Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Anna Politkovskaja a fumetti, vita e morte di una giornalista

dannabeccogialloi Roberto Alfatti Appetiti*

«A quei giornalisti che scelgono ancora di fare il loro mestiere». Il più delle volte le dediche che gli autori appongono sui libri sono rivolte ai propri cari o mentori. Testimoniano sentimenti affettivi o saldano debiti di riconoscenza. Il fiorentino Francesco Matteuzzi e la padovana Elisabetta Benfatto, invece, per Anna Politkovskaja (graphic novel edita recentemente da Becco Giallo, pp. 127, € 14), ne hanno scelta una che suona come un ammonimento. Non proprio un rimprovero ma, semmai, un invito a riflettere sull’importanza del nostro mestiere. Un richiamo quanto mai necessario, perché in questa graphic novel si misurano con la giornalista assassinata il 7 ottobre del 2006 per aver perseverato nel raccontare la drammatica situazione vissuta dalla popolazione cecena, le continue violazioni di ogni basilare diritto civile. Denunciando nei suoi reportage chiunque se ne macchiasse e senza fare sconti. Né ai russi né ai ceceni. Né ai governi stranieri ritenuti eccessivamente “vicini” a Putin, di destra o di sinistra che fossero. Voce solitaria nel desolante panorama dell’informazione russa, era nata a New York nel 1958 da diplomatici sovietici di stanza all’Onu e aveva studiato giornalismo all’università di Mosca.

«Quello che deve fare un giornalista è semplicemente riferire quello che vede – diceva Anna Politkovskaja – e io vedo tutto. Questo è il mio problema». Lo diventa quando non ti adatti a prendere per buone le veline e hai la pretesa di recarti sul posto per verificare i fatti, cercare testimoni e convincerli a parlare. Lo diventa ancor di più se non ti preoccupi di smussare le responsabilità del tuo governo e non abbellisci la realtà ma, al contrario, la restituisci così come l’hai conosciuta: atroce quanto scomoda. Se poi intimidazioni e minacce di morte non ti piegano, il problema si fa insuperabile: diventi una giornalista “non rieducabile”. Definizione che nella graphic novel è spiegata dalla voce narrante di Anna: «In Russia i giornalisti si possono dividere in due categorie. I buoni e i cattivi. I buoni sono quelli “per la Russia”, i portavoce dello Stato. I cattivi sono “contro la Russia”. In breve, sono quelli che dicono la verità. Ma anche i cattivi si dividono in due categorie. Ci sono quelli rieducabili, che possono essere ricondotti sulla buona strada comprandoli o spaventandoli. E quelli non rieducabili». Anna apparteneva a questa sottocategoria, marchiata come “reietta” e rappresentata dalla stampa di regime come «la pazza di Mosca». Cercavano di minarne la credibilità, l’accusavano di essere troppo “partecipe”, eccessivamente sensibile alle ragioni dei ceceni. Ne mettevano in dubbio la professionalità, ma non potevano cancellarne il lavoro puntuale e documentato. Non sarebbero riusciti a farla tacere, se non assassinandola.

Ricostruire la vicenda umana e professionale di Anna Politkovskaja – indistinguibile l’una dall’altra per chi, come lei, fa questo lavoro fino in fondo – era tutt’altro che facile: occorreva trovare un equilibrio fra la realtà storica e il rispetto pei personaggi, fotografare la brutalità della guerra senza scivolare nella retorica, riferire episodi che sembrano tratti da una spy story senza cadere nella semplificazione del complottismo. Tanto più complicato era lasciare che a parlare fosse proprio la reporter della Novaja Gazeta, come se riprendesse il discorso iniziato con i suoi articoli e i suoi libri e interrotto dalla morte. Sì, perché è la Politkovskaja a prendere i lettori per mano e ad accompagnarli in questo viaggio in cui, per la prima volta, tutti gli eventi della sua vita, sin dallo scoppio della seconda guerra in Cecenia nel 1999, vengono rimessi in fila.
Non solo questa biografia va a colmare una lacuna, quel che la rende particolarmente efficace è il linguaggio scelto: un fumetto dai dialoghi asciutti, quasi essenziali, e dal tratto morbido in bianco, nero e soprattutto grigio, come le tante zone d’ombra di questa storia. Questa è la forza delle nuvole parlanti: si rivolgono a tutti, non soltanto a chi si interessa di politica estera. Agli adulti, ma anche ai più giovani che difficilmente affronterebbero la lettura di un saggio sullo stesso (ostico) argomento. Il disegno, invece, conquista l’attenzione dei lettori indipendentemente da conoscenze pregresse e competenze specifiche e, a differenza della televisione e della carta stampata, riesce a raccontare senza mostrare, rimanendo fedeli alla storia ed evitando al tempo stesso di ferire la sensibilità delle persone coinvolte. Matteuzzi e Benfatto, non a caso entrambi insegnanti (alla scuola internazionale di Comics di Padova), riescono a evocare magistralmente la crudezza di eventi drammatici come la tragedia di Beslan – il barbaro sequestro, nel settembre 2004, degli alunni di una scuola – senza offrire immagini gratuitamente splatter. La voce di Anna, che peraltro viene avvelenata in aereo proprio mentre cerca di recarsi nell’Ossezia del Nord per mediare con i terroristi (come aveva già fatto due anni prima in occasione dell’occupazione del teatro Dubrovka di Mosca), si interrompe e la descrizione delle scene più dure – l’irruzione dei reparti speciali e i relativi scontri che costeranno la vita a centinaia di vittime, tra cui 186 bambini – viene affidata ai disegni che verosimilmente potrebbe aver tratteggiato un qualsiasi piccolo ostaggio sul suo quaderno. Un cambiamento repentino di grafica, infatti, segna il passaggio dallo sguardo di un adulto a quello innocente di un bambino.

Proprio come la condizione di chi subiva la politica repressiva nell’Iran degli ultimi trent’anni è raccontata altrettanto “delicatamente” in Persepolis dalla giovanissima protagonista che altri non è che l’autrice, Marjane Satrapi, da piccola. E in nessuna di queste due graphic novel, va sottolineato, l’intensità della narrazione ne risulta sminuita.

Il volume è arricchito, inoltre, da diversi contributi: la prefazione dell’attrice Ottavia Piccolo, che ha portato in teatro uno spettacolo sulla Politkovskaja; il testo di Andrea Riscassi, giornalista Rai, autore di un libro sulla vita della giornalista (Anna è viva, Sonda 2009) e fondatore di un’associazione a lei dedicata, “AnnaViva”; e da una lunga intervista a Paolo Serbandini (che l’aveva conosciuta e incontrata) curata da Francesco Matteuzzi.
È a quest’ultimo che si deve l’idea di questo libro, accolta immediatamente dalla casa editrice padovana, specializzata in storie dal carattere sociale e storico.
Un libro importante. Necessario. Con un più che soddisfacente riscontro di vendite, grazie in particolare al passaparola e al web. Perché, a distanza ormai di qualche mese dalla pubblicazione, non si può non registrare il silenzio con cui è stato accolto dalla grande stampa, per certi versi più eloquente di tante parole. «Neanche Internazionale, il periodico che pubblicava in Italia gli articoli della giornalista – ci dice sconsolato l’autore – l’ha recensito».
La Cecenia e la Russia sono troppo lontane? Non più di tanto, a ben pensarci. La nostra informazione se la passa meglio, certo, sia pure drogata com’è dalla cronaca e dal gossip. Sappiamo ogni dettaglio, finanche il più pruriginoso, sulle vite dorate dei nostri vip, ma ignoriamo o facciamo finta di ignorare quel che accade dietro l’angolo di casa. Bisogna ammettere, a onor del vero, che vicende così “sgradevoli” sembrano non appassionare neanche i russi. Eppure è lì – a futura memoria – la tomba di Anna Politkovskaja, a forma di giornale trivellato di colpi: ne son bastati quattro mentre rientrava a casa con le borse della spesa, proprio come una massaia qualsiasi e non certo come l’eroina coraggiosa e coerente che era. Un omicidio cui sono seguite quattro assoluzioni perché non c’erano prove a carico degli unici indiziati. Di comodo? Probabilmente sì, visto che la famiglia di Anna ha criticato la decisione della Corte Suprema di annullare le assoluzioni e riaprire il processo. Una lezione, l’ultima, anche per i giustizialisti di casa nostra.

«La vera giustizia è quella in cui le leggi sono uguali per tutti – diceva la giornalista – e da noi non è così». La sua fine, c’è da scommetterci, è destinata a rimanere avvolta dal mistero e va a sommarsi a un lungo elenco di giornalisti investigativi come Paul Klebnikov e di attivisti umanitari come Natasha Estemirova, la cui unica colpa è stata quella di non voltarsi dall’altra parte.

*Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Fare Italia Mag QUI.

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