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Fumetti & Decessi: Come e perchè morire nel mondo dei comics (Prima Parte)

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di Adriano Monti-Buzzetti

Cornetti di corallo, zampe di coniglio, scongiuri sciamanico-metropolitani più o meno triviali: prego, il cauto lettore non  si privi di nulla. Meglio premetterlo in anticipo, poiché le  riflessioni sparse che seguono hanno per tema il più esiziale degli spauracchi: la madre dei sudori freddi, del tremore alle vene dei polsi e di tutti gli altri classici del più tradizionale repertorio della paura fisica. Parliamo ovviamente di lei, la Grande Mietitrice, e delle peculiarità che accomunano le sue sporadiche incursioni nel mondo dei comics. Già, ma di “quale” parliamo esattamente, il "Primo" o il "Terzo" Mondo? Perché, scherzi a parte, è ovvio che  una distinzione del genere esiste, quantomeno nel calibro dei personaggi. Su questo un pur banale chiarimento va fatto perché è fin troppo ovvio che nella finzione narrativa del fumetto, e non solo,  le grandi star si alternano sovente a comparse, linee del coro, figure appena abbozzate che servono più che altro a riempire uno spazio vuoto. Mors omnia aequat, dicevano i padri latini: la morte rende uguali tutto e tutti, e lo ripeteva anche ’a Livella di Totò. Eppure non tutte le morti sono uguali: non meno dei trapassi  letterari o cinematografici, il fatale transito  incastonato tra inchiostri e balloon è subordinato alle esigenze narrative, e alle aristocrazie di personaggi che esse creano, per cui anche il fumetto ha decessi di serie A e di serie B, vittime anonime oppure eccellenti. Se a fondo scala c’è ad esempio l’insipida e brulicante plebe metropolitana di una Tokyo che manga ed anime giapponesi ci hanno mostrato tante volte devastata da questo o quel mostro spaziale, all’estremo opposto abbiamo l’epica, tumultuosa, sconvolgente scomparsa del protagonista di turno o di uno dei suoi comprimari, destinata intenzionalmente a produrre  impennate più o meno avvincenti o riuscite nel continuum di una sceneggiatura. Inutile dire che è a scomparse autorevoli di quest’ultimo tipo che vogliamo fare riferimento, proponendo in più puntate qualche ragionamento di massima sulle più ricorrenti tipologie di “morte fumettata”: vale a dire le circostanze, e soprattutto le motivazioni editoriali, che con maggiore frequenza troviamo a corredo delle più roboanti dipartite degli eroi di carta.

1) LA MORTE-CANTONATA: è quella decretata dagli autori per una scelta rivelatasi in seguito infelice o inopportuna. In campo letterario il caso più celebre è quello di Sherlock Holmes, del quale un Conan Doyle ormai demotivato  aveva in un rimo tempo sancito la fine ne L’Ultima avventura, facendolo precipitare da una cascata insieme all’arcinemico professor Moriarty. Il seguito è ben noto: il pressing neanche troppo bonario dei fans costrinse l’autore a realizzare dapprima un prequel e poi di fatto a “resuscitare” Holmes, facendolo ricomparire dopo tre anni di mistero e di riserbo nel racconto L’avventura della casa vuota. Le nuvole parlanti comunque non sono da meno. Facciamo qualche esempio tra i tanti: nel 1941 Milton Caniff,morte_fumetti_1 leggendario autore di Steve Canyon, decise di eliminare dal cast fumettistico del non meno noto Terry e i pirati il personaggio femminile di Raven Sherman, accattivante e benvoluta dai lettori. In termini di consenso il risultato fu disastroso: fiumi di lettere iraconde, petizioni per finali alternativi e persino problemi di sicurezza personale per lo sbigottito Caniff (chissà che lo Stephen King di Misery non abbia preso spunto da lui?), il quale per anni continuò a ricevere ironici telegrammi di “condoglianze” nel giorno in cui aveva decretato a mezzo stampa la morte della sua creatura. Che dire poi di Fritz the Cat di Robert Crumb, autore di culto della scena fumettistica americana degli Anni Settanta? Ferocemente disgustato dalla versione animata che il regista Ralph Bakshi (quello del primo Signore degli Anelli a cartoni animati) aveva realizzato del suo celebre personaggio, e temendo che la pellicola - classificata “per adulti” dalla censura Usa, quasi come un porno di quart’ordine -  trasformasse un’icona libertaria e “free spirit” in un caricaturale gigolò felino perennemente infoiato, Crumb sancì in un ultimo memorabile episodio l’eliminazione fisica del suo character di punta. Una morte-manifesto dal valore palesemente simbolico, poiché il Fritz che viene ucciso a colpi di punteruolo dall’ennesima pollastra-kleenex usata e poi maltrattata non sarà il randagio, squattrinato, irresistibile gattone di strada degli esordi ma  - non a caso - un’arrogante star hollywoodiana in declino, cocainomane ed egocentrica. Per Crumb morte_fumetti_2un “crimine” compiuto sull’onda dell’emotività che, se non diverrà vero e proprio suicidio artistico come qualcuno temette all’epoca dei fatti (trasferitosi in Francia il cartoonist di Filadelfia continuerà a restare grande, ed anzi a produrre opere di levatura culturale anche maggiore, come il biografico e splendido Kafka), eliminerà comunque dal suo orizzonte creativo un “figlio” partorito addirittura nell’adolescenza, un personaggio amatissimo da legioni di lettori fricchettoni e non, ed infine una fonte di notevoli introiti economici.  Morale: il delitto non paga. O almeno sembra così per gli autori di fumetti.

(continua)

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