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Inside Beccogiallo: intervista a Guido Ostanel e Federico Zaghis
Proseguendo nelle nostre interviste a case editrici, eccoci a confronto con Beccogiallo, che nel corso degli anni si è costruita una fama di prodotti sempre attenti a temi di interesse sociale e storiografico. Passo dopo passo Beccogiallo ha realizzato un catalogo di tutto rispetto, dando spazio ad opere che hanno affrontato argomenti di attualità e non, ma sempre indissolubilmente legati alla storia concreta dell’Italia. Nel corso del 2010 il nome della casa editrice è stato tirato in ballo più volte da vari autori, in molti “luoghi virtuali”, come blog, siti, o forum, suscitando una legittima curiosità per alcune scelte editoriali della casa editrice stessa. E visto che nessuno tra i vari frequentatori di siti/blog/forum, dove la gente discetta di come si debba fare giornalismo, ha fatto la cosa più semplice, ossia contattare Beccogiallo per offrirgli la possibilità di chiarirsi, rispetto alle cose che altri dicevano su di loro (e che noi vi abbiamo riportato in diverse occasioni), ci siamo detti “E chiediamogliela noi questa intervista, visto che in giro si sa solo dire «non spetta a me farla!»”. E così eccoci qui in compagnia dei direttori eitoriali di Beccogiallo.
L'idea ci è venuta osservando ciò che accadeva ormai da qualche tempo intorno a noi (o per meglio dire: proprio da noi, cioè in alcuni piccoli paesi al confine tra il Veneto e il Friuli): ci riferiamo agli attentati del così detto “Unabomber”, il bombarolo del Nordest. Periodicamente - siamo nei primi anni Duemila - qualcuno si divertiva a disseminare subdole trappole esplosive nei luoghi più impensabili della provincia, ferendo persone innocenti, spesso bambini. A ogni nuovo attentato i giornali e le televisioni (soprattutto locali, a dire il vero: Milano, Roma, i principali poli della comunicazione nazionale parevano all'epoca piuttosto disinteressati a quest'area del Paese) dedicavano la prima pagina al fattaccio salvo poi dimenticarsene fino al colpo successivo. Ci siamo chiesti se fosse possibile “fermare” per un momento la notizia, se fosse possibile mettere in fila con rigore i fatti per portarli una volta per tutte sotto la luce dei riflettori nazionali senza lasciarli scivolare via, con uno strumento (un libro, un libro a fumetti) che a differenza della pagina di cronaca sul quotidiano potesse provare davvero a rimanere nell'immaginario. I lavori di Joe Sacco e di altri autori, più in generale forse la passione per i reportage e il cinema documentario, hanno fatto la loro parte, più che altro come possibili buoni esempi da imitare.
All'inizio (non poteva non essere così, almeno per i primi titoli) siamo stati noi, come nuova realtà editoriale, a “proporre gli argomenti” agli autori e a organizzare le collane. Poi, nel corso degli anni, sono cominciate ad arrivare nuove proposte direttamente dagli autori (a volte, più raramente, dagli agenti letterari). Oggi possiamo dire che il rapporto tra i progetti nati in redazione e i progetti pensati invece dagli autori è piuttosto bilanciato.
I vostri libri sono spesso accompagnati dall’approvazione delle famiglie dei personaggi o dalle associazioni che si occupano degli eventi di cui raccontano i volumi. Qual è il metodo editoriale di BeccoGiallo per realizzare un libro dopo averne scelto il tema?
Sì, è vero. Spesso gli apparati testuali che chiudono i libri BeccoGiallo (interviste, altri interventi di testimoni dei fatti o di esperti) nascono “spontaneamente”, cioè sul campo: sono di fatto il frutto degli incontri che l'autore si trova a fare durante la lavorazione del libro (spesso durante la prima fase di documentazione, che è sempre ponderosa). In generale, dopo aver scelto il tema (se il tema lo abbiamo scelto noi come casa editrice) cerchiamo di capire a chi può avere più senso affidarlo (ci piace questo termine: “affidarlo”), sia per la storia sia per i disegni, cercando di tenere sempre in considerazione, per quanto possibile, la prossimità territoriale e la sensibilità culturale degli autori da coinvolgere con l'argomento, il personaggio, il caso da affrontare.
Nel 2011 ci saranno alcuni titoli dedicati a eventi specifici, dunque - se vogliamo - nella più classica “tradizione BeccoGiallo”, un paio di ristampe di volumi pubblicati negli anni precedenti, e qualche nuovo progetto a cui stiamo lavorando da un po' di tempo. In particolare, debutterà una nuova collana di libri dedicata ai più giovani (per età anagrafica e per approccio alla vita), dove testo e illustrazioni proveranno a dialogare in modo più libero e originale di quanto abbiamo proposto finora con i nostri volumi. E sarà in questo nuovo contenitore che troveranno spazio anche argomenti di carattere più generale.
Sì, è vero che alcuni autori che hanno pubblicato con BeccoGiallo (ma non solo per BeccoGiallo) sono politicamente “schierati”. Però noi non ci sentiamo una casa editrice schierata “politicamente” (di sicuro, non prendiamo finanziamenti o istruzioni da enti o istituzioni partitiche o politiche), ma una casa editrice - questo sì, e ce la mettiamo tutta perché accada - militante da un punto di vista “civile”. Le opinioni politiche personali cerchiamo di tenerle il più possibile lontane dalla programmazione editoriale (a volte è davvero difficile), ma la “passione civile”, l'indignazione per fatti che a noi sembrano soprusi e ingiustizie, del presente e del passato, cerchiamo di metterle sempre e tutte al servizio del nostro lavoro. Forse, in fondo, è naturale che succeda: questo mestiere, da un po' di anni, è finito per occupare gran parte del nostro tempo, della nostra vita, dei nostri discorsi.
Molto interessanti, le tue riflessioni su “Brancaccio”. Se avessimo avuto per tempo, in fase di lavorazione del libro, un riscontro personale come il tuo circa il “messaggio finale” del libro, ci saremmo chiesti tutti se non andasse modificato qualcosa alla struttura narrativa del volume. Di sicuro, come casa editrice, avremmo approfondito la questione con gli autori, perché non crediamo fosse loro intenzione invitare i giovani a lasciare l'isola consegnandola nelle mani della mafia, tutt'altro: quella di esortarli a combattere, seguendo l'esempio di Padre Puglisi, ciascuno con gli strumenti che ha a disposizione (per esempio con il linguaggio del fumetto, la scrittura e il disegno). Sì, sarebbe curioso interrogare anche altri lettori, sulla questione che hai posto, per capire quale “messaggio” sia in effetti passato più di frequente. Su “Piazza Fontana”, segnali di nuovo una questione interessante, che - più in generale - è uscita anche in alcune presentazioni del libro (a una, in particolare, eravamo presenti personalmente, a Padova): l'assenza di una parte specifica dedicata alla questione Pinelli e all'omicidio Calabresi, di cui parli tu. La motivazione è che ci sarebbe probabilmente voluto un secondo volume, per poterle affrontare bene, con il giusto spazio e il dovuto rigore. L'omicidio del Commissario Calabresi e le successive controverse vicende giudiziarie, insomma, sarebbero forse un altro soggetto che vale la pena - purtroppo per gli italiani - di affrontare addirittura a sé, cioè “indipendentemente” dallo scoppio della bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Per quanto riguarda “Stalag XB”, invece, lo dici tu stesso correttamente: siamo sul campo delle opinioni personali. A noi, come casa editrice, ci ha rapiti fin dal primo momento la particolarità del progetto, cioè quel desiderio semplice, umile, modesto, di provare a ricostruire e raccontare un piccolo frammento di storia personale (quella dell'internato militare italiano Gioacchino Virga, parente dell'autore) per divulgare una vicenda molto più grande, che ha toccato centinaia di migliaia di persone e le loro famiglie, e che è giusto - secondo noi - non tacere: il fatto che l'Italia - salvo pochissime preziose eccezioni - abbia quasi scientificamente provato a “dimenticare”, specie a sinistra, il sacrificio di più di 700.000 soldati italiani, che dopo l'8 settembre del 1943 si sono rifiutati di arruolarsi con la Repubblica di Salò e che - in quanto militari, dunque non partigiani combattenti - rappresentavano probabilmente un passato troppo scomodo, evidentemente poco “interessante” da raccontare alla nuova Italia. I disegni - ma è opinione personale - ci sono sembrati subito molto efficaci, adatti a comunicare un'atmosfera di ricordi lontani nel tempo ma estremamente vicini per violazioni subite e per sofferenza.
Più in generale, per ogni progetto-libro cerchiamo di capire prima di tutto quale sia l'anima vera, il cuore pulsante, la ragione o spesso l'insieme delle ragioni che - messe a sistema - possano renderlo un buon libro da comprare, leggere, magari consigliare. Una volta individuato questo aspetto (chissà poi se ci riusciamo davvero) cerchiamo di mettere al suo servizio le nostre competenze, le nostre energie. Dalla valutazione dell'impianto narrativo all'efficacia del disegno, fino alla realizzazione degli apparati testuali e all'organizzazione della copertina, tutto verrà considerato nella speranza di far passare al meglio quest'anima. Può darsi che questo modo di procedere finisca a volte per sacrificare in parte una componente piuttosto che un'altra. Sicuramente, il rischio c'è.
Visto che spesso si affrontano argomenti molto “caldi” , con conclusioni controverse (vedi Padre Puglisi o Piazza Fontana) , seguite gli autori nella definizione dei testi, o sono totalmente liberi nell’impostazione e nelle conclusioni?
Cerchiamo sempre, in ogni fase della lavorazione, di seguire gli autori da quanto più vicino è possibile, non per indirizzarli verso una conclusione (sarebbe un errore, crediamo), quanto per ricordare sempre loro che è un atteggiamento libero, coraggioso, intellettualmente onesto, quello di cui sentiamo di avere più bisogno. A maggior ragione, come dici tu, se gli argomenti trattati sono argomenti controversi.
Ahi, qui ci metti in difficoltà, perché ce ne sono davvero troppi. Però, scegliendone uno e uno solo, ci piacerebbe provare a costruire il miglior libro possibile su Silvio Berlusconi. Ovvero indiscutibilmente - l'uomo che più di ogni altro ha fatto parlare di sé negli ultimi anni, almeno da quando - nel 2005 - abbiamo cominciato a fare questo lavoro. Almeno da un certo punto di vista (quello delle potenzialità di diffusione) un libro così potrebbe essere il sogno di ogni editore. Ma dovrebbe essere un libro speciale, diverso dalla maggior parte di quelli che sono usciti sinora sull'argomento, un progetto che riesca a uscire dalla cornice di superficie “io sto contro/io sto con”. Un libro, insomma, che parlando della storia di Berlusconi (con Berlusconi in persona?) riesca a parlare con onestà intellettuale soprattutto di noi, di come siamo cambiati, dei nostri gusti, dei nostri bisogni, delle nostre speranze. Sarebbe bello provarci a fumetti, ma come si può fare?
“Quasi quasi mi sbattezzo”. Era un bel po' che volevamo pubblicare un libro che invitasse a discutere di laicità, di libertà di opinioni personali in materia di religione. Però, onestamente, mai avevamo pensato di farlo con un taglio e dei toni così leggeri, ironici, scanzonati (ma - crediamo non per questo meno efficaci). Poi un giorno, in osteria, il disegnatore Alberto Talami, prima ancora di salutarci, ci dice: “Ragazzi, vi devo raccontare quello che mi è successo.”
Nessun segreto. Piuttosto, forse, una banale questione di metodo: perché è così difficile dire quante copie ha venduto un libro “effettivamente”? Dipende dal meccanismo di distribuzione, vendita e rendicontazione che è tipico del canale delle librerie di varia, per il quale esiste il diritto di resa dei libri rimasti invenduti da parte del libraio, meccanismo che invece non esiste nel canale delle librerie specializzate (fumetterie). Per questo, un libro che a pochi giorni dalla data di pubblicazione “sembra aver venduto” 1.000 copie in libreria di varia perché 1.000 copie erano state distribuite, molto probabilmente, alla fine dei conti, diciamo dopo un anno dalla data di pubblicazione, “venderà effettivamente” 500 copie, perché le restanti 500 rimaste invendute sugli scaffali verranno restituite al mittente dal libraio, che dovrà fare spazio ai nuovi titoli. Dipende tutto, dunque, da quando si fa il conteggio, mentre per il canale delle librerie specializzate è diverso, e il conteggio più semplice.
Oggi, per esempio, siamo in grado di dire che il libro BeccoGiallo che ha venduto più copie in assoluto (conteggio al 31 dicembre 2010) è “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia”. Ha superato complessivamente le 5.000 copie, ripartite - in buona sostanza - così: il 5% del venduto nelle librerie specializzate, il 10% alle fiere, il 5% a soggetti privati (internet, presentazioni), l'80% in libreria di varia. Questa ripartizione tra i canali di vendita si può considerare abbastanza tipica, perché vale per la maggior parte dei nostri libri. Purtroppo, però, il libro su Peppino rappresenta un'eccezione positiva, perché si stacca nettamente dal venduto medio registrato fino a oggi dal nostro catalogo. Basti pensare che il libro che al 31 dicembre 2010 ha venduto di meno è “Garduno, in tempo di pace” di Philippe Squarzoni: poco più di 500 copie in totale.
Per proporre un lavoro, pensiamo che la cosa più semplice sia inviare via e-mail un progetto alla casa editrice, con testi, disegni e ogni altra considerazione che si ritiene utile per comunicare l'idea. Consigliamo anche - dove possibile - di provare a spiegarci perché si vorrebbe pubblicare quel progetto proprio con BeccoGiallo, quali sono le motivazioni personali, le speranze che si nutrono, gli obiettivi che ci si pone. Per quanto riguarda invece il trattamento economico riservato agli autori, non c'è un unico tipo di soluzione, ma il contratto di edizione viene di volta in volta negoziato con gli interessati. Si tratta di contratti di edizione a percentuale sulle copie vendute, nella maggior parte dei casi (ma non sempre) con un minimo di anticipo sulle royalties che si andranno a maturare (che si rivela purtroppo spesso poco più che simbolico, sicuramente al di sotto di quello che ogni autore meriterebbe di avere in cambio per uno sforzo spesso intenso e prolungato nel tempo, per chi scrive e per chi disegna). Solo in un paio di occasioni, invece, abbiamo accettato di sottoscrivere un contratto a stralcio (a forfait) che ci è stato proposto dagli autori.
Abbiamo seguito l'iniziativa con curiosità, anche se non vi abbiamo partecipato personalmente, e ne abbiamo visto successivamente il filmato che è stato messo a disposizione in rete. Forse, se solo ci fossero un po' di vendite in più, distribuite più equamente tra i piccoli-medi editori, una loro maggiore prevedibilità, e soprattutto se ci fossero margini un po' più ampi per autore ed editore in rapporto al margine della distribuzione, si potrebbero formare soggetti editoriali un po' più strutturati, professionalmente più preparati, e questo potrebbe migliorare la qualità dei rapporti (rapporti più professionali, appunto) tra i diversi operatori del settore. Sia chiaro: noi ci mettiamo a pieno titolo tra i soggetti editoriali professionalmente sottostrutturati. Speriamo solo di poter migliorare, di avere ancora un po' di energie per crescere.
L'autore, in quel caso, si lamentava pubblicamente per il ritardo di una nostra risposta a una sua precisa domanda circa una modifica da apportare al contratto sottoscritto per “Brancaccio”, in relazione ad alcuni diritti secondari che l'autore stesso avrebbe dovuto da quel momento gestire personalmente al posto della casa editrice. Era per noi un momento particolarmente delicato, nella storia della casa editrice, e all'interno della stessa - soprattutto - non avevamo a disposizione le competenze necessarie per poter fornire una risposta esauriente e tempestiva a quella richiesta.
Temporeggiammo troppo, e alla fine non riuscimmo a rispondere in tempi accettabili. Speriamo, con tutto il cuore, che non sia accaduto troppo spesso.
Le dichiarazioni corrispondono al vero: “Brancaccio” fu il nostro secondo esperimento di contratto di edizione a stralcio, mentre per le sceneggiature della “Banda della Magliana" e della “Grande Guerra” (e per alcuni altri libri) non sono stati dati anticipi sulle royalties, in accordo con gli autori. Almeno per quanto riguarda la nostra breve esperienza, ci sembra dipenda dal singolo caso: in particolare, prima di tutto dalle esigenze di ciascun autore (nella condizione del mercato editoriale italiano, e non solo per il fumetto, può purtroppo fare già la differenza il fatto che l'autore abbia o meno una fonte di reddito “alternativa” agli introiti editoriali), e dal budget di spesa che l'editore ritiene di avere a disposizione per la buona riuscita di un progetto, per la sua sostenibilità economica. Si capisce subito, allora, che in una situazione come questa (cioè con questi numeri medi di vendita, con questo tipo mercato editoriale) l'equilibrio è disperato, e si cerca - insieme con gli autori - di aggirare gli ostacoli: può capitare che uno sceneggiatore, magari con una sua fonte di reddito extra-fumetto, accetti di “girare” la sua parte di anticipo (per quanto sempre minima) al disegnatore purché questo possa lavorare un po' più dignitosamente. Capita ancora che un autore rinunci all'anticipo (per quanto sempre minimo), per convincere l'editore a stampare il libro a colori, o in un formato più grande, o con una carta più preziosa. Insomma, la situazione per gli “autori puri” e per gli “editori puri” (autori ed editori, cioè, che non hanno altre fonti di reddito se non quelle derivanti dal loro lavoro editoriale) non è per niente semplice. Noi, per la nostra esperienza, per il tipo di libri che abbiamo pubblicato finora, siamo stati costretti a vedere sempre negli autori anche degli “alleati”. Questo, se da una parte può essere fonte di gioia reciproca, dall'altra è sicuramente un limite, posto alla professionalità del lavoro editoriale di ciascun attore della filiera.
Per quanto riguarda “Il delitto Pasolini”, ci sono stati da parte nostra dei ritardi nella comunicazione dei rendiconti all'autore, dovuti a un regime di rendicontazione semestrale del venduto che si è rivelato per noi - nel tempo - più difficile da seguire (normalmente sono annuali). Per quanto riguarda invece i numeri, cioè il numero di copie vendute in libreria, in fumetteria, nelle fiere e ai privati, ogni cosa è stata rendicontata come per tutti gli altri volumi. Come accade sempre a un certo punto della “vita editoriale” di un libro, ci sono periodi anche lunghi in cui il saldo tra le decine di copie vendute e le decine di copie rese è intorno allo zero, magari negativo. Forse non è scontato da comprendere, ma questo (il fatto che il libro, dopo alcuni anni dalla pubblicazione, sia ancora “vivo”, perché a fronte di qualche libraio che lo rende ce n'è invece qualcun altro che lo chiede) rappresenta uno degli indicatori più positivi per valutare l'andamento di un libro nel lungo periodo.
Per quanto riguarda la questione diritti, invece, c'è stato un nostro (piccolo) errore di conteggio per cui il saldo negativo di 9,68 euro relativi al semestre in questione era stato sottratto dalla cifra che spettava all'autore per la vendita dei diritti di traduzione dell'opera in lingua straniera.
Semplicemente, e ancora una volta, per motivi di tempo ed energie! Non siamo stati in grado di “stare sul pezzo” pubblicamente, come si dice, ma d'altronde siamo solo in due a gestire ogni aspetto dell'attività editoriale. Abbiamo chiarito il disguido con l'autore per capire con lui se fosse stato danneggiato e come, poi ci siamo rituffati nelle più classiche attività della casa editrice, con – ahi noi - così poco tempo e spazio per intervenire seriamente sulle chiacchiere, le polemiche, i commenti, le lettere aperte. Ecco, dobbiamo sicuramente migliorare anche da questo punto di vista, non c'è dubbio!
No, non partecipiamo all'iniziativa.
Come sempre, cioè cercando di capire - insieme con gli autori - se ci sono i margini per un accordo che possa soddisfare entrambe le parti senza mettere in discussione la sostenibilità del progetto nel suo insieme.
Grazie per l'opportunità. Vorremmo spenderla al meglio, chiedendo alla “Nazione” di suggerirci il prossimo titolo/argomento su cui provare a mettere il Becco: si può fare?







