Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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RECENSIONE TEX 708 e 709: "LA TRIBU' DEI DANNATI" e "LA FURIA DI MAKUA"

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Disegni:

Anche quest'avventura che segna il ritorno del pistolero Makua vede nelle vesti di realizzatore grafico Alfonso Font, già autore dei disegni della prima storia in cui il giovane che è per metà Apache aveva incrociato la pista di Tex, quella narrata nei numeri 621 e 622, “Mezzosangue!” e “La rivincita di Makua”, sempre su testi di Pasquale Ruju.

Il tratto del maestro Font è inconfondibile, senza sbavature, fluido ed essenziale. Volendo usare un termine “moderno” potremmo definirlo perfino minimal. Sicuramente d'impatto, il suo stile da sempre non convince tutti i Texiani, abituati ed affezionati ad altri generi stilistici ma personalmente sono rimasto colpito da alcune vedute presenti in diverse tavole e dalla resa dei contrasti tra luci ed ombre, soprattutto ma non solo nelle scene in notturna. Di sicuro non vengono inserite due linee quando ne basta una sola e spesso, specialmente nei primi piani, lo sfondo sparisce o viene ridotto a pochissimi elementi anche per lasciare spazio ai balloons dei dialoghi o per focalizzare l'attenzione del lettore sul personaggio raffigurato.

Ciò non significa che non ci sia cura dei particolari, che al contrario si denota nei dettagli delle vedute aeree, che siano un penitenziario visto da lontano per poi avvicinare “l'inquadratura” sempre di più e stuzzicare la nostra memoria riproponendo una faccia nota, complice un rapido ma esplicativo flashback, o che vengano disegnati dei cavalli lanciati in un forsennato galoppo durante un inseguimento tra coloni ed indiani ribelli.

Seguendo la sceneggiatura di Ruju, i silenzi di sequenze solo apparentemente tranquille si alternano ad esplosioni di violenza, rumori di battaglie e grida di dolore catturandoci come se fossimo sul posto, tanto da dare l'impressione che le nostre orecchie stiano ancora fischiando quando veniamo ricatapultati in un gruppo di tavole immerse nella quiete del deserto o nella pace di un villaggio che neanche nei nostri sogni più sfrenati avremmo pensato di poter visitare, un luogo in cui regnano l'armonia e la fratellanza a dispetto di odio, differenze o del passato di coloro che ci vivono, diventati ormai tutti, per l'appunto, fratelli.

Le cover di Villa riescono sempre a ghermire la fantasia e l'occhio dei Texiani, ormai non ci sorprendiamo più se ci accorgiamo di restare quasi imbambolati ad ammirare una copertina prima di aprire l'albo e gettarci nella mischia.

Nel secondo albo si evince una qualche discrepanza tra la prima parte del volume e la seconda. Inizialmente alcune tavole sembrano tradire una certa fretta nella realizzazione rendendo i disegni ancora più rapidi, sfiorando lo schematico, mentre in altre vignette c'è un'aggiunta di minuzie tali da far indugiare lo sguardo sui singoli ritocchi per godersi meglio la lettura. Un esempio su tutti, per chi volesse verificare, vi invito ad ammirare pagina 45 di “La furia di Makua”.

Anche la sequenza che ha per protagonista il pistolero in solitaria appare trascinante e ben strutturata, rendendo condivisibili le azioni e le reazioni del ragazzo, che si sente nuovamente messo alle strette sebbene non si sia comportato in modo riprovevole, ma semplicemente difeso.

Font si rivela del tutto a suo agio quando deve mostrare dei brutti musi, nel senso che le espressioni che compaiono sui volti di personaggi negativi ben rivelano cosa hanno nell'animo e fanno proprio venire voglia di rifilar loro una bella ripassata.

Stessa musica per la grinta che traspare dagli occhi di Makua, una volta liberato dalle catene che appesantivano il suo spirito, con un piccolo aiuto e l'incondizionato sostegno di amici veri come lo sono i Nostri: riesce a riacquisire fiducia in sè e a dimostrare che quella di Tex e Carson è ben riposta. Infatti (mini-spoiler) sarà proprio Makua a scrivere la parola fine a questa brutta faccenda, avrà modo di imparare parecchie cose, nonché a fidarsi egli stesso di chi non vuole confonderlo o irretirlo ma guidarlo, salvando la pelle sebbene non senza cicatrici esterne ed interne. Il tempo e la sua volontà contribuiranno a farle guarire, conscio di aver scelto la via del guerriero che lotta per una causa giusta, per onorare la memoria di chi gli aveva fatto provare, anche se per poco tempo, cosa significa avere una famiglia.

 

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 Makua, in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a FONT.

 

Storia:

I vari sentieri della trama che scorrono a volte paralleli tra loro, mostrando eventi singoli ma incastonati perfettamente nel quadro generale, confluiscono inevitabilmente verso il sentiero comune che vede Tex e Carson impegnati in una nuova caccia all'uomo, al fine di fermare la follia omicida che ha già fin troppo insanguinato la prateria, per cercare di mettere un freno all'insensata crudeltà di un vigliacco che si crede un grande guerriero ma che segue solamente una distorta e per questo pericolosissima idea di onore.

Assistiamo a stacchi degni di un esperto regista di film western, quasi alla John Ford, i quali si susseguono con studiata metodica per far aumentare anche nell'animo del lettore l'ansia di mettere finalmente le grinfie sul nemico che va assolutamente fermato, ansia che si unisce al disgusto e ad un'istintiva tristezza per essere stati testimoni di un inutile massacro, della distruzione di qualcosa di bello e puro, qualcosa che proprio per tale motivo le tenebre dell'ignoranza e della violenza non potevano sopportare.

La generosità ed il coraggio di Aquila della Notte e Capelli d'Argento saranno ancora una volta determinanti per non far arrossare ulteriormente la sabbia di sangue innocente: il valore e la saggezza del capo bianco dei Navajos riusciranno ad inculcare buon senso in teste dure ma non ancora cieche di fronte all'evidenza dei fatti, in special modo quando si trovano davanti un uomo dalla caratura morale ben più elevata di colui che avevano intenzione di seguire, ritenendolo erroneamente un simbolo per una rivalsa del popolo pellerossa.

Prima di iniziare a spuntare le unghiacce ai coyotes che pensano di avere gioco facile solo perché fino ad ora se la sono presa con insediamenti isolati e persone che non erano in grado di respingere un attacco da parte di un nutrito numero di assalitori, assistiamo al conflitto interiore di un ex cattivo anche se in realtà a dire il vero non era mai stato veramente cattivo, sebbene abbia innegabilmente commesso degli errori. Il giovane Makua si era perduto, aveva trovato, o meglio si era illuso di trovare, un maestro nel fuorilegge Santos che gli aveva insegnato a sparare, infatti c'è stato un tempo in cui era noto col soprannome di “Piccolo Fucile” per la sua acquisita abilità nel maneggiare la Colt, una preziosa pistola ereditata dal padre. Ma come egli stesso arriva a comprendere, quello non era stato un buon maestro, era stato banalmente l'unico. Ora al suo fianco c'è Tex. E non soltanto.

Ciò di cui il ragazzo, e non solamente lui, aveva e ha davvero bisogno è qualcuno che creda in lui, nel fatto che il suo cuore è onesto e che gli faccia capire che la vita può offrire altro, a parte inganni o crudeltà e che il suo scopo può essere ben diverso dalla mera sopravvivenza.

L'evoluzione del carattere di Makua arricchisce la story-line principale e noi arriviamo a fare il tifo per chi non era mai stato antipatico, per quanto dalla parte sbagliata della barricata. Makua cresce, insieme alla sua consapevolezza sul fatto che può cambiare e che può vivere da uomo, libero e padrone del suo destino. Anche per tutte queste ragioni diventa una questione personale eliminare la minaccia, ma se per i Rangers si tratta di giustizia, per il giovane la faccenda prende una piega diversa: la molla che lo spinge a stringere nuovamente in pugno la sei-colpi e tornare a combattere è la vendetta.

Considerazione per i Texiani non più di primo pelo: il titolo potrebbe far riemergere dal passato un'altra avventura, vale a dire “Il villaggio dei dannati”, numero 391, parte della lunga e splendida storia nella quale Tex, Montales ed El Morisco combattono contro gli uomini giaguaro e l'antico (falso) dio azteco Tezcalipoca, disegnata da Letteri su testi di Nolitta, però non ha nulla a che fare con questa storia.

La narrazione prosegue in modo coinvolgente anche nel secondo albo, facendo aumentare l'astio nei confronti dei Mescaleros ribelli, dimostrandoci la vera natura, non che pensassimo si trattasse di un cherubino, del balordo che li comanda.

Quando si dice “buon sangue non mente”: è Mateo, il fratello di Domingo, l'altro cattivo, sfasato allo stesso modo, della prima avventura in cui compare Makua. Non è un capo anche se lui crede addirittura di essere un condottiero: è un codardo che cerca una strampalata gloria personale, imponendo la legge del più forte contro avversari inequivocabilmente non alla sua altezza, uccidendo gente indifesa perché sono di una razza diversa, diventando quindi ciò che dice di odiare e voler contrastare. Si considera un eletto ma è solo un pallone gonfiato, un bullo con il fucile, capace di abbaiare quando sa di avere le spalle coperte ma di fronte a qualcuno che è davvero un capo, un combattente senza paura, non riesce neppure a sostenere lo sguardo dell'antagonista, fuggendo via sbraitando come un tacchino il giorno del Ringraziamento, raccontandosi poi la favoletta che non importa come si vince, insistendo senza scopo nel continuare a spargere dolore e morte, con il solo risultato di meritarsi abbondantemente la “razione di confetti” che lo aspetta alla fine della sua terribile pista.

Insieme all'allenamento che consente al nostro amico meticcio di tornare a sparare, si inizia a fare sul serio con le prime batoste subite dal gruppo di indiani che a suon di piombo e dinamite vengono ridotti a più miti consigli grazie anche all'astuzia ed all'abilità strategica di Tex.

La tensione di alcune scene che vedono ridimensionate all'osso le parole per lasciare spazio ai fatti confermano la maestria di Ruju che non ci regala un finale “veloce” ma consente agli eventi un'evoluzione naturale, senza chiudere il sipario immediatamente dopo la sconfitta del male, dando spessore ad un ex ragazzo diventato uomo, del quale, ne siamo sicuri, sentiremo ancora parlare in futuro.

 

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 John Wayne è Ethan, nel classico film western "Sentieri Selvaggi".

Ritratto di Lorenzo Barruscotto

 

Riferimenti storici:

I Mescaleros fanno etnicamente parte degli Apaches, oggi la loro tribù è riconosciuta col nome di Apache Mescalero e risiede in una Riserva in New Mexico, Lì vivono i discendenti dei Mescaleros, ma anche molti discendenti dei Mimbrenos, dei Chiricahuas e dei Lipan.

Il confine occidentale del loro territorio era costituito dal Rio Grande e quello orientale dal Pecos River ma le cacce al bisonte o all'antilope, la ricerca di sale e cavalli, le incursioni di guerra sovente li portavano a spostarsi molto più ad est, attraverso il territorio dei Lipan, o a nord-est, verso i domini dei loro nemici, i Comanches o i Kiowa. A nord il limite del loro territorio coincideva con le Jicarilla Mountains ma i Mescaleros si spingevano oltre per viaggi “commerciali”, giungendo ad inoltrarsi nel Colorado. A sud la loro terra si estendeva nel Texas nord-occidentale e nelle parti settentrionali dello Stato di Chihuahua, in Messico. L'area dove vivevano è montuosa con picchi che raggiungono i 3600 metri di altitudine, separati da valli e pianori mentre l'area settentrionale della Riserva comprende ampie zone boscose e ricche di acqua, quali la Sierra Blanca o le Sacramento Mountains e zone aride ed inospitali come le distese di gesso delle White Sands.

Il clima rigido e la brevità della stagione mite non consentivano un'attività agricola proficua. Questi fattori fecero sì che i Mescaleros fossero una tribù caratterizzata da una popolazione ridotta di cacciatori, prevalentemente, divisa in piccole bande nel loro territorio.

Nel 1888, a seguito di ondate epidemiche e delle guerre combattute, ne rimanevano meno di 450, numero salito a circa mille nel 1981.

I Mescaleros, come, in generale, tutti gli Apaches, vivevano normalmente in piccoli gruppi: nel loro caso, come nel caso degli Apaches in generale, in realtà non si può parlare di bande ben definite, essendo la formazione di queste piuttosto mutevole e risentendo sensibilmente della personalità e del prestigio dei capi.

L'economia Mescalero si basava sulla caccia e sulla raccolta di piante selvatiche. Nelle montagne le prede erano soprattutto cervi, ma anche alci e big-horn, invece nelle pianure i bisonti garantivano la principale fonte di cibo, senza escludere i conigli e le antilopi in caso di necessità.

Come accadeva per gli altri Apaches, il pesce veniva consumato da pochi. Serpenti, orsi, coyotes e gufi erano evitati, vedremo dopo perchè.

Le donne Apache erano abili a trovare l'acqua. Potevano sopravvivere dove altri sarebbero morti di sete. Preparavano inoltre carne e pelli dalle prede portate a casa dagli uomini. Mentre gli uomini cacciavano, le donne raccoglievano cibo, noci e semi. Raccoglievano, dove c'erano, anche frutta e bacche.
Gli Apaches consumavano il frutto della yucca a foglia larga e pestando le sue radici in acqua per fare schiuma le donne preparavano un alimento base dal cuore della pianta del mescal. Ecco perché gli spagnoli chiamavano il loro popolo "Mescaleros".

Nelle aree montane la casa aveva una struttura a cupola (wickiup) con un telaio di rami ricoperto da strati di erba e pelli. Sulle pianure l'abitazione tipica era composta da pelli, talvolta costruita in forma conica sebbene di dimensioni notevolmente inferiori a quella dei tepee delle popolazioni delle grandi praterie. Il vestiario comprendeva abiti sempre di pelli, mocassini bassi dalla suola rigida e le acconciature prevedevano spesso i capelli intrecciati ed avvolti in nastri.

Dall'arrivo dei primi Conquistadores i Mescaleros sono stati chiamati anche Apaches de Perillo, Apaches del Río Grande, Apaches de los Siete Rios, Faraones, Vaqueros, ed infine, Tularosa Apaches (con riferimento alla Riserva assegnatagli).

Nel 1726 apparve, verosimilmente come derivazione della denominazione “Natahene”, il nome Natagè, usato poi sia dai Messicani, come sinonimo generico di Mescalero, sia per indicare una sottodivisione Lipan (detta anche "Lipiyan"). D'altra parte, analogo equivoco ha fatto sì che, non essendo stata mantenuta un'autonoma Riserva Mimbreño dopo la soppressione di quella di Ojo Caliente, gli stessi Mimbrenos siano stati impropriamente classificati come Chirichauas (essendone, invece, storicamente ben distinti). A volte, quindi, i Mescaleros sono stati confusi con altri “parenti stretti” invece altre, più correttamente, identificati come una divisione Apache distinta ed indipendente.

Le bande Mescalero Apaches erano geograficamente divise in Mescaleros settentrionali (Sierrablancas, gravitanti intorno alla Sierra Blanca), Sacramentos, gravitanti intorno ai Monti Sacramento del New Mexico sud-orientale, e Mescaleros meridionali (Guadalupes, stabilitisi presso le Guadalupe Mountains).

 

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Aquila della Notte e sua moglie, la principessa Navajo Lilyth,

in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a VILLA. 

 

Attualmente esiste un sito, www.mescaleroapachetribe.com, che è proprio il sito ufficiale della tribù Mescalero, dove sono andato a spulciare un po' di informazioni più mirate di quelle che si possono riscontrare in motori di ricerca maggiormente riassuntivi, per quanto utili per un'infarinatura.

“Centinaia di anni fa, molto prima che gli uomini bianchi arrivassero in questa terra, queste montagne, pianure e deserti appartenevano agli Apaches Mescalero. Nessun altro nativo americano nel Sud-Ovest ha causato il terrore e la costante paura dei coloni come hanno fatto gli Apaches durante la loro esistenza. Attaccavano i coloni spagnoli, messicani e americani ed erano noti per essere esperti combattenti anche nelle tecniche di guerriglia con cui difendevano le loro terre d'origine.”

Più o meno, queste testuali parole costituiscono la traduzione della prima frase che si trova nella sezione “Le nostre origini” nel suddetto sito, il che inquadra già abbastanza il loro orgoglio nazionale.

Ho avuto innanzitutto la conferma che oggi tre tribù secondarie, Mescalero, Lipan e Chiricahua, compongono complessivamente la tribù Mescalero Apache. Vivono tutti in una Riserva di 463mila acri, in quello che una volta era il cuore delle terre natali del loro popolo.

La Riserva Mescalero Apache fu formalmente istituita dall'ordine esecutivo del presidente Ulysses S. Grant il 27 maggio 1873. I sopravvissuti degli Apache Lipan, una tribù che soffrì pesantemente nelle guerre del Texas, furono portati dal nord di Chihuahua, intorno al 1903. In seguito anche circa 200 Chiricahuas arrivarono alla Riserva. Erano stati tenuti prigionieri a Fort Sill, in Oklahoma, dopo la cattura di Geronimo nel 1886. Divennero membri della tribù Mescalero Apache quando fu riorganizzata nel 1936, secondo le disposizioni dell'Indian Organization Act.

La tribù dei Mescalero Apache odierna è governata da un Consiglio tribale di otto membri con un presidente eletto ed un vicepresidente. Ogni funzionario è scelto per un mandato di due anni a scrutinio segreto. L'autorità e le responsabilità del governo tribale sono definite nella Costituzione della tribù, riveduta nel 1965.

All'interno della Riserva si trovano le quattro montagne sacre: Sierra Blanca, Guadalupe, Three Sisters Mountain e Oscura Mountain Peak. Queste quattro montagne rappresentano le direzione che può prendere la vita quotidiana per popolo Apache. Non bisogna dimenticarsi del luogo chiamato White Mountain. È stato lì che il Creatore ha dato la vita agli uomini rossi, secondo molte leggende locali. Fu su White Mountain, secondo il mito, che White Painted Woman diede alla luce due figli, Child of Water e Killer of Enemies, cioè "Figlio dell'Acqua" e "Uccisore di Nemici". Nacquero durante un violento temporale che scosse la Terra.

Mostri giganteschi volevano ucciderli ma temevano la “Donna dipinta di bianco” ed i suoi figli, che lei aveva allevato per essere coraggiosi ed abili combattenti. Una volta cresciuti per essere uomini forti, distrussero i mostri e così tutti gli esseri umani furono salvati.

La religione tradizionale Apache si basava fortemente sulla credenza nel soprannaturale e sul potere della natura.

Una delle cerimonie più sacre praticata dai Mescalero Apaches è la cerimonia del rito della pubertà, per le ragazze. È un “rito di passaggio” che si articola durante quattro giorni, una cerimonia che segna la transizione di un individuo da uno stadio della vita ad un altro, dalla fanciullezza alla femminilità. Ogni ragazza celebra il suo rito con feste preparate in famiglia, balli, benedizioni e rituali risalenti a centinaia di anni fa. Accetta così un ulteriore impegno nella sua educazione che include l'apprendimento del linguaggio tribale e l'instillazione, fin dall'infanzia, di un senso di disciplina e buone maniere.

La cerimonia rappresenta un grande impegno per la famiglia. La preparazione inizia spesso con un anno di anticipo con la raccolta di oggetti sacri e si devono “collezionare” particolari elementi come il cuore di mescal arrosto e il polline delle piante acquatiche.

Un uomo di medicina ed anche una donna di medicina devono partecipare all'evento. Ballerini e cantanti devono essere organizzati e seguire rigide regole.

Trovare un abito cerimoniale, ereditato da una parente che in precedenza ha partecipato alla cerimonia o che è stato realizzato per l'occasione è importante, in quanto componente simbolica. Una parte significativa dell'obbligo della famiglia è quella di preparare una festa per ogni giorno della cerimonia e di condividere la propria gioia con tutti i presenti anche facendo regali.
Si dice che questa cerimonia sia stata insegnata al popolo Apache da White Painted Woman, che impersona il modello della femminilità eroica e virtuosa.

Per tutta la durata del rito, la ragazza protagonista si veste come il personaggio mitologico e non si fa mai riferimento al suo nome, ma è chiamata proprio “White Painted Woman”. La struttura centrale dove avviene fisicamente la cerimonia sacra da parte dell'uomo di medicina è simbolicamente smontata l'ultimo giorno della cerimonia. Il costume indossato è fatto di pelle di daino che verrà tenuto dalla giovane per gli otto giorni seguenti. La sua assistente, può anche essere un maschio, le fornisce una lunga canna da cui deve bere per otto giorni, evitando che l'acqua le tocchi le labbra.

Le è anche vietato grattarsi con le unghie. (Paese che vai…) Viene fornito uno scratcher, letteralmente un “grattatore” in legno che deve essere utilizzato per lo stesso periodo di tempo. La ragazza è esortata a parlare poco, ad ascoltare ciò che le viene detto ed a mantenere un “modo dignitoso”. Alla fine del quarto giorno, ogni possibile esperienza della vita, dal sonno alla vecchiaia, è stata menzionata in canzoni e preghiere che hanno uno scopo benaugurante. Quindi per altri quattro giorni dopo il completamento della cerimonia la celebrata deve continuare ad indossare il suo abito cerimoniale e non deve lavarsi o entrare in contatto con l'acqua.

Alla fine di questo periodo la donna della medicina le lava i capelli ed il corpo con schiuma di radice di yucca. Poi può cambiare anche nel suo abbigliamento pronta per il suo nuovo ruolo nella comunità.

In tempi moderni però ci sono anche attività molto più venali, nella Riserva. Si legge nel sito: “Le nostre imprese tribali, tra cui “Inn of the Mountain Gods Resort”, il “Casino” e “Ski Apache”, sono le industrie che forniscono il nostro sostentamento. Queste imprese contribuiscono anche all'economia delle aree circostanti del Sud-Ovest.”

I serpenti ed i gufi sono considerati un cattivo presagio nonchè portatori di sfortuna. Gli orsi invece sono molto rispettati. Non bisogna mai toccare un orso, le sue feci (ok, fin qui non mi sembra un grosso sforzo), le sue impronte o qualsiasi cosa l'orso stesso abbia toccato. Neanche appellarlo con il suo nome. Il popolo Apache si riferisce a quegli armadi pelosi come "mio nonno" o "mio zio". Non sto scherzando.

Un consiglio che un Apache vi direbbe senza dubbio recita: “Se attraversi il sentiero dell'orso, digli di andare nella fitta foresta e vivere dove nessun altro mette piede.”

Non si può, e aggiungerei che non si deve se non si vuole passare qualche guaio, introdurre nella Riserva quanto segue: pelli di cuoio d'orso, artigli o denti di orso, neanche se li considerate degli “innocui” souvenir.

Gli anziani sono molto considerati: conservano le tradizioni, la cultura, i valori e la morale della tribù dei Mescalero Apaches.

Non bisogna fissare o guardare le persone, anziane o meno, con il contatto visivo diretto. Ciò è percepito come segno di scortesia al pari di indicare qualcuno puntando il dito. Pensate che un abbraccio potrebbe mettere a disagio un appartenente alla tribù, quindi pensateci due volte nel caso non riusciste a contenere l'entusiasmo, se mai vi capitasse di visitare la Riserva.

 

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Tex, in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a FONT. 

 

Texianità:

Sono presenti molti degli elementi classici che piacciono ai lettori di lunga data di Tex, il che è sempre positivo. Sparatorie e scene d'azione sono ben dosate e strutturalmente inserite nell'intreccio narrativo in modo ottimale, insieme agli aspetti più intimistici o ai dialoghi che non risultano mai noiosi né appesantiscono la storia. Tex e Carson sono proprio i due Pards che tutti noi apprezziamo e che seguiamo da anni, o da decenni a seconda del numero di capelli bianchi che avete sul cranio. Il ritorno di un personaggio già noto stavolta è stato ben studiato senza finali scontati, senza farlo morire, il che non è per nulla un dettaglio trascurabile perché solitamente gli ex avversari che si redimono finiscono per pagare i loro debiti sacrificandosi per un bene superiore, ed anzi la sua presenza suscita emozioni profonde negli appassionati, spingendoci a parteggiare incondizionatamente non solo per i Nostri ma anche per il giovane “figliol prodigo”, il quale lotta contro se stesso e contro le ombre del passato, che paiono inseguirlo indipendentemente dalla sua volontà.

In effetti potremmo dire che proprio tutto il racconto in sé è a dir poco poetico.

Grazie a Ruju ci sono i segnali che si cerca di uscire dal pantano in cui ci si era infilati in seguito ad una serie di capitomboli alquanto tragicamente spettacolari, nel periodo attuale. Questa storia è intensa, appassionante, realistica quasi da diventare reale. La sceneggiatura è, come dovrebbe essere una storia di Tex, salda ed invoglia la lettura per vedere cosa succede.

Purtroppo la prima parte del secondo volume è costellata di errori e sviste che non si possono non vedere e che hanno provocato un certo moto di insoddisfazione, a volte mista ad ilarità, da parte dei Texiani. Non si può proprio dar loro torto e questo aspetto, sebbene il livello dell'avventura sia decisamente più elevato di quelle contenute in alcuni degli albi più recenti, Texone su Doc Holliday incluso, riporta alla mente l'annosa questione dei due piatti della bilancia sui quali ci sono da una parte la qualità e dall'altra la quantità di volumi, inediti o rivisitati, proposti agli appassionati: il ridursi dei tempi di produzione, che si è concretamente percepito, ma non della mole di lavoro, ha presumibilmente influito sui controlli conclusivi per quel che riguarda sia i testi, come appare palese in questo caso, sia i disegni, come abbiamo avuto occasione di sottolineare in altre situazioni. Umanamente si può senza dubbio comprendere e “perdonare” qualche sbaglio qua e là ma non me la sento di dare addosso a chi ha avanzato lamentele, quelle espresse in tono civile, perché, a parte il discorso pecuniario, è indice di una sempre meno ipotizzabile e sempre più evidente scelta da parte della Casa Editrice di seguire una rotta che sacrifica un po' di quella perfezione a cui siamo/eravamo abituati, per nulla facile da perseguire ad ogni colpo, ne siamo consapevoli, a favore del mero profitto accumulando edizioni ed uscite, comprensibile ma al contempo opinabile, in stile “meglio un uovo oggi che una gallina domani”, il che però si traduce in un risultato controproducente perché i lettori “vecchi” non possono non accorgersene mentre gli eventuali nuovi lettori inciampano subito in sbagli che non esortano a continuare ad addentrarsi nel mondo del selvaggio West, specialmente chi magari vi si accosta per pura curiosità.

Se serve qualche esempio: la ragazza che aveva iniziato a far breccia nel cuore di Makua nel primo volume era la nipote del sakem del villaggio che ospita diverse genti indiane ma nel secondo diventa la figlia, ci sono svariate parole con lettere mancanti o che non dovrebbero proprio comparire, forse frutto di correzioni in corso d'opera sfuggite allo sceneggiatore ed a Omar Tuis che si è occupato del lettering.

Dulcis in fundo, la vignetta che ha causato il “mormorio” più assordante è stata l'ultima di pagina 42 ne “La furia di Makua” dove Carson dice: “Sono in sei!” e Tex risponde: “Due a testa! La cosa ti preoccupa?”

Qualcuno ha cercato di interpretare la battuta di Aquila della Notte come una sorta di frecciata all'amico ma è più facile inserire anche questo nel novero delle sviste.

Ognuno ha le proprie opinioni, non è il caso di crocifiggere, né per contro difendere ad oltranza arrampicandosi sui vetri, nessuno anche se lascia perplessi la serie di scivolate in cui sono incappati gli autori dal numero 700 in poi, sia negli albi regolari che in quelli speciali, comprese le ristampe dove, se in questo caso specifico ci sono “errori di calcolo” commessi da professionisti che possono vantare molti successi, siamo però inciampati in situazioni incomprensibilmente volute che rappresentano ben più gravi “errori di concetto”, dai rimaneggiamenti di capolavori senza tempo al lasciare mano libera senza una minima revisione, che invece sarebbe stata d'obbligo, ad “autori” i quali, dopo una doverosa tirata alle redini ed alle orecchie, dovrebbero rileggere la definizione di “professionalità” su un dizionario insieme ai sinonimi che tale termine porta alla mente: impegno, serietà, competenza.

Speriamo che in futuro ci siano periodi di acque meno tempestose e che si torni a comprare in edicola o in fumetteria volumi che riportano nelle nostre librerie l'eccellenza oggi alle volte solo un po' annebbiata, altre del tutto mancante.

 

 

Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju

Disegni: Alfonso Font

Copertina: Claudio Villa

Lettering: Omar Tuis

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