L'altra sponda del fumetto
di Adriano Monti-BuzzettiNon è proprio una primizia, perché il fondamentale chiarimento risale ormai a qualche tempo fa, ma sugli orientamenti sessuali del proprio prossimo persino il sulfureo Diabolik si professa ormai decisamente liberal: scelta in qualche modo di sapientia vitae per un personaggio che, ad onta della capigliatura pervicacemente corvina, l’anagrafe editoriale pone ormai vicino alla fatidica soglia delle cinquanta primavere. Sempre più pacato - e sempre meno omicida - man mano che gli anni passano, in un numero del 2007 (“Il segreto della rocca”) il Re del Delitto dice dunque la sua sul mondo omosessuale. Mondo al quale Saverio, uno dei personaggi della storia, confessa ad un certo punto la propria convinta sebbene sofferta appartenenza, tra i mille intuibili disagi sociali di una condizione “eccentrica” per i canoni della moralità Anni Sessanta di Clerville, la fittizia e patinata cittadina altoborghese e simil-elvetica che fa da sfondo alla maggior parte dei virtuosismi delinquenziali di Diabolik. La rivelazione di Saverio, se da un lato gli guadagna all’istante le attestazioni di stima di lady Kant, dall’altro suscita anche, a sorpresa, una laconica ma comunque efficace attestazione di solidarietà da parte del supercriminoso coniuge della bella Eva. Il quale dopo aver stigmatizzato, immaginandoseli, i “commenti negativi di qualche idiota ottuso”, applica ad un tema che si vuole pruriginoso il disincantato paradigma dell’uomo di mondo: “per me è un ambiente che non ha nulla di diverso da un altro”. Dichiarazione non priva di significato, anche se decisamente
dell’ultima ora rispetto ad un più sorprendente e circostanziato outing giunto da Oltreaceano: quello del primo supereore Marvel dichiaratamente gay, Northstar degli Alpha Flight, le cui inclinazioni sessuali vengono utilizzate come espediente di sceneggiatura già dal lontano 2001. Sebbene altri indizi più o meno espliciti di identità sessuali “diverse” o quantomeno plurime non manchino in svariate produzioni nazionali e non (da Elektra a Legs Weaver, da Hellblazer alla saffica Kerry Kross del prolifico Max Bunker, fino alla conturbante ed ambigua Omaha the Cat Dancer di Waller e Worley, icona della trasgressione fumettistica a stelle e strisce degli Anni Ottanta, il cui intero ciclo viene ora proposto in Italia dall’Editore Black Velvet), nel fumetto popolare mainstream casi come quelli citati sono oggettivamente delle brecce significative. Ciò
contribuisce a definire, ma non certo ad esaurire questa specifica fenomenologia fumettistica, poiché nel mondo delle nuvole parlanti e dell’illustrazione in genere prospera ormai già da tempo una creatività di nicchia dedicata all’universo cosiddetto “lgbt” (lesbo/gay/ bisex/trans), dove storie ed immagini dai toni scanzonati o dissacranti (vale la pena citare per originalità e ironia lo scomparso Toukio Laaksonen, alias Tom of Finland, noto per le sue plastiche composizioni di drudi muscolosi e…ben dotati) si mescolano a soggetti più ponderati sui temi dell’amore, della solitudine e dell’emarginazione sociale. All’estero il panorama si presenta molto variegato, con dissonanze anche vistose tra la diffusa superficialità narrativa del gay comic statunitense, troppo spesso tentato da ostentazioni pornografiche tout court, e l’interessante complessità della produzione giapponese, su cui vale la pena di spendere qualche parola. Tradizionalmente libertino ma decisamente conservatore quanto a gusti sessuali, il Sol Levante e la sua natura contraddittoria hanno prodotto nei manga un ventaglio di sfumature omosessuali molto diversificato, che spazia dagli espliciti yaoi (della famiglia hentai, cioè in sostanza fumetti porno, ma
focalizzati sul sesso tra protagonisti maschili) al più ambiguamente delicato shōnen'ai, pensato per una platea di ragazze adolescenti “anche” etero ma ricco di situazioni “anche” omosessuali, inquadrate però esclusivamente dal punto di vista sentimentale e affettivo, con toni che digradano verso lo shōjo, il fumetto-melassa per adolescenti propriamente detto. Esponente di spicco del genere shōnen'ai è la serie (di carta e d’animazione) Card Captor Sakura, conosciuta anche da noi. Incentrata sui temi dell’amicizia e della tolleranza, la trama vede scorrere un parterre sessualmente ed etnicamente eterogeneo, in voluta contrapposizione con la diffusa e perdurante xeno e omofobia della società nipponica.
Meno complesso, anche se non privo di spunti, lo stato dell’arte nell’omofumetto di casa nostra. Se la Kappa Edizioni dal canto suo ha scelto di dare spazio ai soggetti di un autore sensibile e rodato sul tema come Massimiliano De Giovanni, una Coniglio Editore reduce dai fasti erotici di Blue ha varcato già da qualche anno il Rubicone del sexual gender con l’esperimento di Happy Boys, rivista-contenitore apertamente dedicata all’universo omosex e impolpata da un ampio ventaglio di autori:
dalla giovane Giulia Argnani, riconoscibile per il tratto pulito e deciso “alla Enoch”, alla ligne claire di Hergé interpretata in chiave omo dal francofono Tom Bouden, ai grotteschi ed efficaci Chelsea Boys del team Glen Hanson/Alan Neuwirth, pluripremiato comic dal quale verrà presto tratta anche una serie d’animazione. Il tutto senza contare prolifici artigiani underground come Valeriano Elfodiluce, che alle comparsate su carta alternano l’avanguardia espressiva della pubblicazione direttamente su Internet (Rainbows, Robin Hoog).
Fine, o quasi. Lo spazio è tiranno e per sommaria e lacunosa che sia, la digressione sull’“altra sponda” della letteratura disegnata potrebbe anche terminare qui, rimandando senz’altro per eventuali approfondimenti al ricco saggio di Susanna Scrivo “Nuvole e Arcobaleni. Il fumetto glbt”, da poco pubblicato per i tipi editoriali della Tunué. A margine, e senz’ombra di riferimenti polemici, solo una piccola riflessione su un fenomeno ben poco virtuoso che ovviamente non è specifico del fumetto gay ma può estendersi al cinema, alla prosa, all’arte in genere. Quando ci si muove su un orizzonte tematicamente circoscritto ma socialmente sensibile – che sia l’omosessualità, il razzismo o il terremoto in Abruzzo importa poco – accade talora che opere di levatura egregia ed assolutamente comparabile a quella del miglior fumetto generalista si trovino a convivere, nei giudizi ieratici di qualche critico non imparziale, con prodotti decisamente più grossolani, sortite dilettantesche che certe valutazioni di parte (o magari addirittura “di genere”, come nel caso in esame) ricoprono talora acriticamente di elogi e consensi unicamente in virtù dell’aderenza ai canoni di una predeterminata tesi comune, o comunque di un generico “politicamente corretto”. Credo che questo non faccia bene al mondo dell’arte in tutte le sue forme, e che ogni opera vada giudicata sulla base dei propri meriti e non delle pur condivisibili aderenze a questa o quella causa. Tutti uguali dunque e, proprio per questo, tutti allo stesso nastro di partenza: il guadagno, in termini di onestà intellettuale, sarà di certo superiore alla spesa.
dell’ultima ora rispetto ad un più sorprendente e circostanziato outing giunto da Oltreaceano: quello del primo supereore Marvel dichiaratamente gay, Northstar degli Alpha Flight, le cui inclinazioni sessuali vengono utilizzate come espediente di sceneggiatura già dal lontano 2001. Sebbene altri indizi più o meno espliciti di identità sessuali “diverse” o quantomeno plurime non manchino in svariate produzioni nazionali e non (da Elektra a Legs Weaver, da Hellblazer alla saffica Kerry Kross del prolifico Max Bunker, fino alla conturbante ed ambigua Omaha the Cat Dancer di Waller e Worley, icona della trasgressione fumettistica a stelle e strisce degli Anni Ottanta, il cui intero ciclo viene ora proposto in Italia dall’Editore Black Velvet), nel fumetto popolare mainstream casi come quelli citati sono oggettivamente delle brecce significative. Ciò
contribuisce a definire, ma non certo ad esaurire questa specifica fenomenologia fumettistica, poiché nel mondo delle nuvole parlanti e dell’illustrazione in genere prospera ormai già da tempo una creatività di nicchia dedicata all’universo cosiddetto “lgbt” (lesbo/gay/ bisex/trans), dove storie ed immagini dai toni scanzonati o dissacranti (vale la pena citare per originalità e ironia lo scomparso Toukio Laaksonen, alias Tom of Finland, noto per le sue plastiche composizioni di drudi muscolosi e…ben dotati) si mescolano a soggetti più ponderati sui temi dell’amore, della solitudine e dell’emarginazione sociale. All’estero il panorama si presenta molto variegato, con dissonanze anche vistose tra la diffusa superficialità narrativa del gay comic statunitense, troppo spesso tentato da ostentazioni pornografiche tout court, e l’interessante complessità della produzione giapponese, su cui vale la pena di spendere qualche parola. Tradizionalmente libertino ma decisamente conservatore quanto a gusti sessuali, il Sol Levante e la sua natura contraddittoria hanno prodotto nei manga un ventaglio di sfumature omosessuali molto diversificato, che spazia dagli espliciti yaoi (della famiglia hentai, cioè in sostanza fumetti porno, ma
focalizzati sul sesso tra protagonisti maschili) al più ambiguamente delicato shōnen'ai, pensato per una platea di ragazze adolescenti “anche” etero ma ricco di situazioni “anche” omosessuali, inquadrate però esclusivamente dal punto di vista sentimentale e affettivo, con toni che digradano verso lo shōjo, il fumetto-melassa per adolescenti propriamente detto. Esponente di spicco del genere shōnen'ai è la serie (di carta e d’animazione) Card Captor Sakura, conosciuta anche da noi. Incentrata sui temi dell’amicizia e della tolleranza, la trama vede scorrere un parterre sessualmente ed etnicamente eterogeneo, in voluta contrapposizione con la diffusa e perdurante xeno e omofobia della società nipponica. Meno complesso, anche se non privo di spunti, lo stato dell’arte nell’omofumetto di casa nostra. Se la Kappa Edizioni dal canto suo ha scelto di dare spazio ai soggetti di un autore sensibile e rodato sul tema come Massimiliano De Giovanni, una Coniglio Editore reduce dai fasti erotici di Blue ha varcato già da qualche anno il Rubicone del sexual gender con l’esperimento di Happy Boys, rivista-contenitore apertamente dedicata all’universo omosex e impolpata da un ampio ventaglio di autori:
dalla giovane Giulia Argnani, riconoscibile per il tratto pulito e deciso “alla Enoch”, alla ligne claire di Hergé interpretata in chiave omo dal francofono Tom Bouden, ai grotteschi ed efficaci Chelsea Boys del team Glen Hanson/Alan Neuwirth, pluripremiato comic dal quale verrà presto tratta anche una serie d’animazione. Il tutto senza contare prolifici artigiani underground come Valeriano Elfodiluce, che alle comparsate su carta alternano l’avanguardia espressiva della pubblicazione direttamente su Internet (Rainbows, Robin Hoog).Fine, o quasi. Lo spazio è tiranno e per sommaria e lacunosa che sia, la digressione sull’“altra sponda” della letteratura disegnata potrebbe anche terminare qui, rimandando senz’altro per eventuali approfondimenti al ricco saggio di Susanna Scrivo “Nuvole e Arcobaleni. Il fumetto glbt”, da poco pubblicato per i tipi editoriali della Tunué. A margine, e senz’ombra di riferimenti polemici, solo una piccola riflessione su un fenomeno ben poco virtuoso che ovviamente non è specifico del fumetto gay ma può estendersi al cinema, alla prosa, all’arte in genere. Quando ci si muove su un orizzonte tematicamente circoscritto ma socialmente sensibile – che sia l’omosessualità, il razzismo o il terremoto in Abruzzo importa poco – accade talora che opere di levatura egregia ed assolutamente comparabile a quella del miglior fumetto generalista si trovino a convivere, nei giudizi ieratici di qualche critico non imparziale, con prodotti decisamente più grossolani, sortite dilettantesche che certe valutazioni di parte (o magari addirittura “di genere”, come nel caso in esame) ricoprono talora acriticamente di elogi e consensi unicamente in virtù dell’aderenza ai canoni di una predeterminata tesi comune, o comunque di un generico “politicamente corretto”. Credo che questo non faccia bene al mondo dell’arte in tutte le sue forme, e che ogni opera vada giudicata sulla base dei propri meriti e non delle pur condivisibili aderenze a questa o quella causa. Tutti uguali dunque e, proprio per questo, tutti allo stesso nastro di partenza: il guadagno, in termini di onestà intellettuale, sarà di certo superiore alla spesa.