parallela” della serie Ultimate, che la vede sempre e comunque soccombere...Premonizioni in punta di brace, o pura e semplice sfiga?).
Sull’impianto giuridico del Comics Code, già poco clemente di suo, in anni recenti si sono innestate poi anche scelte e iniziative personali come quella di Joe Quesada, potente e carismatico editor-in-chief della Marvel Comics, che in seguito ad un dramma familiare (il padre è morto di cancro ai polmoni) ha avviato una politica di tolleranza zero con i prodotti da tabaccheria, “disintossicando” bruscamente personaggi come i già citati Wolverine e Nick Fury, ma anche Gambit e persino la Cosa dei Fantastici Quattro. E ciò sebbene la fisionomia dei personaggi già prevedesse peculiarità e poteri sovrumani che non legittimavano una lettura dei loro atteggiamenti come propaganda del fumo diretta ai comuni mortali (Logan, in fondo, ha il suo bravo Fattore rigenerante; Nick Fury beve il Siero dell’Eternità, che presumibilmente gli sbianca anche i denti ingialliti dal sigaro; quanto alla Cosa beh, è un pezzo di roccia arancione semovente…). La crociata del posacenere dunque continua e la vittima principale, almeno nei casi citati, è la credibilità dei personaggi, quel contrappunto di ruvida fragilità che ce li rende affini, comprensibili ed umani ad onta delle loro inarrivabili facoltà di superguerrieri. Nessuno vuole osannare il fumo, per carità, ma tanta perfezione non risulterà alla lunga noiosa? Nella letteratura – che difatti abbonda di eroi “sbagliati” e maledetti – ben pochi hanno voluto correre un simile rischio. E giusto per concludere sul filo dell’ironia, notiamo ancora che la guerra contro la nicotina a fumetti non ha lambito la piccola Svizzera dei fumatori di pipa, settore considerato forse troppo di nicchia per un intervento frontale: Reed Richards, almeno a quanto è dato di ricordare al sottoscritto, sporadicamente indulge ancora all’aristocratico peccatuccio da genio (tabagista) in fase meditativa. Un superstite d'eccezione, graziato forse perché all’ombra di un altro grande estimatore di scovolini e fornelli di radica. Il "Rip Kirby" del grande Alex Raymond? Anche, certo, ma in realtà il riferimento era al buon vecchio Sherlock Holmes, che anche nelle riduzioni a fumetti nessuno ancora si è mai sognato di privare del suo favorito strumento di concentrazione.







