Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Tex, la mia vita è il romanzo di un libertario

autobiografia-tex-willerdi Roberto Alfatti Appetiti*

Sono in circolazione dal 1948 ma una sembra avere bisogno di un certo restyling mentre l’altro – al contrario – non è mai stato messo in discussione. I “coetanei” sono la nostra Costituzione e Tex: della prima c’è chi vuole riformulare titoli e testi, del secondo non c’è titolo che non vada ancora letteralmente a ruba.

Il paragone non vuole essere irrispettoso, ché il fumetto d’avventura più amato dagli italiani – ancora prima che un’inossidabile icona dell’immaginario – è ormai una vera e propria istituzione, un monumento della nostra cultura nazionale. Americano per mera rappresentazione, Tex è il ministro degli esteri delle nostre nuvole parlanti in tutto il mondo. Ne è passata d’acqua sotto ai ponti e di numeri in edicola – la boa dei seicento è stata superata lo scorso ottobre – da quando nelle ristampe di Tex, in nome della “garanzia morale”, le (mini)gonne delle squaw venivano pudicamente allungate, i pugnali rimpiazzati con randelli, le pistole sbianchettate e il protagonista denunciato, in quanto fumatore incallito, da Carlo Rienzi, l’allora presidente del Codacons. Da ribelle a saggio, Tex, in occasione del sessantesimo compleanno, ha ottenuto persino la “riabilitazione”, certificata dall’Osservatore Romano: «Esempio di rettitudine morale, di fedeltà coniugale e di amore paterno, oltre che portatore di comportamenti dettati da valori non negoziabili».

Stavolta, però, a dire la sua, per la prima volta in carriera, è proprio il celebre ranger in un’autobiografia old style: Tex Willer. Il romanzo della mia vita (Mondadori, pp. 223, € 17). Se Spiderman, Hulk, Iron Man e ora anche Thor si sono affidati al grande schermo per rilanciare la loro immagine, Tex ha scelto ancora una volta la strada più “tradizionale”, quella del romanzo. Lo fa raccontandosi alla sua maniera, laconico come l’abbiamo conosciuto, tanto parsimonioso nelle parole quanto non lo è, all’occorrenza, nel far cantare le pistole. Senza ricorrere a effetti speciali, avvertire l’esigenza di spettacolarizzare le storie o introdurre comprimari artificiali. In questa trasposizione letteraria – non liberamente ma fedelmente tratta – le “immagini” non necessitano di didascalie né di trucchi e forzature. L’arte narrativa si esalta nell’azione. Chi sperasse di trovarvi pruriginose confessioni o rivelatrici analisi psicologiche, ne rimarrebbe deluso. Le descrizioni dei paesaggi sono ridotte all’essenziale. La rievocazione del passato scorre veloce e senza incedere nel sentimentalismo, neanche quando ricorda la morte della madre e gli assassinii del padre – vendicarlo gli costerà una persistente fama da fuorilegge – e della moglie indiana Lilyth. Per il resto è un concentrato di avventure in cui il nostro non si tira mai indietro: che si tratti di combattere nella guerra civile americana o di lottare per la libertà del Messico. Tanti nemici – banditi, proprietari terrieri senza scrupoli, politicanti corrotti – e molto onore.
 
A “intervistarlo”, nella primavera del 1899, è Jack Granger, l’intraprendente giornalista che si spinge sin nella riserva indiana in cui Tex vive col nome di Aquila della Notte. «C’è chi sostiene che siete un fuorilegge, un rinnegato che vive con gli indiani, eppure in Messico e in Canada si parla di voi come di un eroe nazionale. Potreste dare la vostra versione dei fatti e mettere a tacere i vostri detrattori». L’esortazione, in realtà, arriva dalla Mondadori e la voce narrante di Tex è quella di Mauro Boselli, già creatore, con Maurizio Colombo, di Dampyr, il cacciatore di vampiri protagonista della fortuna serie che la Bonelli editore manda in edicola dal 2000.
«Abbiamo scelto di affidare tale compito a Boselli – ci spiega proprio Sergio Bonelli – perché, oltre a essere uno dei nostri più amati e prolifici sceneggiatori, ha avuto il privilegio e l’opportunità di fare un lungo apprendistato con mio padre Gian Luigi (papà dell’editore come anche di Tex, ndr) mentre i disegni a mo’ di incisioni d’epoca che arricchiscono il volume sono di Fabio Civitelli».
Responsabilità non da poco, perché i lettori di Tex sono tra i più esigenti. Quando, diversi anni fa, lo stesso Bonelli fece apparire un filo di barba sul volto di Tex – «Mi sembrava più idonea per chi passa magari settimane intere nel deserto» – insorsero seppellendo la redazione di lettere di protesta. Figuriamoci quanto “rischioso” possa essere azzardare un’autobiografia in prima persona singolare, presentare Tex da un’angolazione del tutto nuova cercando nello stesso tempo di rimanere il più possibile fedeli al fumetto creato da due mostri sacri come Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galeppini, in arte Galep.
 
«Scrivere questa autobiografia – ci conferma Mauro Boselli – è stato molto difficile, perché significava rendere umano Tex senza rinunciare a restituire la sua natura di eroe universale, la cui longevità è data proprio dalla semplicità delle storie, dure ma senza violenza gratuita. In un mondo sin troppo tecnologico e veloce, riteniamo che la lentezza possa conservare un suo fascino distintivo e abbiamo pensato a questo romanzo come a un racconto fatto davanti al fuoco, tra vecchi amici». Discorsi che potremmo definire di famiglia, considerando che Tex è per molti di noi una specie di fratello maggiore. «Mio padre Ken – racconta Tex/Boselli – mi insegnò la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e spesso arricchiva le sue lezioni con esempi tratti dalla vita di grandi uomini come il presidente Washington, del quale si sapeva che fin da ragazzo diceva sempre la verità e si schierava invariabilmente dalla parte della giustizia: erano insegnamenti che allora non capivo fino in fondo ma che non ho mai dimenticato».
Nelle storie di Tex, infatti, il confine tra bene e male è tracciato chiaramente, anche se le circostanze possono indurlo a decisioni impulsive e spesso senza appello che pure non lo trasformano nella caricatura del giustiziere solitario e rancoroso. Il senso della comunità, la coerenza, il rispetto della parola data, l’onore e il coraggio ancora significano qualcosa per questo personaggio che è, al tempo stesso, un libertario e un rappresentante della legge, un viaggiatore e uno stanziale, un americano del sud e un capo indiano.
«Non è vero – protesta Boselli – che Tex sia letto soltanto da chi è nato nei decenni Cinquanta e Sessanta. Il senso di giustizia di cui si fa portavoce rappresenta un’esigenza ancora avvertita dalle giovani generazioni».
Se nel secondo dopoguerra del Novecento, Tex si faceva carico di rispondere alla curiosità dei giovani nei confronti di un’America più immaginaria che reale, sino a quel momento conosciuta attraverso le suggestioni offerte da film e romanzi a stelle e strisce, la sua presa sull’immaginario si è mostrata salda anche quando le storie del leggendario West si sono progressivamente ritirate dall’edicole come anche dal grande schermo mettendo a riposo miti come John Wayne, Charlton Heston e Charles Bronson.
 
«Mio padre – spiega Bonelli – ebbe l’intuizione geniale di inventare un personaggio non per bambini quanto per un pubblico di ragazzi ultraquindicenni. Rispetto ai competitors, le storie di Willer erano più maschie e anche il linguaggio più duro, sul modello della letteratura americana di quegli anni». Tex non ha messo fiori nelle sue colt neanche successivamente ma, grazie alla lungimiranza degli autori che negli anni a seguire si sono misurati con la sceneggiatura e alle contaminazioni con altri generi narrativi, la cavalcata trionfale iniziata con gli albetti a strisce nel settembre del 1948 prosegue a spron battuto con i texoni a colori.
Con un distinguo necessario quanto sostanziale, però. In anni in cui i “pellerossa” venivano dipinti al cinema quasi sempre come selvaggi e il tutto si risolveva nell’attesa salvifica che arrivassero i nostri, ovvero i civilizzatori, Tex, sposandosi con un’indiana e legandosi al popolo rosso, ha affermato il valore delle culture “altre” rispetto a quelle “occidentali”, riconoscendo l’uguaglianza di diritti dei popoli. Un uomo è buono o malvagio a prescindere dal colore della sua pelle. E l’amicizia non conosce confini.
 
Valga come esempio la scena scelta per l’epilogo del romanzo. Nel cimitero navajo dove riposano Lilyth e Kit Carson, sono in piedi, uno accanto a l’altro, il nostro ranger e il fiero navajo Tiger Jack. «Lui e Tex si mettono una mano sulla spalla e si guardano negli occhi. Non servono parole, tra fratelli di sangue».
 
*Questo articolo originariamente è apparso il 29 aprile 2011 su Il Secolo d'Italia e in rete è reperibile QUI.

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