Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Sotto il segno di Tex ribelle e legalitario

autobiografia-tex-willerdi Roberto Alfatti Appetiti*

Più "altrove" che frontiera, il west made in Italy. Luogo immaginario e immaginifico, oasi di fantasia nell'interminabile dopoguerra del neorealismo e del politicamente corretto. Le pistole avevano da poco smesso di fumare nel nostro paese, quando nel 1948 fece la sua apparizione Tex.

Per quanto i censori si affannassero a sbianchettare le colt, il personaggio creato da Gianluigi Bonelli - "padre" di un Almirante che non è Giorgio ma Furio, fascistissimo pugile di carta e inchiostro nato nel 1941 - non le infilò nella fondina né mise fiori nella canna. Animato da un irrinunciabile senso di giustizia, non esitò a fare fuoco per vendicare la morte del padre e della moglie indiana, conquistandosi fama da fuorilegge. I giovani di destra non poterono fare a meno di identificarsi con lui: il rispetto della parola data, la coerenza, il coraggio, il senso di appartenenza a una comunità dileggiata, quella Navajo. Così come i personaggi di celluloide di Sergio Leone, grande outsider del western all'italiana, Tex disprezza l'utilitarismo e ha una concezione avventurosa della vita. Una weltanschaung cui non rinuncia. È intransigente ma non manicheo. In anni in cui i "pellerossa" venivano dipinti al cinema come selvaggi e il tutto si risolveva nell'attesa salvifica che arrivassero i nostri, ovvero i civilizzatori, Tex, legandosi al popolo rosso, ha affermato il valore delle culture "altre" rispetto a quelle "occidentali". L'amicizia non conosce confini e non si tradisce. Tanti nemici? Molto onore. Banditi, latifondisti sfruttatori e politicanti senza scrupoli. Il west di Tex, a ben vedere, non era poi così lontano dall'Italia degli anni Cinquanta. Il celebre ranger decise di mettersi al servizio della legge dei bianchi che pure lo trattavano con diffidenza, la giovane destra italiana si schierò dalla parte di uno Stato che non voleva farsi patria.

Ribelle e legalitario al tempo stesso, Tex richiama l'anarca di Ernst Jünger. «Non è certo un eroe da oratorio», ha detto Massimo Fini. L'Osservatore Romano lo ha riabilitato solo recentemente: «Esempio di rettitudine morale - l'ha definito - e portatore di comportamenti dettati da valori non negoziabili».
«Ma i nostri peggiori nemici - ebbe a sottolineare Sergio Bonelli - sono stati gli educatori scolastici, erano infastiditi dal fatto che le nostre storie trattassero tematiche più affascinanti sia delle ideologie che dei libri di testo».

Che il fumetto potesse rappresentare un mezzo di comunicazione più efficace di quelli tradizionali, lo capì, tra i primi, Almerigo Grilz, leader del Fronte a Trieste e poi reporter di guerra: da ragazzo firmò fumetti d'avventura, e poi, insofferente come Tex al tepore di una scrivania, quelle emozioni se le andò a cercare in prima linea, finendo ammazzato in Mozambico. La prima esperienza compiuta fu La Voce della Fogna - il periodico fondato e diretto da Marco Tarchi, all'epoca punta di diamante dei giovani rautiani - dove fece irruzione il topo di Jack Marchal. Nato come rappresentazione autoironica dai giovani nazionalisti di Occident, le rat maudit conquistò rapidamente i giovani del Msi come anche delle formazioni extraparlamentari. Mario Bortoluzzi, voce della Compagnia dell'Anello, storica band di musica alternativa, ha spiegato come per chi faceva politica a destra negli anni ‘70, sempre alle prese con mille difficoltà e una proverbiale mancanza di mezzi, era facile immedesimarsi nei personaggi dei fumetti: «Le prime esibizioni del gruppo iniziarono nell'autunno '74 nei polverosi locali del Fronte della Gioventù di Padova che tanto ricordavano la sede del mitico gruppo TNT di Alan Ford per il sinistro scricchiolio dei solai di legno». Che si trattasse del west o di una immaginaria New York dei bassifondi, l'America ha alimentato l'immaginario giovanile della destra, anche se - citando Sergio Leone - «gli americani non sono aquile e, anzi, hanno il dannato vizio d'annacquare il vino delle loro idee mitiche con l'acquetta dell'american way of life».
Le storie del leggendario west si sono progressivamente ritirate dall'edicole, ma Tex è ancora lì e quel senso di giustizia è ancora vivo nelle giovani generazioni. Non chiede eroi, ma buona politica.

*articolo pubblicato su Il Secolo d'Italia del 20 maggio 2012 e on line sul blog dell'autore. Nell'immagine: la copertina del romanzo di Tex Willer.

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