Barbatrucco della Crusca
di Adriano Monti-Buzzetti
Quattro decadi di vita, quattro generazioni di bambini italiani incantati dalle tenere fattezze di Barbapapà e Signora, nonché dalla loro policroma schiatta di morbidi shapechangers, pronti alle più barocche metamorfosi pur di divertirsi e di divertire. Questo il più immediato, ma anche il più scontato dei traguardi raggiunto dalla proteiforme creatura creata nel 1970 dai coniugi Annette Tison e Talus Taylor, lei architetto e designer francese, lui biologo e matematico statunitense. Les Barbapapas (da una storpiatura del nome francese dello zucchero filato), famosi in tutto il mondo anche per il loro collaterale e milionario indotto di merchandising infantile, oltre ad essere pionieri del messaggio ecologista affidato al cartone animato in Italia possono vantare altri due importanti primati. Il primo risale al lontano 1976, e consiste nel ruolo di assoluta avanguardia avuto nell’invasione italiana degli anime di nipponica fattura. Nonostante il concepimento originario ad opera della coppia Tison-Taylor sia avvenuto come si è detto in Francia, e per la precisione in una Parigi resa rovente dagli strascichi della rivolta studentesca, la prima serie animata della “blobbosa” famigliola è però una produzione interamente giapponese, che col suo allegro sbarco sui nostri allora grigi teleschermi battè sul tempo persino il mitico Goldrake. Ma la vittoria aurea del roseo morbidone risale invece a quest’anno, ed è di natura squisitamente lessicale. Lo Zingarelli 2011, con le sue 2710 pagine la più aggiornata
versione del più classico vocabolario della lingua italiana, ha infatti dato dignità di neologismo alla frase-tormentone con cui Barbapapà e soci esordiscono nelle loro trasformazioni. “Resta di stucco, è un Barbatrucco” - slogan stampato a fuoco nella mente di ogni ingrigito ex pargolo degli Anni Settanta almeno quanto il “Sim Sala Bim” del Mago Silvan - è ora inserito quale lemma del celebre dizionario, che alla voce “Barbatrucco” recita didascalico: “espediente ingegnoso, abile stratagemma”, ufficializzando l’avvenuta transumanza del vocabolo dall’ingenuo nonsense della celia per fanciulli ai ben più solidi archivi della nostra memoria collettiva. Un’ulteriore dimostrazione di come i linguaggi dell’evo postmoderno siano tra loro semanticamente interconnessi e l’uso, eterno tiranno della lingua, possa fare opera di proselitismo anche in territori un tempo esecrati dalla cultura “alta”. Per l’animazione ed il fumetto – che al nuovo Zingarelli contribuiscono anche con i termini “manga” e “anime”, giudicati evidentemente non più aggirabili con sinonimi fatti in casa – un riconoscimento di cui inorgoglirsi. Per la nostra bella lingua, nobilitata da miriadi di penne indimenticabili ma forse…dimenticate, l’amena notizia reca invece in se ipsaslang. E se non c’è guadagno, dice il proverbio, la remissione è certa. una morale leggermente diversa. C'è la necessità di adeguarsi ai tempi ma anche qualcos'altro, forse un monito sottotraccia che chi scrive interpreta a titolo personale come un sommesso invito a non esagerare: aggiornarsi è una cosa, pescare a strascico da troppi dubbi fondali – inclusi reality, fiction, giochi a premi e via enumerando – un’altra. Si rischia di barattare una lingua con uno