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"1975 Un delitto emiliano". La meglio gioventù (o la peggio?) a fumetti

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1975alcestedi Roberto Alfatti-Appetiti*

Due ragazzi: quello con i Ray Ban e una copia del Secolo d’Italia ben visibile nella tasca del cappotto nero ha tra le mani un accendino con cui sta facendo accendere una sigaretta al coetaneo in Montgomery bianco. Look a parte, per il resto sembrano molto simili, anzi: a ben guardare sono la stessa persona. Si chiama Adelchi Chiesa. Alter ego di carta e inchiostro di Alceste Campanile, il ventiduenne militante politico ucciso nella natia Reggio Emilia – in circostanze che definire misteriose è un eufemismo – il 12 giugno 1975, più di un quarto di secolo fa.

La copertina di 1975 Un delitto emiliano (Odoya edizioni, pp. 112, € 15) – la graphic novel recentemente pubblicata da due giornalisti de Il Messaggero: Alberto Guarnieri ed Emilio Laguardia – mette l’Alceste iscritto alla Giovane Italia di fronte all’Alceste militante di Lotta Continua. Lo fa con naturalezza perché naturale era, in quegli anni, schierarsi di qua o di là. Per o contro tradizioni familiari. Per convinzione o mera fascinazione: «I fratelli Cervi, la Resistenza, l’antifascismo – scrive l’emiliano doc Lucio Dalla nella prefazione – ma anche il fascismo aveva dei risvolti affascinanti». Anni da separati in casa per molte famiglie italiane. Anni che diventeranno di piombo, come l’uso netto quanto irreversibile del bianco e nero restituisce perfettamente.

«Li chiamo anni piombo anche io – sottolinea il cantautore bolognese – ma non è corretto liquidarli così. C’era una grande energia sia da una parte che dall’altra, una forte mobilitazione delle coscienze, che ti faceva vivere e sperare, al di là dei grandi sbagli che pure si facevano, una naturale predisposizione a valutare le cose attraverso il sociale». Anni in cui la militanza politica giovanile aveva un minimo comune denominatore: la generosità. «Oggi sembra che non ci sia più alcun tipo di mobilitazione spontanea, solo quella indotta. C’è quello che chiama la gente ai comizi o ti arriva la roba a casa».

Alceste non era tipo da aspettare: bello e estroverso, aveva un sacco di amici e di ragazze che gli correvano dietro. Il giorno prima di morire aveva superato brillantemente un esame di inglese all’università di Bologna e il giorno successivo avrebbe dovuto suonare in un concerto – insieme ad altri gruppi musicali e a Lucio Dalla – per una raccolta fondi finalizzata a sostenere le attività culturali di un quartiere. Ma la sua passione principale era la politica: nel 1968, quindicenne, col Msi e poi nel circolo Ottobre, emanazione emiliana di Lotta Continua.
Per anni le indagini hanno inseguito piste, nere e rosse, che si sono dimostrate infondate. Una traballante verità giudiziaria è arrivata con la confessione (nel 1999!) della primula nera Paolo Bellini, a lungo latitante in America Latina: già reo confesso di altri omicidi, avrebbe ammazzato lui Campanile, di cui era conoscente, dopo un litigio improvviso. Nessuna premeditazione: reato prescritto e richiesta di scarcerazione presentata in virtù dei meriti acquisiti come collaboratore di giustizia. Versione dei fatti che non ha mai convinto, tanto più perché la confessione, funzionale ai relativi benefici, non coincide con le modalità dell’omicidio, che lascerebbero pensare a un’esecuzione effettuata da almeno due persone. La famiglia di Alceste, poi, è sempre stata convinta che a eliminare Alceste siano stati elementi dell’estrema sinistra reggiana. Se il padre Vittorio ha sin dall’inizio accusato i compagni del figlio di esserne i carnefici – forse perché era stato testimone di scomode verità, reati di cui si erano macchiati persone del suo ambiente? Qualcosa che avesse a che fare con il sequestro e la morte, due mesi prima, di Carlo Saronio? – lo zio Emanuele non ha nascosto le sue riserve sulla credibilità del condannato: «Bellini mente, la pista giusta è rossa».
La graphic novel non sposa alcuna tesi. È il racconto di un’epoca, liberata dal manicheismo delle versioni di parte. Una lettura utile in particolar modo per i giovani che, attraverso il linguaggio del fumetto, potranno capire qualcosa in più su quei fratelli maggiori spesso tratteggiati come fanatici e violenti e non come ragazzi normalissimi in un paese poco normale. Ragazzi che si infiammavano per certi libri e non per chissà quale tornaconto. Che per difendere una visione del mondo erano pronti a misurarsi, anche fisicamente. Capita al missino Alceste che, per difendere I proscritti di Ernst Von Salomon, non esita a litigare con i compagni dello stand dei libri della Festa de L’Unità.
«Questo fumetto – scrive nella postfazione Luca Telese – può aiutare a sfatare il grande equivoco su quegli anni. Non fu una lotta fra bene e male. Sono tutti (un po’) vittime e tutti (un po’) carnefici. Ma era uguale il sentimento che questi ragazzi misero nell’errore e nella speranza. Di tutti questi ragazzi, rossi o neri, che erano caduti sul campo, compreso Adelchi/Alceste, si era raccontato un altro stereotipo delirante: se sono morti ammazzati, in fondo, qualcosa devono avere pur fatto. Invece, era vero esattamente il contrario: i caduti della guerra non dichiarata, come in tutte le guerre non convenzionali, erano tendenzialmente i più giovani, i più indifesi, talvolta persino i più puri».
Chi moriva, «nella piccola macelleria della P38», erano quelli che non avevano nessuno alle spalle. Una crociata di fanciulli, per dirla con Ray Bradbury. Una guerra combattuta tra eserciti l’un contro l’altro armati, ognuno dei quali esibiva una divisa d’ordinanza in cui riconoscersi, caratterizzata da “abiti simbolo”: quelli di sinistra con l’eskimo di Guccini e quelli di destra, ad esempio, con i Ray Ban. Un capo d’abbigliamento, in quanto segno di appartenza, poteva risultare fatale. Telese ricorda l’assassinio di Stefano Cecchetti: «Ucciso l’11 gennaio del 1979 davanti al bar Donatone, di nuovo a Roma, solo perché porta ai piedi un paio di stivali Camperos». Stivali resi popolari da John Travolta, che li aveva calzati ne La Febbre del sabato sera, film culto del 1978 sprezzantemente considerato “fascista” dalla sinistra extraparlamentare. Di lì l’equazione “travoltini” uguale fascisti. Vagli a spiegare che Stefano aveva una sorella di sinistra e un padre della Cgil, e che quel giorno avrebbe potuto tranquillamente infilarsi un paio di Clark. E cosa dire della (mala)sorte di Mario Zicchieri detto “cremino”, militante missino freddato a soli diciassette anni mentre sta ciclostilando un volantino al Prenestino a Roma? L’obiettivo era un altro: Gigi d’Addio (segretario della sezione e teste del processo Mantakas), ma quel giorno non c’era. «E allora cosa fai? Dopo che hai rubato una macchina, un fucile a canne mozze, dopo che ha costituito il commando, che fai, non spari? No, spari».
Una guerra non risolta, i cui “protagonisti” sono quasi tutti usciti dalle galere, non per una consapevole decisione collettiva, ma per le singole iniziative assunte dai magistrati. Guarnieri e Laguardia non prendono posizione al riguardo. Non si tratta di fare revisionismo e stabilire che tutte le vacche nella notte sono grigie. Sarebbe già molto se solo si evitasse di continuare a usare la clava ogni qualvolta gli anni di piombo vengono rievocati, il più delle volte strumentalmente, nel dibattito politico. Esemplare, al riguardo, l’autogol segnato da Letizia Moratti nel rinvangare un’accusa di furto d’auto contro Giuliano Pisapia negli ultimi secondi di un confronto elettorale da cui è uscita, non a caso, perdente.
«C’è stato un nucleo di vita che mi fa molto piacere venga ripreso in questa storia – scrive Dalla – riletto in un modo diverso e libero dagli slogan e dalle letture di parte». Magari proprio formidabili quegli anni non lo furono. Ma quel nucleo di vita sì, andrebbe alimentato.


*Questo articolo è stato pubblicato su Il
Secolo d'Italia del 29 ottobre 2011 e on line è reperibile sul blog dell'autore.

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