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Cartoons, pel selvilvi
di Adriano Monti-Buzzetti
Sorpresa: dalla Cina una nuova opportunità per il mercato dell'animazione
Spentisi ormai da un buon numero di giorni i riflettori sulla 14.ma edizione di Cartoons on the Bay, il festival internazionale dell'animazione organizzato dalla Rai, possiamo concederci qualche approfondimento di cornice sul tema principale attorno a cui quest'anno la kermesse è stata pensata e costruita. Diversità ed identità, questo lo slogan dell'edizione 2010, un'idea evocata implicitamente già dai numeri: con 486 opere in concorso a rappresentare 46 paesi del mondo, il respiro internazionale è ormai una vera e propria cifra identificativa per questa prestigiosa vetrina di settore, non a caso organizzata sin dagli inizi sotto l'egida del nostro servizio pubblico radiotelevisivo. In questo vasto scenario spiccava per motivi fin troppo ovvi la presenza della Cina, designata nazione ospite per eccellenza del festival, ed è è proprio su questa realtà che voglio soffermarmi. A ben pensarci poteva sembrare strano che il colosso asiatico, col suo elevatissimo peso specifico sui destini dell'economia globale, avesse lasciato fuori dalle sue zone d'influenza il ricco e capillare mercato dell'animazione. Eppure f inora ai non addetti ai lavori è sembrato davvero così: dopotutto nel sentire comune la geografia dei cartoons ha evocato finora l'Estremo Oriente sempre e solo (o quasi) in associazione a prodotti e società cinematografiche giapponesi come Toei, Sunrise, Studio Ghibli, Tms, Ig, Gainax e via nipponizzando. Con questa edizione di Cartoons on the Bay In realtà abbiamo scoperto che si trattava di una distorsione prospettica, una sorta di illusione dovuta a certe peculiarità della produzione cinese di cui diremo fra breve. A darne conto sono state le informazioni ed i numeri snocciolati in sede di conferenza stampa da Ying Wang: nome secondo solo a Cin Ciao Lin quanto a stereotipi di tipo etnico, ma che in realtà adombra la carica del potente general manager della CCTV, la televisione di stato di Pechino. Dalle sue parole si è appreso ad esempio che la Cina ha iniziato a produrre cartoni già a partire dagli Anni Venti, seppure con uno sviluppo discontinuo e più orientato all'approccio "artistico" che alla produzione in serie. L'animazione come noi la conosciamo, con investimenti e staff di lavoro su larga scala, è iniziata invece sei anni fa. "Dal 2004 allo scorso anno" - ha detto Wang - "la produzione animata è stata di 171mila minuti. Ci sono più di 6mila aziende produttrici, e più di 1000 scuole hanno al loro interno delle facoltà per l'animazione". Ed ancora: "Ben 34 canali televisivi da noi sono dedicati ai bambini e trasmettono principalmente cartoni animati, quindi il settore ha buone prospettive di sviluppo". Numeri che fanno tremare le vene dei polsi, e che sollevano subito una questione di fondo: come mai anche in questo settore non siamo stati già sommersi da prodotti cinesi, o comunque con ci troviamo ancora a confrontarci in modo problematico con una loro presenza massiccia, come già avvenuto per tanti altri tipi di prodotto? Una prima risposta è venuta fuori poco dopo: l'industria nazionale, sempre nelle parole del nostro signor Wang, ha privilegiato il mercato interno, che per effetto dell'arcinota ipertrofia demografica offre alla produzione nazionale una platea di 360 milioni di telespettatori tra bambini e adolescenti. Il sistema è, come dire, felicemente autarchico. Ma c'è anche un altro motivo, stavolta istituzionale: dal 2006 il rigido governo di Pechino ha introdotto la necessità, per le produzioni destinate ai ragazzi, di privilegiare storie e contenuti cinesi, offrendo però come contropartita dei cospicui finanziamenti pubblici. La situazione appare dunque rovesciata rispetto alle altre categorie merceologiche: almeno per quanto concerne i cartoni animati, una volta tanto potrebbe essere la Cina l'Eldorado di turno, attirando produzioni straniere col suo mercato enorme e ricettivo ed i suoi incentivi statali. Quanto ai vincoli di contenuto, si tratta di un ostacolo che probabilmente si può aggirare. A condizione di reinterpretare storie e contenuti secondo moduli "digeribili" dal mercato interno; in sostanza il procedimento inverso di quello applicato, con notevole successo al botteghino, dai film cinesi di azione fantastorica sul genere di La foresta dei pugnali volanti di Zhang Yimou, cioè internazionalizzando i moduli espressivi senza alterare troppo il substrato tradizionale di riferimento (mandarini, arti marziali eccetera). Gli americani si stanno attivando per sfruttare il filone, ma anche il Belpaese sembra deciso a non perdere questo treno, se è vero che una delle novità più eclatanti annunciate di questo Cartoons on the Bay è stata proprio la prima coproduzione italo-cinese nel settore dell'animazione. Trattasi di Tofu Boy, versione "cinesizzata" del Pinocchio di Collodi, dove l'ambientazione originale viene trasferita a Shanghai ed il celeberrimo protagonista stavolta non è fatto di legno ma, appunto, di tofu, il "formaggio" di latte di soia diffuso in tutto l'Oriente. Se non sono scambi culturali questi...









