Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Il "Tintin" di Spielberg non conquista il Festival di Roma

 tintin-ilfilmdi Valter Delle Donne*
 
Tiepidi applausi al festival del cinema di Roma per Le avventure di Tintin: il segreto dell'Unicorno, (fuori concorso) prova d'esordio di Steven Spielberg nel cinema d'animazione. Materia scivolosa quella del fumetto sulla quale sono scivolati cineasti del calibro di Robert Altman (Popeye) e Ang Lee (Hulk). Gli eroi delle strisce non vanno presi sottogamba. O lo sposi con didascalica devozione (come ha fatto Sam Raimi con la saga di Spiderman) oppure lo riscrivi completamente in funzione del tuo cinema (i Batman di Christopher Nolan insegnano) rischi di scottarti.  
 
 
Si è fermato a metà strada Spielberg che pure "mostro sacro" lo è davvero: «Da bambino credevo fosse un mago, non pensavo neppure fosse un essere umano», ha raccontato tra il serio e il faceto Jamie Bell, il protagonista della storia, unico del cast arrivato al Festival di Roma. La pellicola, prodotta da Peter Jackson (abituato a girare kolossal del livello di King Kong e Il Signore degli Anelli) è stata realizzata con una tecnica ibrida. In gran parte in "performance capture". L'85 per cento è animato, il 15 per cento è con gli attori. Nel cast, fra gli altri, anche Andy Serkis e Daniel Craig, irriconoscibile nei panni del perfido Sakharine, trasformati in cartoon. Ne esce un film d'animazione senza la poesia dei prodotti Pixtar né quella dei capolavori di Spielberg. Nella storia il giovane reporter belga specializzato nel dipanare misteri, affiancato dall'immancabile cagnolino bianco Milou, si trova sulle tracce del mirabolante tesoro di un veliero affondato secoli prima. La storia, la classica caccia al tesoro tipica dei comics di Hergé, viene arricchita dagli effetti speciali e dal 3D che, almeno in questo caso, non regala emozioni supplementari. In alcune fasi le scene sembrano la copia carbone dei film di Indiana Jones. Una per tutte: l'inseguimento in sidecar che ricalca quello con Harrison Ford e Sean Connery con Tintin e il capitano Haddock. Ma se alla scena togli i volti e l'ironia dei due attori in carne ossa, rimane solo un fantasmagorico esercizio di stile. Da qui la sensazione di un'opera incompiuta, dove il personaggio meno riuscito sembra appunto il biondo giornalista giramondo. Come pure suona vagamente misogino e anacronistico il plot dove ci sono solo due personaggi femminili (la padrona di casa di Tintin e una insopportabile cantante lirica di origini italiane).
 
Jamie Bell ha avuto il suo bel da fare per motivare la scelta di accettare la parte con giustificazioni tanto suggestive quanto improbabili. «Sono cresciuto in una città del nord dell'Inghilterra, dove la mia unica passione era il ballo ma nessuno l'accettava, ero molto isolato. Tintin mi permetteva con le sue avventure di lasciare la mia cameretta e viaggiare in lungo e largo per il mondo. È un personaggio moralista, nobile, eroico coraggioso. Il fatto che non sappiamo nulla sul suo passato, se ha una ragazza o chi sono i genitori, è un aspetto che ha contributo alla sua fama dal 1929 ad oggi». Tutto questo per prestare la sua esperienza di attore al quindici per cento visto che il resto è animazione: «All'inizio mi sentivo ridicolo a dover indossare quella tuta con dei pallini attaccati, un casco e una telecamera con una luce che non ci rende certo al meglio», ma la performance capture «è semplicemente un altro modo di fare film. Non è frustrante girare così, anzi, permette all'attore di interpretare ruoli che altrimenti non sarebbero possibili. È uno spazio libero in cui si può essere molto divertenti e creativi». Per Tintin si parla già di altri due film: «Sembra inevitabile una trilogia, ce ne sono di avventure. Sta al pubblico stabilire se è il caso di continuare o meno». Sotto questo aspetto sarà interessante registrare come il pubblico (soprattutto bambini e teen ager) reagirà a questo esperimento.
*Articolo pubblicato su Il Secolo d'Italia del 29 ottobre 2011. L'articolo è reperibile on line a questo indirizzo.

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