Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
A+ A A-

L'Analisi » "Fin dove arriva il mattino": il finale di Ken Parker

ken parker ultimo numerodi Camillo Chiarieri
 
Ci ho messo un po’ a riprendermi da quando, a metà Aprile, lasciai un vecchio e caro amico, appena rivisto dopo tanto tempo, colpito a morte, appoggiato alla ruota di un conestoga, ad attendere l’ultima alba che avrebbe avuto l’opportunità di vedere. L’avevo ritrovato da pochissimo e l’ho subito perduto. Per sempre. Così se n’è andato Ken Parker, “fin dove arriva il mattino”, in un’alba che immagino fredda e livida, in un accampamento che presumo lercio e puzzolente, molto lontano e diverso da quegli spazi aperti e incontaminati che aveva tanto amato: le Montagne Rocciose profumate di neve fresca in inverno e le sterminate praterie fragranti di fieno in estate, luoghi dove tante volte mi aveva condotto con sé. Così ha terminato la sua vita letteraria uno dei personaggi più belli e “grandi” della Letteratura Italiana della seconda parte del Novecento, protagonista di un’epopea narrativa palpitante e poetica, intensissima e dolcissima, capace al tempo stesso di tracciare grandiosi affreschi storici e ritratti intimissimi dei personaggi, sempre cesellati a tutto tondo anche se secondari nella complessità della saga.

Terminata la lettura dell’ultimo numero, colpito al cuore dal finale terribile, me la sono prima presa con Giancarlo Berardi, il creatore letterario, e subito dopo con il creatore grafico, Ivo Milazzo. Poi ho trascorso un paio di giorni con un peso sullo stomaco simile a quello che si ha quando si perde un caro amico. E nei giorni seguenti ho interiormente inveito un po’ contro tutti coloro che ritenevo correi del misfatto, la Mondadori in primis. Mi aspettavo tante cose da questa storia annunciata da tantissimo tempo, che avrebbe dovuto finalmente chiudere un cerchio lasciato incompiuto negli ormai lontani anni Novanta, ma non un finale così. Mi sono posto molte domande al termine della lettura, quasi come se Ken Parker non fosse solo un personaggio di fantasia e Berardi si fosse comportato come un Demiurgo crudele che si accanisce sui destini delle sue creature: perché nella sua ultima storia Ken Parker non era circondato dai suoi affetti? Perché vagabondava come un reietto nel West, proprio lui che aveva così tanti amici e persone care, lui che era stato una persona leale, idealista, pulita? No, non era giusto. Il Demiurgo Berardi aveva riservato davvero un destino iniquo al suo figlio più “bello e buono” (per dirla come gli antichi greci definivano i loro eroi).

Avevamo lasciato, tanti anni fa, Ken Parker in prigione. Eppure, in virtù delle sue virtù, anche lì iniziava ad avere un certo riconoscimento della sua caratura umana e morale, e poi aveva iniziato a scrivere racconti e romanzi western di un certo successo, che lo stavano imponendo come scrittore abbastanza noto. Avevamo lasciato il suo figlio adottivo, i suoi amici, i suoi cari, che sentivano disperatamente la sua mancanza e si prodigavano per cercare di fargli avere condizioni di vita migliori. Perché invece di scrivere l’ ultima storia partendo da qui Berardi aveva deciso per una cesura così netta? Perché la fine di una saga così grandiosa e corale doveva ridursi a una storia così “piccola”, claustrofobica? Perché dopo tanta luce, tanta speranza, tanti sogni disseminati per tutta la serie, affidare il finale a quest’ultima storia così cupa, disperata, oscura? Ricordo di aver letto, mentre la sua ultima serie Bonelli veniva ancora pubblicata, un’intervista a Berardi in cui egli lasciava quasi presagire che Ken sarebbe uscito di prigione e avrebbe trovato il suo “buen retiro” in Oceania: mi sembrava un finale congruo, il finale meritato. Un happy end che avrebbe compensato l’eroe di tutte le sofferenze patite. Il finale GIUSTO, ecco.

Poi, preparandomi per andare in ufficio in una mattina qualunque di pochi giorni fa, una di quelle mattine in cui non sogni nulla e neanche pensi, ma fai tutto in automatico, come se i gesti e i pensieri non ti appartenessero, mi sono guardato allo specchio e in un attimo, come in una folgorazione, è stato evidente che di quel bambino prima e di quel ragazzo poi che ero stato ed era stato amico, tanti anni fa, di Ken Parker, non era rimasto nulla. E anche del mio mondo reale che faceva da controscena al mondo narrativo di Ken, non era rimasto nulla: i sogni, gli ideali, le speranze, i progetti di viaggi, avventure e amori, le amicizie fraterne e indissolubili degli anni ’70 e poi ’90, si erano sgretolati sotto i colpi delle disillusioni vissute giorno dopo giorno, mese dopo mese, sotto il maglio della presa di coscienza che non c’è poi tutto questo spazio per gli idealisti, gli onesti, i sognatori. E ho compreso, all’improvviso, che Ken Parker, quel Ken Parker della nostra giovinezza, era rimasto così disperatamente solo a inseguire le sue utopie e i suoi ideali che, proprio per questo, non poteva far altro che scomparire, lasciarci, in maniera malinconica e triste, lentamente, dinanzi a un’alba che stenta a venire, proprio come ciò che eravamo ha, con gli anni, lasciato noi stessi.

E allora mi è parso di comprendere la grande malinconia che deve aver attanagliato Berardi mentre scriveva quest’ultima storia, mentre con grande onestà intellettuale assegnava anch’egli il giusto finale, tramite la sua creazione letteraria più grande, ai sogni della sua giovinezza. D’altra parte a chi, se non al creatore del personaggio, poteva svelarsi quale fosse l’unica conclusione possibile: in fin dei conti non è stato Ken Parker a morire per primo. Noi eravamo già morti, siamo morti piano piano durante tutti questi anni crudeli, nei quali abbiamo assistito senza (poter) muovere un dito ad abissi di corruzione, di abiezione, di malaffare, di massacri, di consumismo, di superficialità dilagante e più disperata di una tormenta sulle montagne del West.

Così ho riletto “Fin dove arriva il mattino” da questo nuovo punto di vista e sono stato colpito soprattutto da due eventi nella storia. Il primo è quello della violenza sessuale verso una giovane ragazza che si consuma mentre Ken Parker (ormai vecchio e acciaccato, che non ha più i sensi vigili di un tempo) dorme: alla prima lettura mi ero stupito di quanto Berardi avesse infierito nel descrivere così appannati i sensi di un vecchio “mountain man”, ma poi mi è parso di vedere in quell’episodio una metafora di ciò che il “sistema” (diciamo così per non addentrarci in più complesse analisi sociologiche) ha fatto alla nostra innocenza, alla nostra purezza, presa, a mano a mano che il tempo passava, con la forza della necessità, mentre noi eravamo quasi incoscienti, quasi ipnoticamente addormentati. Il secondo episodio importante è nel finale, quando sarà quella stessa ragazza a sparare il colpo mortale a Ken, sarà quella stessa innocenza perduta, completamente disorientata per la violenza subita (resa benissimo nella storia dalla descrizione del malato rapporto affettivo che legherà la vittima al suo carnefice), ad uccidere l’unica persona in grado di “liberarla”. Lei, ormai interiormente e psicologicamente sofferente, mentalmente logorata, non sarà in grado di riconoscere la “libertà” e confonderà, con esiti drammatici, carnefice e salvatore. Non ho forse fatto io la stessa cosa con i miei sogni di un tempo? Non ho forse “ucciso” e dimenticato libri, canzoni, poesie, profumi di montagne? Cercato la mia strada su un sentiero grigio che in realtà mi tiene saldamente prigioniero?

L’ultima storia di Lungo Fucile (come gli indiani chiamavano Ken) non mi è piaciuta, nella maniera più assoluta: la trovo completamente avulsa dal resto della saga. Anzi, contraddittoria rispetto a essa: in “Fin dove arriva il mattino” sembra quasi si neghi tutto quello che Berardi e Milazzo, tramite Ken Parker, avevano voluto mostrarci lungo tutto lo splendido cammino fatto insieme. Proprio come non mi sono piaciute, a bizzeffe, molte cose accadute negli ultimi vent’anni: dalle bombe intelligenti sull’Afghanistan fino a oggi, a “Mafia Capitale” (tanto per fare un esempio dalla cronaca). Tutti fatti che però ho accettato senza battere ciglio, troppo occupato a percorrere alla meno peggio la mia strada in penombra, tre le storture del mondo.

Ma allora la lunga saga “Ken Parker” è stata inutile? No, assolutamente: per quanto mi riguarda rimane lì in bella vista, in attesa che tra qualche anno la mia pupetta inizi a sfogliarla e possa trovare tra quelle pagine un’eco delle emozioni, dei sogni, degli ideali che inevitabilmente le si agiteranno nel petto, che quelle pagine possano aiutarla a comprendere quanto non sia sola nel provare passioni giuste e limpide, e quei personaggi diventeranno suoi buoni amici e quelle storie accenderanno in lei nuove emozioni. E sono sicuro che accadrà così in mille e mille altre famiglie, e Ken e la sua avventura saranno ancora vivi, ancora palpitanti, ancora in grado di raccontare, insegnare, emozionare, come È DESTINO dei grandi personaggi della letteratura. E allora, forse, anche il finale sarà da riscrivere, perché quello “giusto” per la mia generazione non è detto lo sia anche per la prossima: non è detto che il tempo o lo spazio “fin dove arriva il mattino” debbano essere per sempre gli stessi.

Grazie Giancarlo, grazie Ivo. So long.

Magazine

Sulle orme di Magnus: intervista a Gabriele Bernabei (saggista e promotore del Magnus Day)

04-10-2017 Hits:667 Autori e Anteprime Redazione

  di Giorgio Borroni. Nell’era di internet l’esperienza del fumetto si può vivere in tanti modi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Uno può essere un semplice lettore, un collezionista che con un semplice click può procurarsi più facilmente di una volta ciò che cerca, il professionista della tavola disegnata o sceneggiata...

Leggi tutto

Intervista ad Alessio Riolo, organizzatore di Palermo Comicon

21-09-2017 Hits:909 Reportage Redazione

  Di Alessandro Bottero Palermo Comicon è arrivato alla terza edizione, e quest’anno si presenta particolarmente interessante. Prima di immergerci nella kermesse ecco quattro chiacchiere con il direttore/organizzatore/imperatore Alessio Riolo, che insiste & persiste nel promuovere il fumetto nell’antica terra di Trinacria.  Tra un’arancina e una cassata ecco la saggezza delle sue...

Leggi tutto

Analogie kafkiane tra Egon Schiele e Angelo Stano

12-09-2017 Hits:1196 Critica d'Autore Redazione

    Le atmosfere gotiche nell’opprimente angoscia di un comune tratto artistico di Roberto Scaglione   Forse non aveva tanto torto Hugo Pratt a definire il fumetto quale “letteratura disegnata”, con un chiaro omaggio autoreferenziale alle proprie indelebili opere ed in particolare alla più rilevante, quel Corto Maltese che lo rese celebre come uno dei...

Leggi tutto

Monolith - il film: Recensione e Analisi

21-08-2017 Hits:2321 Critica d'Autore Lorenzo Barruscotto

di Lorenzo Barruscotto (contiene – forse - spoiler) Il nostro Lorenzo Barruscotto, titolare della seguitissima rubrica Osservatorio Tex, recensisce Monolith, il film coprodotto da Sky che vede l'esordio alla produzione cinematografica di Sergio Bonelli Editore.Il fim, distribuito in 200 sale, dal 12 agosto, giorno della prima, al 20 agosto ha incassato 265.808...

Leggi tutto

Masters of the Universe: storia di un cult - Parte #04

07-08-2017 Hits:2159 Off Topic Davide Mosciaro

di Davide Mosciaro (QUI trovate le altre puntate) Tanto fu il successo da parte dei MOTU - che ricordiamolo sempre, è l’acronimo di Masters of the Universe -, che addirittura vennero suddivise in  ben 4 schiere di guerrieri. Una votata al bene, le altre tre votate al male: gli eroi di Eternia;...

Leggi tutto

Intervista ad Andrea Manfredini, nuovo Direttore Editoriale di Cagliostro E-Press

01-08-2017 Hits:2534 Autori e Anteprime Redazione

Di Giorgio Borroni Di recente alla Cagliostro E-Press c’è stato un cambio di ruoli nella direzione editoriale e la patata bollente è passata ad Andrea Manfredini, già creatore del super eroe sopra le righe Lo Scarafaggio e al timone della serie fantascientifica "Incrociatore Stellare E. Salgari".Oggi abbiamo il piacere di torchiare...

Leggi tutto

Masters of the Universe: storia di un cult - Parte #03

26-07-2017 Hits:2491 Off Topic Davide Mosciaro

di Davide Mosciaro (QUI trovate le altre puntate) Il cartone animato di He-Man è composto da due serie di 65 episodi ciascuna (per un totale di 130 episodi e ne era prevista pure una terza serie, che però non fece in tempo mai a vedere la luce in quanto i giocattoli non...

Leggi tutto