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Cartonato "L'ULTIMA MISSIONE": recensione, analisi, approfondimenti

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Hola, compadres! E' da un po' che non ci si incontrava al Trading Post. Sono lieto di poter essere nuovamente qui a chiacchierare con voi. E questa è una di quelle volte in cui ce ne sarà da fare di chiacchiere: lascerò andare la lingua a briglia sciolta, giusto per recuperare il tempo trascorso dall'ultima volta. Animo, lo sappiamo tutti che il sottoscritto è un leggermente prolisso, ogni tanto, specie quando si tratta di West e sono settimane che non ne parlo con nessuno... Bueno, così sembra una minaccia, non posso darvi torto, ma per non farvi brontolare il primo giro lo offre la ditta. Mettetevi comodi, si comincia.

 

Disegni

Basterebbe una parola per farsi capire da tutti i fumettari esperti: Font.

L'autore delle chine di questo cartonato, o meglio la guest star di turno, è Alfonso Font, presentato direttamente nella prefazione dallo stesso Davide Bonelli, il quale sottolinea che sebbene sia alla sua prima esperienza nei formati alla francese, è ormai da tempo in forza alla schiera di disegnatori della serie regolare oltre che degli speciali. Spesso le tavole dell'artista spagnolo scatenano opinioni contrastanti nella comunità dei Texiani e si va da chi lo ama a chi non lo può soffrire. Personalmente ritengo che sia un professionista di prim'ordine e che abbia firmato alcune delle storie più tipicamente impregnate dello spirito del Ranger e perciò indimenticabili della storia recente di Aquila della Notte. Come scordare il suo Texone (numero 12 “Gli assassini”) che fu anche il suo albo d'esordio sulle piste del nostro West oppure il Maxi “Nei territori del Nord-Ovest”. Per le storie della serie inedita mi sovvengono alcune delle mie preferite quali “Colorado Belle” e seguente (numero 538-539), “Terre maledette” e seguente (numero 573-574) o “Morte nella nebbia” e “Uccidete Kit Willer” (numero 556 e 557) che menziono entrambi perché sono attaccato particolarmente all'avventura dal momento che la recensione relativa è stata la prima di questa mia rubrica tra quelle che la pagina ufficiale di Tex su Facebook ha condiviso nel tempo (il totale di quelle selezionate per la "ribalta" supera poco la ventina), quando ancora venivano inseriti i link diretti (http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5370-tutto-tex-556-morte-nella-nebbia) e “Wolfman” con “I difensori di Silver Bow” (numero 684 e 685) a cui sono legato per lo stesso motivo ma anche perché il grande attore e doppiatore Fabio Massimo Bonini ha letto un brano ispirato a questa avventura per la mia iniziativa gratuita a favore di persone ipo e non vedenti “Una voce per te”. Qui c'è l'articolo che ne parla: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5602-una-voce-per-te-x-7-wolfman E questo il link al “video che si ascolta” se volete sentire con le vostre orecchie: https://www.youtube.com/watch?v=IS8FyDYVLbo .

Ormai sappiamo che sui cartonati troviamo sperimentazioni anche a livello di impaginazione che non si riscontrano negli albi di formato classico anche perché la dimensione delle pagine lo consente. Anche in questo volume compare la collocazione di vignette come se fossero appoggiate su un disegno che impegna l'intera superficie della tavola diventando quindi parte integrante del disegno stesso ed in contemporanea lo sfondo per i riquadri dove le scena si costruisce e prosegue: non dovrebbe stupirci ma la maestria dell'artista consiste proprio nel farci affermare “per tutti i diavoli” come se fosse la prima volta che vediamo un simile escamotage.

Inoltre Tex e Carson sia da giovani che raffigurati “nel presente” sono immediatamente riconoscibili, il che non è sempre così scontato. Quando poi voltiamo una pagina e ci troviamo come risucchiati in una finestra aperta su una prateria del Texas non possiamo che far cadere il mento fino al tavolo per l'ammirazione. Sovvengono immagini di film western che riprendono un'alba (o un tramonto, non fate i difficili) per una serie di epici fotogrammi "da locandina": a me è venuta in mente la conclusione de “Gli spietati” di Clint Eastwood ma i vostri neuroni possono lavorare in altri modi paralleli, tutti validi.

Molti dettagli, anche qualcuno macabro, sono resi dannatamente bene: dai cavalli alle scene d'azione intervallate dalle ottimamente dosate conversazioni che servono da spiegazione, da ricordo o da preparazione per ciò che sta per accadere. Uno spettacolo, che sembra far crepitare tra le nostre mani come se davvero andasse a fuoco il foglio, la pagina con la cartina che rievoca frammenti dei quella Storia della Frontiera nella quale i Rangers hanno scritto il loro nome legandolo indissolubilmente al Texas, con le loro “penne stilografiche a sei colpi” intinte negli inchiostri dell'onore e della lotta per la libertà.

C'è chi dice che lo stile di Font sia sbrigativo o troppo schematico. Ognuno è padrone di dire la sua, però per come la vedo io, la mano dell'artista si adatta sia ai primi piani che ai campi lunghi, come se si trattasse di una ripresa fatta dall'alto con un moderno drone (ok, potevo dire come se si trattasse del volo di un falco ma, povera bestia, come farebbe a tenere in mano la videocamera... va bene, va bene, dopo questa battuta anche il prossimo giro di bevute lo offre la casa).

Sicuramente altri disegnatori ci hanno regalato opere assai più dettagliate o meno “fumettose” ma bisogna anche onsiderare se lo spirito del West e di Tex è stato rispettato. Sinceramente non mi interessa avere un bellissimo contenitore vuoto e preferisco qualche imprecisione compensata da una storia coi fiocchi. E chiunque la pensa come me non ha potuto evitare di sorridere quando Davide Bonelli nella prefazione menziona l'autore del primo dei cartonati dimostrando, anche senza volerlo probabilmente, che nemmeno a lui deve essere andato giù del tutto quella che chiama “una versione alternativa, slacciata dalla saga ufficiale”. I disegni saranno indubbiamente stati stupendi, nessuno lo nega, ma non si può negare neanche che l'assurdo racconto che, col senno di poi, ha rischiato di affossare al primo passo questa collana, abbia rubato la scena facendo storcere il naso a parecchi appassionati, incluso il sottoscritto, che hanno all'unisono formulato il pensiero “ma che accidentaccio sto leggendo?” e che per lo meno per quanto mi riguarda, hanno fatto partire la collezione dal numero 2.

 

Bonelli ritratti min

Ritratti di Gian Luigi e Sergio Bonelli ad opera di Lorenzo Barruscotto:

le dediche sono di Mauro Boselli e Davide Bonelli.

 

Anche le ambientazioni e gli outfits dei personaggi, cioè i loro vestiti, sono ben curati, armi incluse. Volendo essere proprio pignoli potremmo affermare che non si coglie di primo acchito la differenza tra Winchester e Henry per quel che riguarda i fucili, ma vi sfido a farlo senza sbagliare mai anche tra fotografie magari un po' datate e senza lo zoom, però le pistole quando “inquadrate” da vicino sono senza possibilità di errore sovrapponibili alle Colt Navy (quindi modello 1851) ed al modello precedente, Colt Walker, maggiormente in linea con gli anni in cui Tex e Carson erano dei giovani Rangers (il tamburo era liscio).

Come tutti gli albi di questa serie, il cartonato è colorato e tale compito è stato affidato al sempre superlativo Matteo Vattani il quale non si “limita” a riempire di varie tonalità le chine di Font ma le plasma facendo collimare il suo lavoro con le varie parti del racconto: così ci sono colori più scuri quando ci si addentra in territorio nemico in una notte illuminata solo dalla rossa sfera della Luna Comanche, la luna piena, oppure il chiarore pungente del sole che sorge ci fa stringere gli occhi “alla Bud Spencer” per non restare interdetti dai raggi del Carro di Fuoco che inizia a fare capolino nel cielo del Texas. Le fiammate provenienti dalle canne durante le sparatorie contribuiscono ad aggiungere drammaticità alla scena, soprattutto se un attimo prima avevamo avvistato un folto gruppo di guerrieri intenti a voler fare tutt'altro che parlamentare, che si stagliavano in cima ad una collina contro la forte luce di mezzogiorno. Le lingue degli incendi che sono la diretta conseguenza della distruzione animata da odio e guerra paiono intaccare le stesse pagine che voltiamo quasi più in fretta del normale, per ritrovarci ricoperti di polvere assistendo a galoppi a briglia sciolta cercando di schivare innumerevoli frecce che vogliono trasformarci in puntaspilli.

Il connubio tra i due artisti raggiunge elevatissimi livelli quando perfino le ombre ci dicono che stiamo per inoltrarci in un canyon che sembra il luogo ideale per un agguato e ci appiccica addosso una sensazione di cupa tensione e di pesantezza proprio come se fossimo noi a dover spingere la nostra cavalcatura al passo sotto una pioggia scrosciante, quasi percependo i pensieri del personaggio che “ci” parla nelle tavole. E sentiamo il rumore dell'acquazzone come purtroppo sentiamo anche troppo bene il crudele ruggito di una mitragliatrice Gatling che ci prende a bersaglio, maledizione! Giù la testaccia, hombres!

Anche i ricordi acquistano toni più sfumati e sbiaditi come se si trattasse di vecchie foto ingiallite dal tempo al fine di essere immediatamente distinti dal continuum della storia in divenire ma riescono ad incastonarsi perfettamente tra i pensieri rivolti al passato e quelli relativi all'azione mentre si svolgono i fatti “presenti”. Il lavoro di Vattani contribuisce di molto alla qualità di questo volume, cosa che ogni lettore già sapeva non appena visto il nome del talentuoso colorista.

Tornando alle chine, volendo scavare come dei cani da tartufo, non manca qualche difetto qua e là, dal punto di vista meramente grafico anche se non mi riferisco ai commenti che hanno sostenuto che le tavole migliori sono quelle in cui non compaiono Tex e Carson. Ci sono sequenze veramente mozzafiato, ed alcuni disegni possono essere “promossi” al grado di quadri ma non perché ci sono o non ci sono i Rangers, quanto per una ragione che comprende ogni elemento, dai soggetti in primissimo piano allo sfondo, la prospettiva con cui si è costruita la vignetta o la pagina e certamente l'esperienza nonché la visione d'insieme trasferite sul foglio dal disegnatore.

Io ho notato due “pecche” ma si tratta di una considerazione personale. Sono tra coloro che ritengono i disegni di Font anche piuttosto espressivi, infatti si possono vedere sorrisi, risate ma anche rabbia, tristezza o determinazione rese con pochi sapienti tratti, però a volte tale abilità sembra non venire sottolineata in punti cardine del racconto: solo in poche vignette qua e là che però hanno importanza fondamentale. Non vi dirò cosa succede ma vi invito ad osservare per esempio l'ultima vignetta di pagina 49. Non si tratta di un “giudizio” estetico ma più di una sensazione, secondo la quale osservando razionalmente il disegno non gli manca nulla eppure per raggiungere appieno il carico emotivo che quel momento si porta dietro, sembrerebbe necessitare di qualcosa di più, qualcosa di diverso. C'è poi un piccolo errore puro e semplice nell'ultima pagina, che si nota nella vignetta che mostra il distintivo di Lucky Joe. Non voglio cadere nello spoiler quindi a voi fare due più due dopo la lettura e scoprire in cosa consiste.

In ogni caso dal punto di vista artistico, ma anche di quello della trama come vedremo, questo cartonato è un'innegabilmente (e per gli argomenti trattati violentemente) bella opera d'arte.

 

Cowboy tramonto rosso2 min

 Alba Texana: un disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Trama e Texianità

Oltre allo stile degli artisti che si sono occupati della parte grafica il carattere tipicamente Texiano di quest'albo lo si riscontra anche nel racconto stesso, nella trama completamente traboccante di quelle atmosfere del western che piace a noi. I testi sono di Giorgio Giusfredi che è, lui sì al contrario di altri, una vera promessa e una speranza per farci stare tranquilli sul fatto che anche in futuro Tex, me pure altre testate, potranno seguire la rotta giusta evitando grossi scogli (detti anche s... lasciamo stare) sparsi qua e là. Come braccio destro di Boselli coopera con il Bos nella gestione di Dampyr ma direi che praticamente tutti coloro che “masticano” fumetti Bonelli sanno di chi sto parlando. Inoltre non è un pellegrino che se la tira né bisogna inchinarsi con la fronte a terra o chiamarlo “magister” quando ci si rivolge a lui, tutt'altro: è un vero galantuomo, come direbbe Capelli d'Argento, proprio come dovrebbe essere ogni professionista degno di ammirazione e rispetto, moneta che prima si deve spendere per poter guadagnare.

La musicalità della sceneggiatura sembra quasi fluttuare tra le pagine, che sia un assolo di clarinetto quando "la luce del teatro" illumina i due Pards, una grancassa durante le battaglie, una struggente tromba in sottofondo che rimarca la melancolia di cosa o chi la vita ha strappato al presente o un sottile suono d'archi per sottolineare la sensazione di cauto ardimento e di pericolo imminente instillata in ognuno di noi quando seguiamo uno dei Nostri muoversi dietro le linee nemiche.

Gli stacchi dati dalle tavole che si susseguono alternati tra passato e momenti più recenti paiono veramente scene di un film nel quale non può mancare la colonna sonora.

Giusfredi parla al cuore dei Texiani: non servono fiumi di parole tra appassionati di West per farsi capire e un nome, un accenno, un riferimento che ad un occhio meno attento potrebbero essere una città o un tizio come tanti altri, sono sufficienti per riempire la memoria di ricordi, che si tratti di storie di Aquila della Notte o di avvenimenti reali letti sui libri, i quali si mescolano con gli accadimenti di fantasia in una ricetta che potrebbe rivaleggiare con la famosa bistecca e patatine fritte a quantità di acquolina prodotta. Fumetti e libri che, si capisce, lo sceneggiatore conosce molto bene non avendo problemi ad inserire correttamente età e quindi contesti plausibili nella saga Texiana parallelamente a quella della “conquista” della Frontiera.

Ci sono anche almeno un paio di occhiolini proprio a tema storico che lascio a voi il piacere di trovare, oltre a quelli che vi fornirò nella parte che segue dedicata ai riferimenti.

E poi a parte tutto gli si dovrebbe offrire una bevuta solo per il fatto che sia Tex che Carson in momenti differenti si fanno largo nella mischia impugnando le Colt con entrambe le mani, nella più classica tradizione delle classiche storie dei classici primi numeri. L'ho detto "classico"?

Quando si progetta una scena d'azione che non debba solamente occupare una paginetta bisogna perfino contare i colpi sparati, “fare l'appello” dei nemici e poi segnarsi in una mappa mentale (o proprio riprodotta su un foglio come avevo fatto io) dove cadono e chi li abbatte, per non perdere il filo del discorso. Non è così facile come sembra, ma non ci sono errori di questo tipo nelle lunghe sequenze tra indiani e Rangers o tra bandidos e buoni. Come faccio a sapere che non è semplice? L'ho verificato quando ho scritto i miei due libri western: non si può mica andare a caso altrimenti si rischia che i ferri da tiro sparino sempre senza venire mai ricaricati o che un balordo riempito di piombo rispunti davanti al naso senza essere in una storia di zombies.

 

Giusfredi min

Ritratto di GIUSFREDI ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Non ho usato il termine “musicalità” senza motivo, poco fa.

Durante la lettura avremo modo anche di scoprire, o riscoprire per chi la conoscesse già, una canzone piuttosto famosa già ai tempi del West, dal titolo “I would not die in summertime” (“Non morirei d'estate” che potremmo tradurre meno letteralmente con “Non vorrei morire d'estate”).

L'autore è un compositore che magari non conoscete di nome ma avete sicuramente canticchiato almeno una mezza strofa di una delle sue opere.

Si chiama Stephen Foster, nato a Pittsburgh nel 1826 e morto a New York nel 1864, è noto come "il padre della musica americana". Le sue canzoni, fra cui la celeberrima “Oh Susanna” (ecco, vedete che iniziate a raccapezzarvi!), rimangono tutt'oggi conosciute e popolari in tutto il mondo. E pensate che pare che cedette praticamente gratis i diritti di “Oh Susanna”.

Tra il 1849 ed il 1854 nascono molte delle sue canzoni più famose: "Camptown Races", "Nelly Bly", "Old Folks at Home" (nota anche come "Swanee River"), "My old Kentucky Home", "Old Dog Tray", "Hard Times Come Again No More" e "Jeanie With the Light Brown Hair", scritta per la moglie Janie McDowel. Canzoni che divennero molto popolari nonchè eseguite in tutti i locali, teatri e auditorium d'America.

Quella che interessa nello specifico a noi risale al 1851.

Stephen Foster morì all'età di 37 anni. Al momento della morte possedeva esattamente 38 cents. Il fratello Henry descrisse l'incidente che lo portò alla fine: obbligato a letto da giorni per una febbre persistente, Stephen provò a chiamare una cameriera, ma cadde, sbattendo contro il lavabo frantumandolo e ferendosi. Fu portato all'ospedale ma spirò dopo tre giorni. Nelle sue mani, quando morì, c'era una lettera che cominciava così: "Dear friends and beloved". Fu sepolto nel "Allegheny Cemetery" di Pittsburgh. Lo stato della Florida ha chiamato lo "Stephen Foster State Park" in suo onore.

Tanti, tanti anni dopo, 18 sue composizioni sono state registrate nell'album "Beautiful Dreamer: The Songs of Stephen Foster" che ha vinto il Grammy nel 2005 come miglior album di musica folk tradizionale. Nel film “Un milione di modi per morire nel West” del creatore dei Griffin Seth MacFaclane, il protagonista Albert Stark si lamenta sul fatto che nel West ci siano solo tre canzoni e gli viene risposto: "Sì, e sono tutte di Stephen Foster!"

 

Morricone min

Musica + western = Ennio Morricone

Ritratto di Lorenzo Barruscotto

 

Tutta la fluidità della narrazione funziona anche grazie all'eccellente lavoro di lettering ad opera di Luca Corda, impeccabile come sua abitudine.

Nota personale: non capisco il perché ma molto spesso, troppo spesso, non si menziona chi si occupa del lettering. Stavolta come in qualche altra occasione, ma solo in tempi recenti, si è dato onore anche ai coloristi, per esempio Vattani compare giustamente nella pagina di presentazione però ciò non avviene per Corda. Non è che le vignette le riempiono a mano i disegnatori nella versione definitiva né si tratta di un audiobook in cui qualcuno ci legge cosa abbiamo in mano. Inoltre se rimaniamo così estremamente colpiti dai testi, dal CONtesto generale, e ci facciamo trasportare dal ricordo, dalla voglia di approfondire magari qualche informazione o candidamente divoriamo l'albo in fretta (e poi lo rileggiamo ancora e ancora, si intende) bisogna ringraziare anche i professionisti che posizionano i balloons senza farli (e farceli…) scoppiare con errori di stampa, ortografia o mettendoli indirizzati verso il personaggio sbagliato. E c'è chi non si cura di queste sciocchezzuole in qualche testata.

Ancora due parole su due dettagli, uno estremamente positivo e uno, il solo, che mi ha lasciato perplesso. Per evitare spoiler starò sul vago anzi andrò il più nello specifico possibile senza spiattellare colpi di scena (so che in giro succede ma non in questo Trading Post finché lo gestirò io, per mille fulmini!).

A pagina 42 dovete iniziare a stare con le orecchie dritte dando importanza ad un particolare che sulle prime potrebbe sfuggirvi o a cui potreste non assegnare il giusto peso: ecco, quello che testimonia la capacità di mimetizzarsi senza dare nell'occhio di un certo Ranger di riflesso testimonia la classe dello sceneggiatore e quindi anche del disegnatore nel rendere tale momento, nell'inserirlo quasi così, fischiettando facendo finta di niente, nel creare un'apparente minuzia che però poi diventa una calamita perché sono certo che moltissimi siano tornati indietro rigirando la pagina per “verificare” razionalmente ciò che il loro istinto sviluppato in anni di avventure sulle piste dei quattro Moschettieri del West aveva in qualche modo già “sentito”. Non succede spesso neanche nella serie regolare (tranquilli, non mi metto a fare una sfilza di citazioni pure di questo) ma quando succede ridacchiamo soddisfatti come un ragazzino in un negozio di caramelle. E' solo un ulteriore esempio di come questo cartonato sia un'opera d'arte completa, senza sbavature, dove anche il testo è coerente a se stesso nello stile e nella formulazione: un gran bel risultato per tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione del prodotto finito.

 

 
Cigoli min

Emilio Cigoli, doppiatore ufficiale di John Wayne:

immaginate "quella" voce che legge un fumetto.

Ritratto eseguito da Lorenzo Barruscotto

per il "Festival Internazionale del Doppiaggio - Voci nell'Ombra"

 

L'altro dettaglio invece è strettamente legato all'errorino che ho menzionato parlando dei disegni. Purtroppo qui non posso spingermi troppo in là per farmi comprendere ma ciò che mi ha reso un po' titubante nell'accettare al 100 per cento lo stratagemma utilizzato riguarda ciò che avviene a pagina 46 (andate a pagina 50, l'ultima, per la conferma visiva): beh, come posso dire, dovevano essere ben solidi, una volta, quei famosi “cinco pesos”.

Ebbene sì, mi avete beccato: mi sto riferendo al distintivo d'argento dei Rangers, d'argento proprio perché ricavato da una moneta da 5 pesos messicani. Sta al vostro colpo d'occhio darmi ragione o meno su tale considerazione.

Pensate che ancora oggi i "badges" (i distintivi) vengono ricavati da una “cinco pesos coin”. Come faccio a saperlo? Facile, me lo hanno detto i Rangers. Buoni, buoni, non vi sto prendendo in giro: lo scorso Dicembre ho ottenuto un'intervista esclusiva presso l'ufficio del capo dei Texas Rangers, chief Chance Collins, e ho potuto porre diverse domande, anche piuttosto specifiche, come una relativa alle pistole di ordinanza. Un'altra verteva proprio sul distintivo e mi è stato confermato quanto ho appena asserito.

Ne abbiamo viste di “patacche” da uomo di legge, di varie forme anche a seconda della funzione di colui che ne portava una.

Quello che si può osservate piuttosto da vicino in questo speciale si discosta dalle caratteristiche che aveva il distintivo dei colleghi dell'anziano Ranger Beauregard, e dei Pards, nominati attorno agli anni 80 del 1800, il quale era sempre una stella nel cerchio ovviamente ma più liscio. I disegni che rappresentano le incisioni si avvicinano molto di più all'attuale distintivo anche se al posto di “Texas” c'è ora scritto “Dept. of Public Safety” (cioè Dipartimento di Pubblica Sicurezza) ma ci sono le "spighe" laterali ed i motivi circolari nei bracci della stella. Probabilmente il disegnatore si è ispirato a fotografie di riproduzioni mettendoci un po' del suo stile. Non c'è niente di “male” nè di sbagliato in tutto ciò, inclusa la personalizzazione che il vecchio Ranger incide sulla sua stella.

Motivo? Sentite questa: i primi riferimenti ai distintivi dei Texas Rangers compaiono a metà degli anni 1870. Nel Diciannovesimo secolo (è stato addirittura nel 1935 che il governo del Texas ha emesso o per meglio dire approvato i primi “badges” ufficiali), la maggior parte dei Rangers investiva di tasca propria in armi e cavalli e quindi perché mettere qualche dollaro nel motivo di orgoglio ed appartenenza al Corpo? Coloro che volevano averne uno, commissionavano il distintivo da gioiellieri o armaioli o le prime società di rifornimento delle forze dell'ordine. Alcuni lo ebbero in regalo da cittadini riconoscenti. Pertanto prima del 1935, e noi ci siamo dentro alla grande, le summenzionate patacche potevano essere di dimensioni, foggia, design e anche materiali differenti. A seconda dei gusti dei Rangers. Se ad uno fosse saltato il ghiribizzo di farselo, che so, con una moneta da 8 pesos, liberissimo.

Non mi sono dato alla bottiglia, queste cose non le ho inventate io, ma sono scritte nero su bianco sul sito della “Texas Rangers Hall of Fame and Museum” di Waco. Se vi interessa o volete fare i san Tommaso: https://www.texasranger.org .

Un'ultima nota degna... di nota. Il cappello di Lucky Joe è peculiare, non si tratta di uno Stetson. Non so se sia voluto o meno ma a me ha ricordato quello indossato dal simpatico Mississippi in “El Dorado” (film del 1966), come unico ricordo di un suo vecchio amico ucciso da quattro balordi (tutti trovati ed a loro volta puniti alla maniera del West per la codardia di mettersi "in quattro contro uno", tra l'altro anziano). L'attore che impersonava il giovane era un altrettanto giovane James Caan che poi fa amicizia con l'onesto e temibile pistolero John Wayne - Cole Thorton e lo sceriffo JP - Robert Mitchum.

La recensione diciamo in sé e per sé potrebbe concludersi qui. Le argomentazioni seguenti coinvolgono tutti i rimandi storici che ho identificato nel cartonato ed includono alcune digressioni inerenti la guerre che hanno visto protagonisti i Comanches, parte della loro storia e e di quella dei Texas Rangers, ineluttabilmente due piste intrecciate a filo doppio.

 

 Chance Collins min

 Ritratto raffigurante l'attuale capo dei Texas Rangers Chance Collins,

inviato al suo ufficio dall'autore Lorenzo Barruscotto.

 

Riferimenti storici (i contenuti prevedono rimandi a guerre, battaglie ed argomenti non adatti a età troppo giovani o lettori troppo sensibili)

Tanti. Tantissimi. Ben amalgamati nella successione degli eventi, sebbene concentrati maggiormente nella prima metà del racconto, a supporto della presentazione del Ranger Beauregard ma anche interessante tocco di classe nei flashbacks relativi alla caccia agli incursori Comanche. Quasi impossibile elencarli tutti dando ad ognuno il dovuto spazio.

Ma partiamo da ciò che sicuramente la maggior parte di voi si sta chiedendo.

Il solo veramente esistito che ho trovato nelle mie ricerche con quel cognome è Pierre Gustave Toutant-Beauregard (28 maggio 1818 - 20 febbraio 1893), un ufficiale confederato che tra l'altro guidò l'attacco a Fort Sumter il 12 aprile 1861: era la Guerra Civile americana. Formatosi in ingegneria presso l'Accademia Militare degli Stati Uniti, cioè West Point, Beauregard servì distinguendosi come ufficiale ingegnere, per l'appunto, nella guerra messicano-americana. Dopo una breve nomina a sovrintendente dell'Accademia nel 1861, e soprattutto dopo la separazione della Louisiana, si dimise dall'esercito degli Stati Uniti e divenne il primo generale di brigata dell'esercito degli Stati confederati, vale a dire Sudisti. Comandò le difese di Charleston, nella Carolina del Sud, all'inizio del conflitto. È noto anche per la sua difesa della città industriale di Petersburg, in Virginia, dalle truppe dell'Unione, nel giugno 1864, azione che ritardò la caduta della capitale confederata Richmond, in Virginia, nell'aprile 1865. La sua influenza sulla strategia sudista fu attenuata dai suoi scarsi rapporti professionali con il presidente Jefferson Davis ed altri alti generali e funzionari. Non era un guerrafondaio: nell'aprile 1865, Beauregard e il suo comandante, il generale Joseph E. Johnston, convinsero Davis insieme agli altri membri del governo ribelle che quel macello doveva finire. Johnston cedette le armi poi al generale Sherman. Non lo si direbbe da un combattente per il Sud ma dopo la sua carriera militare, Beauregard tornò in Louisiana, dove difese i diritti civili della popolazione di colore compreso il suffragio. Prestò servizio come dirigente delle ferrovie e divenne ricco come promotore della Lotteria della Louisiana.

Non c'è appassionato di western che al leggere tale cognome non abbia pensato al famoso film del 1973 “Il mio nome è nessuno”. Ma in quell'occasione, pare (!), non ci sono riferimenti a persone realmente vissute pertanto anche il cacciatore di taglie della pellicola interpretato da Henry Fonda non fa al caso nostro, omonimia a parte.

Per collegarsi ancora al film ed al nome si potrebbe parlare del “Mucchio Selvaggio” (Wild Bunch in inglese) che era una banda organizzata di fuorilegge operante negli stati occidentali degli USA alla fine del Diciannovesimo secolo, questa sì veramente esistita ed avente il covo in Wyoming, in un posto chiamato “Hole in the Wall” (buco nel muro). 

Con un triplo salto mortale potremmo perfino trovare un collegamento con Tex dal momento che sicuramente i lettori non di primo pelo ricorderanno il numero (ditemi voi numero e titolo, io ho la gola secca) dove si assiste alla fine delle scorribande dei criminali capeggiati da Butch Cassidy e Sundance Kid.

Ecco, non si tratta però della stessa banda: quella di Tex e del film con Robert Redford e Paul Newman nei panni dei due banditi era quasi contemporanea dell'altra, aveva lo stesso nome (fantasia scappa che arriviamo noi) ma agiva tra Kansas, Arkansas, Missouri ed Oklahoma. Loro erano “specializzati” in rapine a banche e treni e si vantavano di impegnarsi nel cercare di non uccidere le vittime delle scorrerie, pensate che cherubini. Però non si facevano scrupoli ad impiombare gli “sbirri” alle loro calcagna se capitava. L'altro Mucchio Selvaggio aveva una politica ancora meno "conservativa" per così dire. Per la cronaca Cassidy ed il suo socio vennero uccidi nel 1908 in Bolivia (quindi la storia di Tex che ne parla si prende una licenza poetica) in uno scontro con l'esercito che li cercava per rapine compiute anche in Sud America.

 

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Ritratto di Terence HIll ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Quando il “vecchio Lucky Joe” parla con se stesso e quindi con noi ripercorrendo a più riprese la sua vita, con poche selezionate battute (intese come “lines” in inglese, non scherzi) si entra subito nell'atmosfera che permea l'intero albo, tra malinconia e risolutezza. Vengono menzionate alcune pietre miliari della Storia della Frontiera e del Texas nonché persone e luoghi entrati nel mito: Jim Bowie, Sam Houston, San Jacinto, Palo Alto, Resaca de la Palma, Cerro Gordo, Chapultepec, le Sacramento Mountains, la Grande Invasione, l'”Indian Territory”, Fort Stockton...

James Bowie, detto Jim Bowie (1796 – Alamo, 6 marzo 1836) fu pioniere e soldato, ucciso nella battaglia di Alamo. Nacque nel Kentucky e trascorse la maggior parte della sua vita in Lousiana prima di trasferirsi in Texas ed unirsi alla rivoluzione. Amico di Sam Houston e Stephen Austin, dopo l'abrogazione da parte di Santa Ana, nel 1835, della Costituzione democratica messicana approvata nel 1824 e l'inizio della persecuzione nei confronti dei coloni anglo-americani, Bowie si unì alla causa indipendentista guidando i Texani a Conception (28 Ottobre 1835) ed in altre battaglie. Al tempo in cui fu ucciso all'età di 39 anni, Bowie era ammalato in stadio avanzato di tubersolosi. Come Doc Holliday.

Il mito del famoso coltello da caccia nacque nel 1827 in seguito ad una rissa, passata alla storia come la "Sandbar Fight" ("Scontro del banco di sabbia"), un duello degenerato in scazzottata, e non solo, di più contendenti svoltosi il 19 settembre 1827 su di un grande banco di sabbia sul fiume Mississippi, vicino all'attuale Vidalia, in Lousiana, che provocò la morte del generale Samuel Cuny e del maggiore Norris Wright. Bowie ne uscì vivo ma gravemente ferito. Sebbene il luogo della rissa fosse originariamente un'isola in mezzo al fiume, da allora il corso del Mississippi è cambiato ed il sito si trova oggi ad ovest del fiume, sull'isola di Giles. Il percorso originale del fiume, tuttavia, funge ancora da confine tra gli stati Mississippi e Lousiana e si trova all'interno dello Stato del Mississippi.

Evidentemente Jim passò del tempo a rimuginarci sopra perché tre anni dopo la rissa, commissionò ad un armaiolo dell'ArkansasJames Black, la realizzazione di un coltello su suo preciso disegno. È quasi certo, infatti, che al tempo dei fatti che vi ho esposto, Jim Bowie ne possedesse uno diverso. Black realizzò il coltello richiesto però propose all'avventuriero anche un secondo prodotto: un'arma basata sempre sul modello di Bowie ma presentante un contro-taglio affilato e ricurvo in prossimità della punta. Fu questa seconda arma ad essere scelta da Bowie ed a divenire il prototipo del Bowie Knife poi passato ai posteri. In Texas Bowie venne coinvolto in un altro scontro all'arma bianca, ma verificò la validità del suo nuovo “giocattolo” uccidendo tre sicari che erano stati ingaggiati per farlo fuori. Il mondo è sempre stato pieno di buontemponi ottimisti. Conseguentemente allo scontro, la fama di Bowie e del suo coltello crebbero ulteriormente. Della lama però si persero le tracce sino a che l' "Historic Arkansas Museum" acquistò da un collezionista texano un coltello recante l'incisione "Bowie No. 1" che le analisi scientifiche concorsero ad attribuire alla manifattura dell'armaiolo Black. Il Bowie Knife viene spesso confuso con l'Arkansas toothpick, un tipo di daga in uso alle forze di fanteria degli Stati Confederati durante la Guerra di Secessione e con lo Sheffield Knife di produzione inglese. E' robusto, ha una lama spessa e larga che in alcuni esemplari supera i 20 cm, ma può essere più corta. L'impugnatura è quasi sempre in corno, composto da due guancette laterali. Può essere utilizzato per molti usi, come coltello da caccia, per scuoiare e squartare l'animale abbattuto, come coltello per tranciare rami sottili o corde, e come coltello da battaglia, ruolo per cui è ben costruito. Il fodero era solitamente realizzato in cuoio e tale è rimasto nei più costosi esemplari moderni. La maggior parte dei Coltelli Bowie prodotti oggi hanno invece fodero in fibra sintetica.

Sam Houston fu eletto al Congresso e divenne governatore del Tennessee dal 1827 al 1829. Trasferitosi nel 1832 in Texas, allora parte del Messico, divenne partecipe degli scontri tra Texani e Messicani, in particolar modo comandò l'esercitò che annientò l'avanzata delle armate del generale Antonio López de Santa Ana nella battaglia di San Jacinto il 21 aprile 1836 dopo esser riuscito a dividere le truppe dell'avversario. Eletto quindi Presidente del Texas, ne rimase a capo fino al 1845, anno in cui il Stato entrò a far parte della Confederazione degli Stati Uniti come ventottesimo. La vittoria sul generale messicano Santa Ana fu talmente rapida e clamorosa (18 minuti appena) che lo stesso anno venne fondata la città di Houston, la quale fu temporaneamente la capitale del Texas.

La battaglia di San Jacinto fu combattuta nell'aprile del 1836 durante guerra di indipendenza del Texas, tra i Texani, guidati come detto da Sam Houston, e i Messicani, condotti da Santa Ana. Il grido di guerra che risuonava tra le file degli americani era "Ricordatevi di Alamo". Il generale messicano, catturato durante la battaglia, dovette firmare la "dichiarazione di indipendenza del Texas". Nacque così la Repubblica del Texas, rimasta indipendente per alcuni anni, fino al suo ingresso negli Stati Uniti d'America. In commemorazione dello scontro è stato costruito il San Jacinto Monument.

La battaglia di Palo Alto è stata la prima grande battaglia della guerra messicano-statunitense. Ebbe luogo l'8 maggio 1846 a otto miglia da Fort Texas (ora Brownsville). L'esercito messicano, composto da circa 4000 uomini, incrociò i fucili con i circa 2500 uomini guidati da Zachary Taylor (sì, il futuro presidente). La lotta terminò con una vittoria americana schiacciante (cinque morti per i Texani e più di un centinaio per i Messicani), in parte favorita, oltre che dalla obsolescenza delle armi messicane, anche dal fatto che per gran parte della giornata, i Messicani combatterono col sole a sfavore. Il generale messicano Arista, che non sapeva né scegliere il luogo delle battaglie né capire quando era meglio ritirarsi, ripiegò a sud su posizioni secondo lui meglio difendibili e si scontrò l'indomani nuovamente con gli statunitensi nella battaglia di Reseca de la Palma. I Texani si dimostrarono ulteriormente coriacei, uscirono vittoriosi anche in quel caso e costrinsero i messicani a lasciare il Texas.

 

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 Stele commemorativa della battaglia di Resaca de la Palma reperita in rete

 

La battaglia di Cerro Gordo, o battaglia di Sierra Gordo, fu un impegno nella guerra messicano-americana avvenuto il 18 aprile 1847. Lo scontro vide le truppe statunitensi di Winfield Scott aggirare il più numeroso esercito di Santa Ana (ancora lui), forti di una notevole posizione difensiva. Il 12 aprile, il tenente Pierre GT Beauregard (eh sì, proprio l'ufficiale di prima, coincidenza o Easter egg infilato anche qui? A voi scegliere l'ipotesi che preferite, conoscendo Giusfredi) del Corpo degli Ingegneri dell'Esercito degli Stati Uniti dichiarò che il possesso di Atalaya Hill avrebbe consentito di ribaltare la posizione messicana. Le memorie personali di Ulysses S. Grant osservano che, al fine di determinare se un movimento di fiancheggiamento fosse possibile, "furono inviate ricognizioni per trovare, o per fare, una strada attraverso la quale la parte posteriore delle opere nemiche potesse essere raggiunta senza un frontale attacco". Queste ricognizioni furono effettuate sotto la supervisione del capitano Robert E. Lee e di altri ufficiali (pieno di nomi importanti qua attorno). Grant continua dicendo che sono state le strade costruite dagli ingegneri a permettere la vittoria: erano state aperte su voragini dove i muri erano così ripidi che gli uomini riuscivano a malapena a scalarli. Gli animali non potevano. Questi sentieri erano stati definiti nella notte, senza attirare l'attenzione del nemico. L'artiglieria fu calata a mano lungo i ripidi pendii, i soldati attaccarono una fune all'asse posteriore dei cannoni facendo scendere gli affusti, un pezzo alla volta. Resisi conto di essere circondati, i comandanti messicani si arresero. Circa 200 ufficiali e quasi 3000 soldados vennero fatti prigionieri.

La battaglia di Chapultepec fu un assalto delle forze americane ad un contingente messicano asserragliato nel castello di Chapultepec, situato in posizione strategica presso Città del Messico (già, la guerra tra USA e Messico giunse fin là), combattuto il 13 settembre 1847. L'edificio, situato in cima ad una collina, era importante per la difesa della città. Dato che il generale Santa Ana (spunta sempre, come il prezzemolo incastrato tra i denti) aveva schierato le forze messicane in diversi siti per presidiare la capitale, solo 880 soldati, inclusi i cadetti dell'Accademia militare, ebbero l'intero peso della resistenza a Chapultepec, contro 2000 uomini delle truppe statunitensi. La sconfitta dei Messicani, beh quasi inevitabile caro il mio generalissimo dei miei stivali, aprì la strada agli Americani per conquistare il centro di Città del Messico. Nella Storia messicana, la battaglia è concepita come il sacrificio dei coraggiosi cadetti e si parla con orgoglio della morte di sei di loro, i Niños Héroes, che pare si siano fatti uccidere piuttosto che essere condotti prigionieri, con uno che si avvolse perfino nella bandiera. Le fonti americane presentano anche molte raffigurazioni della battaglia ma dal punto di vista dei vincitori. Sebbene sia durato solo circa 60-90 minuti, lo scontro comunque ha una grande importanza nella storia di entrambi i paesi.

Monti Sacramento sono una catena montuosa degli Stati Uniti localizzata nella parte centro-meridionale del Nuovo Messico, situata appena ad est della città di Alamogordo nella Contea di Otero (una piccola sezione della catena si trova nella contea di Lincoln e nella Contea di Chaves). Da nord a sud i Monti Sacramento si estendono per circa 140 chilometri, e da est a ovest per una settantina. Possono essere divisi in due sezioni: la principale è quella settentrionale, comprendente la maggior parte della superficie e con altitudini superiori ai duemila metri sul livello del mare, ed una sezione più piccola posta nel sud-est, contigua ad un'altra catena montuosa, i Monti Guadalupe. Sul Sacramento Peak si trova oggi il Telescopio solare Richard B. Dunn, facente parte del “National Solar Observatory”. Nelle vicinanze di questa regione geografica si trovano il bacino Tularosa, le Border Hills ed il margine occidentale della valle del fiume Pecos.

Fort Stockton è un comune che ora conta circa 8000 abitanti, capoluogo della contea di Pecos nello Stato del Texas.

Il termine “Indian Territory” ha origine con la colonizzazione britannica del Nord America, quando nel 1763, una legge reale stabilì i confini della colonizzazione europea ad est dei Monti Appalachi, soffiando ulteriormente sul falò del malcontento tra i coloni-sudditi inglesi. Con l'indipendenza degli Stati Uniti, dopo il 1783 il nuovo territorio indiano fu spostato ad ovest del fiume Mississippi (questo si intende quando si dice “West” in effetti) e vi furono trasferite le numerose tribù che erano state alleate degli Inglesi e che avevano continuato a resistere all'avanzata dei coloni (per due volte gli "invasori" avevano tentato di occupare l'Ohio e per due volte furono ricacciati dai nativi, finché questi vennero debellati nella battaglia di Fallen Timbers nel 1794 e dovettero accettare il Trattato di Greenville, a loro ovviamente sfavorevole, obbligandoli a ritirarsi oltre il Mississippi).

Ma con l'avanzare della colonizzazione bianca furono individuati nuovi territori indiani sempre più ad ovest, finché si arrivò a determinarne uno “nuovo” che venne gradualmente ed abbondantemente ridotto a quello che oggi è lo Stato dell'Oklahoma. Nel 1890, divenne solamente l'area orientale di questa zona. I cittadini del territorio indiano provarono ancora nel 1905 ad ottenere l'annessione agli Usa come Stato di Sequoyah, ma la proposta venne rigettata dal Congresso che non desiderava due nuovi Stati, il Sequoyah e l'Oklahoma. Con l'istituzione dell'Oklahoma ufficiale nel novembre 1907, il Territorio Indiano si estinse. Nello slang militare USA, con "Indian country" si definisce un'area dove le truppe si aspettano di incontrare il nemico (un uso questo che divenne popolare durante la guerra del Vietnam).

E dire che perfino il nome Oklahoma deriva dalle parole Choctaw “okla homma”, che letteralmente significa "terra delle persone rosse". Allen Wright fu il primo a suggerire il nome nel 1866, durante i trattati con il governo federale riguardo alle sorti del Territorio Indiano. Equivalente proprio alla parola inglese “indiano”, okla humma era usata dalle tribù per descrivere semplicemente le popolazioni che vivevano nella zona. In seguito, Oklahoma divenne di fatto il nome assegnato a tutto il territorio, e fu adottato ufficialmente nel 1890.

Buffalo Chief (in lingua Ojibwa: Kechewaishke) fu un importante leader, nato a La Pointe nelle Isole Apostole del Lago Superiore, nell'attuale Wisconsin settentrionale. Riconosciuto come il capo principale del Lago Superiore Chippewa per quasi mezzo secolo fino alla sua morte nel 1855, guidò la sua nazione in un rapporto di conflitto con il governo di Washington. Firmò trattati nel 1825, 1826, 1837, 1842, 1847 e 1854. Fu determinante nel resistere agli sforzi degli Stati Uniti per rimuovere gli Ojibwa dalle aree occidentali e riuscì ad assicurarsi riserve indiane permanenti per il suo popolo vicino al Lago Superiore in quello che ora è il Wisconsin. Gli Ojibwa (altre varianti del nome: Ojibway e Ojibwe) sono una tribù di nativi americani appartenente al gruppo linguistico algonchino, un tempo stanziata nell'odierno stato del Michigan e sulle coste settentrionali del Lago Superiore e del Lago Huron, chiamati impropriamente dai bianchi Chippewa. Erano cacciatori, raccoglitori di riso selvatico, il loro cibo principale, e coltivatori di mais

Pertanto, anche se nella storia di Tex questo è il nome con cui viene indicato il sakem che guida l'invasione, presumo che questi non c'entri con il sakem appena nominato ma che si tratti di un nome che si accosta solamente a quelli nella realtà, come spesso avviene: un nome che rievoca anche con semplice assonanza quello corrispettivo che si trova sulle pagine dei libri di Storia, espediente che va bene a chi non conosce nello specifico quei fatti ed anche a chi magari più appassionato né è al corrente, al fine di non avere questioni su eventuali discordanze con i fatti veramente accaduti.

Potrebbe essere successo qualcosa di simile per il nome della cittadina che i giovani Tex e Carson salvano dall'incursione pellerossa: Santa Concepcion.

Concepcion (senza Santa), in Texas, si trova su Farm Road 716 e Macho Creek, quattordici miglia a sud-est di Benavides e ventotto miglia a sud-ovest di San Diego, nella contea sud-orientale di Duval (ho preso informazioni precise spulciando in rete e su siti locali Texani, hai visto mai che qualcuno abbia parenti da quelle parti e voglia da tempo mandare una cartolina). Ricava il nome da Santa Cruz de Concepción, una concessione (ecco spiegato il nome) di terra del governo spagnolo a tale Francisco Cordente. Concepcion è una delle città più antiche della contea di Duval. Il suo ufficio postale è stato fondato nel 1873. Nel 1884 contava 600 residenti e tre magazzini. Poi si aggiunsero due fabbri ed un calzolaio. E poi basta. Già una decina di anni dopo la popolazione era drasticamente diminuita. Oggi è un “census-designed place” che nel 2000 contava una sessantina di abitanti.


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Ritratto di Stephen Austin, il fondatore dei Rangers (1823),

ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Ora parliamo di Comanches.

La Comancheria (Nʉmʉnʉʉ Sookobitʉ, "Comanche land") è la regione di New Mexico, Texas occidentale e delle aree vicine occupate dai Comanches prima degli anni 60 dell'Ottocento. L'area era definita meno specificamente di quanto si possa pensare ma generalmente veniva descritta come delimitata a sud dalla faglia dei Balcones, appena a nord di San Antonio, in Texas, proseguendo verso nord fino ad un'area che comprendeva i fiumi Cimarron e Arkansas superiore, a est delle alte Montagne Rocciose. Era delimitata a ovest dalla dorsale Mescalero e dal fiume Pecos, proseguendo verso nord lungo il confine degli insediamenti spagnoli di Santa Fe de Nuevo México. Nel caso qualcuno fosse appassionato di geografia, oggi questa regione comprende il Texas occidentale, il Llano Estacado, il Texas Panhandle, l'altopiano di Edwards, il New Mexico orientale, l'Oklahoma occidentale tra cui l'Oklahoma Panhandle e le montagne Wichita, il Colorado sud-orientale e il Kansas sud-occidentale. Se volete controllare i confini e stabilire se ho incluso o escluso dei pezzi, liberissimi: la mia ricerca stavolta non ha riguardato aspetti puramente territoriali dato che non volevo andare troppissimo fuori tema e rischiare poi di veder svolazzare bottiglie e tavoli per avervi fatto annoiare. Ulteriormente…

Non è certo la prima volta che veniamo in contatto con gli appartenenti a questo popolo e, senza enfatizzarlo troppo, lo sceneggiatore ci offre lo spunto per riportare a galla nella nostra memoria una delle avventure più coinvolgenti della storia (ora un po' meno) recente di Tex, seppur senza la presenza degli altri Pards al suo fianco, dal momento che si tratta di un episodio accaduto quando Kit era ancora un bambino che risiedeva presso il villaggio centrale della Riserva Navajo. Basta un cenno ed al lettore ritornano alla mente le indiavolate sparatorie, le galoppate a briglia sciolta e la resistenza ad oltranza organizzata presso le rovine di Fort Quitman da Tex con un pugno di valorosi tra cui alcuni detenuti, il tutto condito con frecce incendiarie e dinamite, che abbiamo vissuto ai tempi della “Grande invasione”, quando i Comanches, come si legge anche su ogni trailer del tempo e sul sito Bonelli, < guidati dai capi di guerra Quanah Parker, Tonkawa e Buffalo Chief si riversarono nel Texas meridionale per scacciare i coloni dai territori del Texas > aggredendo non solo ranch isolati ma addirittura vere e proprie città (evento che ricalca fatti reali, come avremo modo di verificare). In quel caso la sceneggiatura era opera di Boselli, mentre i disegni erano stati affidati al maestro Marcello, per l'occasione particolarmente ispirato. Una storia che fa venire la pelle d'oca solamente a rievocarla, per la profondità dei temi trattati: onore, rispetto anche del nemico, coraggio, redenzione e soprattutto uno a me caro, vale a dire l'amicizia.

Muy bien, direi che è tempo di iniziare ad approfondire alcuni aspetti della faccenda “attuale”.

Mi sono soffermato su quella “vecchia” storia in particolare non solamente perché viene sottilmente rihiamata nel giro di un paio di vignette, occhio quindi a non perdervi il riferimento ma perchè ci sguazzo quando si tratta della Storia delle "nostre parti", sono stati pubblicati un paio di articoli del sottoscritto perfino su riviste americane come "Wild West Magazine" o siti specifici. Noi diremo qualcosa sul leader più famoso e carismatico di quella spedizione, menzionato anche sulle pagine dell'American African cowboy Deadwood Dick: Quanah Parker, figlio del capo Peta Nocona. Ora, non sono stato così specifico al fine di ricostruire chissà quale albero genealogico riguardo “famose” famiglie Comanche ma unicamente poiché si tratta di personaggi storici anzi di persone vere, che hanno realmente cavalcato nelle praterie texane e che hanno contribuito a creare la Storia di quello Stato, nel bene e nel male, insieme ai loro, come chiamarli, “coinquilini” bianchi.

E poi ormai è appurato che non so resistere quando la realtà incrocia la pista della fantasia.

Iniziamo col dire che l'odierna Nazione Comanche, estremamente ridotta nel numero dei suoi membri, risiede ai nostri giorni sparsa tra Oklahoma, Texas, California e New Mexico. Un dettaglio che ha colpito la mia curiosità è che pare che non tutti gli storici siano concordi neanche sull'origine del nome stesso della tribù: una delle ipotesi consiste nel sostenere che la parola “Comache” sembri essere una sorta di trasposizione in lingua spagnola di un termine nativo, probabilmente “Kohmahts” il quale sostanzialmente verrebbe tradotto con “nemico” o “combattente” oppure “straniero”. Anche al nome “Apache” veniva attribuito un significato simile. A occhio direi quindi che si trattava in entrambi i casi di gente che non era il caso di far arrabbiare.

Provenienti da oltre le Montagne Rocciose, non si tratta di un popolo originario delle grandi pianure, ovvero la cosiddetta Comancheria divenuta "casa loro", dove però si stabilirono in tempi molto più antichi del “nostro” vecchio West. Già dal 1700 si hanno prove e notizie di incursioni di bande di guerrieri ai danni di insediamenti isolati con uno scopo su tutti gli altri: procurarsi dei cavalli, sostanzialmente ancora sconosciuti ad altre tribù. Questi pellerossa erano infatti noti per le loro grandissime doti di allevatori di mustangs e cavallerizzi oltre che per essere indomiti guerrieri, anche tra gli indiani dei territori confinanti.

Si possono distinguere cinque rami principali nella grande Nazione Comanche: i Quahadi, cioè le Antilopi nelle fila dei quali si riunirono anche diversi appartenenti ad altri ceppi quando divennero “uniti ed irriducibili”, i Nokoni (ramo d'origine del padre di Quanah anche visto il nome, Peta Nocona), i Kotsoteka, famosi cacciatori di bisonti con lance e frecce, come anche molti altri membri di questo fiero popolo rosso, i Penateka e gli Yamparika. I Comanches al pari di diverse tribù, tra cui ad esempio i “nostri” Navajos, si riferivano a loro stessi chiamandosi “il popolo degli uomini” ed il loro idioma sembrerebbe addirittura risalire nei secoli alla lingua azteca ma molte delle fonti che ho consultato lo ritengono una branca del dialetto Shoshone. Perciò dovrebbe esserci un certo grado di parentela tra queste due nazioni, risalente ad almeno tre o quattro secoli fa. E' facile pensare che i più famosi condottieri avessero imparato a comprendere la lingua dell'uomo bianco o per lo meno alcuni termini in lingua inglese. Ad esempio è un fatto storico che non furono pochi i “prigionieri di guerra” rapiti dai guerrieri Comanche nelle loro incursioni e razzie; non sono soltanto argomenti per romanzi e pellicole hollywoodiane. E proprio dai prigionieri sarebbero potute provenire alcune "lezioni linguistiche".

 

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Una foto d'epoca raffigurante Quanah Parker, reperita in rete e rimaneggiata.

 

Uno di questi casi, noto ai più attenti appassionati di western è quello di una certa Cynthia Ann Parker, rapita nel 1836 durante una razzia in Texas, dalle parti di un villaggio fortificato, evidentemente non troppo bene, di nome Fort Parker. Non fu la sola ma a noi interessa lei perché, adottata dalla tribù, venne addirittura data in sposa ad un capo dei Quahadi Comanches da cui ebbe dei figli. Ed indovinate come si chiamava uno dei tre pargoli? Bravi, era proprio Quanah. Per completezza di informazioni, aggiungo che la “signora Parker” venne in seguito liberata dai Texani ma ormai troppo avvezza alla vita dei Comanches, decise volontariamente di far ritorno presso la sua famiglia adottiva. Quello stesso Peta Nocona, o solo Nocona se preferite, che ho nominato precedentemente e che era divenuto suo marito venne ucciso in uno dei tanti scontri tra indiani e bianchi, durante il quale Cynthia fu nuovamente riportata tra la “gente civile” ad Austin dove morì senza riuscire a rivedere i figli rimasti nel loro villaggio natale, tra gli indiani. Quindi l'allora piccolo Quanah rimase orfano di entrambi i genitori e certamente non sviluppò una naturale simpatia verso quelli che non proprio a torto considerava gli invasori della sua terra. Poco importa che si trattasse di Messicani o Texani, sempre invasori erano.

Il valore di Quanah comunque gli permise di superare le mille difficoltà a cui andò incontro e lo fece diventare il capo della sua gente, i Quahadi Comanches per l'appunto, il cui territorio si estendeva fino ai monti Wichita, in Oklahoma. Inutile dire che la sua tribù era una delle più bellicose ed accanite nella guerra contro i "pindah lickoy", cioè gli uomini bianchi. In ogni caso il capo pellerossa non era un insensato pazzo assetato di sangue. Beh, desideroso di vendetta e quindi non proprio incline a comportarsi come uno scolaretto imbelle se si trovava un nemico tra le mani lo era stato in gioventù, visti anche i torti subiti dalla sua tribù, ma non si può certo affermare che si comportasse a guisa di un fanatico senza cervello e dopo aver dovuto deporre le armi non smise di essere una saggia guida per il suo popolo, promuovendo una certa convivenza al fine di proteggere gli interessi di tutti i Comanches, imparando così bene l'arte della diplomazia e la mentalità dei "vincitori" tanto che potremmo quasi affermare che divenne un proprietario terriero ed un latifondista, sfiorando l'idea di diventare un rappresentante indiano, una sorta di ambasciatore, presso il “Grande Padre Bianco” di Washington. Non guardatemi così, non mi sono scolato del torcibudella andato a male. Secondo le informazioni che ho incrociato intrattenne amichevoli rapporti perfino con il presidente Roosevelt, Theodore (26esimo) non Franklin Delano (32esimo), conosciuto in uno dei suoi numerosi viaggi all'Est. Ed il Presidente ricambiò le visite, andando anche a caccia insieme al suo “quasi collega” dalla pelle rossa. Appare quindi quanto meno buffo che ci siano diverse cose che ignoriamo sul capo Quanah Parker, prima fra tutte la data di nascita e perciò l'età corretta. Sappiamo solo che morì nel 1911. Ci sarebbe da ridire a seconda dei due fronti, bianchi o indiani, anche sulla veridicità del suo nome. Sembra che suo padre lo chiamasse Aquila e che l'aggiunta del cognome della madre, Parker, non venne ovviamente utilizzata tra i suoi guerrieri.

Ci sono dei dubbi anche su chi abbia ucciso suo padre, Nocona. Per diverso tempo “the kill”, cioè "il colpo" fu attribuito al governatore del Texas dell'epoca, un certo Ross, ma pare che si trattasse solo di vanteria da ubriaco. Anche perché sembra proprio che quando la signora Parker venne “liberata”, il marito neanche fosse presente al villaggio. Insomma, un altro caso in cui leggenda e realtà si pestano i piedi tra loro. Per tornare a parlare di ciò che veramente ci interessa, quel che è certo è che il padre di Quanah prima del figlio fu un importante capo Comanche.

 


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 Quanah Parker in uno scatto rivisitato reperito online

 

Ma chi erano i Quahadi? Il loro nome come ho detto significa “Antilopi” e sono entrati nel mito come favolosi cavalieri capaci di compiere vere e proprie acrobazie sempre ovviamente montando gli animali a pelo, proteggendosi spesso con degli scudi di pelli o cuoio e riuscendo perfino a scagliare frecce da sotto il collo del cavallo lanciato al galoppo: furono senza dubbio temibilissimi guerrieri. In sostanza, secondo fonti storiche moderne, si trattava di quella parte di Comanches più irriducibili ai quali si unirono (o che già comprendevano) quei Kotsoteka, altrettanto agguerriti contro i bianchi, i quali ovviamente non volevano neanche sentire parlare di Riserve.

Oltre ai Rangers, i Comanches avevano altri nemici giurati: i cacciatori di bisonti colpevoli dell'indiscriminata distruzione di un'intera specie, ridotta senza paura di esagerare troppo nell'enfasi del termine, quasi all'estinzione. Bisogna anche dire che l'uccisione dei bisonti, da sempre mezzo di sostentamento principale dei guerrieri rossi, dalle pelli alla carne fino al grasso con cui si spalmavano il corpo per difendersi dal freddo e dalla polvere o per riti ed usanze tradizionali, rappresentò anche un modo, orrendo, per indebolire il nemico.

Una delle principali usanze della tradizione Comanche era l'uccisione del mustang che apparteneva ad un guerriero caduto in battaglia affinché il suo spirito potesse cavalcare nelle verdi praterie del Cielo.

Spesso effettuavano le loro razzie notturne quando c'era la luna piena, che consentiva una certo grado di visibilità. E' proprio da ciò che deriva il termine “Luna Comanche” attribuito alle notti di luna piena infatti, resa lugubre e spettacolare allo stesso tempo pare dai riflessi rossastri causati dalla luce solare sulla terra del deserto, una “luna di sangue” e quando appariva nella volta celeste alcuni popoli pellerossa credevano si potessero realizzare anche brutti incontri con cattivi spiriti. In realtà i brutti incontri li facevano i poveracci che si vedevano soffiare intere mandrie di cavalli e che se avevano salvato la pelle, si ritrovavano con i ranches incendiati ed anche amici o parenti rapiti. Avremo modo di specificare meglio tale appellativo evocativo.

Essendo di natura nomade per via del fatto che seguivano gli spostamenti delle mandrie di bisonti a seconda delle stagioni, non vivevano in hogan come i Navajos ma nei teepee, le famose ed iconiche tende, che venivano rafforzate con fango e proprio pelli di bisonti per proteggerle dai forti venti che spesso spazzavano le praterie dove vivevano.

Tali pianure venivano chiamate Bad Lands, cioè terre cattive, il che non ci aiuta a considerarle un posto particolarmente ospitale. Tanto per complicarci la vita possiamo anche chiamare il cuore del territorio dei Quahadi “Llano Estacado”, letteralmente "pianura recintata" per via della presenza anche di mesas ed alture, una zona sul confine tra Texas e New Mexico, nella quale si erano stabiliti dopo aver spinto gli Apaches, i precedenti abitanti, in territori più meridionali. La regione divenne parte integrante della Comancheria, una vera e propria roccaforte che fornì anche un rifugio alle ultime bande di Kiowas e Comanches che si rifiutavano di arrendersi.

 


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John Wayne - Ethan in "The Searchers" ("Sentieri Selvaggi", 1956) lotta contro i Comanches.

Ritratto di Lorenzo Barruscotto

 

Carta e penna, ora: facciamo qualche calcolo. Sappiamo dal Maxi “Nueces Valley” che Tex è nato nel 1838 e da fonti più che attendibili che le avventure “odierne” si svolgono all'incirca nella prima metà della decade del 1880. Prendiamo pertanto come riferimento tra il 1880 ed il 1885. Il che quadra, dal momento che Aquila della Notte è un uomo “fatto e finito” con un'età approssimativa di 45 anni. Siamo probabilmente tutti d'accordo nell'affibbiare a Carson almeno una decina di anni in più quindi con ragionevole sicurezza affermiamo che il Vecchio Cammello si aggira sui 55 anni. Vogliamo dargliene qualcuno in più? Va bene, la dentiera è vostra, ma non mi avvicinerei troppo alla sessantina se fossi in voi. Facciamo 57 o 58, ok? Ora, se compiamo un balzo indietro nel tempo e togliamo 55 a 1885 (arrotondiamo per comodità visto che non è quel paio d'anni ad interessarci) otteniamo 1830. Se continuiamo sulla teoria dei dieci anni in più di Tex, suppergiù, andiamo al 1828, cosa che anche in questo caso calza con le supposizioni. Volendo verificare da un'altra strada, Kit Willer si inserisce senza far danni in questa piccola digressione matematica poiché è più che accettabile sostenere che la sua età sia tra i 25 ed i 28 (ci spingiamo ai 30 proprio compiuti da poco?) pensando che Tex lo abbia avuto a vent'anni. Circa, ovviamente. (1885 - 25 = 1860 suppergiù, ma contando che ne ha due o tre in più tutto torna) Fin qui tutto bene. Anche meglio se allarghiamo il range delle avventure moderne di un altro quinquennio. Ma pure in quel caso non è assolutamente plausibile, come ho letto in qualche ricostruzione, che Lilyth sia morta nel 1870. Più "realistico" che Aquila della Notte abbia perso la moglie almeno sette o otto anni prima.

Carson in questa storia sarà un uomo sulla trentina, forse un paio di più visto che è sulla trentina quando conosce Ray Clemmons in “Blizzard” (ce lo dice Boselli) e a quel tempo Tex è ancora ben lontano da riscattare il suo nome diventando un uomo di legge. 1828 più trenta fa 1858. Piccolo Falco sarebbe stato se non in fasce, probabilmente di un anno al massimo e sicuramente non era ancora stato mandato a studiare presso i frati. Sappiamo per certo che diverse missioni sono state portate a termine sia da Tex che da Carson in solitaria non solamente quando l'ex magnifico fuorilegge era un “agente speciale” fresco di nomina. Basti pensare alla splendida storia realizzata dal duo Marcello - Boselli che ho tirato fuori dal cappello poco fa, quella che inizia ne “La grande invasione” e termina due numeri dopo con “Gli eroi del Texas”. Potrebbe esserci un collegamento con quella storia nel cartonato, quando nel cartonato i Pards discutono sulle mosse successive prima di dividersi ed affrontare il proprio dovere in un flashback. A quel tempo il Nostro è già Aquila della Notte: dalle sue stesse affermazioni nella storia della serie regolare apprendiamo che Lilyth gli ha già dato un figlio e che quando sarà tutto finito “tornerà da loro”. Perciò dato che la storia del Cartonato potrebbe risultare immediatamente precedente a quella degli "Eroi del Texas" (numero 499), il periodo storico non sembra così fuori fase se parliamo di 1858 giusto per avere un riferimento, sempre mantenendo quel paio di annetti di range per muoverci più tranquillamente.

Sebbene qualcuno non lo pensi, allo scoppio della Guerra Civile è lecito immaginare che Tex Willer fosse stato già riabilitato ufficialmente. Infatti lo scontro che vide contrapposti gli Stati del Nord a quelli del Sud scoppiò nel 1861 e finì nel 1865. In tempo per permettere a Tex di avere, forse, è plausibile, già ripulita la sua reputazione. (1861 - 1838 = 23) Qui c'è poco da supporre: all'età di 23 anni è facile che fosse da pochissimo stato nominato Ranger, magari soltanto le forze dell'ordine e i militari ne erano a conoscenza (come ci raccontano le primissime avventure di Galep e Bonelli, tralasciando le conosciute incongruienze a livello storico relative proprio alla Guerra Civile di quegli anni lontani, comprensibilissime) ma non era più dall'altra parte della barricata. L'avventura del cartonato potrebbe inserirsi nel triennio precedente lo scoppio del conflitto e potrebbe risultare una delle prime missioni con i suoi colleghi dalla stella d'argento. Per conto mio ci sta, sempre tenendo presente quei due anni di bonus in più o in meno, che eventualmente ci servono per includere tutto il periodo in cui "faceva" il fuorilegge dai suoi 18-19 anni fino alla riabilitazione: sì, era più giovane di quanto sia Kit nelle avventure moderne. E non ha fatto il "bandito" per un decennio. Se vi sentite più comodi ricordate "per sicurezza" che c'è sempre quel quinquennio in più dal 1885 al 1890 in cui indagini recenti potrebbero benissimo inserirsi (soprattutto in città dell'Est dove vengono mostrate invenzioni databili con facilità o aree riconoscibili come per esempio "Manhattan", numero 697 e seguenti).

Potremmo fare un discorso parallelo seguendo le varie tappe costituite dai miglioramenti delle armi da fuoco. Ad esempio il 1866 è stato l'anno che ha dato il via alla elaborazione del Winchester, discendente diretto del famoso fucile “Henry” imbracciato anche da Tex durante la guerra. Facile che lo impugni anche “qui”. Amichevolmente definito “Yellow boy”, il modello del Winchester a ripetizione è diventato un'icona dei western di ogni tipo. Il nomignolo gli era stato rifilato per via del castello della culatta in ottone che gli conferiva quella colorazione giallastra. Mentre fu tra il 1873, anno di produzione anche della sei-colpi preferita dai Rangers nelle storie recenti, ed il 1876 che la stessa arma venne distribuita con la culatta in acciaio, quindi non più colorata, più resistente e pesante, a cui si erano apportate delle modifiche tra le quali la compatibilità fra le pallottole: scegliendo il giusto calibro potevano divenire intercambiabili le munizioni del fucile modello 76 e della Colt “Single Action", la “nostra” fidata Frontier. Andando a ritroso troviamo la Colt Army calibro 44 (1860) e la Colt Navy (1851), volendo andare più indietro c'era stata la Walker (1847) ed è con ragionevole certezza una di queste la pistola con cui lo scapestrato rompicollo Tex Willer degli inizi doveva avere avuto una certa dimestichezza non solo per imparare a sparare.

Nota: il Ranger impersonato da Chuck Norris, Walker, non ha nulla a che vedere con l'omonima sputafuoco. Però l'attore a forza di incarnare il portatore di stella "perfetto", Ranger lo è diventato davvero, "honoris causa".

 

Walker TR min

Chuck Norris nei panni di "Walker, Texas Ranger" in un ritratto di Lorenzo Barruscotto

 

Non che quando Tex aveva ancora i denti da latte le cose fossero tranquille.

Se vi dico Potsʉnakwahipʉ o anche Pochehaqueip voi cosa mi rispondete? No, non sto delirando. E' il nome del grande condottiero e capo di guerra Penateka Comanche noto nella nostra lingua come Gobba di Bisonte (Buffalo Hump in inglese)

Era determinato ad agire per rivendicare i diritti del suo popolo e, soprattutto dopo l'ultimo ignobile tradimento da parte dei coloni bianchi che sterminarono una delegazione inutilmente protetta dalla bandiera bianca (la tristemente famosa “Council House Fight” avvenuta a San Antonio di cui parleremo tra poco e di cui abbiamo disquisito già in passate occasioni), voleva farlo con le armi. Dopo aver riunito le varie bande di guerrieri che agivano isolate, guidò la cosiddetta Grande Incursione (the Great Raid) del 1840.

Non facciamo confusione, questa non è la guerra che Tex, Carson e Beauregard hanno combattuto: Aquila della Notte aveva solo due anni, perfino per lui sarebbe stato troppo presto impugnare una Colt. Ma ci tengo a raccontare qualcosa in merito perché a mio avviso rende bene l'idea del clima che si era instaurato in quelle regioni.

Buffalo Hump ed altri capi come quello dei Qwahadi Casacca di Ferro (Iron Jacket, chiamato così per via della cotta di maglia risalente ai Conquistadores e tramandata forse per alcune generazioni dato che altri condottieri Comanches avevano avuto lo stesso nome ed indossato un simile indumento in epoche precedenti in battaglia, e che in effetti gli forniva una certa protezione almeno contro i colpi delle armi meno potenti) si riunirono in un'enorme spedizione che annoverava almeno 400 guerrieri (c'è chi dice anche che superassero le 500 unità), con mogli e figli al seguito. I bersagli? Gli insediamenti tra Bastrop e San Antonio. A metà luglio erano pronti e Comanches di tutte le tribù (Nokoni, Kotsoteka, Yamparika e Quahadi, ormai li conosciamo) stavano già cavalcando per il Texas. Complessivamente un migliaio di Comanches potrebbero essere partiti dal Texas occidentale per il Grande Raid, fino a raggiungere le città di Victoria e Linnville sulla costa. Victoria venne attaccata il 6 agosto. Sebbene i Rangers avessero trovato le tracce di un gigantesco gruppo di guerra proveniente dal Texas occidentale e stessero seguendo i Comanches in arrivo, parte dei guerrieri si divise dal grosso della spedizione per assalire la cittadina di Victoria riuscendovi prima che i cittadini potessero essere avvertiti. Un residente ha scritto: "Noi di Victoria siamo rimasti sbalorditi dall'improvvisa apparizione di seicento (numero non verificato e non veritiero, ma erano tanti) Comanches a cavallo nell'immediata periferia del villaggio". I cittadini riuscirono ad organizzare una resistenza ed i pellerossa si portarono fuori tiro ma solo dopo aver ucciso una dozzina di abitanti. L'intento degli “invasori” era di raccogliere cavalli e saccheggiare le città costiere, che non erano così preparate come quelle del Texas centrale.

Dopo l'attacco a Victoria, i Comanches proseguirono verso Linnville accampandosi la notte sul Placido (ora Placedo) Creek, a circa dodici miglia proprio da Linnville. L'8 agosto 1840 circondarono il piccolo porto, che all'epoca era il secondo più grande della Repubblica del Texas, ed iniziarono a depredare i negozi e le case. E' passato alla storia come il sacco di Linnville: ora del villaggio non rimane nulla. Rendendosi conto che gli indiani delle pianure non avrebbero avuto alcuna esperienza di lotta sull'acqua, i cittadini si salvarono rimanendo a bordo di piccole imbarcazioni e di una goletta capitanata da William G. Marshall (bel nome, vero?), che era all'ancora nella baia.

Il chiamiamolo “contatto” tra le milizie texane, i Rangers ed i Comanches avvenne presso Plum Creek, vicino alla città di Lockhart, sempre in Texas, il 12 agosto 1840. I Comanches, che normalmente combattevano come una cavalleria leggera, veloce e letale, furono trattenuti considerevolmente dai muli, più lenti, sopra i quali caricarono i bottini. Senza contare i prigionieri. Sebbene solo una dozzina di corpi siano stati effettivamente recuperati, i Texani riferirono nei rapporti di aver ucciso un centinaio di Comanches. Potrebbe non essere solo una vanteria: è assai probabile che i nemici abbattuti siano stati di più perché i Comanches avevano l'uso di recuperare i corpi dei guerrieri deceduti in battaglia. In ogni caso le perdite del gruppo di guerra si rivelarono probabilmente superiori alle “aspettative” dei capi, a fronte di un morto tra i Texani. Ma l'avidità dei loro nemici salvò stavolta la pelle agli indiani: quando i miliziani scoprirono i lingotti rubati, molti abbandonarono la lotta, per dividersi i quattrini e tutto il resto. Il Great Raid del 1840 fu la più grande invasione indiana nelle città bianche nella storia di quelli che ora sono gli Stati Uniti, anche se tecnicamente quando si verificò avvenne nella Repubblica del Texas che non faceva ancora parte degli USA.

Comunque Buffalo Hump non smise di compiere razzie almeno fino al 1856: eh sì, se l'era cavata ed anche con un considerevole mucchietto di beni e di cavalli rubati. I prigionieri catturati furono "solo" una trentina mentre si parla di più di trecento (c'è chi dice quattrocento) vittime complessive del Raid. Determinanti si dimostrarono le nuove per l'epoca Colt Paterson in dotazione ai Rangers, utilizzare per la prima volta, però i Comanches a prescindere dall'incerto conteggio dei morti, evidentemente considerarono l'azione una vittoria tale da esaltare, e non sicuramente sminuire, il prestigio dei sakem.

Nell’agosto 1843 i Comanches ed i loro alleati Kiowas stipularono un accordo di tregua coi Texani e nell’ottobre Penateka, Nokoni, Kotsoteka e Quahadi (si può scrivere anche Qwahadi a proposito), interessati alla pace col Texas purché fosse concordato un confine inviolabile (beh, loro ci speravano) della Comancheria, il territorio in cui vivevano, accettarono di incontrare il Presidente Sam Houston (ancora e proprio lui) per definire un trattato. Potsʉnakwahipʉ e altri parteciparono alle trattative, dimostrando una fiducia inaspettata in Houston che era un leader carismatico rispettato anche dai suoi nemici, evidentemente.

 


Tex Font tre quarti min

Tex in un tributo a FONT di Lorenzo Barruscotto

 

Ma perché tutto questo?

Perchè Texani e Comanches si odiavano, irreparabilmente, avendo collezionato fatti di sangue e tradimenti reciproci negli anni. Un esempio? L'ho citato poco fa: il Council House Fight (anche se più che “fight” cioè scontro bisognerebbe chiamarlo massacro), in cui i funzionari della Repubblica del Texas tentarono di catturare e fare prigionieri i 35 capi Comanche che erano andati per negoziare un trattato di pace, uccidendoli insieme a due dozzine di loro familiari e seguaci. In quella occasione era prevista la restituzione di ostaggi ma venne portata solo una giovane donna (la sedicenne Mathilda Lockart). Per vendicare iò che i Comanches consideravano un amaro tradimento da parte dei Texani (effettivamente, fate voi), il capo Buffalo Hump e gli altri si sentirono legittimati ed in dovere di vendicarsi.

Abbiamo parlato di questo tragico fatto di sangue anche nell'articolo che verteva sui riferimenti storici del texone “I Rangers di Finnegan” (qui il link alla recensione: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5536-recensione-analisi-e-saggio-sul-texone-numero-33-i-rangers-di-finnegan).

Gli anni 1856-58 furono particolarmente feroci poiché i coloni continuarono a invadere la Comancheria. Aravano i terreni di caccia e i Comanches perdevano i pascoli per le loro mandrie di cavalli. Inoltre, gli Stati Uniti avevano fatto molto anche per bloccare le tradizionali incursioni dei Comanches in Messico. Inevitabilmente, questi ultimi reagirono con una serie di sanguinose incursioni contro i coloni. E mi sentirei di dire che potrebbe essere in queste che Tex, Carson e Beauregard hanno combattuto. Era, e non solo "era", un mondo spietato, dove solo i Nostri sono i buoni perché sono fatti di carta e sogni: nella realtà l'uomo sa essere diabolico assai più del peggiore “cattivo” del più cruento film horror.

Solo un esempio, purtroppo a volte è necessario guardare l'altra faccia della medaglia, ed il West ne aveva una sporca, feroce e cruenta.

Nel Maggio 1858: il capitano John Ford, con le sue cinque compagnie di Rangers, attaccò un villaggio sul fiume Canadian. I Comanches persero 76 uomini e si ritirarono. Autunno 1858: il maggiore Van Dorn, alla testa di 200 militari e 135 esploratori, attaccò il villaggio di Gobba di Bisonte - rieccolo, capite perché ne ho parlato in modo più profuso, ora? Non si può capire una guerra solo con tre paroline - sul fiume Rush.

Ma prima c'era stata la spedizione di Antelope Hills (gennaio-maggio 1858). Fu una campagna guidata dal Secondo Cavalleria federale contro le tribù Comanche e Kiowa dentro la Comancheria. La causa della spedizione era dovuta alle incursioni dei Comanches nei territori texani. Ovviamente, era un circolo vizioso. Peta Nocona e Iron Jacket, altra volta nomi ormai noti, guidarono i pellerossa contro le 220 unità combinate dell'esercito e di tribù alleate quali Tonkawas e Shawnees. Lo scopo di tale conflitto voleva essere una certa stabilizzazione della situazione dall'Oklahoma al Texas per gestire meglio le incursioni proprio dei Comanches. Mah, si combatteva il fuoco con la benzina. Comunque per questo motivo ufficiale gli Stati Uniti ottennero l'aiuto delle tribù nemiche dei Comanches. La battaglia risultante si concluse con 50 uccisi per gli USA, quasi 80 caduti ed una ventina di catturati per i nativi, secondo le fonti che ho consultato.

Le Giacche Blu si erano rivelate totalmente incapaci di arginare la violenza in quel periodo. Con l'avvicinarsi della Guerra Civile, mancavano tre anni scarsi, le forze federali furono spostate ancora di più: lo stesso Secondo Cavalleria fu trasferito dal Texas allo Utah (venne direttamente sciolto poco prima del conflitto).

Come andò?

La perdita delle truppe portò il governatore Hardin R. Runnels nel 1858 a "riattivare" battaglioni sciolti (dismissed) di Texas Rangers. Così, il 27 gennaio 1858, Runnels nominò John Salmon "Rip" Ford, un Ranger veterano della guerra messicano-americana e scout di frontiera, capitano e comandante dei Rangers, della milizia e delle forze indiane alleate (tra un po' poteva anche sposarvi in pratica), e gli ordinò di portare la guerra ai Comanches nel cuore della Comancheria. Ford, la cui abitudine era di firmare rapporti sulle vittime con le lettere "RIP" per "Rest in Peace", era conosciuto come un combattente aggressivo che non andava troppo per il sottile. Anche se si trattava di causare la morte di donne e bambini negli scontri con gli indiani, purtroppo. In queste circostanze così assai poco, o forse troppo - dipende dai punti di vista, "umane" era un tipo che sapeva come raggiungere i propri scopi: tra i tradizionali nemici dei Comanches, come detto, c'erano i Tonkawas, che allora vivevano in una riserva sul fiume Brazos, in Texas. I libri che immortalano e lodano i Tonkawas come amici ed alleati dei coloni generalmente sminuiscono il fatto che questi simpaticoni pare fossero addirittura cannibali (sul loro sito ufficiale sono loro stessi a definirsi piuttosto bellicosi), ragione per cui i Comanches e praticamente ogni altra tribù li disprezzavano e odiavano. Ford, tuttavia, non aveva riserve sulla loro dieta, a patto che, in caso di languorini, sbocconcellassero Comanches e non Rangers. Il tutto sfociò poi proprio nella battaglia di Little Robe Creek. Conosciuta anche come la battaglia di Antelope Hill, è stata combattuta tra gli alleati Comanches, Kiowas e perfino Apaches contro i Texas Rangers, con i loro alleati, ne ho accennato poche righe fa. E' stata la prima battaglia in cui i Rangers sono stati in grado di entrare nel territorio della Comancheria. Una forza di un centinaio di Rangers e di altrettanti alleati contro una difesa stimata tra i 200 ed i 600 uomini.

In realtà ci furono tre scontri decisivi tra Comanches e Texas Rangers. Il primo iniziò la mattina del 12 maggio 1858: quando gli uomini guidati dal generale Ford attaccarono un primo campo, i Comanches non erano pronti per tale assalto e fu un massacro. Il secondo atto iniziò quando i Rangers tentarono di fare lo stesso con il successivo campo solo che stavolta incontrarono la resistenza dei Comanches, i quali videro l'avvicinarsi dei nemici. L'opposizione fu molto più rigida almeno fino a quando il loro capo, Iron Jacket, fu ucciso. Suo figlio Peta Nocona (ormai li conosciamo ome se fossero nostri parenti) giunse coi rinforzi. Gli indiani a questo punto erano in grado di agire in difesa ma subirono ancora una significativa quota di perdite. Fu nella terza ed ultima battaglia di Little Robe Creek che i guerrieri Comanche si dimostrarono in grado di prendere una posizione offensiva contro i Texas Rangers. Tuttavia, il risultato finale delle tre “scaramucce” fu assai costoso: confermo i dati, cioè 76 furono uccisi e oltre 60 vennero fatti prigionieri. In confronto, i Texas Rangers contarono uno o due, qualcuno dice quattro, caduti e cinque feriti. E si portarono a casa anche più di trecento cavalli. Lasciamo stare le seppur scarse testimonianze su come i Tonkawas, ehm, festeggiarono la vittoria. Ford tornò in Texas e chiese che il governatore lo autorizzasse immediatamente ad arruolare altri nuovi Rangers e tornare subito a nord per continuare la campagna nella Comancheria. Tuttavia, Runnels aveva esaurito l'intero budget e lo sollevò dall'incarico. La Guerra Civile era anche alle porte.

Ma i Tonkawas erano davvero cannibali? Rapporti su casi di cannibalismo, vero o presunto, tra le tribù del Texas venivano spesso applicati ai Karankawas ed ai Tonkawas effetivamente. Altre tribù, ispaniche e anglosassoni diffusero questi racconti, affermando occasionalmente di aver assistito alla, allarme "spoiler", cottura ed al consumo... dai, avete capito. Rip Ford affermò di aver visto i Tonkawas celebrare con tale macabro banchetto aggiungendo anche cosa avevano usato come contorno (non è una battuta). Questa reputazione di cannibalismo è spesso menzionata in molti racconti del Diciannovesimo secolo sulla tribù. Volendo anche ridurre tale pratica ad una forma “rituale e sporadica” resta il fatto che vennero disprezzati sia dai pellerossa, Comanches in testa, sia dai bianchi che però non esitarono ad arruolarli anche come scouts in più occasioni. Perfino Stephen Austin stipulò un trattato con la tribù Tonkawa nel 1824. Il nome Tonkawa significa "stanno tutti insieme" ma loro si definiscono “Popoli del lupo”. Non che fossero come “I demoni del Nord” del numero 600 di Tex, ma non erano certamente degli innocui angioletti.

 

 The Duke min

 "Dacci un taglio, hombre! Ne hai ancora per molto? Stiamo sprecando ore di luce."

Il Duca, come fa con i suoi giovani "Cowboys", richiama all'ordine in un ritratto di Lorenzo Barruscotto.

 

Non fu certamente un'impresa facile “convincere” i valorosi e soprattutto liberi figli di Manito a trasformarsi in pacifici indiani delle Riserve.

Un famoso trattato stipulato tra Texas e Comanches fu quello di Medicine Lodge del 1867. A dire il vero tale accordo prevedeva armistizi anche con altre tribù, cioè Apaches, Arapahos, Cheyennes e Kiowas, al fine di concordare le modalità di assegnazione proprio delle Riserve. Ma a causa del fatto che i territori previsti da accordi precedenti avevano subito “strane” ed imponenti riduzioni senza contare il rimangiarsi, sai che novità, da parte dei bianchi le promesse sul mettere un limite all'incontrollata attività dei cacciatori di bisonti, tali accordi non vennero ratificati e certamente non furono accettati da tutti i rappresentanti del popolo rosso. Tra l'altro il trattato riservava l'area tra il fiume Arkansas come terreno di caccia indiano. Tuttavia, dal 1873, diversi gruppi di cacciatori (buffalo hunters) operarono nella zona, in piena e sfacciata violazione degli accordi, provocando l'indignazione dei nativi. Ma pensa che roba, vieni a sparacchiare qua e là nel mio giardino e ti offendi pure, se me la prendo e ti dico di andartene: proprio dei selvaggi questi indiani...

Dopo numerosi scontri ed esempi di brutalità motivata da entrambe le parti dal più radicato livore nei confronti degli avversari, le ultime tribù ribelli vennero sconfitte presso il Palo Duro Canyon. Così nel 1876 iniziò la loro vita nella Riserva di Fort Sill. Si concludeva la cosiddetta “Guerra del Red River” segnando in pratica la fine dei conflitti contro gli indiani nelle grandi pianure.

Abbiamo detto che anche i Kiowas vennero coinvolti negli ultimi scontri ed noi abbiamo “vissuto in prima persona” in una recente storia di Tex la lotta tra i Rangers del Frontier Battalion contro i guerrieri guidati da Lone Wolf nella battaglia di Lost Valley (realmente accaduta).

Ci furono episodi di guerriglia e ribellioni con fughe dai confini della Riserva negli anni successivi, ma vennero tutti repressi nel sangue. Il colonnello Ranald (sì, con la A) MacKenzie, uomo di fiducia dei generali Sheridan e Sherman, esatto proprio il “colonnello mano cattiva”, chiamato così dagli indiani in seguito ad una ferita di guerra, lo stesso che abbiamo incontrato durante l'avventura inerente i “Rangers di Lost Valley” insieme a Tex e Carson, anch'egli persona(ggio) realmente esistita, incrociò anche se non direttamente la sua pista con quella di Quanah che venne considerato dai bianchi il leader assoluto dei Comanches, anche perché era universalmente riconosciuto come guerriero carismatico ed intelligente.

I Comanches intrattennero relazioni ambigue sia con i primi coloni europei che con quelli che vennero più tardi per colonizzare il loro territorio: erano considerati dai coloni come partner commerciali e non solamente temuti per le loro scorribande. Erano potenzialmente sempre in guerra con tutti i gruppi di nativi americani che vivevano nelle Grandi Pianure: questo li portò ad essere oggetto delle manovre politiche dei poteri coloniali europei e degli Stati Uniti. Epidemie di vaiolo (1817, 1848) e di colera (1849) ridussero notevolmente la popolazione dei Comanches, che passò dalle 20mila unità della metà del secolo, a poche migliaia già intorno al 1870.

I primi tentativi di trasferirli nelle riserve iniziarono proprio con il già sviscerato Trattato di Medicine Lodge, che “offrì” loro chiese, scuole e pensioni vitalizie in cambio di un vasto territorio (160mila km quadrati circa). Il governo promise più volte di fermare i cacciatori di bisonti che stavano decimando le mandrie delle Grandi Pianure, ma in cambio pretese dai Comanches, come anche dagli Apaches, dai Kiowas, dai Cheyennes e dagli Arapahos, che si trasferissero in una riserva di appena 13mila km quadrati. Metro più metro meno. Comunque, non serve specificarlo, ma a Washington si decise alla fine di non arginare la decimazione delle mandrie di “buffaloes” ed inevitabilmente questo provocò la fine della caccia come abitudine di vita pellerossa.

Visto come andarono le cose nella realtà storica non appare assolutamente difficile comprendere, non intendo dire condividere, l'incolmabile baratro di astio ed avversione che, dall'altra parte del fosso, anche ogni texano provasse nei confronti dei “selvaggi che occupavano le loro terre”. Punto di vista del tutto opinabile, ma che portò alla repressione tramite molte azioni militari od operate dai cosiddetti “volontari”. Anche i Rangers, già normalmente non noti per le loro maniere posate, si trovarono spesso in prima fila nella lotta contro i pellerossa, oltretutto perché uno dei principali motivi per cui era stato creato il Corpo, era proprio quello: difendere i coloni dalle incursioni indiane. Insomma, Rangers e Comanches erano come cane e gatto, con Winchester ed archi al posto di unghie e denti. E non si limitavano a graffiarsi o a ringhiare: cercavano proprio di farsi a pezzi l'un l'altro.

Come sempre accade in situazioni anche meno complesse di quella che ho tentato di descrivervi facendo un quadro dell'aria che tirava in quel tempo in Texas, purtroppo ci andarono di mezzo innocenti da entrambe le parti, e quando accadeva un fatto del genere, aveva come conseguenza il rendere sempre più lontana una vera e propria idea di pace e convivenza. Inoltre chiunque provasse a fare un passo in quella direzione veniva tacciato di tradimento e rischiava di fare una pessima fine, un po' come soffiare su un grosso falò dalle alte lingue di fuoco nel tentativo di spegnerlo. Controvento. Risultato: l'incendio della guerra veniva costantemente rintuzzato. 

Sembrava di assistere ad una tragica partita di tennis.

 

 Unforgiven min

 Il West era un luogo spietato ma anche i nostri giorni non scherzano, purtroppo.

Clint Eastwood in un ritratto di Lorenzo Barruscotto

ispirato alla locandina del film "Gli Spietati" ("Unforgiven", 1992).

 

Non si può non citare la seconda battaglia di Adobe Walls a cui si ispirano gli albi conclusivi della minisaga di Deadwood Dick, ricavata dai romanzi di Joe Lansdale: fu realmente combattuta il 27 giugno 1874, tra ingenti forze pellerossa ed un gruppo di 28 cacciatori di bisonti statunitensi che difendevano l'insediamento di Adobe Walls, nell'attuale Contea di Hutchinson, in Texas. Le bande di nativi che imperversavano nella prateria (Comanches, Cheyennes, Kiowas e Arapahos) consideravano il trading post stesso e la caccia al "buffalo" come una grave minaccia alla loro esistenza. E sinceramente dal loro punto di vista non gli si può dare torto. Isatai'i, uomo di medicina della tribù Comanche, promise la vittoria e l'immunità dai proiettili ai guerrieri che avessero combattuto contro gli odiati uomini bianchi. Tra i difensori che erano presenti ad Adobe Walls c'erano James Hanrahan, l'allora ancora giovane Bat Masterson, William "Billy" Dixon (il cui famoso colpo di fucile a lunga distanza mise effettivamente fine all'assedio) ed una donna, la moglie del cuoco William Olds. Essi compaiono anche nelle tavole del fumetto summenzionato. 

Per la cronaca, nel 1875 l'ultima banda libera di Comanches, capeggiata ancora da Quanah Parker, si arrese e si trasferì nella riserva di Fort Sill in Oklahoma: anche di questo avevo scritto nella relativa recensione.

Perchè seconda? Perchè ci fu anche una prima battaglia di Adobe Walls, il 25 Novembre 1864, tra le Giacche Blu e una coalizione di Comanches, Kiowas e Apaches. Circa due ore dopo l'alba del 25 novembre, lo ripeto perchè mi fa strano dato che alcuni annetti dopo sono nato io proprio in quel giorno, la cavalleria di Kit Carson, quello in carne e ossa, trovò ed attaccò un villaggio Kiowa. Gli abitanti fuggirono, trasmettendo l'allarme ai villaggi alleati, Comanches, nelle vicinanze. Adobe Walls era a quattro miglia dal villaggio, Carson vi fece scavare una trincea. Scoprì solo allora che c'erano numerosi villaggi nella zona e vide un gran numero di indiani che si riversavano in avanti per ingaggiare battaglia, una forza molto più imponente di quanto si fosse aspettato. Il capitano Pettis, che ha scritto il rapporto più completo della battaglia, ha stimato che dai 1200 ai 1400 Comanches e Kiowas attaccarono i soldati e gli esploratori indiani che erano 330 in totale (75 uomini erano stati lasciati a guardia del treno di rifornimento). I cannoni tennero a distanza gli assalitori ma vi furono diverse ondate: dopo sei-otto ore di combattimenti abbastanza continui, Carson si rese conto di essere a corto di munizioni e ordinò alle sue forze di ritirarsi nel villaggio Kiowa alle sue spalle. "Kit" era anche preoccupato per il destino di quei 75 uomini. Gli indiani cercarono di bloccare tale ritirata dando fuoco all'erba sulla via vicino al fiume. Carson ripiegò e quando arrivò il crepuscolo, ordinò a circa metà del contingente al suo comando di bruciare le tende del villaggio, il che provocò anche la morte del capo Iron Shirt, che si rifiutò di lasciare il suo tepee. Dopo un paio di giorni l'omonimo di Capelli d'Argento, comandò la definitiva ritirata in New Mexico.

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 Stele commemorativa sul sito della prima battaglia di Adobe Walls in una fotografia reperita in rete

 

Verso la metà del Diciannovesimo secolo i Comanches rifornivano di cavalli i commercianti ed i coloni sia francesi che americani, e più tardi gli emigranti che passavano dai loro territori per andare verso la Corsa all’Oro in California. Molti di questi cavalli erano stati rubati, fu così che quel popolo acquistò presto la reputazione di formidabili ladri di cavalli ed in seguito anche di bovini. Le loro vittime includevano coloni spagnoli ed americani, come anche altre tribù delle Grandi Pianure, contro le quali spesso arrivavano a guerreggiare. I Comanches erano avversari formidabili e svilupparono vere e proprie strategie di combattimento a cavallo con armi tradizionali.

Come accennato in precedenza, le loro scorribande in Messico, che arrivarono fino all’America Centrale, avvenivano tradizionalmente durante le notti di luna piena, questo consentiva loro di vedere meglio per quanto protetti dall'oscurità. Da questo deriva il termine “Comanche Moon”, luna Comanche, durante la quale si scatenavano in cerca di cavalli, prigionieri e armi.

E' Carson che ce ne offre una descrizione nel numero 600 della serie degli inediti mensili (maestosamente disegnato da Ticci su testi di Boselli): "Quando la luna piena del Texas sembra enorme, sopra l'orizzonte, nella prateria, e si arrossa come fosse di sangue la definiamo 'Luna Comanche'... spesso è l'annuncio di una scorreria indiana."

E anche noi, un po' perché si è fatto tardi leggendo tutto questo sproloquio, un po' perché viene raffigurata nella prima vignetta del volume di cui stiamo parlando ed ancora perché forse abbiamo un cuore tenero sotto la scorza dura del cowboy, anche noi, dicevo, magari in questo momento siamo in tanti a guardare la luna, da una finestra o da un cortile riflettendo su quanto sia difficile e spietato questo mondo, a volte gigantesco, altre piccolo, la seconda soprattutto quando si tratta di guai, di problemi. Eppure bisognerebbe aver già capito da tempo che siamo tutti sulla stessa barca, sullo stesso stramaledetto pezzo di roccia e che quello che ci sta al di sopra della zucca è lo stesso cielo. Non dovrebbe interessare a nessuno che abitudini avete, se siete più o meno colorati, se "vestite su tutto" o se state meglio con qualcosa in tinta unita oppure a pois, con che nome chiamate Dio o che gusti avete. Non dovrebbe fregare a nessuno neanche se non vi piace la torta di mele, peste e corna! E non dovrebbe essere così perchè c'è una legge che lo stabilisce nè perchè ce lo grida chicchessia (politicante, "artista", uomo di Chiesa o uno accanto a noi al bar...) ma perchè esiste una voce interiore che guida i nostri passi senza bisogno di interferenze esterne, più o meno convinte, più o meno giustificate, più o meno fastidiose.

Avremmo dovuto imparare davvero da questi ultimi due anni di sofferenze e dirò di più, da tutti questi anni, anzi da questi secoli, di modi sempre più sopraffini per sbudellarci a vicenda che non siamo “noi” il nemico, ma che lo sono l'ignoranza e la stupidità. Eppure ancora oggi, perfino durante un'epidemia su scala globale che non è affatto sul punto di terminare purtroppo, spesso veneriamo fulgidi esempi di quelle due “caratteristiche”: invece di ridurle ai minimi termini le mettiamo in cima al mondo, al primo posto, diamo importanza a questioni che oggettivamente non dovrebbero nemmeno esistere, mettiamo a repentaglio la salute nostra e dei nostri cari sempre per ignoranza e stupidità, lo ripeto, che insieme creano il loro terribile alleato: l'egoismo, la bramosia. Sono questi i veri nemici, che sono a prova di Colt, nemici che fatichiamo a riconoscere tanto da fare danno perfino quando crediamo di combatterli, perchè le esagerazioni sono controproducenti sempre, quando basterebbe ricordare solo una regola di base: la mia libertà finisce dove inizia la tua. Punto. Finito. Nel cartonato si parla di sacrificio per una persona a cui si tiene e viene trattato anche il tema della perdita di chi si ama. Fare da scudo, mettersi in gioco pur sapendo che si potrebbe perdere ma che in quel caso il non agire sarebbe la vera unica sconfitta, mentre al contrario anche se si cade si vince quando l'oggetto, beh, il soggetto, della nostra abnegazione può rimettersi ancora in piedi e guardare al nuovo sole con speranza, quella reale e concreta, non una sua pallida imitazione o caricatura sbiellata. E chissà magari qualcuno arriverà perfino ad imparare da azioni positive, nobili e giuste.

Non sappiamo se c'è qualcosa di personale nello spirito del Ranger Beauregard creato da Giusfredi ma noi che combattiamo ogni giorno contro quei nemici impalpabili ciononostante anche troppo reali, abbiamo capito: il punto non era una vendetta, un inseguimento, una punizione. Si trattava di una spedizione di salvataggio. Lascio a voi stabilire per soccorrere una persona o la sua anima.

In ogni caso “L'ultima missione” si può dire compiuta.

Non vi tedierò ulteriormente, è stata una lunga sgroppata per arrivare fino a qui. Spero che per voi sia stato divertente e magari interessante almeno la metà di quanto lo è stato per me mettere insieme le varie informazioni, realizzando a più riprese questo articolo di... ripresa dell'attività per "Osservatorio Tex".

 

Pantera min 

Il livello di pazienza raggiunto dal lettore per come scherzosamente

se lo immagina l'autore dell'articolo Lorenzo Barruscotto

una volta giunti alle ultime righe.

 

State in guardia là fuori: occhi aperti, nervi saldi e mascherina ben alzata (anche all'aperto).

Perdonate la lunghezza dovuta alla mia “esaltazione storiografica”, dopo un paio di articoli che seguiranno questo esame critico/analitico torneranno le recensioni ben più stringate, su volumi ed argomenti definiti, cioè sceglierò gli albi su cui fare quattro chiacchiere. D'accordo, DUE chiacchiere.

Hasta luego, hermanos! 

Alla prossima

 

 

Copertina e disegni: Alfonso Font

Soggetto e sceneggiatura: Giurgio Giusfredi

Colorazione: Matteo Vattani

Lettering: Luca Corda

50 pagine

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