Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Maurizio Ceccato non capisce un acca...

ncua-cover[29/12/2011] » Il grafico di riferimento per diverse case editrici italiane, firma per Hacca edizioni un volume di brevi brevi filastrocche zeppe di ACCA intrappolate in rebus grafico-testuali.

Segnialiamo il primo libro di Maurizio Ceccato, grafico di riferimento per molte ed importanti realtà editoriali italiane (Elliot, Arcana, Castelvecchi): Il volume si intitola "Non capisco un'acca", ed è uscito per la casa editrice, Hacca edizioni.

Si sa che la lettera H non emette suoni, in lingua italiana: si usa dire che sia muta. Tuttavia, se non esistesse, non solo molte parole non avrebbero lo stesso suono ma neanche il medesimo significato. Ne sapeva qualcosa Ludovico Ariosto, in una sua avvertenza all’accorto lettore: «Chi leva la H all’huomo non si conosce huomo, e chi la leva all’honore, non è degno di honore».
Non capisco un'acca propone trentanove brevi filastrocche zeppe di ACCA intrappolate in rebus grafico-testuali, con un incipit, un finale e un “accabolario”, per toccare con mano l'ipotesi di un alfabeto che non rispetti le comuni regole.
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Di seguito il comunicato stampa ufficiale del volume.
...e se esistesse un alfabeto fatto solo di acca?
Beninteso, di parole formate con la parola acca.
Prima ipotesi: non si capirebbe un’acca.
Ipotesi alternativa: ne siete sicuri?

acca s. f. o m. (pl. invar., non com. le acche). – Ottava lettera dell’alfabeto e nome della lettera H, e del segno che la rappresenta. Con uso figurato: nulla, niente, nelle espressioni non saperne, non capire, non valere un’acca. Il significato nasce dal fatto che la lettera h in italiano non ha suono proprio: Non sapeva un acca né d’italiano né di francese (Fucini); Avendo gli avversar per men d’un’acca (Pucci). Saper due acche, sapere qualcosa, ma poco a quel ch’altri sa. Non ho che dire un’acca, è lo stesso che dire: Non ho che dir nulla (Tommaseo).

Otto dizionari della lingua italiana (dal Tommaseo al Sabatini Coletti dal Garzanti al Treccani, Zanichelli, Gabrielli passando per il Devoto e la Crusca) consultati e setacciati.

Quattrocentonovantacinque lemmi senza ripetizioni.

Cento pagine (96 di layout + 4 di copertina) di hellzapoppin’ narrate da sinistra a destra (e viceversa).

Trentanove brevi filastrocche zeppe di ACCA intrappolate in rebus grafico-testuali.

Un incipit, un finale. Un “accabolario”.

La H/acca muta, acrimoniosamente inibita dalla consuetudine vocabolariesca, viene sbavagliata per tramutarsi in forma-racconto, storie tascabili, una processione di fantasticherie, rebus orfani di soluzione e tessere di un nuovo alfabeto in attesa di battesimo, nato per assemblaggio (apparentemente casuale) di oggetti narrativi non identificati inquadrabili come favole deragliate e haiku fuori orbita. Parole e immagini sono due facce della stessa medaglia. Alter ego vicendevoli nei labirinti del racconto “astruso” con immagini astruse (abstructus= segreto, dunque nascosto).

La lettera H non emette suoni, in lingua italiana: si usa dire che sia muta. Tuttavia, se non esistesse, non solo molte parole non avrebbero lo stesso suono ma neanche il medesimo significato. Ne sapeva qualcosa Ludovico Ariosto, in una sua avvertenza all’accorto lettore: «Chi leva la H all’huomo non si conosce huomo, e chi la leva all’honore, non è degno di honore».

Lo diceva anche Calvino: ogni narrazione è un’architettura potenzialmente modulare e combinatoria, un accattivante baccanale di attaccature e riattaccature dove tutto può succe... ehm, ACCAdere.

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