Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Bricklberry, i nipotini dei Griffin vivono con gli orsi

di Giuseppe Pollicelli*

I parchi naturali non sono una novità nel mondo dei cartoons ma sarà bene dimenticarsi le delicate scaramucce che dal lontano 1958 - quando fu ideato dagli animatori statunitensi William Hanna e Joseph Barbera - caratterizzano il Jellystone Park, dove il ranger Smith si adopera perché l’orso Yoghi non sottragga troppi cestini da pic-nic ai visitatori. Di ben diverse situazioni è teatro un altro immaginario parco degli Usa, il Brickleberry, set di un’omonima sit-com animata che dal settembre del 2012 si sta dando apprezzabilmente da fare per allargare i confini del politicamente scorretto. Il filone, all’ingrosso, è il medesimo dei Simpsons, di South Park e soprattutto dei Griffin (a cui Brickleberry rimanda anche nello stile grafico), ovvero quello di una satira sociale corrosiva e fortemente incline a un umorismo «scostumato». Per farsi un’idea di ciò che Brickleberry propone ai suoi spettatori è sufficiente guardare uno dei trailer del programma, in cui, com’è giusto che sia, le carte vengono scoperte subito e bene. La macchina da presa ci regala una serie di panoramiche del Brickleberry Park: scenari incantevoli in cui gli animali appaiono in perfetta sintonia con l’ambiente, il tutto enfatizzato dalle soavi note del Mattino di Edvard Grieg, dal Peer Gynt di Ibsen. Presto, tuttavia, ci si rende conto che l’idillio che sembra regnare ovunque ha motivazioni più prosaiche di quelle che ci erano state suggerite: buona parte delle bestie residenti nel parco è infatti intenta in una forsennata orgia che obbliga a rivedere radicalmente l’opinione che ci si è creati del Brickleberry. A maggior ragione dopo aver fatto la conoscenza di chi il Brickleberry sarebbe incaricato di custodirlo. Per esempio lo stordito ranger Steve Williams, che al termine dello spiazzante trailer mostra i vigorosi accoppiamenti tra animali a un drappello di sconcertati e giovanissimi scout commentando il tutto con queste parole: «Godetevi lo spettacolo fino in fondo, figlioli, quella che avete dinnanzi è la natura in tutto il suo splendore!». Colleghi di questo bel tomo sono Ethel Anderson, una ragazza bionda che viene regolarmente tradita dagli uomini di cui s’infatua; Woodrow “Woody” Johnson, l’anziano capo dei ranger, repubblicano fanatico e giocatore incallito; il nero Denzel Jackson, convinto di essere vittima di discriminazioni razziali benché approfitti bellamente delle agevolazioni che gli derivano dalla sua appartenenza etnica; la gigantesca Connie Cunaman, una lesbica dall’aspetto iper mascolino. Senza dimenticare l’orsetto Mally, la mascotte (parlante) del parco, dolcissimo esteriormente quanto rozzo e sprezzante nei comportamenti. La squadra dei protagonisti, insomma, non lascia dubbi sulle intenzioni dei due ideatori della serie, Roger Black e Waco O’Guin: urtare gli spettatori adulti attentando alle loro fragili «certezze» in materia di comunicazione sociale e suscitare in essi, per reazione, una risata liberatoria. Trasmessa negli Usa dal canale Comedy Central e giunta al termine della seconda stagione (ma già una terza è annunciata), dal 16 dicembre Brickleberry è proiettata anche nel nostro Paese grazie a Fox Italia. In un momento in cui persino i Griffin si sono parzialmente piegati ai buoni sentimenti facendo risorgere, a furor di popolo, il personaggio del cane Brian, gli autori di Brickleberry hanno tutto l’interesse a battere la strada del cattivismo, e bisogna dire che ci stanno riuscendo molto bene. Detto questo, se uno va a rivedersi certi vecchi cortometraggi della MGM con Tom & Jerry (sempre firmati da Hanna & Barbera) o, ancora meglio, quelli diretti dal grande Tex Avery, l’inventore dell’anatra Daffy Duck e del cane Droopy, si rende conto che già lì la cattiveria non mancava affatto. Ma all’epoca nessuno si poneva il problema di infrangere il politicamente corretto, poiché - bei tempi - non esisteva ancora.

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*Articolo tratto “Libero” del 28 dicembre 2013. Per gentile concessione dell'autore.


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