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Marco Pellitteri, Leoluca Orlando e i professionisti dell’antimafia: falchi su (Giovanni) Falcone

Moleskine #87

La rubrica più politicamente scorretta del fumetto italiano. Appunti di viaggio nel mondo del fumetto, attraverso i suoi protagonisti e l’informazione di settore.

Marco Pellitteri, Leoluca Orlando e i professionisti dell’antimafia: falchi su (Giovanni) Falcone

di Giorgio Messina

La triste verità è che in questi venti anni trascorsi dalla loro tragica scomparsa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno avuto più valore da morti che da vivi. Lo sa bene Leoluca Orlando, il “nuovo” sindaco di Palermo, che ha fondato la sua immagine di professionista dell’antimafia sul motto mutuato dal suo insegnante al liceo dei gesuiti “Gonzaga”, Padre Ennio Pintacuda: “La cultura del sospetto è l’anticamera della verità”.

il “Sinnacollanno” (come lo applaudono da sempre molti, realizzando una crasi in dialetto) il 17 maggio 1990 dagli studi tv di Samarcanda, trasmissione condotta da Michele Santoro, così sparò a palle incatenate, soprattutto contro Giovanni Falcone: «Io sono convinto che dentro i cassetti del Palazzo di giustizia ce n’è abbastanza per fare chiarezza sui delitti Mattarella, La Torre, Insalaco e Bonsingore». Insomma, per quanto riguardava i delitti eccellenti, il giudice Falcone per il sindaco era reo di “tenere chiusi i cassetti” favorendo i mafiosi. Cioè, il giudice che da anni era l’icona della lotta alle cosche, nascondeva documenti che avrebbero potuto fare luce sugli omicidi eccellenti e irrisolti avvenuti per mano di cosa nostra.

In realtà la sparata di Orlando contro Falcone va inquadrata in una faida politica tutta interna alla DC dell’epoca, in cui l’Orlando furioso si dimenava nella pancia della balena bianca ed era sceso in guerra addirittura contro Ciriaco De Mita (che era stato il suo "padrino politico") e gli Andreottiani, e per farlo aveva usato come lancia in resta le dichiarazioni di un pseudo pentito, tale Giuseppe Pellegriti, che aveva “rivelato” che sarebbe stato Salvo Lima a ordinare l’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nell’80. Falcone aveva ritenuto Pellegriti, che godeva della piena fiducia di Orlando, inattendibile e lo aveva incriminato per calunnia dimostrando che il fenomeno del pentitismo antimafia, se non ben gestito e verificato, poteva rivelarsi una vera e propria fabbrica di polpette avvelenate a uso e consumo anche della politica. Eccome se aveva ragione Falcone allora come oggi: l’uso spregiudicato negli ultimi anni delle dichiarazioni farlocche di Ciancimino Jr. da parte del giudice Ingroia sono la prova che più spesso di quanto si immagini gli allievi non superano il maestro.

Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone dovette dare conto delle “minchiate” sparate da Orlando e dai suoi “professionisti dell’antimafia” (intesi nella definizione di Leonardo Sciascia) davanti al CSM. Il giudice palermitano tratteggiò uno scenario in cui, nel tentativo di incastrare gli andreottiani, gli orlandiani avevano catechizzato Pellegriti. Falcone al cospetto del CSM sconfessò il motto del duo Pintacuda-Orlando - principali animatori di quella che era definita invece come la “primavera di Palermo” - che lui aveva assaggiato sulla sua stessa pelle di magistrato antimafia: «la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità; la cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo». E ancora: «Orlando – disse Falcone - sarà costretto a spararle ogni giorno più grosse. Lui e i suoi sono disposti anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura». Falcone dimostrò anche l’ipocrisia di facciata dei professionisti dell’antimafia, affermando, sempre davanti al CSM: «perché nonostante un sindaco come Orlando la situazione degli appalti a Palermo continuava a essere la stessa e Ciancimino continuava a imperare sottobanco...».

Falcone nella parte finale della sua audizione al CSM dipingerà così il clima della “primavera di Palermo” che respirava in prima persona : «Non si può andare avanti in questa maniera... è un linciaggio morale continuo... Facendo come fanno loro le conseguenze saranno incalcolabili. Ma veramente incalcolabili». La chiosa successiva fu quanto di più profetico Falcone potesse dire di se stesso senza conoscere il futuro che lo aspettava il 23 maggio 1992 a Capaci: «Mi stanno delegittimando. Cosa Nostra fa così: prima insozza la vittima, poi la fa fuori». Cioè: il professionista dell’Antimafia Orlando cavalcava l’Antimafia stessa per “fare politica attraverso il sistema giudiziario” e per il suo “cinismo politico” arrivava a usare contro Giovanni Falcone, cioè uno dei veri baluardi nella lotta alla mafia, gli stessi metodi di Cosa Nostra.

Per capire quanto fossero tragiche le parole pronunciate da Giovanni Falcone in quella circostanza, basti pensare che quello davanti al CSM era il Giovanni Falcone conscio del fatto che Cosa Nostra lo voleva morto, che era passato attraverso le calunnie del “corvo” e la calunnia per il fallito attentato subito alla Addaura dell’89 che veniva raccontato come una messinscena dello stesso giudice del Pool Antimafia. E chi aveva contribuito a mettere in giro quest’altra “minchiata”? Gli orlandiani, si diceva…

Padre Ennio Pintacuda, riferendosi, senza ombra di dubbio, anche al suo “allievo” Leoluca Orlando, anni dopo dirà: «Pensavo di aver formato degli statisti, invece mi sono ritrovato con dei nani».

Oggi, venti anni dopo. Leoluca Orlando è ancora eletto sindaco a Palermo e grazie a qualche penna compiacente, si continua quell’opera di riscrittura della storia a uso e consumo dei professionisti dell’Antimafia. In fondo i morti non possono controbattere i loro illustri ventriloqui e chiunque, per ottenere applausi a buon mercato, può mettere il cappello sulla bara dei veri eroi, che hanno pagato con la vita l’opposizione alla mafia. E così oggi il “Sinnacollanno” si ritrova nuovamente sindaco di Palermo e senza mai essere caduto giù dallo stesso piedistallo di Giovanni Falcone su cui si è autoelevato. I vivi di oggi sono dalla stessa parte dei morti di ieri. Anzi lo sono sempre stati. E se qualcuno osa mettere in dubbio l’antimafiare di chi infangava i veri protagonisti della lotta alla mafia, come minimo, sta mafiando. Non se ne scappa. Lo aveva capito, sbagliando bersaglio però, Leonardo Sciascia che scrisse dei professionisti dell’Antimafia: “Chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che alla fine qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso”.

Ora, arrivati sin qui, qualcuno si chiederà cosa centrano Leoluca Orlando e i professionisti dell’antimafia con il fumettomondo. Premesso che non fa mai male ricordare la storia dei veri protagonisti dell’antimafia, Orlando e i professionisti dell’antimafia con il fumettomondo centrano eccome.

Basterebbe solo guardare i titoli del mercato delle graphic novel degli ultimi anni per rendersi conto quanto il marketing dell’antimafia ha riempito gli scaffali di graphic journalism. Nonostante sia nato come sottomarca della graphic novel, il graphic journalism rapidamente è stato definito dall’intellighenzia del fumettomondo come genere ancor più nobile rispetto alle graphic novel stesse. Quanti giovani di belle speranze e scarso talento hanno svoltato in termini di considerazione di pubblico e di addetti ai lavori dopo avere messo penna, pennino e cappello su illustri morti ammazzati? Diversi. Ne ho già parlato QUI di questi piccoli fenomeni e delle grandi contraddizioni che riescono a mettere in piedi nei loro libri antimafia: personaggi di primo piano omessi o relegati nelle note, messaggi antimafia capovolti con una spruzzatina di autobiografia non richiesta e, dulcis in fundo, santonismo d’accatto degli autori che arrivano persino a indicare chi è degno e chi no di parlare dell’illustre morto ammazzato di cui hanno realizzato il libro.

Ma l’intellighenzia formato fumettomondo riesce a fare danni anche peggiori di questi.

Nel giorno del ventesimo anniversario della scomparsa di Giovanni Falcone, lo scorso 23 maggio, il palermitano Marco Pellitteri, saggista, sociologo esperto di fumetti, che per Tunué dirige le collane di saggistica «Lapilli» e «Le virgole», ha inoltrato una lettera alla DC Comics, chiedendo di cambiare il nome alla famiglia mafiosa “Falcone” che nell’universo di Batman domina la scena malavitosa di Gotham City e che fu creata nel 1987, da Frank Miller sulle pagine di “Batman: Year One”, cioè il restart moderno delle origini del cavaliere oscuro.

Ecco il testo della lettera che Pellitteri ha inviato alla DC:

"Hello, I am an Italian citizen. I noticed that one of your characters is a mafioso villain called Falcone. Please notice that in Italy the name “Falcone” is that of a national hero, Judge Giovanni Falcone, who investigated against mafia and was killed. He is a hero of the state. Please consider that the name Falcone, associated to a (even fictitious) mafioso, is not a good idea. Today is the 20th anniversary of the murder of Giovanni Falcone. Thank you".

Un uscita da vero professionista dell’antimafia che TG3Comics ha però definito come “giusta protesta”. L’accademico Pellitteri però non è nuovo, negli ultimi tempi, a uscite curiose, se non addirittura temerarie.

Un anno fa circa, Pellitteri aveva teorizzato (QUI) la presunta superiorità della critica accademica come unica via percorribile dalla critica del fumetto. Insomma, o sei accademico o non sei un critico.

Nemmeno due mesi fa, se l’era invece presa con lettori e autori dei fumetti supereroistici scrivendo su FB:

«I fumetti di supereroi fanno schifo, appena cresci un po'...»

«Quindi ostinarsi a volerli fare per adulti è inquietante perché li leggeranno evidentemente adulti immaturi (pochi, per fortuna, a quanto pare, almeno per quanto riguarda la scelta delle letture, a dire dalle vendite) e i bambini invece ne staranno lontani perché troppo complicati, cervellotici e violenti; io infatti non darei mai da leggere a dei bambini i fumetti di supereroi di oggi. Nello scenario attuale, autori e lettori di supereroi sono praticamente uguali, in quanto a maturità psicoevolutiva e cultura generale...»

La cosa più ironica di questa sparata sugli eroi in calzamaglia è che il sociologo Pellitteri, autore di diversi libri sull’animazione giapponese tra cui l’ancora insuperato volume “Mazinga Nostalgia” (Coniglio Editore), non si è reso conto di avere usato lo stesso metro di giudizio di quel deputato del PDUP che nei primi mesi del ’79 alzò un vespaio mediatico con una interrogazione parlamentare contro la violenza in Goldrake (e quindi di conseguenza di tutti i cartoni animati giapponesi).

Nel ventennale della morte di Falcone, invece Pellitteri si è messo addirittura sulle tracce di Leoluca Orlando. Infatti se Pellitteri se l’è presa con il nome “Falcone” affibbiato da Frank Miller nel '87 ad una famiglia di mafiosi che contrasta il cavaliere oscuro a Gotham, Orlando è arrivato anche a prendersela con “I Soprano”, la saga americana sulle famiglie mafiose del New Jersey, definendolo “uno stereotipo che offende gli italiani”.

Per chiudere, senza nemmeno aprirla, la polemica di Pellitteri sul cognome Falcone basterebbe solo ricordare il principio di sospensione della realtà con cui si legittima da sempre qualsiasi prodotto di fiction come tale. Non è un caso che, in tal senso, esista appunta la cosiddetta formula di sospensione della realtà che accompagna la fiction: “i nomi e i personaggi rappresentati nell’opera sono frutto della fantasia e ogni riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistite o esistenti è da considerarsi puramente casuale”.

Ma se ciò ancora non fosse sufficiente, a rispondere a Pellitteri ci pensa quanto scritto nell’introduzione al libro appena uscito per Rizzoli “Giovanni Falcone. Un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente. I tuoi sogni, il nostro futuro”, scritto dalla sorella del magistrato, Maria Falcone, e dalla giornalista Francesca Barra:

Nel cortile dell’Accademia dell’FBI di Quantico, nelle vicinanze di Washington, ci sono solo due monumenti: uno è dedicato a Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti d’America, l’altro al giudice italiano Giovanni Falcone. A volerlo, nel 1994, fu Louis Freeh, amico e collaboratore di Falcone nelle indagini degli anni ottanta su Cosa Nostra e, all’epoca, direttore dell’FBI. È un mezzobusto che si erge su un’aiuola di fronte all’ingresso delle aule, in un giardino che sa di pace. In quella posizione è il simbolo che gli studenti dell’Accademia Fbi si trovano davanti agli occhi quando si siedono sulle panchine, per studiare o rilassarsi. Quando domandarono a Freeh perché avesse scelto la statua di un italiano nella scuola di polizia americana, rispose: “Falcone è la più alta rappresentazione della Giustizia e dello Stato”.

Gli ammeregani avranno tanti difetti, ma lo sanno benissimo chi è nella realtà Giovanni Falcone, al netto della sospensione da fiction. Quello che non sanno - ahinoi – è chi sono e di cosa sono capaci i professionisti dell’antimafia. È vero che l’Italia non merita di essere riassunta in “pizza, mafia e mandolino” e che questa immagine stereotipata va combattuta in tutti i modi, ma è anche vero che per combattere questo stereotipo possiamo e sappiamo fare di meglio che chiedere di cambiare il nome di una famiglia mafiosa in un fumetto americano. Altrimenti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino continueranno ancora a valere più da morti che da vivi.

falcone fbi

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