Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Pazeroticus: le ossessioni scandalose del Pazienza Erotico

pazienzadi Giuseppe Pollicelli*

Il merito dell’Italia nei confronti di Andrea Pazienza non è di avergli dato i natali ma di avere compreso subito di trovarsi di fronte a un genio. Cosa non scontata perché Pazienza - nato a San Benedetto del Tronto (il paese della madre) nel 1956 e morto per overdose a Montepulciano nel 1988, ma cresciuto a San Severo e, come il padre, pugliese in tutto e per tutto - condivide un iniquo destino con un altro gigante del nostro fumetto, verso cui ha peraltro svariati debiti a livello di segno e di poetica: Benito Jacovitti. Sia Paz che Jac, forse perché irrecuperabilmente “italiani” tanto nel loro immaginario quanto nella costante reinvenzione (non di rado attraverso il dialetto) della nostra lingua, sono noti e apprezzati solo qui. All’estero non li capiscono. Persino nella Francia sempre pronta ad adottare (a scippare?) le nostre eccellenze, da Fellini a Pratt a Nanni Moretti, un artista come Pazienza è pressoché sconosciuto. In Italia, invece, già a ventun anni, quando iniziò a pubblicare una memorabile cronaca a fumetti, flippata e onirica, dei giorni caldi del ’77 bolognese (visti attraverso gli occhi del suo alter ego Pentothal), Paz fu giustamente consacrato come un maestro.

Raccontatore raffinato, funambolo della parola, virtuoso del disegno (capace di far armoniosamente coabitare in un’unica vignetta Paolo Uccello, Caravaggio, Robert Crumb e appunto Jacovitti), sublime valorizzatore del linguaggio fumettistico, Paz ha lasciato, malgrado la prematura scomparsa, una vasta produzione che viene periodicamente ristampata. Da qualche anno i diritti della sua opera sono stati acquisiti dalla Fandango, che ora ripropone, in una lussuosa edizione con copertina in tela nera, un volume del 1987 da tempo irreperibile al di fuori del mercato collezionistico, Pazeroticus (pp. 56, euro 25), in cui Pazienza disvela, attraverso disegni a pennarello sia in bianco e nero che a colori, la sua visione dell’eros. Con un tratto spesso e pieno che però, miracolosamente, sa essere prezioso e prodigo di dettagli, Paz dà forma grafica a una fantasia che non si nega l’abbandono al sogno e alla rêverie ma che rimane ancorata, e fortemente, alla vita vissuta. Nelle illustrazioni di Andrea, sovente scabrose, la realtà si avverte sempre con la violenza di uno schiaffo: anche quando le situazioni hanno l’aspetto e la consistenza di incubi, non si possono non percepire odori, umori e perfino rumori che rimandano a una dimensione “casalinga”, postprandiale, da sonnolenta vacanza nella casetta al mare o, addirittura, da masturbazione in bagno. Non a caso gli uomini indossano quasi sempre degli spaventevoli, domestici calzini e non intessono mai una vera comunicazione (tutt’al più una lotta) con le donne, le quali vengono descritte - che dominino o siano dominate - come un universo a sé stante, inattingibile al maschio. Nell’erotismo di Pazienza non c’è spazio per idealizzazioni o patinature. Solo l’esistenza di tutti i giorni, più o meno deformata e rivisitata, ha cittadinanza. Solo la vita con le sue minime e atroci tragedie, con le sue bassezze.

*articolo apparso originariamente su “Libero” del 14 marzo 2012. Per gentile concessione dell'autore.

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