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Recchioni processa Di Clemente, ma si scorda di quando ammise di avere plagiato Dan Simmons

robertorecchioni

Moleskine #82

La rubrica più politicamente scorretta del fumetto italiano. Appunti di viaggio nel mondo del fumetto, attraverso i suoi protagonisti e l’informazione di settore.

Recchioni processa Di Clemente, ma si scorda di quando ammise di avere plagiato Dan Simmons

di Giorgio Messina

Ugo Intini raccontava che Pietro Nenni ammonisse i giovani socialisti dicendo che “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro... che ti epura”. Chissà cosa direbbe il vecchio leader socialista se vedesse oggi il circolo dei puri, delle anime belle del fumettomondo, che si è radunato attorno al falò acceso sul suo profilo Facebook da Roberto Recchioni. Sul banco degli imputati ovviamente Paolo Di Clemente a cui affibbiare il marchio di infamità del plagiatore.

La cosa che più sorprende e che a condannare il “collega”, si sono accaniti anche Claudio Villa, Pasquale Frisenda, Andrea Cascioli, Carmine Di Giandomenico e altri più o meno noti, per un totale di 517 commenti! Se non era una caccia all’uomo virtuale poco ci è mancata. Mutatis mutandum, la dinamica messa in moto da Recchioni sul suo blog, sembrava ricordare quello che produsse l’appello di Camilla Cederna contro il Commissario Calabresi sul L’Espresso a giugno del ’71. Quell’appello fu firmato da 800 esponenti dell’intellighenzia dell’epoca. Allora si additava Calabresi come assassino, oggi si addita Di Clemente come plagiatore. Mi perdonerà il lettore per il paragone ardito tra i due casi, uno finito nel sangue, uno finito in minchiate varie ed eventuali formato fumettomondo. Se tale paragone si è usato in questa sede era solo per analizzare le dinamiche che mettono in moto i linciaggi mediatici.

Si badi bene, però. Anche noi su questa rubrica abbiamo indicato lo strano scopiazzare rilevabile in una copertina e in un disegno da fiera realizzati da Di Clemente. Ma non lo avevamo fatto per additare l’autore bonelliano come plagiatore, ma bensì per chiedere come mai alla Bonelli, il cui modello produttivo è da sempre caratterizzato da uno stretto controllo in fase di supervisione, fossero sfuggite le similitudini dei disegni di Di Clemente con alcuni di Jim Lee.

Sgombriamo però subito il campo da ulteriori dubbi. Le vignette interne di Nathan Never gigante numero 15 realizzate da Di Clemente che Recchioni addita come prova del plagio (“non confondiamo il post-modernismo con la copia” scrive la rockstar autolettasi del fumettomondo), per quanto ci riguarda non sono copie, ma citazioni. Basta leggere il volume contestualizzandone la lettura, per capire che abbiamo a che fare con una sottotrama che omaggia Bilal con una citazione a doppio filo, sia narrativa che visiva. E fino a prova contraria mi pare che il fumetto sia ancora un medium composto dalla correlazione di testi e disegni. Chissà quanti dei colleghi di Di Clemente che hanno infarcito i 517 commenti hanno letto il Nathan Never gigante oggetto dello scandalo che scandalo non è. A giudicare alcuni commenti, non è peregrino pensare che molti dei commenti di pancia si basino solo sull’immagine postata su FB da Recchioni che ha acceso il falò.

diclemente bilal

Ma torniamo a Pietro Nenni e Roberto Recchioni. Applicando il detto del vecchio leader socialista alla rockstar del fumetto si scopre che il più puro che epura lo sceneggiatore di una manciata di Dylan Dog e di un futuro Tex è proprio Google, che in questo terzo millennio ha sostituito ampiamente la provvida sventura di manzoniana memoria e il contrappasso dantesco. Infatti ravanando sul web si scopre che Roberto Recchioni, che oggi fa il puro che condanna chi copia (forse ancora scottato da quello che combinò Giuseppe Ferrario sulle Cronache del Mondo Emerso che Recchioni sceneggiava per la Panini), nel settembre 2003 ammetteva candidamente in una discussione su It.arti.fumetti che aveva plagiato delle pagine di Dan Simmons.

Scriveva Recchioni: «Alcune invenzione nella trama (a cominciare dalle prime pagine, talmente fulminanti che non ho resistito alla tentazione di plagiarle bassamente), lo stile di scrittura e l'umorismo... piazzano "Lungo una strada pericolosa" un gradino più in alto di roba come quella di Cussler.»

Insomma Recchioni dice di avere plagiato “bassamente” le prime pagine del romanzo “Lungo una strada pericolosa” di Simmons. Sarebbe interessante capire, a questo punto, il plagio dichiarato a quale produzione di Recchioni del 2003 (pubblicata precedentemente o anche successivamente) si riferisca: ad una delle storie libere realizzate per Lancio e Skorpio oppure ad uno dei numeri di John Doe, il cui primo albo era uscito nel giugno del 2003? Ah, saperlo…

Ecco. Invece di additare Di Clemente, Recchioni potrebbe fare outing e raccontarci i suoi plagi sul suo blog o sul suo spazio FB. E se lo facesse, sarebbe interessante vedere se i vari Villa, Frisenda, Di Giandomenico, Cascioli e compagnia condannante scriveranno a Recchioni quello che hanno scritto per Di Clemente.

Insomma, oggi, se fosse ancora vivo, Nenni probabilmente direbbe che nell'era del web 2.0 a fare il puro su internet si finisce che Google ti epura. E dire che prima ancora di Pietro Nenni, e di Google, un certo Gesù Cristo aveva detto: «Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Ps: nel Moleskine #80 avevo ipotizzato che Michele Ulisse avrebbe potuto essere uno dei “nom de plume” con cui i bene informati delle cose bonelliane raccontano che Sergio Bonelli si divertisse parecchio a firmarsi per intervenire su riviste e fanzine in polemiche che lo riguardavano. Rettifico: Michele Ulisse è vivo, è vegeto e combatte insieme a noi per un fumettomondo migliore.

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