Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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L'uomo che sconfisse la morte (editoriale) di Zagor

zagor gigante 2 di Sergio Climinti*

Anche se è passato più di un mese dall’uscita del secondo albo gigante di Zagor, L’uomo che sconfisse la morte (Sergio Bonelli Editore, pp. 240, euro 7), voglio comunque avvertire i lettori di questa recensione che svelerò da subito la sorpresa principale dell’avventura. Chi ha pensato di dedicarsi a questa bella lettura durante le imminenti vacanze estive, dunque, non continui a leggere.

Confesso che quando sono arrivato al punto in cui Zagor, nelle prime pagine dell’episodio, muore sotto i colpi dell'avversario, ho pensato immediatamente al sosia Olaf Botegosky. Un sospetto confermato dai nomi "slavi" degli uomini con cui, di lì a poco, Zagor si scontrerà. La cosa, però, non mi ha affatto tolto il piacere della lettura; anzi, ha ulteriormente alimentato la mia curiosità di sapere come diamine avesse fatto Moreno Burattini a spingere Olaf a comportarsi in quel modo. Per cui, da quel momento, le pagine dello Zagorone le ho letteralmente divorate. Il che è stato possibile soprattutto grazie al ritmo perfetto e incalzante del succedersi degli eventi: ho letto la storia così d’un fiato che, stranamente, non mi sono soffermato più di tanto ad apprezzarne i disegni. Intendo dire che spesso dedico del tempo anche all'osservazione delle vignette, mentre stavolta no. Certo il disegno, al pari della scrittura, ha contribuito a questa lettura veloce, ne è stato lo strumento, e Verni si è dimostrato davvero bravo a servire lo sceneggiatore con il suo tratto, curato ma al contempo essenziale. Tuttavia il mio occhio correva veloce soprattutto perché volevo sapere come si sarebbe conclusa la vicenda, una cosa che non mi succede molto spesso.
L'idea di fare di Olaf non soltanto il sosia fisico di Zagor ma anche quello "morale" (con le stesse - o molto simili - esperienze di vita), è semplicemente geniale: se non avesse avuto un buon tutore, Patrick Wilding avrebbe potuto diventare come Olaf Botegosky, e viceversa. Burattini insomma, con questo confronto spinto fino alla sovrapposizione tra l'eroe e il suo (ex) nemico, ha saputo ribadire la lezione di Nolitta sino a renderla paradigmatica, Altro elemento che, in genere, personalmente apprezzo è il riferimento a vicende storiche reali: è il motivo per cui amo serie come Dampyr e Dago. I richiami temporali all'epoca di Zagor, pertanto, non hanno fatto altro che soddisfare questa mia piccola passione. Così, anche il semplice accenno a ciò che stava accadendo in Polonia, un paese lontano ma in grado di avere un peso nella storia di altre nazioni (in questo caso gli Usa), ha arricchito notevolmente l'avventura. È per questi stessi motivi che attualmente mi godo la lunga trasferta sudamericana che, da qualche mese, si dipana sulle pagine della serie mensile, tutt’altro che avara di cenni storici, territoriali e antropologici.

La versatilità di un personaggio come Zagor ha dell’incredibile: vive in una terra che non esiste ma è capace di relazionarsi con il mondo reale, assurgendo a figura mitologica (quasi epica), come nello scontro con Hellingen scritto da Tiziano Sclavi (Zenith Gigante nn. 326-331 del 1988) o nel pugno dato a Jackson nella storia di Burattini con i cherokee (Maxi Zagor n. 2 del 2001), ma capace anche di farsi gabbare - negli episodi scritti da Nolitta - da un tipo come Guitar Jim. Quella che può sembrare una forma di schizofrenia, o un difetto, è in realtà la vera forza del personaggio.
È doveroso sottolineare, infine, che da anni Burattini non è solo uno sceneggiatore ma lo sceneggiatore dello Spirito con la Scure, in quanto, -lo ricordiamo - ha sfornato più tavole di tutti gli scrittori che da cinquant’anni a questa parte si sono alternati sulle pagine di Zagor, superando perfino il creatore Guido Nolitta. Le cure che Moreno riserva al personaggio, inoltre, fanno trasparire un amore incondizionato per lo Spirito con la Scure: Non a caso, Burattini è da anni anche il curatore delle collane intitolate al Re di Darkwood. Il filologo che è in lui non può far altro che entusiasmare il lettore zagoriano: la sua conoscenza della saga garantisce un’uniformità e una coerenza mai viste prima. A chi mai sarebbe venuto in mente, per esempio, di riesumare i mostri antidiluviani inventati a suo tempo da Gian Luigi Bonelli - e l'abisso verde dal quale provengono - dopo quasi mezzo secolo? Ma quello di Burattini non è solo il recupero di spunti narrativi attualizzati e riproposti in una trama più ampia. È anche un grande e riuscito recupero dei personaggi. Prendiamo proprio Olaf. È chiaro che, come sosia di Zagor, non poteva venire sfruttato più di due volte: il suo destino era perciò quello di restare in una sorta di limbo. Burattini, invece, da quel limbo lo ha tolto, dando a Botegosky una dignità e uno spessore - suggellati da un’uscita di scena memorabile - che non aveva mai evidenziato prima. Stesso discorso anche per il Bimbo Sullivan della storia “La palude dei forzati” (Zenith Gigante nn. 465-468 del 2004), disegnata da Mauro Laurenti. Bimbo era un villain che sembrava legato a una precisa epoca storica di Zagor, difficilmente riproponibile. Burattini, invece, lo ha promosso da cattivo di serie B a cattivo di serie A: solo per farlo morire, certo, ma anche il suo è stato un congedo di tutto rispetto.

Ecco, questo mettere i puntini sulle "i", questo chiudere i cerchi, è una delle peculiarità più rilevanti di Burattini, una qualità - difficilmente riscontrabile in altri sceneggiatori - derivante da uno studio, da un amore e da una conoscenza dello Spirito con la Scure e del suo mondo che pochissimi altri possono eguagliare. Da qui il titolo della presente recensione: sono infatti convinto che, se non fosse stato per Burattini (e per Boselli, è doveroso ricordarlo, ma quest’ultimo ha poi lasciato Zagor per occuparsi di Dampyr e di Tex), la testata di Zagor avrebbe probabilmente chiuso i battenti già nei primi anni Novanta. E noi non staremmo qui, adesso, a festeggiarne gli oltre cinquant’anni di presenza nelle edicole.

*Co-fondatore dello Zagor Club. Lo Zagor Club è un'associazione culturale senza scopo di lucro, costituita in Roma il 21/3/1997 e presieduta da Giuseppe Pollicelli. Il club è stato ufficialmente sciolto nell'Aprile del 2000.

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