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Quando nessuno era Charlie

charlie-hebdo copertinaOra sono tutti Charie, ma quando due anni fa "Charlie Hebdo" pubblicò le vignette su Maometto che sono costate prima la distruzione della sede e poi la vita a 12 persone, le istituzioni francesi, la Casa Bianca, l'ONU, molte anime belle dell'Occidente e persino Facebook storsero il naso, accusarono e censurarono il giornale.

di Franco Bechis

Quando poco più di due anni fa il direttore di Charlie Hebdo, Charb, pubblicò le vignette su Maometto che sono costate la vita a lui stesso e a gran parte della sua redazione, gran parte delle istituzioni francesi e non poche delle belle anime occidentali che oggi alzano al cielo le matite della libertà, lo lasciarono solo. Il governo francese stigmatizzò la pubblicazione di quelle vignette perfino dopo le bombe incendiarie che distrussero la sede del settimanale satirico.

E Charb lapidario commentò: «Il governo di destra di Sarkozy ci diede un sostegno molto più forte», quando nel 2006 Charlie Hebdo ripubblicò per solidarietà le vignette sul Profeta che avevano infiammato l’Olanda e scatenato una mezza guerra islamica in tutto il mondo. Francois Hollande non difese la libertà di espressione, e furono rare le matite levate al cielo in quella occasione.

Anche l’ex ministro degli Esteri francese Rachida Dati non le mandò a dire ai vignettisti che allora si trovarono solo senza ufficio, ma ancora in vita: «E’ stato un colpo di marketing, che deploro», sibilò, aggiungendo «non sono a favore della censura. Ma bisogna avere anche un senso di responsabilità rispetto ai nostri connazionali residenti all’estero. Non si possono assumere rischi quando si mette in gioco la vita umana». E se franava il senso di libertà nella Francia che ne aveva fatta una bandiera dalla rivoluzione in poi, figurarsi cosa accadeva nel resto del mondo.

Basta scorrere le reazioni dell’epoca per guardare un po’ stupiti spesso dagli stessi pulpiti lo scandalo e il cordoglio di oggi. Due anni fa perfino uno dei simboli un po’ fasulli della libertà di espressione - Facebook - censurò quelle vignette in ogni modo e ogni forma. Perfino quando il settimanale francese Le Point ne pubblicò una per criticarla. Il titolo dell’articolo postato era “Perchè Charlie Hebdo gioca con il fuoco?”, e visto che bisogna fare capire al lettore o al navigante di che si sta parlando, unì una vignetta delle meno urticanti nel link. In 45 minuti articolo e immagine scomparirono da Facebook, e davanti alle proteste gli amministratori dei social network spiegarono che «il contenuto pubblicato non era conforme alle regole in vigore sul sito».

Contro Charlie Hebdo si schierò perfino la Casa Bianca di Barack Obama, pur cercando di dosare le parole. Intervenne il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, per dire come Obama comprendesse l’indignazione del mondo islamico. E aggiunse in una dichiarazione ufficiale: «Non discutiamo il diritto di pubblicare delle vignette, ma esprimiamo perplessità sul giudizio che ha portato degli editori a pubblicare certe cose».

Nonostante la premessa pelosa, tutto fuorchè una rivendicazione della libertà così sacra all’Occidente. Anche la libertà di dire e pubblicare cose spiacevoli. Con la casa Bianca scesa in campo contro Charb e la sua squadra di vignettisti, figurarsi se non trovava il coraggio l’Onu. A parlare fu Rupert Coville, portavoce dell’Alto commissario Onu per i diritti umani che stigmatizzò quella pubblicazione come «doppiamente irresponsabile, e deliberatamente provocatoria».

Almeno invitò a non reagire con olocausti di giornali e persone come stava avvenendo: «Il migliore modo di reagire a queste provocazioni stupide e irresponsabili è di ignorarle». Nell’Europa delle libertà le parole più dure, quasi una richiesta di censura, arrivò da un maestro del pensiero della sinistra, l’ex leader del Sessantotto Daniel Cohn-Bendit. Diede a Charb e a quelli di Charlie Hebdo dei «coglioni» e dei «masochisti», sostenendo di avere sempre «capito la provocazione per dare addosso a quelli che hanno il potere. Ma non sono i salafiti e i cretini del mondo mussulmano ad avere il potere».

Disse di più: «Quelli di Charlie Hebdo amano farsi del male. Dicono: colpiamo, così viene la polizia, così avremo paura, ci farà godere. Non venite a dirmi che non ci sono limiti alla provocazione. Non è vero. Ci sono limiti, ad esempio quando si parla dell’Olocausto. E quando si sta su una polveriera si ha il dovere di riflettere 30 secondi prima di prendere l’accendino e dare fuoco».

(articolo tratto da Libero Quotidiano del 10 gennaio 2015)

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