Cannibale: in memoria di un primitivo di classe
di Adriano Monti-Buzzetti
Per la piccola editoria del fumetto, per chi fa autoproduzione e per gli artigiani delle “nuvole parlanti” in genere, il 2009 è uno di quegli anni che più di altri impongono riflessioni sul passato e sul futuro, su ciò che c’è alle spalle e cosa attende dietro l’angolo. Il motivo sta tutto in un anniversario: giusto trent’anni fa, infatti, concludeva la sua esaltante ed effimera esistenza Cannibale, rivista nata trasgressiva – e non poteva essere altrimenti – nel 1977 da un pruriginoso e stimolante “rapporto a tre”, quello autorale tra Stefano Tamburini, Marco D’Alessandro e Massimo Mattioli. Effimera già nei vaticini impliciti del nomen omen, ispirata com’era dall’omonima pubblicazione-meteora del movimento dadaista negli Anni Venti, nei suoi due anni di vita Cannibale avrebbe fissato il “meridiano zero” di tutte le pubblicazioni underground, ponendosi quale insuperato paradigma di sregolatezza e libertà creativa. La formula sin dall’inizio fu semplice, quasi disarmante: realizziamo tutto noi e ci paghiamo sopra anche le spese, ovviamente ridotte all’osso. Ergo, diciamo, e soprattutto disegnamo, ciò che ci pare e piace. Insomma: nessun finanziatore, nessuna mordacchia. Leggendari gli esordi, debitori – pare – di un primo cilindro di
carta trafugato dagli autonomi in una cartiera dismessa della Capitale, di zelanti fotocompositori negli ambienti della stampa alternativa, e di un’ancor più volonterosa vendita diretta in canali sotterranei e “corsari”, vendita di cui erano spesso gli stessi autori a farsi carico. Per farla breve, grazie ad una serie di congiunzioni astrali favorevoli e di tanta tenacia, il sistema in qualche modo funzionò. E funzionò benissimo, creando un irripetibile circuito virtuoso di talenti che attrasse già dal secondo numero fuoriclasse acerbi ma già in odore di assoluto come Scozzari, l’ineffabile Pazienza e soprattutto Tanino Liberatore, con i primi abbozzi del suo personaggio-simbolo Rank Xerox: il robot coatto divenuto da subito un personaggio-manifesto della rivista (testi di Tamburini a parte, all'epoca in varie occasioni il disegno era frutto di un riuscitissimo palleggio a quattro mani tra Liberatore e Pazienza) e destinato in breve a gloria planetaria. Del “fenomeno” Cannibale, del suo incredibile laboratorio di invenzioni grafiche e di avanguardie illustrative si interessarono un po’ tutti gli addetti ai lavori, dal fondatore di Linus Oreste Del Buono ai “ragazzi terribili” del Male,
insuperata e mordace Shangri-là della satira nostrana. Con l’interesse giunsero gli aiuti, e con gli aiuti l’insperato traguardo delle edicole, tenuto stretto per una manciata di numeri. Poi, rapidamente come per ogni esplosione atomica che si rispetti, arrivò il fallout: con i conti in rosso e una visibilità ormai legata a filo doppio a quella del Male, di cui era diventata una sorta di costola editoriale (anche qui anticipando, visionariamente, l’imperante moda degli allegati), Cannibale cessava le pubblicazioni nel ’79. Dalle sue ceneri nasceva la gloriosa e questa volta longeva Frigidaire, sopravvissuta fino a nostri giorni a dispetto dei tanti nemici naturali che l’ecosistema della pubblicistica italiana fa fiorire attorno alle pubblicazioni “non allineate”. Un’epoca comunque si avviava lentamente al tramonto, se è vero che neanche dieci anni più tardi Pazienza e Tamburini erano già prematuramente scomparsi, Liberatore aveva optato per un volontario esilio creativo nella più generosa Francia ed il suo stesso ruspante ed indomabile character aveva dovuto piegarsi alle leggi del copyright, cambiando nome da “Rank Xerox” a “Ranxerox” dopo le proteste in odor di querela dell’omonima multinazionale delle fotocopiatrici. Per breve che sia stata la sua avventura, Cannibale ha lasciato (come del resto il Male e Frigidaire) un segno indelebile nella storia del fumetto italiano, offrendo ad autori ed editori la fugace visione di un possibile Altrove in cui si poteva sperimentare ed innovare “di pancia”, cioè seguendo l’istinto e non il budget. Un
miracolo figlio anche di una stagione editoriale molto diversa dall’attuale, in cui la narrazione disegnata seguiva percorsi meno commerciali, non era stata ancora ingabbiata in toto da precetti “di genere”, e non da ultimo la crisi del settore e l’appiattimento dei gusti del pubblico non avevano ancora creato spazi così ampi di desolazione creativa attorno alle inaccessibili vette di Bonelli o della Disney. Per creativi, editori e semplici appassionati, tuttavia, guardarsi indietro qualche volta è ancora utile. Come pure l’allontanarsi di quando in quando dallo stordente maelstrom di manga, supereroi e cosplayer più o meno imberbi che puntualmente spazza le fiere fumettistiche, per sfogliare – in qualcuno dei sempre più rari stand di albi d’epoca - i prodigi di Cannibale e della sua folle redazione, vivaio di fricchettoni geniali e mani destre di Dio. Non si vive di ricordi, certo, ma rievocarli ogni tanto è un balsamo per gli occhi e il cuore. Credo che i tanti volonterosi “nanetti” del settore si sentirebbero così d’improvviso, se non più alti, almeno più motivati.