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Tintin come il Necronomicon
di Adriano Monti - Buzzetti
Comic book maledetti, capitolo due. Può un fumetto di quasi ottant’anni fa diventare un caso social-razzial-mediatico in pieno ventunesimo secolo? Pare proprio di sì. La Public Library di Brooklyn, New York, ha deciso di rimuovere dai suoi scaffali una copia di “Tintin in Congo”, secondo capitolo della saga del celeberrimo reporter-boy scout del belga Hergé, perché ritenuta offensiva nei confronti degli afroamericani. La decisione è stata presa questa estate in seguito alle lagnanze di una frequentatrice di colore, la quale aveva criticato il fatto che nel fumetto gli africani fossero rappresentati in modo caricaturale, sia nei dialoghi che negli atteggiamenti: “somigliano ad un gruppo di scimmie”, aveva protestato la lettrice.
Il volume ora si trova in una sezione speciale dell’istituto, accessibile solo per appuntamento, ma il turbillon sollevatosi attorno all’arcaico fumetto (la prima data di pubblicazione è il 1930) continua, e non solo negli States. Nell’area francofona un contabile congolese è impegnato da anni in una doppia azione legale tra Francia e Belgio (in quest’ultimo Paese facendo appello ad una specifica legge antirazzista del 1981) per il ritiro del fumetto dalle vendite. Anche la Gran Bretagna, da parte sua, aveva stigmatizzato le atmosfere sconvenienti del fumetto già nel 2007, quando l’istituzionale Commission for Racial Equality sentenziò che l’opera conteneva immagini e dialoghi portatori di “abominevoli pregiudizi razziali, in cui gli ‘indigeni selvaggi’ somigliano a scimmie e parlano come imbecilli”.
Fin qui i fatti. Adesso sia consentita qualche opinione personale, condivisibile o meno. L’idea di chi scrive è che su tutta la vicenda vi sia un pizzico di esagerazione. Dopo il Tintin sospetto gay (non ha mai avuto ragazze…), ecco che arriva quello razzista. Ora sì che sul ragazzetto dal ciuffo all’insù se ne sono sentite davvero tante. D’accordo, in Tintin au Congo, classe 1930 come si è detto, passaggi etnicamente “offensivi” per i nostri parametri moderni qua e là ve ne sono, e la possibilità che essi possano condurre la mente di un imberbe lettore del terzo millennio ad associazioni fuorvianti lo rende senza dubbio non più accettabile come prodotto per minori (quantomeno non accompagnati nella lettura da un adulto che spieghi loro un paio di cosette). Ma da qui a dichiarare che si tratti di contenuti talmente esecrandi da volerlo vietare anche ad adulti mediamente equilibrati, ce ne corre. In fondo non si tratta di un manuale di eugenetica razziale ma di un libro di avventure per i ragazzi di tanto tempo fa, con tutte le ingenuità, le iperboli, le buffe e grossolane forzature che da sempre sia accompagnano a questo tipo di target editoriale. Ma soprattutto anche questa, come ogni opera dell’uomo, è figlia del suo tempo: un tempo in cui il Congo era colonia belga e l'estetica del “selvaggio” corrispondeva al comune sentire dei padroni europei verso la popolazione indigena. Ed è anche figlia del suo autore, personaggio a tratti controverso (durante l’ultima guerra fu accusato, pare a torto, di collaborazionismo con i nazisti) ma che tuttavia nel 1946, in occasione della pubblicazione a colori dell’album, si sentì in dovere di limare almeno in parte i passaggi più denigratori (ce ne è persino uno in cui il cane di Tintin, Milou, prende in giro la “proverbiale” pigrizia dei lavoratori congolesi). Ciò detto, la constatazione di fondo è che evidentemente forse è un po’ presto per storicizzare certe sfumature, anche nell’era in cui il capo della più potente nazione del mondo è un uomo di colore. Peccato, perché relegare un albo a fumetti - anche se dai contenuti a tratti infelici - nella sezione “proibita” di una biblioteca non è precisamente il miglior esempio per altri e ben più accesi interlocutori ad alta sensibilità identitaria, primo fra tutti quell’Islam fondamentalista che tre anni fa scatenò una mezza rivolta per la pubblicazione in Danimarca di alcune vignette satiriche su Allah. Al di là di tutto, comunque, sul piano sociale il fenomeno non è privo di un suo interesse. Uno dei primi ad accorgersene è stato un regista intelligente come Spike Lee in una delle sue pellicole forse meno conosciute, Bamboozled, dove uno sceneggiatore afroamericano per “sfondare” in tv si inventa uno show di successo ispirandosi a spettacoli razzisti d’epoca sostanzialmente coeva a “Tintin in Congo”; per intenderci, quelli dei comici bianchi tinti col lucido da scarpe che impersonavano neri invariabilmente tardi, goffi e stupidi, il tutto però riattualizzato utilizzando veri attori di colore. Nel film la comunità afroamericana ha reazioni contrastanti, in bilico tra divertimento per gli spunti autocritici di certe gag ed esecrazione per le dolorose e umilianti memorie di apartheid messe alla berlina, mentre la risposta del black power militante sarà violentissima, e da ultimo fatale per i protagonisti. Un’incursione inedita su un tema, quello della “pulizia della memoria”, ancora non completamente sviscerato dalle (ex?) minoranze etniche. E che, tra timori legittimi di cattive lezioni di odio razziale e semplice mancanza di humour (noi italiani, presi di mira da oltre mezzo secolo di cliché cinematografici, ne sappiamo qualcosa) conduce a verdetti paradossali come quello di mettere all’indice una storia di Tintin. Punizione peraltro minimalista e a cui qualcuno, c’è da esserne certi, avrebbe preferito soluzioni più drastiche. Che so, magari il rogo…







