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"Il nuovo romanzo di Dan Braun" di Davide La Rosa: nessun valore culturale

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di Alessandro Bottero

Alla fine ho letto il volume di Davide La Rosa, "Il nuovo romanzo di Dan Braun", pubblicato da NPE. Ho riso? No. L’ho trovato divertente? No. L’ho trovato questa perla di narrativa disegnata che il professor Barbieri descrive nella sua postfazione? No. Ho trovato spassosa la postfazione del professor Barbieri, ma solo perché trovo delirante che un professore universitario debba ricorrere al turpiloquio per sembrare ggggiovane nelle sue postfazioni.

Allora che ne penso? Penso che ognuno abbia il diritto di scrivere e disegnare cosa gli fa piacere. Il problema non è La Rosa. Il problema è quello che diceva Alberto Sordi: “Io non ce l’ho con te. Ce l’ho con quello vicino che non ti dà una botta in testa”.

Il problema non è se uno legittimamente scrive e disegna quello che vuole. Il problema è chi sceglie di pubblicarlo. È vero che come uno è libero di scrivere e disegnare quello che vule, così un direttore editoriale (in questo caso Andrea Mazzotta di NPE) è libero ed ha il sacrosanto diritto di decidere cosa far pubblicare alla casa editrice per cui lavora. Ma mentre non posso in alcun modo (né mi permetterei mai) sindacare il diritto di un AUTORE ad esprimersi, mi permetto eccome di sindacare le scelte editoriali che portano una casa editrice a dare spazio e voce ad un’opera piuttosto che ad un’altra. Soprattutto se ai miei occhi l’opera in questione non ha, a parte la realizzazione personale dell’aver scritto quello che il singolo voleva scrivere, alcun motivo di esistere.

L’editore, come ho detto e scritto decine di volte, è colui che decide di dare vita e voce alle storie che incontra sul proprio cammino. Le storie le scrivono altri, ed assolvono all’esigenza di espressione del singolo. Le storie PUBBLICATE sono una cosa diversa. Sono una dichiarazione per cui l’editore dice “Io ritengo che QUESTA storia abbia un valore ULTERIORE all’autoaffermazione individuale, e quindi investo tempo/energia/sforzi/soldi per far sì che diventi opera a disposizione di tutti.”.

Ecco, io questo lo contesto, perché (legittimamente, in quanto mia opinione) non trovo che questo volume di La Rosa abbia un valore tale da dover essere pubblicato da un editore diverso da La Rosa stesso.

Non è divertente. Non è innovativo. È un coacervo di luoghi comuni/slogan sulla chiesa cattiva che non paga l’ICI. È una storia sgangherata. Perché un editore dovrebbe pubblicarla? Perché un editore dovrebbe investire risorse e lavoro per pubblicare QUESTA storia e non altre?

La risposta (per me) è una sola: perché in queste condizioni particolari di mercato libri come quello di La Rosa sono dei “fenomeni da internet”. Ossia La Rosa ha un suo seguito in rete tale che qualche centinaio di copie le vendi. E quindi conviene. Nessun valore culturale. Solo soldi.

Ah, un’ultima cosa… mia moglie studia teologia alla Pontificia Università Lateranense. Ha fatto tre anni di filosofia, e due di Teologia. E dopo cinque anni di lezioni, esami, e ora e ore di studio, quando deve parlare dell’eucarestia, della chiesa, del mistero della transustanziazione ci pensa con attenzione, perché sono cose complesse e vanno esposte per bene. Oltretutto fatalità vuole che anche io sia in grado di dire, per studi personali ed approfondimenti con amici e studiosi di teologia, che il modo con cui La Rosa tratta della transustanziazione e del problema dei celiaci con la somministrazione dell'eucarestia sia estremamente scorretto e sbagliato. Allora a me da MOLTO fastidio che La Rosa banalizzi questi argomenti in due pagine, con argomenti adatti ad una discussione da bar, tra ubriachi. Se non si conoscono gli argomenti, evitiamo di scriverne. Diremmo meno cazzate.

Ma tanto lo sappiamo no? Le battute e le “rivelazioni” contro la chiesa strappano sempre l’applauso al fedele pubblico del fumettomondo.

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