Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
A+ A A-

Il Mondo a volte è un vero Far West...

1aaaaa1as min

Il Duca John Wayne in una scena di "Sentieri Selvaggi" ("The Searchers" in lingua originale).

Ritratto ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

 

Bentornati al Trading Post, hermanos.

Inizia a fare freschetto là fuori, quindi non fate complimenti: sedetevi pure ad uno dei tavoli se volete buttare qualcosa di caldo nello stomaco o venite al banco per un altro tipo di riscaldamento interno, più liquido.

Come avrete già sicuramente intuito stavolta non parleremo di una storia in particolare, non ci sarà una recensione in merito ad un albo specifico.

Niente panico, le recensioni con la modalità dei quattro punti da analizzare (disegni, trama, riferimenti storici e texianità) non sono finite e ne potrete trovare di nuove già dalla prossima volta che vi fermerete da queste parti, per continuare dritti come fusi fin ben oltre l'inizio del nuovo anno: abbiamo un discreto numero di volumi da esaminare nella classica “tradizione” di “Ossevatorio Tex”, vale da Texiano tra e per i Texiani ma anche per i “fumettari” in generale.

Oggi avremo invece modo di soffermarci su svariati aspetti che in un modo o nell'altro coinvolgono tutti noi lettori ed appassionati del West e del Fumetto in sé, e nella chiacchierata porteremo alla luce dettagli che magari possono essere sfuggiti o risultano insoliti ma che a mio parere non sono affatto trascurabili e che apparentemente caratterizzano l'odierna situazione editoriale comune a diversi distributori di avventure, oltre alla “nostra” Fabbrica dei Sogni.

Non mancherà l'occasione per un paio di considerazioni più ampie in merito alle pubblicazioni ed all'arte in qualità di realtà separate, due realtà che si fondono per diventare un tutt'uno proprio nell'ambito della china su carta.

Tranquilli, non intendo causare un'epidemia di abbiocchi, cercherò di sbrigarmela senza sbrodolare troppo, quantomeno più rapidamente di altre volte. E poi non è detto che qualcuno degli argomenti che tirerò fuori non vi trovi d'accordo, chissà, magari certe cose le avete pensate anche voi.

Da dove partiamo? Risposta facile: da Tex.

Recentemente è uscito il trentaquattresimo Texone intitolato "Doc!" di cui si è già accennato precedentemente in questa rubrica. Lasciando le considerazioni artistiche per la recensione mirata, ci sono comunque un paio di osservazioni da sviscerare una volta per tutte. A mio parere la trama risulta a tratti posticcia come se la storia di fantasia fosse un foglio appiccicato con il nastro adesivo sul quadro della vera Storia da cui trae spunto: dalle figure dei protagonisti veramente esistiti a volte modellati secondo, come dire, “esigenze di copione”, specialmente Johnny Ringo o la compagna di Holliday, Kate “dal naso grosso”, alla riproposizione di fatti veramente accaduti che diventano meri flashback senza alcun riferimento reale come se si trattasse di una sanguinaria favola, i pezzi del puzzle si incastrano in modo "spintaneo". Tralasciando il fatto che il cattivo si identifica senza troppa fatica ben prima della metà del racconto e ci vengono fornire addirittura due occasioni per verificare l'ipotesi che ci siamo costruiti in merito, una ci fa drizzare le orecchie introducendo, sempre come se si trattasse di un episodio inventato, un evento effettivamente verificatosi ma mutato rispetto a ciò che invece avvenne (ed ecco perché il nostro senso da detective Pinkerton si attiva praticamente in modo inaspettato ed automatico anche se, ve lo concedo, bisogna sapere di che evento si tratta) ma nel secondo caso basta avere alle spalle una certa esperienza come cercatori di piste a fianco dei Rangers per fare due più due senza neanche spandere troppo sudore. In pratica continuiamo a leggere perché vogliamo vedere se abbiamo ragione più che perché la narrazione ci rapisce. Comunque sia, in questo frangente si può archiviare ogni discussione o obiezione con un grosso “de gustibus” mentre quello che fa rimanere piuttosto basiti è oggettivo, perfino tangibile.

Chi frequenta abitualmente il Trading Post sa già di cosa parlo ma è bene fare un ripassino.

Tutti gli aficionados del genere western, che si intendano di storia o meno, hanno presente per averla vista almeno una volta una determinata fotografia, che spunta magari su riviste del settore, su siti internet, sui social per arrivare anche alle enciclopedie. Sto parlando della “fotografia di Doc Holliday”. A dire la verità, tornando al volume gigante del Ranger, forse dovrei usare il plurale perché le foto in questione sono addirittura tre. Dolente di smorzare eventuali entusiasmi ma in quella ormai famigerata pagina, nell'articolo che dovrebbe fare da presentazione/corollario alla storia a fumetti, l'ex dentista non compare proprio. Esatto, neanche una volta. Lo siento, amigos. Anzi, ritengo sarebbe opportuno rivolgersi direttamente all'autore dal momento che non si tratta di una singola svista ma è solo la più evidente delle capriole a cui oramai dovremmo essere abituati da parte sua, capitomboli che fanno barba e capelli al fervore con cui il Texiano si appresta a leggere tali pezzi. Per questo motivo potremmo riferirci al suddetto autore con lo pseudonimo di “Monsieur Coiffeur”, non suona male, ha un suo stile. Proprio come lo hanno certi articoli. Libero…

 

1aaaaa1ac min

A sinistra John Escapule, l'uomo da sempre confuso con Doc Holliday.

A destra una foto che si presumeva raffigurante John Henry Holliday,

anche se recentemente alcuni studi hanno avanzato dubbi in proposito.

Ritratti ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Dunque, passiamo dalla teoria alla pratica. Le tre immagini presumo siano pensate per coprire l'intero arco dell'esistenza di Doc, mostrandolo nella primavera della vita, da adulto e poi negli ultimi periodi prima della sua morte causata dalla tisi. Partiamo dal fondo: quello che vorrebbe essere il “vecchio Doc” è un tizio anch'egli colpito dalla tubercolosi ma che studi e ricercatori hanno stabilito non trattarsi di Holliday per quanto non si sappia chi sia.

Ma ora viene il bello. Neanche l'uomo con i baffoni che dovrebbe essere il Doc trentenne è Doc però in questo caso se ne conosce l'identità: è John Escapule, che con John Henry Holliday aveva in comune solo il nome di battesimo ed il fatto di aver vissuto a Tombstone. Perché non è neanche così scontato che il gambler amico di Wyatt Earp portasse davvero una folta peluria sotto il naso né che avesse i capelli corvini, stando per altro alle parole dello stesso Wyatt. Se siete curiosi di saperne di più, questo è il link di un articolo che svela ogni dettaglio, scritto da me e pubblicato sul famoso sito “Farwest.it” nel quale, in caso servisse un'ulteriore conferma, sono raffigurate le uniche due fotografie accreditate come immortalanti Doc e vi è la testimonianza di un “ospite” d'eccezione: l'attuale sindaco di Tombstone, nonché pronipote del tizio scambiato per il giocatore, Dustin Escapule. Il link: https://www.farwest.it/?p=29230 .

Il bimbo che si vede nella prima foto non ho sinceramente idea di chi sia, ma visti i presupposti, non mi stupirebbe se si trattasse di un cuginetto alla lontana dell'autore agghindato a dovere.

Come appare chiaro, un po' più di impegno investito nel mettere insieme l'articolo senza fermarsi a grattare la superficie di Google Immagini avrebbe permesso di evitare una solenne figuraccia, senza contare che in tal modo si sarebbero onorati la testata per cui si lavora ed i lettori. Al contrario una sfilza di dimostrazioni di noncuranza intinta in un notevole grado, lasciatemelo ribadire, di superficialità lascia trasparire la pressochè completa mancanza di passione e coinvolgimento per il mondo del West denunciando una, non so se ciò sia più o meno grave, carenza di rispetto nei confronti del proprio lavoro ed ancora una volta dei Texiani nella loro totalità.

So cosa state pensando. State pensando che esagero con questa mia tiritera. Va bene, potrebbe sembrare, ma come ho detto questo è solo un esempio, il più fulgido verso il basso.

Ho tralasciato il fatto che non vengono menzionati film importanti nel panorama cinematografico western, indipendentemente dal loro essere o non essere, "(non) è questo il problema”, sovrapponibili storicamente alle vicende che vertono attorno al 26 ottobre del 1881, quando l'aria si infiammò per via della sparatoria all'Ok Corral. Quali film? “Tombstone” del 1993 con Kurt Russell ad interpretare Wyatt Earp ed un Val Kilmer da Oscar nei panni di Doc Holliday oppure “Wyatt Earp” del 1994 con Kevin Costner nel panni del Deputy Marshal e Dennis Quaid in quelli del gambler, prima che entrambi gli attori diventassero front-men di band blues e country. Tanto più che Dennis Quaid viene preso inconfondibilmente a modello dalla disegnatrice del Texone, Laura Zuccheri, per ricreare il suo Doc. Fateci caso, sono proprio due gocce d'acqua, vestiti inclusi.

Voglio dire, lo hai letto lo speciale, giusto, amigo? Anche senza aver visto i film, lavori in un certo ambito... affitta due dvd, cerca un paio di immagini (stavolta era il caso di usare Wikipedia, non per le foto di prima). E', lo ripeto, il tuo lavoro, dico bene? Non credo che ti paghino in noccioline e pacche sulle spalle.

Un errata corrige, credo sarebbe d'obbligo, da parte della Bonelli. Ho visto che hanno corretto una svista ben più perdonabile di “quella delle foto”. Sapete che vi dico? Provo io a farmi vivo, il mio articolo su John Escapule è disponibile già da un po', ed a fare arrivare lo scambio di persona ai piani più alti che riesco. Vi aggiornerò sugli sviluppi.

 

1aaaaa1an min

L'atteggiamento alla "Hakuna Matata", senza pensieri, non si addice a chi lavora per il Ranger.

Ma è la sensazione percepita talvolta. 

Timon de "Il Re Leone" in un disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Rimanendo nell'ambito delle pubblicazioni più recenti è ricomparsa nelle edicole la versione moderna a colori di un vero capolavoro firmato da Gianluigi Bonelli e Ticci: “A sud di Nogales”. Anche in questo caso non mancano i motivi per storcere il naso perché i rimaneggiamenti sono stati affidati a qualcuno che, al pari di Mr Coiffeur, non ne deve masticare molto di western e che se gli si domanda dove sia lo spirito Texiano probabilmente risponde che lui una bottiglia di whisky di quella marca non l'ha mai sentita nominare. Senza menzionare il puro senso estetico che nonostante il compito a cui deve far fronte, credo non gli risulti facile da trovare neanche con l'aiuto di una ventina di cacciatori Navajo.

Il punto è questo: perché effettuare più di un intervento sui testi che erano perfetti già nella versione originale del 1977? Farsi certe domande serve solo a rovinarsi il fegato, visto che siamo già stati testimoni dell'assoluto “non-sense” di certi interventi. Come quello ad esempio sulla copertina della riedizione di “Chinatown” dove un vero e proprio quadro di Galep è stato letteralmente deturpato, trasformato in un'opera di arte moderna prendendo a calci tutto quello che non solo si può imparare ma che il nostro occhio acquisisce naturalmente sulla prospettiva. Vogliamo fare il bis? Che dire della cover dello splendido cartonato ad opera del maestro Guera “L'uomo dalle pistole d'oro” a cui è stata proprio rimossa una parte, con per altro giusto disappunto dell'artista che si sta ancora chiedendo come noi il motivo di tale rimaneggiamento? Più che motivo dovrei usare il termine movente, perché si tratta di veri e proprio delitti.

Ma, come diceva un noto presentatore televisivo, non finisce qui. Come molti di voi sanno, è stato annunciato un evento che ha rischiato di far affogare ogni lettore anche se si trovava in pieno deserto, a causa della propria esagerata produzione di acquolina in bocca: il Texone di Villa è stato ultimato! Pertanto la Casa Editrice ne ha prevista la presentazione in anteprima a Lucca associata ad quello che hanno chiamato “Ranger Box”, contenente altri tesori che fanno gola a molti. Una delle chicche è la presenza della riproduzione della stella di Tex, simpatica iniziativa anche per chi, come il sottoscritto, possiede già esemplari di diversi distintivi reperiti a fiere ed eventi specializzati. E' da poco stata mostrata al pubblico la copertina, realizzata sempre da Villa. Un magistrale esempio di capacità e bravura che lascia senza fiato. Il fatto è che poi non si sa bene per quale motivo, anche questo diamante dell'illustrazione è dovuto passare sotto le grinfie dei nostri ignoti amici: lo sfondo è diventato un'enorme macchia rossa, monocromatica, che toglie ogni idea di profondità quasi si volesse volontariamente intaccare la perfezione del tratto del maestro. E quindi ci chiediamo nuovamente “ma perche?!” E' indubbio che il Texone di Villa, che credo passerà alla storia con questo nome più che con il suo titolo, adombrerà ogni altro fumetto, volume, albo e chi più ne ha più ne metta per parecchio tempo ed anche fisicamente nel giro di qualche miglio tutt'intorno quindi non sarebbe stato meglio magari per una volta lasciare il disegno originale in copertina? Non sarebbe stato meglio onorare l'opera e la fatica di un artista di quel calibro invece di inesorabilmente (e qui so che qualcuno avrà sorriso, se conosce il titolo del Texone) cercare di appiattirle tentando di tarpare le ali all'alto volo di un'aquila? Non capisco tali scelte, per quanto mi sforzi. Rimane anche il dubbio sulla ragione che spinge ad avere due Texoni in un anno, specialmente per l'importanza di quest'ultimo ma non andiamo a spaccare il capello in quattro. La versione speciale per lo meno fa ben sperare che non contenga altro se non la storia a fumetti, senza articoli sbiellati. Visto che ci sarà anche la versione tradizionale da edicola, in quel caso non ci resta che incrociare le dita invocando il Grande Spirito affinché non ci faccia inciampare in un'altra sfilza di errori da mea culpa, o da pece e piume, per chi è un veterano della Frontiera, e che ci lasciano interdetti come una botta sulla zucca. Di sicuro questo speciale è destinato a riportare sull'Olimpo l'intera collana, su questo non ci piove.

Perciò ringraziamo gli ignoti geniacci che si sono certamente prodigati rinunciando a innumerevoli ore di sonno per lasciare il loro zampino qua e là a casaccio e passiamo ad un'altra nota dolente della ristampa di “A sud di Nogales”.

Bravi, avete indovinato: l'articolo dopo la storia.

 

1aaaaa1aq min

"Sapere di cosa si parla e fare o non sapere di cosa si parla e non fare.

Non c'è indovinare. Ma c'è sempre imparare."

Il Maestro Yoda direbbe qualcosa del genere se fosse qui.

Disegno di Lorenzo Barruscotto 

 

Ora, bisogna ammettere che inizialmente la navigazione appare tranquilla ma già dopo poco l'acqua inizia ad incresparsi. Abbiamo appena il tempo di formulare la frase “Beh, dai, stavolta sembra interessante e sensato...” quando voltando pagina iniziamo a sentire puzza di bruciato. Ma visto che non ci accostiamo alla lettura, per lo meno personalmente nonostante possa risultare il contrario, con pregiudizi, ci sforziamo di considerare la foto del vero Christopher Carson insieme ad uno splendido “ritratto” del nostro Vecchio Cammello ad opera di Villa, come riferimenti al piacevole aneddoto (piacevole è detto senza alcuna ironia ma sinceramente) inerente una gita effettuata dal mitico Bonelli. Apprezziamo anche la deferenza che si evince dalle parole, d'obbligo nei confronti di una tale leggenda, ma è proprio quando pensiamo di essere in vista del traguardo che è più facile incespicare. A parte gli strambi commenti che vengono messi in bocca ai Texiani che per qualche oscuro motivo dovrebbero sminuire la magnificenza di uno spettacolo naturale quale il Grand Canyon se mai capitasse loro di visitarlo, perché “tanto lo hanno già visto disegnato”, si aggiungono alla lista anche gli errori di ortografia. Ora, qui è il caso di fare una pausa ed aprire la matrioska di spiegazioni. Punto primo: non si dice “non avete idee di quante volte ci sono già stato...” anche se le suddette volte sono tante. E, se posso permettermi una battuta, saranno anche tante ma sono piuttosto confuse.

D'altra parte se si può trovare un libro in vendita non a poco sui misteriosi “Seminoie” (già detto ma repetita iuvant e fa anche sorridere) non dovremmo farla tanto lunga su questo punto.

Chi ha detto che Dante debba avere l'esclusiva sui neologismi.

Non bisogna neanche pretendere l'accuratezza di un amanuense visto che poi si legge che una storia ha tutto perché “ci sono gli indiani, dei cattivi, la carica della cavalleria e uno sceriffo”. D'aaaaaccordo. 

Ok, nessuno è esente da sviste ed errori di battitura, men che meno il sottoscritto sia nei miei articoli che, magari qualcuno mi è sfuggito al fitto setaccio dei controlli, nei miei due libri, però qualcosa mi dice che questo per come è strutturato non sia, come dire, un errore di calcolo ma proprio un errore di concetto. Forse, spero, mi sbaglio. Ma comunque non credo che nessun Texiano vero, e sottolineo vero, si sognerebbe mai di uscirsene con una str...avaganza simile a quella sul Grand Canyon. Anzi, al contrario nove su dieci sarebbe eccitato come un bambino strafatto di zucchero la mattina dell'apertura dei regali di Natale proprio perché potrebbe vedere con i propri occhi uno dei paesaggi che ha sognato e che ha ammirato sempre sulle pagine delle avventure di Aquila della Notte. Io lo sarei, tutti coloro che ci sono stati e che hanno testimoniato la loro “gita fuori porta” sulle pagine social dedicate al Ranger lo erano e mi spingo a dire che chiunque lo sarebbe, di fronte ad una tale prova evidente della potenza divina su questa Terra.

Capite a cosa mi riferisco quando sostengo che per scrivere di Tex bisogna essere Texiani, se non fino al midollo almeno in una certa misura? Se non lo si è, e questa mi pare sia una prova alquanto lampante, si finisce per fare gaffes che non stanno né in cielo né in terra, per l'appunto.

Inoltre l'articolo prosegue incentrando il discorso su una vignetta, qui tornano alla ribalta i soliti ignoti cervelloni, i Jedi delle rivisitazioni, conosciuta ed impressa a fuoco nella memoria di tutti i lettori: quella che in origine apriva la storia di “A sud di Nogales”, con la pergamena piantata da una freccia sulla mappa che l'abile mano di Ticci presenta al fine di inquadrare geograficamente il racconto. Ora, tutti siamo concordi nell'affermare che tale vignetta rappresentasse un colpo di genio ma allora mi domando perché l'abbiano bellamente eliminata, togliendola di netto dalla ristampa nel volume “alla francese”. Sono stufo di scriverlo ma lo dico ancora una volta: PERCHE'?

Non sarebbe stato più intelligente ad esempio magari ingrandirla e darle il giusto risalto in una pagina singola che precedeva la storia? Ed ancora, se nel volume di cui tu stai scrivendo un articolo non c'è, per quale motivo ti dai la zappa sui piedi da solo parlandone e sottolineandone l'importanza? Questo non solo si chiama effetto boomerang, ma il boomerang arriva direttamente sulle gengive. O sbaglio?

Lo sappiamo che tale avventura è una summa di tutto quello che di buono c'è e c'era in Tex, non serve che ce lo si venga a dire come se fossimo dei papoose con le labbra ancora sporche di latte. Quello che invece bisognerebbe spiegarci è la ragione dietro alla decisione di far ruotare tutto l'articolo sull'argomento “al di là del confine” senza un minimo di riferimenti veramente di natura territoriale, sfiorando per altro la mescolanza con la città di Laredo, divisa dalle sua gemella messicana Nueva Laredo da una linea tracciata dai governi, buttando nel mucchio una sequenza appartenente alla morte di Gunny Bill, il mentore del giovane Tex, solo perché fa sensazione sentire il futuro capo dei Navajos parlare della “terra del Texas”. Mettere una vera mappa, riportare un paio di riferimenti reali su Nogales ai tempi della seconda metà del Diciannovesimo secolo, mettere una fotografia dell'epoca in modo da darci un'idea di quello che i Nostri vedevano in una cittadina di Frontiera… avrebbe richiesto qualche ora, Dio non voglia, qualche giorno di ricerca in archivi ufficiali o di verifica e cernita di fonti online. Naaa, troppo faticoso, non serve, giusto? Soprattutto se per un albo che è una ristampa, che costa i suoi simpatici 10 euro circa e che si inserisce in una collana nella quale ci sono stati già due o tre buchi nell'acqua. Più facile recitare la parte degli esperti relegando a cinque righe, letteralmente, un'altra notizia spacciata come scoop e guardandosi bene dall'approfondirla, vale a dire la diversità del tratto di Ticci che testimonia l'evoluzione dello stile del Maestro. Un Texiano non più di primo pelo sa di che si tratta ma avrebbe sempre letto con piacere qualche informazione in più, mentre un lettore nuovo, target per cui sono dichiaratamente pensate le ristampe, vorrebbe sapere tutto, non vi pare? Non basta dire di conoscere un argomento e poi andarsene. Immaginate la scena per strada. Voi chiedete: “Scusi, sa per caso che ore sono?” Ed il tizio che avete interpellato risponde: “Sì.” e poi se ne va. Ma che diavolo…

Sudavano le falangi a battere sulla tastiera per aggiungere che uno dei riferimenti grafici di Ticci, del “primo” Ticci, era stato Giolitti, altro grande del fumetto che tra l'altro ci ha lasciato un capolavoro come il Texone “Terra senza legge” tra gli esempi della sua arte o che questa storia era stata completata in tempi differenti ed è per questo che si nota il cambiamento di stile da parte della stessa mano, cosa che qualche lettore ha scambiato per la presenza di due diversi disegnatori?

Parlando di confini viene tirato in mezzo perfino il diabolico Mefisto per il fatto che Tex lo incontra per la prima volta quando Steve Dickart è una spia al soldo del Messico. Altra considerazione: Montales è un amico fraterno del Ranger ma non è uno dei suoi “inseparabili pards”. E' un comprimario che ritorna molte volte e che ormai è diventato anche per noi un amico di famiglia ma i Pards sono solo Carson, Tiger e Kit. Sciorinare una sequela di nomi eccellenti, nei quali non può mancare El Morisco, tanto per far vedere che si è ferrati, non c'entra un fico secco con il racconto proposto nel cartonato, dato che non si incontra nessun amico o nemico di una certa importanza né ricorrente e dato che, proprio come conferma l'autore dell'articolo, si tratta solo di una delle tante volte che Tex varca il confine per raddrizzare un torto. Dimenticavo: buttiamo nel calderone anche i Rurales, senza però alcuna indicazione precisa a storie specifiche. E dire che anche in questo caso non era difficile: un albo recente si intitola proprio “Rurales!”, pensa che combinazione.

I “perché” potrebbero essere ancora parecchi. (PS: Tex non diventa un criminale perché scappa in Messico dopo aver vendicato il fratello Sam ucciso a sangue freddo dalla cricca che imperversava a Culver City, ma perché uno dei complici del bieco Rebo era lo sceriffo corrotto che quindi testimonia a suo sfavore. Riparare oltre frontiera, come viene detto, non era una soluzione al problema.) E dato che si affronta l'argomento allora come mai non citare direttamente l'albo numero 4 “L'eroe del Messico” o ancora facendo un enorme salto nel tempo “Gli invincibili”… è ovvio che la vita di Tex si svolga lungo il confine messicano, è nato in Texas ed il villaggio centrale della Riserva è in Arizona. Se fosse nato dalle mie parti direbbe “ne” invece di “peste e corna” e mangerebbe il bunet invece della torta di mele.

A parte che il “viscerale amore” che il Ranger avrebbe per il Messico lo percepisce solo l'autore, il che è tutto dire, non riesce bene neanche il tentativo di rivolgersi direttamente al lettore, di sfondare la quarta parete. Per non parlare della conclusione del brano. Poteva esserci il colpo di coda che faceva pensare “però, questa cosa non la sapevo.” ma la battuta sulle noci (nogales) semplicemente non è una battuta.

  1aaaaa1am min

C'è chi una certa professionalità (o classe?) la vede solo col binocolo.

Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a TICCI. 

 

Personale punto interrogativo: comprendo le rapide dinamiche della vita di una redazione ma viene data carta bianca senza effettuare neanche un qualche controllo, una veloce rilettura, a tutti? Non credo sia così. Se serve mi offro volontario come tappabuchi. Le faccio io le ricerche, vi porto fin nel cuore della Riserva Navajo, direttamente a Tombstone a scolarvi una birra in un saloon, nello Yukon su una slitta guidata da una muta di cani resistenti e fedeli.

Io come credo la maggior parte dei lettori non parto prevenuto, tutt'altro: quando si è resa necessaria una correzione da parte mia, anche su indicazione degli stessi sceneggiatori che hanno letto le mie recensioni, non mi sono mai tirato indietro e quando trovo un bell'articolo sono sempre pronto a manifestare il mio apprezzamento. Ci sono gli autori con cui si va sul sicuro e invece chi ci catapulta sempre su una sottilissima lastra di ghiaccio.

Voglio dire, non è che mi invento le cose, le riporto soltanto.

Ormai è una musica che avete già sentito ma nelle mie parole non c'è mai un attacco alla persona, primo perché non è il mio modo di agire e secondo perché non la conosco e non mi interessa innescare sterili battibecchi. Io mi limito ad analizzare i fatti. E già con quelli ce n'è d'avanzo. Si potrebbe continuare domandandosi perché nell'Almanacco viene attribuita al bravo Gros Jean una linea temporale che non gli appartiene, facendogli spuntare sulla zucca di sana pianta una casa in un luogo specifico o perché la stessa linea temporale quando applicata ai Rangers diventi ingarbugliata come il pelo di un coyote, quando soprattutto ultimamente, a partire da quel diamante che è “Nueces Valley” vengono forniti numerosi strumenti per inserire in modo più o meno preciso una storia nella datazione della Storia americana, se si vuole a tutti i costi complicarsi la vita.

Sebbene per qualche motivo sconosciuto a chi vi scrive, Monsieur Coiffeur abbia fama di esperto storico, le prove raccontano un'altra verità, sia che si tratti di sbeffeggiare in un colpo solo praticamente almeno un secolo di sofferenze subite da coloni ed esploratori sia che si parli di un argomento dallo stesso ideatore considerato poco interessante e di nicchia. Ma, se non si crede nel proprio lavoro, per quale motivo farlo, dal momento che non si tratta fondamentalmente di un servizio di pubblica utilità? Mi spiego: un pezzo sulla quinta carta della cosiddetta “mano del morto”, specie se pubblicato su uno dei più completi e famosi siti del genere, “Farwest.it”, dove scrivo anch'io per altro, potrebbe risultare coinvolgente, una curiosità succulenta per tutti gli appassionati di West, me compreso. Però cadono le… ginocchia quando leggendolo si evince che nello scolastico elenco di dove compaiono i riferimenti alla mano di poker che Wild Bill aveva quando venne ucciso da un colpo di pistola alle spalle non compare il trittico di albi di Tex dove uno si intitola per l'appunto “La mano del morto”.

Qualcuno potrebbe pensare che io stia parlando di un dettaglio minuscolo che sono andato a cercare con il lanternino. No, praticamente l'intero terzo volume della storia, “Deadwood”, verte su quella carta, il Jack di quadri. Viene citata in ben più di un paio di tavole striminzite. Forse bisognava aggiungerlo alla priva di emozioni e didascalica sfilza di “dove e quando spunta la quinta carta”, non credete? Scusate, ma la stessa persona non scrive per la Bonelli? Su Tex?! (per altro già da prima che iniziassi ad analizzare gli albi con questa Rubrica, quindi, chissà, ci saranno altre perle antecedenti passate sotto silenzio.)

Ai posteri l'ardua sentenza.

  

1aaaaa1af min

 Fotografia della vignetta dove i disegni di Font ricostruiscono la combinazione di carte

nota come "mano del morto" in un'avventura di Tex.

 

Restando in ambito western anche se particolare, passiamo brevemente ad un'altra testata di casa Bonelli: Zagor.

Già una volta (questo è il link dell'articolo che affronta la questione, dove ho esposto un altro aspetto di un certo modo di scrivere da parte di “professionisti” anche meno piacevole del propinare inesattezze gli appassionati: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5574-i-pareri-sono-come-il-c-ervello-tutti-ne-hanno-uno ) ho avuto modo di dire la mia sul fatto che nel recente passato la qualità sia stata messa in ombra a causa forse dell'eccesso di quantità di albi prodotti. Non che ci si lamenti se abbiamo più avventure dei nostri eroi preferiti, intendiamoci, però a volte abbiamo avuto la netta sensazione che gli autori, sia gli sceneggiatori che i disegnatori, avessero il fiatone come Wile Coyote dopo un infruttuoso inseguimento di Road Runner. Vale lo stesso discorso per nuovi filoni narrativi di vecchi personaggi o nuovi personaggi nati nell'ultimo periodo: tutta carne al fuoco che rischia di inficiare la cottura dell'intero barbecue. A me non piace la carne al sangue ma a nessuno piace una bistecca cruda.

Nuove testate e nuovi progetti probabilmente atti a risollevare le sorti di qualche testata divenuta zoppicante non aiutano a riacquisire la precisione andata perduta in svariate occasioni. Nessuno è infallibile ma a mio avviso meglio fare una sosta, bersi una buona sorsata dalla borraccia e poi ripartire quando il cavallo non rischia più di crollarci sotto il sedere. La strada è lunga, inutile sfiancare il nostro fratello a quattro zampe. Vecchio e nuovo, progetti… di cosa sto parlando? La prima risposta che mi viene in mente è il cross-over tra Dylan Dog e Batman (ed il conseguente incontro tra Xabaras e Joker, le due nemesi cattive). Presentata come una grande novità, che sia una cosa nuova è senz'altro vero, quanto all'azzeccare la traiettoria del tiro per centrare il bersaglio il mio sopracciglio “da dubbio” scalpita per sollevarsi ma aspettiamo a sputacchiare sentenze. Se poi sentiremo l'indagatore dell'incubo entrare in scena sussurrando “Because I'm Dylan” scimmiottando (in questo caso sarebbe un omaggio, ovviamente) la celebre battuta “one liner” che caratterizza l'uomo pipistrello, cioè “Because I'm Batman” (Perchè io sono Batman) allora saremo autorizzati a dare sfogo all'ironia. Sulla carta, la collaborazione tra Bonelli e DC… di sicuro è un colpaccio.

Ma basta digressioni ambientate a Londra. Ehm, no scusate, a Gotham City (Gotham, lo abbiamo imparato grazie all'avventura di Tex contro il Maestro a New York, era uno dei nomi con cui si chiamava Manhattan)... Beh, magari Dylan e Groucho vanno a fare una vacanza presso la Grande Mela. Questioni logistiche di location a parte, si stava disquisendo di West.

Parallelamente ai ritorni di due personaggi che hanno avuto grandissimo seguito ed ai quali ci eravamo affezionati, quali Mister No e Magico Vento, anche gli eroi storici di Casa Bonelli ancora in piena attività hanno visto accadere qualche rinnovamento o esperimento dalle loro parti.

Lo Spirito con la scure non ha fatto eccezione, con la collana “Le origini” nella quale viene spiegata per filo e per segno la storia dietro la leggenda, vale a dire ci vengono svelati i retroscena che hanno portato Patrick Wilding a diventare il protettore di Darkwood. I lettori con qualche anno sul groppone come chi vi scrive conoscevano i fatti ma in questa mini-serie a colori vengono aggiunti particolari inediti. Bisogna dire che dal punto di vista grafico è un prodotto di assai pregevole fattura. Però qua e là si trovano degli errori che ne riducono la caratura: non parlo soltanto di una lettera sbagliata ma di una parola mancante in un caso e di un equilibrismo grammaticale nell'altro. Comunque, come lo stesso curatore Moreno Burattini ha affermato qualche tempo fa, nonostante i filtri ed i setacci a cui sono sottoposte le storie, vista anche l'accelerazione a cui tutti gli addetti ai lavori sono stati sottoposti per differenti motivi, ce ne siamo accorti ma la musica diventa ripetitiva a discuterne ulteriormente, qualche svista può sempre scappare. Ma finché si tratta di poca roba ogni tanto non ne facciamo certo un dramma, siamo tutti esseri umani. Voglio dire, dopo la sventagliata di arzigogoli appena menzionata su Tex, questo è tutto grasso che cola. Inizia a diventare un motivetto un po' stonato però se ci addentriamo ad osservare neanche troppo attentamente il Maxi Zagor intitolato “I racconti di Darkwood”. Quando gli errori si accumulano raggiungendo quota 8 anche se si tratta di un volume di 288 pagine, il nostro solito sopracciglio “da stupore” stavolta non si trattiene ed inizia ad imbizzarrirsi. Lettere in più o in meno nei balloons, apostrofi mancanti (esempio: “un'incudine”, se nel lettering si deve andare a capo per motivi di spazio allora inserite “una” e problema risolto), spazi tra le parole dimenticati, termini che con una consonante in meno diventano proprio di un altro significato… va bene che è necessario svolgere il lavoro sempre più in fretta ma se serve qualcuno che rilegga, anche in questo caso mi offro volontario in qualità di ficcanaso di prima classe. Inoltre sempre sulla scia delle incongruenze, si nota anche una discrepanza nei disegni di una delle storie racchiuse nell'albo: viene raffigurata con tutti i crismi, in modo anche preciso, una Colt, un vecchio modello che secondo me ha tutta l'aria di essere una Paterson, uno dei primissimi modelli del revolver del nostro amico Colonnello. La si riconosce per l'assenza del ponticello davanti al grilletto. Però! Un perfezionista, quel disegnatore, bravo! Ah, ecco, qualche pagina più avanti il ponticello magicamente compare per poi risparire nuovamente. Peccato, perché il tratto della maggior parte degli autori ospitati nel Maxi è obiettivamente spettacolare, specialmente quello della storia intitolata “I quattro assassini” nella quale lo stile seppur moderno acquista un sapore di classicità, di tradizione che ricorda gli albi di un tempo, risultando mozzafiato quando offre vedute della foresta, con una cura ammirevole per ogni piccolo dettaglio.

Cos'è il ponticello? E' quella parte dell'arma detta anche guardia del grilletto. Un anello che circonda il grilletto e svolge la funzione di impedire uno sparo accidentale. Per le pistole è quella componente che si sfrutta se si vuole far roteare la Colt prima di rimetterla ne fodero, scena vista in numerosissime pellicole. Nei fucili a leva come il Winchester viene usata per consentire l'estrazione del bossolo e per ricaricare la camera di scoppio. Nei fucili moderni specialmente d'assalto il ponticello può essere rimosso per permettere di fare fuoco ad esempio con i guanti in condizioni difficili per i soldati mentre nelle rivoltelle ha forma convessa che si adatta perfino al dito della mano con cui si fa fuoco anche al fine di ridurre il rinculo dello sparo.

 

1aaaaa1ar min

Zagor in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a BARISON.

 

I ritorni che ho citato poco fa meritano due parole, essendo indicativi anche se in sensi opposti uno dall'altro. Abbiamo accolto le nuove vicissitudini di Jerry Drake (Mister No) come se ci fosse capitato di incontrare dopo tanto tempo un vecchio amico e gli autori non hanno disatteso le aspettative: i disegni sono spettacolari, impreziositi dalla presenza di alcune tavole firmate da Roberto Diso, colonna ben conosciuta da tutti coloro che frequentavano Manaus durante gli anni della serie regolare. Anche lo sceneggiatore Luigi Mignacco si è presentato in gran spolvero dandoci tutto quello che ci saremmo aspettati: azione, ironia, avventura, senso di fratellanza e di amicizia, ignobili speculatori, spietati nemici e l'Amazzonia con il vestito delle feste. Soprattutto hanno giocato il jolly ricomponendo da subito la coppia Jerry-Esse Esse (nonostante le sue origini tedesche, ragione per la quale si è beccato questo infelice soprannome, il migliore amico del brizzolato pilota americano non ha mai potuto sopportare le famigerate truppe naziste) che si spalleggiano, si punzecchiano e si salvano vicendevolmente la pelle in più occasioni. E' così che si fa!

Per quel che riguarda Magico Vento invece sono solamente i disegni a salvarsi. Nei quattro volumi che hanno raccontato il ritorno sulla scena di Ned Ellis, l'ex giacca blu diventato sciamano Sioux dagli incredibili poteri mentali e dalla temibile pistola, l'aspetto artistico non si discute. Quando guardiamo le vignette non abbiamo alcuna difficoltà nell'affermare che quello è proprio Magico Vento ed anche le caratterizzazioni degli altri personaggi, grazie alle linee pulite e d'impatto, sono ottime. Ciò che invece traballa fin dalle prime pagine del primo volume è la storia. Proseguendo nella lettura sentiamo ad ogni tavola uno strano scricchiolio che non promette niente di buono fino all'apoteosi finale. (Allarme spoiler!) Ned che irrompe nella strada praticamente non appena viene sparato l'ultimo colpo dello scontro presso l'Ok Corral che ha visto contrapposti Wyatt Earp, i suoi fratelli Virgil e Morgan insieme a Doc Holliday da un lato ed alcuni membri della banda dei Cowboys dall'altro. Cosa?

Va bene che si può anche far incrociare la pista di persone realmente esistite nel West con i personaggi dei fumetti, a Tex capita spesso ed anche Magico Vento ne ha conosciuta qualcuna quando aveva ancora un senso, ma cambiare la Storia come ha fatto Tarantino in “Bastardi senza gloria”, cosa che tra l'altro non aveva un preciso significato neanche lì, nonostante le spiegazioni da provetto arrampicatore di specchi, e non gli è riuscita benissimo, siamo sinceri, mi sembra un tantino azzardato. Se vogliamo sostenere che è stato pubblicato un racconto che piace all'autore allora d'accordo, diventa una questione puramente filosofica ed artistica, sulle licenze poetiche, per così dire. Forse sarebbe stato meglio concentrarsi sul fatto che in questo caso il sodalizio tra i due protagonisti della serie, vale a dire Magico Vento e Poe, suo compagno di mille peripezie, diventa quasi di troppo, facendo percorrere allo sciamano che viene presentato come svuotato dei suoi poteri un sentiero parallelo a quello del suo amico giornalista che assomiglia allo scrittore Edgar Allan Poe (da qui il soprannome di Willy Richards, suo vero nome). Non sarebbe stato il caso di farli combattere fianco a fianco almeno una volta per rievocare i vecchi tempi, invece di perdersi in logorroiche e francamente anche inutili nonché fumose discussioni che vengono intervallate da scene d'azione slegate tra loro, come se fossero state gettate un po' alla rinfusa, in un puzzle nel quale i pezzi non sono tutti inseriti come dovrebbero?

Se vogliamo parlare di errori, anche qui non mancano, come quello nel trailer inerente il terzo albo, nel quale il nome dell'anima nera, del nemico che bisogna assolutamente abbattere viene scritto sbagliato. Beh, capisco in un libro o in un'intera storia ma in cinque parole digitarne male una è leggerissimamente segno di scarso interesse anche da parte degli addetti ai lavori, per come la vedo io.

Comunque quello che sostanzialmente non funziona, oltre alla presenza ancora una volta di Doc Holliday e degli Earp come se in via Buonarroti si fossero accorti tutti insieme della sua esistenza nell'epopea della Frontiera o come se sempre tutti insieme avessero fatto una gita in pullman fino a Tombstone, è proprio il modo in cui viene delineata la figura di Wyatt Earp e della sua “gang” a stridere. Fino ad arrivare ad uno strampalato articolo nel quarto volume, articolo per altro non firmato quindi non potrei giurare sulla paternità dell'autore. Devo ammettere che ho avuto l'impressione che un paio di passaggi di tale articolo fossero rivolti direttamente a me, non perché io abbia manie da megalomane o perché mi sia masticato qualche fungo allucinogeno, non ho neanche del peyote sotto il bancone, ma perché ho avuto modo di commentare sulla pagina social dedicata alla collana “Le Storie”, nell'ambito della quale è uscita questa versione di Magico Vento, dicendo la mia senza osannare come invece molti hanno fatto, le scelte della sceneggiatura.

Ad esempio ho manifestato la mia perplessità sul mancato rinsaldarsi del duo Ned-Poe mentre al contrario appare che non sia mantenuta una direzione precisa nel racconto. Inoltre i due fratelli Wyatt e Virgil Earp che vengono chiamati in causa in maniera sostanzialmente immotivata, nel terzo albo praticamente non compaiono. Per quanto ne so inoltre i Cowboys non avevano nulla a che vedere con gli Apaches, che invece sembrano coinvolti direttamente nella vicenda di fantasia, in un modo alquanto macchinoso per altro. I riferimenti alla faida tra quella banda di assassini e gli Earp sono confusionari e utilizzati per gli scopi della narrazione, cosa che sarebbe anche comprensibile se non venisse distorta, anche perché i banditi non erano solo quattro o cinque e, salvo smentite verificate e verificabili non mi risulta che ci siano state spietate cacce contro di loro a viso aperto precedenti alla famosa sparatoria. Inoltre “qualcuno” potrebbe anche pensare che se la siano presa perché dopo avermi chiesto se realizzavo una recensione per uno dei volumi, ho “rilanciato” affermando che non ci sarebbero stati problemi, specialmente se poteva essere presa in considerazione l'eventualità di farmi scrivere un articolo da pubblicare su Tex o su una testata western. Indovinate: orecchie da mercante come se piovesse ed assordante silenzio, con una striminzita risposta da finti tonti del tipo “ah, sì, ci siamo persi il tuo messaggio di prima, inizia a mandarci il link della recensione.” Ehm… anche no, la sola recensione di qualcosa che non mi è piaciuto affatto, nel senso che si è rivelato terrificante, è quella per “Monolith” e per ora lasciamogli il primato. Scusate, amigos.

 

1aaaaa1ah min

Magico Vento in un "ritratto" ad opera di Lorenzo Barruscotto,

tributo ad ANDREA VENTURI, autore della prima copertina del primo volume della collana originale,

"Fort Ghost".

 

Per quanto concerne il volume di Magico Vento intitolato “Ok Corral”, l'articolo introduttivo poc'anzi ricordato contiene considerazioni personali che lasciano trasparire “contropregiudizi” piuttosto chiari non solo nei confronti di Wyatt Earp, quello vero, ma anche proprio nei confronti del racconto western in generale. E vedere certi commenti per giunta su un “giornalino” western lascia un po' perplessi, quanto meno. Sono presenti anche svariate inesattezze oltre al fatto che il brano brilla per la mancanza di riscontri e prove su ciò che si afferma. Per dirne una su tutte, non credo che nessuno si sia mai sognato di affermare che Ike Clanton sia mai stato a capo di qualcosa, men che meno dell'intera banda che all'epoca imperversava nella regione. Inoltre Wyatt Earp non è mai stato sceriffo. Anzi, il “buon” Ike che a quanto pare per qualche oscuro motivo deve andare a genio a chi ha scritto l'articolo, era davvero un idiota: innanzitutto oltre a far parte dei Cowboys, e già questo basterebbe, ha concluso la sua infausta carriera imbottito di piombo mentre stava scappando da un uomo di legge che voleva arrestarlo per furto di bestiame. Era amicone del non tanto irreprensibile (altra “insignificante” minuzia che era il caso di esternare) sceriffo di contea Behan e quando ci fu il processo agli Earp dopo lo scontro all'Ok Corral, da cui si era bellamente eclissato perché era andato lì disarmato, un vero giuggiolone, la sua testimonianza registrò diverse contraddizioni che per assurdo favorirono la difesa. Fate un po' voi.

Quindi il tono supponente che nell'articolo viene mantenuto nei confronti di ogni possibile obiezione non ha ragion d'essere.

Inoltre i termini sceriffo e marshal anche se noi li usiamo come sinonimi hanno significati diversi. Lo “sceriffo di Tombstone” Behan era lo sceriffo di contea, la Cochise County, non certo un'anima candida, e Wyatt al massimo è stato Deputy Marshal, carica che viene tradotta come “vice-sceriffo” quando la copriva ufficialmente, sebbene pare che non fosse il caso dei tempi di Tombstone.

C'è anche qualcosina che non quadra nei disegni strettamente rappresentanti lo scambio di opinioni a base di piombo: Doc ferito ad una spalla e Morgan Earp indenne non mi suona, ma fosse solo questo.

Ora, dire che la figura di Wyatt nel tempo sia stata spesso tagliata con l'accetta ed edulcorata è verissimo e condivisibile ma, tra l'altro per portare acqua al proprio mulino, specie se si è parte di una grande Casa Editrice, qualche sforzino in più per motivare le proprie parole sarebbe d'obbligo. Non voglio pensare che il soggetto sia stato imbastito arrabattandosi alla meno peggio (è venuto non bene comunque) solo per una sorta di risentimento quasi personale che lo sceneggiatore pare avere nei confronti di un uomo, pistolero o eroe che fosse, vissuto 150 anni fa in un altro continente e che, comunque siano andate le cose, non aveva proprio tutti i torti ad avere il dente avvelenato con quelli che invece vengono qui tratteggiati quasi come “vittime” di una violenza da bulli. Cosa?

Io non sono un sostenitore accanito di Wyatt né un suo detrattore (che invece appare chiaro essere l'autore dell'articolo), anzi, mi piace andare a fondo nelle mie ricerche per portare a galla i fatti.

Può anche darsi che il destino abbia usato un “quasi cattivo” non del tutto lindo di bucato per contrastare dei sicuramente cattivi ed a me sta bene così. Per la cronaca, viene affermato che non si è narrato nei giornali dell'epoca, “compattamente” (bah), che la sparatoria all'Ok Corral avesse ragioni quasi di vendetta privata quasi a “dispetto” dello sceriffo di Tombstone. E che Ike Clanton non era a capo di nessuna banda e “non aveva precedenti penali”. Di nuovo: cosa?

Era innocente come un gattino bagnato e stava studiando da chierichetto! Ma dai...

Si continua poi sostenendo che nessuno ha mai detto che dopo la sparatoria Wyatt e Doc sono stati fermati con l'accusa di omicidio. Ma fate sul serio? Ci sono fior di documentazioni che affermano il contrario. Perfino Mr Coiffeur avrebbe potuto accorgersene con una rapidissima ricerca a volo d'uccello online.

Si giunge quasi al ridicolo quando si scrive che Wyatt avrebbe ucciso “un certo Curly Bill” per la cui morte non sarebbe mai neanche stato giudicato.

Cosissima?!

Stento a credere ai miei occhi, sono su Candid Camera!

Quel “tale”, vero nome William Brocius, era un membro di spicco della banda dei Cowboys, ladro di bestiame ed assassino, pare che fosse direttamente implicato nell'omicidio del Deputy Marshal Morgan Earp. Ci sono riferimenti a date precise, a luoghi precisi in cui il “tale” lasciò la sua lugubre traccia e perfino quando e dove avvenne lo scambio di vedute che ne chiuse la criminosa carriera. Forse bisogna spiegare a chi ha riempito le pagine di Magico Vento di… non magico vento che in combattimento, soprattutto se qualcuno ti accoglie con una scarica di confetti di piombo e tu rispondi al fuoco, stella o non stella, magari in uno sperduto canyon dell'Arizona o in qualunque altro posto, tecnicamente non si può stare tanto a discutere, né si tratta di un delitto. Alla Frontiera se uno ti spara palesemente addosso, se cerca di affettarti con un Bowie o prende la sua sputa-fuoco con l'intento di regalarti un cappotto di legno, non gli chiedi cosa gli passa per la sua testaccia cercando di fare pace con una scatola di cioccolatini a forma di cuore, ma se sei in gamba abbastanza da non venire subito impallinato dall'avversario, tu suoni la tua di musica per vedere quale strumento è più accordato! E lo fai unicamente per restare vivo.

Una curiosità che probabilmente molti di voi sanno però, visti i presupposti, meglio andare sul sicuro: “Curly” non era il secondo nome di questo angioletto ma un soprannome ottenuto per i suoi capelli che ricordavano un nido di colombi, tutti arruffati.

 

1aaaaa1ao min

Kurt Russell è Wyatt Earp nel film "Tombstone". Ritratto di Lorenzo Barruscotto

 

Tombstone viene inoltre dipinta come il Paradiso in Terra, addirittura vengono buttate lì tre parole in croce, mi raccomando senza un minimo di indagine approfondita anche stavolta, sulle gelaterie, le pasticcerie o i ristoranti di gran lusso che pullulavano in città.

Andiamo, hombres, perché vi fate del male da soli.

Scrivere questo articolo per legittimare un lavoro oggettivamente difficilmente difendibile che viene salvato “solo” dall'abilità dell'artista che ha firmato i disegni, per distogliere (malamente) l'attenzione e rilanciare la palla non suona molto professionale, soprattutto se ci si impantana ulteriormente, senza avanzare uno straccio di tangibile accertamento documentato. Non viene per esempio neanche nominato Ed Schieffelin a cui si attribuisce il titolo di fondatore della città. E' vero che la Tombstone di quel tempo sarebbe oggi stata considerata una metropoli con residenti provenienti praticamente da mezzo mondo (ne ho parlato nell'articolo su John Escapule di cui vi ho fornito il link poco fa e che riporto anche qui per comodità: https://www.farwest.it/?p=29230 ) ed è anche vero che il gelato era arrivato nel West. Ma cosa c'entra con i Cowboys che soggiogavano con il terrore la regione e con gli uomini d'affari cittadini che chiudevano un occhio sulla provenienza dei quattrini che quei balordi facevano finire nelle loro tasche? Magari se lo pappavano anche loro un bel gelato di ritorno da una rapina, per combattere l'arsura.

E quindi, che argomentazione è. “C'è del marcio in Danimarca” si riferisce a chili di vaschette di fragola e panna andate a male?

Il fatto che ci fossero gelaterie esclude a priori i reati o gli omicidi? Andatelo a dire alle pile di cadaveri che quei “perseguitati ingiustamente” si sono lasciati alle spalle durante le loro scorrerie. Magari una coppetta di crema e nocciola regalata a chi restava orfano dopo il loro passaggio gli avrebbe addolcito la giornata.

Accidenti, ho bisogno di un sorso di qualcosa di forte per riprendermi ma se si va avanti cosi arriveremo a doverci scolare l'intera bottiglia, altro che goccetto.

Dunque, diciamo noi qualcosa riguardo i locali “in” della città: nel 1881 a Tombstone c'erano quattro gelaterie (ice-cream parlors) tra cui la più nota era il famoso “Ice Cream Saloon”. Beh, d'altra parte come doveva chiamarsi. Se vogliamo continuare su questo tono allora c'erano già anche i telefoni, una borsa valori (con la quale il nostro amico Escapule aveva spesso a che fare), c'era perfino la “Kelly's Wine House”, un wine bar che si vantava di offrire ai clienti ben 26 scelte di vini diversi anche importati dall'Europa. Nel 1883 venne inaugurata la prima piscina comunale.

Nelle nostre grandi città odierne c'è perfino la corrente elettrica e l'acqua calda ma ciò non toglie che siano presenti ad ogni angolo pericoli, delinquenti, farabutti di ogni risma e che si debbano tenere gli occhi bene aperti anche solo per andare a mangiarlo, un gelato.

Provate a chiedere che ne pensava l'avvocato, poi divenuto giudice di pace, Wells Spicer della sua città e forse non vi verrà più tanta voglia di scherzare mentre pensate a quale gusto volete sliguacciarvi aspettando che il maniscalco finisca di ferrarvi il cavallo. Sudato, sporco, stanco e sbuffante ma con un certo stile, ovviamente.

Non intendo bruciarmi il lavoro di ricerca che io ho svolto in quest'ultimo periodo, dall'uscita del Texone in poi, avendo contattato studiosi e musei o spulciato siti e fonti, ma è d'obbligo mettere qualche puntino su altrettante i. Creerò almeno un paio di articoli storici in cui si cercherà la verità, e non si farà a gara a stabilire chi era antipatico o brutto e cattivo. Io mi attengo, come ho già affermato, ai fatti.

I Cowboys erano davvero ladri, rapinatori ed assassini, si sono resi responsabili di massacri! Non importa quale film si sia guardato, questo ce lo dice la storia. E voi state a fare le pulci perché, qualunque sia stato il motivo, qualcuno si è arrabbiato ed ha deciso di opporsi a tutta quella violenza? Ma scusate, di fronte a un branco di balordi che ti potevano sparare solo per farsi una risata vedendo come il bersaglio cadeva a terra, quale credete che potesse essere nel West il modo, il solo modo per opporsi e “fermarli”? Non bisogna mai e ripeto mai cadere nella trappola di decontestualizzare l'argomento che si vuole esaminare, perché le leggi che valevano centinaia di anni fa non sono applicabili alla società odierna, e non intendo addentrarmi nella discussione sul disquisire se ciò sia meglio o peggio.

Si trattava di contrabbandieri e razziatori e, lo ripeto, Ike Clanton non ne era il “boss”. Anche su questo punto presumibilmente si fa confusione perché il nome Clanton è alla base della formazione della banda ma non certo “grazie” a quella testa vuota di Ike. Non guardatemi così, non posso mica spiattellare il frutto di mesi di annusate qua e là dietro il velo del tempo, nel giro di due parole. Fidatevi, non era il capo neanche di se stesso a momenti. Non serve ripetere invece che fosse un capoccia, come fa l'autore dell'articolo sull'albo di Magico Vento, come giustificazione al fatto che si vuole dimostrare di aver fatto un lavoro accurato storicamente. Nessuno, ribadisco, ha mai sostenuto il contrario ed infine il lavoro accurato non lo si è fatto. (La sola nota interessante e simpatica è quella delle gelaterie, nel senso che viene detto: “...a Tombstone c'erano anche gelaterie...” testualmente e basta, nulla di più: quello che avete letto prima l'ho tratto dal materiale che io ho trovato in giro, quindi tirate le vostre conclusioni.)

La mia piccola visione della faccenda si può riassumere così: nel mondo vero non esistono eroi senza macchia, forse ci sono ancora uomini senza paura, sebbene il coraggio non sia l'assenza della paura ma la capacità di agire nonostante la paura, o addirittura onesti, molti altri sono solo furfanti, ma nessuno può dirsi candido come un giglio, specialmente se porta una sei-colpi alla cintura non come ornamento e vuole arrivare all'età in cui si possono avere rimpianti, il più possibile senza buchi nella carcassa. Luci ed ombre sui miti che hanno vissuto nel West sono innegabili, il confine tra buoni o cattivi era molto labile e non era insolito trovare una stella di latta che avesse magari nel suo passato qualche episodio ben poco edificante. Qui nessuno si stupisce di questo, non siamo alla ricerca di un cavaliere della Tavola Rotonda ed in testa abbiamo uno Stetson non uno scolapasta dotato di pennacchio di piume.

Tutti gli esempi che l'autore si è prodigato a fornire per “provare” che Wyatt era uno spregevole bastardo (alcuni dei quali magari anche veri, purtroppo) non sono facilmente verificabili ed a mio avviso non basta tirare fuori dal cilindro un paio di titoli di libri in qualità di fonti, per altro dallo stesso autore definite non sempre affidabili, senza riscontri più precisi. Non si deve mai dare nulla per scontato ma bisogna VERIFICARE. Di persona. Altrimenti ciò che si dice ha lo stesso valore di polvere nel vento: alla peggio risulta fastidiosa se va negli occhi ma niente più. Da queste parti la formula “ipse dixit” non ha nessun effetto.

Un'ultima cosa: anche i sassi sanno che dopo la sparatoria all'Ok Corral gli Earp e Doc Holliday erano stati messi sotto processo, facendosi un paio di settimane in gattabuia e che poi vennero assolti. Non succede solo in qualche film. Quindi sventolare una fotocopia della pagina di un libro o una stampa da Google con lo stesso entusiasmo della vedetta che gridò “Terra!” per la prima volta durante la spedizione di Cristoforo Colombo mi sembra eccessivo, nonché inutile.

Vi posso riportare anche trascrizioni di parti del procedimento giudiziario e la testimonianza dello stesso giudice che si occupò del caso, il quale ne scrisse un rapporto sul “Tombstone Epitaph”. Conoscete già il nome di quel giudice, l'ho citato prima non a caso: era Welles Spicer. Adesso non mi si venga a dire che non sapeva svolgere il proprio compito, in buona o mala fede, o che non era adatto a ricoprire quella carica. Il vecchio Carson, ne sono sicuro come del fatto che domani sorgerà il nuovo sole, direbbe sogghignando: “da che pulpito”.

 

1aaaaa1ae min

L'espressione di Homer Simpson è la stessa dei Texiani e dei veri appassionati davanti a certe facezie.

Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Probabilmente alcuni di voi si sono fermati qui per far riposare il cavallo e fare tappa lungo la pista per Lucca, dal momento che a fine ottobre si tiene la famosa manifestazione “Lucca Comics and Games”, un evento noto a livello nazionale dedicato al mondo del Fumetto.

Anch'io sono stato da quelle parti qualche volta negli ultimi anni. Sapevo di cosa si trattasse in teoria ma prima di conoscere la mia dolce metà non avevo mai messo fisicamente piede nella baraonda che caratterizza la città toscana in quei giorni. La mia fidanzata è un'esperta di stand e viuzze sapendo orientarsi anche senza mappa in mezzo a quella marea di persone mentre io nonostante la abbia visitata tre volte preferisco sempre munirmi di un simpatico riferimento che mi venga in aiuto per raggiungere i punti che mi sono prefissato sulla tabella di marcia.

Vi state chiedendo allora cosa ci faccio ancora qui e perché non ho sellato il mio Palomino per spingerlo al galoppo? E' presto detto: per me quest'anno niente gite. Decisione che mi ha quasi fatto rischiare la ghirba dovendo schivare le badilate che la suddetta non più tanto dolce metà voleva rifilarmi dopo essersi trasformata in un grizzly con il mal di denti una volta appresa la mancata prenotazione dell'albergo da parte mia.

Parliamoci chiaro: “andare a Lucca” comporta un notevole dispendio di denaro oltre che di energie. Innanzitutto se non si prenota molti mesi prima non si trova una sistemazione in città, a meno che non si abbia avuto fortuna con la propria concessione e non si sia trovata quella vena d'oro che permette di tornare a valle con le sacche piene di pepite sonanti, dal momento che chi mette a disposizione camere o strutture in quel periodo ci marcia un pochetto ed i prezzi si gonfiano come un fiume di montagna dopo un'acquazzone autunnale. Ma questa è la legge del commercio e se c'è un incremento della richiesta, il dover sborsare di più ne è la diretta conseguenza, così vanno le cose da sempre. Io ci sono stato tre volte in quel di Lucca e devo ammettere che la prima volta mi sono sentito un bambino in un immenso negozio di caramelle, tra costumi, divertimento e possibilità di conoscere o rivedere artisti e “colleghi” lettori che condividono le mie stesse passioni, nonché per quanto mi riguarda avere il privilegio di venire riconosciuto da disegnatori del cui lavoro avevo scritto. Ogni tanto serve lasciare i pesi quotidiani e farsi trasportare per ricaricarsi, è un'esperienza stancante ma molto coinvolgente che, mi sbilancio, consiglierei a tutti almeno una volta. Non parlo “solo” di Nuvole Parlanti: sono tornato ragazzino vedendo giochi e giocattoli della mia adolescenza, e vedendo che lì nessuno è “uno sfigato” ma anzi i cosiddetti nerd la fanno da padroni alla faccia di giuggioloni e bulletti che hanno impestato l'aria con la loro sola presenza trovati lungo la nostra strada al liceo ad esempio. Inoltre non avrei mai pensato, essendo per altro un quattrocchi, di mettere alla prova la mia mira come arciere prima e come tiratore poi in diverse occasioni, riuscendo a centrare tutti i bersagli, vincendo monete o magliette come ricordo e arrivando perfino secondo in una gara di tiro dinamico con la pistola (per mezzo punto, dannazione!). Pistola a pallini di plastica, mica una Colt 45 sputa-piombo, è ovvio. Una volta ho anche scagliato un dardo con una di quelle gigantesche balestre medievali che si mettevano in spalla, nelle quali ci si deve sostanzialmente sedere dentro per farle funzionare. No, non ho trasformato nessuno in un tordo, linguacce…

Certo, ho dovuto anche fare molte soste in zone che personalmente non suscitavano in me alcun interesse come aree in cui si vendono costumi, vestiti di epoche passate, parrucche, orecchini, braccialetti o ninnoli vari ma vedere la mia fidanzata felice non lo ha assolutamente fatto pesare.

Questo e molto altro lo avevo già raccontato molto più nel dettaglio nel reportage da Texiano che avevo redatto in occasione proprio della mia prima volta a Lucca.

E giunti fin qui giustamente potreste dire: “Va bene, ma allora perché non ci vai di nuovo e soprattutto dove vuoi arrivare?” Vi servo subito.

A mio avviso, se non ci si deve recare a Lucca per motivi non di svago essendo uno dei tanti addetti ai lavori che vi partecipano, tutto questo è molto bello se fatto una tantum. O se uno se lo può permettere senza dover scegliere tra mettere via i quattrini già dal Natale precedente per poi vederseli azzerare nel giro di tre o quattro giorni l'anno successivo o comprare medicine e ciò che potrebbe anche servire a sopravvivere (cibo, vestiti o scarpe per esempio) durante i mesi “tra un Lucca Comics e l'altro”. Andare ogni anno non fa decisamente per me, indipendentemente dal fatto che le varie Case Editrici ci prendono per la gola sventolandoci davanti uscite di edizioni particolari o novità presentate proprio in occasione della kermesse toscana, come si fa con un drappo rosso messo a due palmi dal naso di un toro. Anche quest'anno succede con il Texone di Villa, ne ho parlato prima. E' il loro lavoro, ed è giusto così poiché quella che per me o per chi ci è già stato è “un'altra volta” potrebbe essere la prima volta per qualcun altro, pertanto diventa anche un dovere fare in modo che “ogni volta” sia indimenticabile.

L'altra faccia della medaglia, che abbiamo già sfiorato con l'ineluttabile legge della domanda e dell'offerta in merito agli alberghi, è che, ma non serve che ve lo dica io, quando si tratta di vendere qualcosa o di seguire il profitto, a parte alcune palesi decisioni editoriali in tal senso a cui si può rispondere alzando gli occhi al cielo, facendo spallucce o immolandosi per la causa diventando amabili come un cactus nelle braghe auto-eleggendosi a paladini difensori dell'onore della testata in questione, affermando che “nessuno ci obbliga a comprare” quel determinato albo o “non si fa beneficenza” (il ragionamento non fila granchè, primo perché nessuno vi ha insignito della carica di cavalieri al servizio del re e non siete i padroni dei pensieri di nessuno, visto che la censura alle idee, se espresse in modo civile non dovrebbe sussistere e secondo perché sarebbe come sostenere: “non mangiate, tanto poi alla fine sapete già dove finisce quella bella bistecca”), la gente farebbe diventare Zio Paperone un dilettante pur di far passare i vostri soldi nelle proprie tasche.

In effetti non sono tutte rose e fiori anche tralasciando il mero argomento pecuniario, poiché se si va in quei posti si sa già che si spende e poi, lasciatemelo ripetere, che diavolo, qualche volta ci si può anche lasciar andare!

Qualcuno potrebbe obiettare che metà del tempo lo si passa in file. Vero in parte. Ma non è tempo perso: in quei frangenti anche se non si conosce nessuno perfino per uno come me a cui viene ripetuto continuamente di non usare il “lei” ma il “tu”, viene naturale rivolgersi in modo colloquiale per chiedere un'informazione o per contro gente mai vista prima si inserisce nel discorso con una battuta o per confrontare gli albi da autografare, le impressioni su una storia, il tutto, a parte i soliti furbetti, in un clima di amicizia che allarga il cuore.

L'altra faccia della Luna consiste nel fatto che alcuni aspetti dell'organizzazione generale appaiono affidati ai santi protettori dei lettori di fumetti: ritrovarsi sotto la pioggia alle nove di sera insieme a centinaia e centinaia di persone stipate come long-horns ed altrettanto stanche e magari con la vescica quasi al livello di guardia, su una banchina della stazione che appare sottile come una briglia di cuoio aspettando una sbuffante caffettiera che manco a dirlo arriva in ritardo, se e quando arriva, e quando arriva è già piena, non è tra i ricordi migliori per quanto ci si possa armare di spirito di avventura.

Inoltre mi sono sempre chiesto: ma perché fare questa Fiera a Novembre? Voglio dire, lo sentite che non fa caldo, giusto? C'è gente mezza nuda tra i cosplayers, quelli che si mascherano da personaggi di serie tv o fumetti, senza contare che anche per chi non si traveste la temperatura non è delle più accattivanti, considerando svariati fattori. Non era più intelligente organizzare il tutto che so a maggio o magari a giugno? Considerando anche il fatto che le scuole finiscono in quel periodo e quindi risulterebbe ancora più conveniente? Ok, ok, si può anche saltare qualche giorno di scuola ma per chi viene da lontano diventa pur volendo piuttosto improbabile. E se non si gira tra i capannoni bagnati come pulcini o intirizziti ci si gode molto di più tutto lo sbrilluccicoso mondo che ci circonda.

Con queste mie righe non intendo sminuire l'importanza né criticare in sé la manifestazione lucchese che per me rimane un caposaldo dell'universo fumettistico e non solo nel panorama italiano. Le mie sono semplici considerazioni da cowboy qualunque che si possono condividere o meno ma che in ogni caso riportano anche fatti oggettivi. Dal punto di vista prettamente di “fumettaro” in effetti la parte “Comics” dato che si chiama “Lucca Comics and Games” sembra essersi vista mangiucchiare un po' di territorio a favore dei “Games” o delle aree che con giornalini e giochi hanno poco in comune ma che non si riuscirebbe ad inserire in altri contesti. Ed avendoci avuto a che fare di persona con una di queste realtà, proprio a tema western, posso anche affermare che quando non la si trova, non se ne sente affatto la mancanza. Quattro euro per entrare in una location che invece di stupire intristisce e prese per i fondelli assortite risparmiati. Piuttosto che ripetere l'esperienza e dover ascoltare anche lì petulanti scuse e ritrovarmi nuovamente immerso fino al collo nella più gelida ingratitudine ne spendo il doppio per comprarmi una parrucca verde anch'io, per mille fulmini!

(Vi avevo fatto, gratuitamente perché pensavo potessimo aiutarci a vicenda nel farci reciprocamente pubblicità, dei ritratti e vi avevo portato dei disegni a tema western, amigos: non solo non me li avete ridati ma mi ghignate anche in faccia con atteggiamento superiore fingendo di non conoscermi? Che c'è, troppi... fagioli? Il fatto è che a volte il Karma funziona perché la mia pagina personale dove pubblico i miei lavori ha raggiunto i 2400 sostenitori e certi miei ritratti sono stati anche messi all'asta per sostenere per esempio un paio di ospedali pediatrici, così per fare un esempio senza farla tanto lunga, voi invece che fine avete fatto?)

 

1aaaaa1ag min

Ritratti di Doc Holliday ad opera di Lorenzo Barruscotto:

a sinistra Val Kilmer impersona il gabler nel film "Tombstone",

a destra, ricavato da una delle uniche due foto considerate effettivamente raffiguranti Doc,

questa la si crede scattata a Prescott, Arizona. 

 

Non c'è solo Mister No tra i fumetti non western a guadagnarsi un posto nella chiacchierata di oggi. A dire il vero voglio spostare i riflettori su altri tre personaggi, due dei quali non Bonelli, ma che fanno in ogni caso parte del panorama editoriale italiano.

Ancora figlio di via Buonarroti invece è Dragonero, testata fantasy che ha conquistato il proprio spazio grazie al talento dei suoi ideatori e dei disegnatori, a mio parere alcuni dei più completi dell'intera Fabbrica di Sogni oltre a Tex. Il fatto è che ultimamente anche le vicende che vertono sul colonnello degli Scout imperiali Ian Aranil hanno manifestato qualche segno di stanchezza. Infatti da novembre 2019 pare inizi una sorta di “nuovo corso”, un nuovo ciclo di avventure che nell'idea di partenza presumo avesse l'intenzione di dare una rinfrescata all'intera serie. Ci sono stati già molti sconvolgimenti nel mondo di Dragonero e dei suoi amici con una lunga saga dedicata ad una terribile guerra. Qualche tavola dove sono state visualizzate le battaglie sembrava riprodurre scene da “Il signore degli anelli”, lascio a voi giudicare se sia un pregio o un difetto, cosa probabilmente quasi inevitabile viste le tematiche trattate, tra orchi, maghi ed elfi.

Certo, a macchia di leopardo sono saltati fuori alcuni accorgimenti non del tutto originali anche basati su diversi racconti fantasy (come il collare che blocca i poteri magici direttamente attinto dalle mani del mago del primo ordine del telefilm “La spada della verità”, ad esempio, come avevamo già avuto modo di sottolineare), ma con il volume intitolato “Morte di un eroe” hanno scoperto il fianco suggerendo di aver bisogno di una pausa e qualche caffè.

Così come non ho compreso chi aveva già iscritto nella schiera dei santi subito la pur bravissima disegnatrice del Texone, sfortunata per l'abbinamento con quello dell'inarrivabile Villa che credo darà il colpo di grazia alla già di per sè non inattaccabile storia che ha disegnato, non ho capito i motivi che hanno messo l'intera comunità dei fan di Ian in subbuglio, temendo addirittura che il protagonista della testata venisse eliminato e finisse sottoterra. A parte che in un mondo del genere la resurrezione potrebbe sempre essere un'opzione (vedi Jon Snow ne “Il trono di spade”) ma bastava ricordarsi il trailer del numero precedente.

“Un eroe combatte quando un amico di ieri diventa il nemico di oggi”. Direi che è limpido.

Sarebbe stato ben più controproducente delle decisioni messe in atto in pratica: io avevo preventivato che l'eroe che ci lasciava le penne avrebbe potuto essere un certo personaggio, che magari si sacrificava per un bene superiore o che riconosceva i suoi errori ed all'ultimo si redimeva prima di venire ucciso. Diciamo che in parte ci avevo azzeccato, non perché io sia chissà quale testa fina ma perché ho semplicemente messo insieme gli elementi a disposizione di tutti, visto che compare proprio il personaggio che pensavo, però devo dissentire da ciò che gli stessi autori hanno affermato. Motivo? Beh, non muore nessuno. E quindi? Era stata paventata l'ipotesi che la morte non fosse fisica ma che riguardasse la figura di un eroe che cade in disgrazia, situazione che (spoiler alert) in sostanza si verifica anche se per certi versi un eroe è proprio chi non si arrende alle avversità e non abbassa la testa davanti al potere che vuole soggiogare gli innocenti. Pertanto è la nascita di un eroe, semmai, anche se in realtà il rigore morale di Ian gli fa percorrere la propria strada che oltre a quella del dovere è senza dubbio quella dell'onore.

A parte considerazioni saggistiche sulla semantica, non sembra anche a voi di aver già sentito una storia simile? Se invece di una spada magica lo scout avesse arco e frecce… non vi dice nulla? E se invece del villaggio di Solian venisse da Nottingham? So che avete capito.

Un'altra “citazione” piuttosto palese è invece quella che fa tornare alla mente Star Wars e le varie mani che svolazzano tagliate durante i duelli con le armi laser.

Ma ciò che ha causato una risata incontrollata non prevista è stato ancora una volta il mattacchione che ormai ben conosciamo, l'autore degli articoli di cui ho parlato riguardo il Texone e l'ultimo cartonato. Già, perché da qualche tempo è perfino diventato curatore di Dragonero. Qui le sopracciglia che si sollevano per lo stupore sono due e sarebbero tre se ne avessimo anche una di riserva.

Non sono l'unico a farsi qualche domanda a tal proposito, a parte la banalità di “largo ai giovani”. Concordo, ma seguiamoli questi giovani perché se il futuro della Casa Editrice rimane nelle mani di chi ritiene di viaggiare a livelli elevati mentre ormai è stabilito oggettivamente che raggiunge a fatica la sufficienza negli standard, stiamo freschi. Guardate che non sono io a battere sempre sullo stesso punto. Nella presentazione dell'albo di Dragonero e di conseguenza della nuova via che prenderà la serie, ritenuta un nuovo inizio in sostanza si sput...acchia ciò che invece dovrebbe mantenere sulla corda i lettori fino all'ultima pagina, svelando assai prematuramente che non c'è nessuna morte poichè, cito testualmente: “attenzione, spesso (la morte) è soltanto simbolica e può tradursi in un rovesciamento di ruoli”.

Una gigantesca mazzata autoinflitta sui denti dopo aver messo il piede sul rastrello ed aver visto arrivare tra gli occhi il manico! Comprendete pertanto che citare Bertold Brecht al fine di dare un tocco di intellettualità quando poi si cade in queste esilarantissime auto-trappole suona abbastanza comico. E non oso, almeno io, dire che sembra ridicolo, cosa che invece lo “scrittore” in questione non aveva esitato ad affermare nei confronti del tratto di Galep, disquisendo, con una lucidità propria di chi ha appena attraversato senz'acqua il Deserto Dipinto, sui disegni che raffiguravano Gros Jean negli albi in cui il canadese viveva le sue prime disavventure al fianco di Tex.

Se si poteva pensare che gli articoli sui volumi di Tex “non fossero il suo principale lavoro”, ed infatti a volte si ha l'impressione che vengano trattati come perdite di tempo che tolgono energie all'attività primaria, la teoria crolla visto che qui per così dire Mr Coiffeur dovrebbe giocare in casa. D'accordo che la giovane età costituisce (fino ad un certo punto però) un'attenuante e che bisogna farsi un'esperienza ma per ricoprire certi ruoli l'esperienza bisognerebbe già essersela fatta, credo.

E poi una cosa è non essere una vecchia pellaccia un'altra è non essere statisticamente significativo: diavolo, ormai ogni volta che vediamo che è lui a scrivere ci aspettiamo di tutto. Quando va bene non viene detto nulla di rilevante, nel senso che sembra un discorso in politichese, quando va male… perché mettere limiti alla Provvidenza?

 

1aaaaa1al min

Luke Skywalker lotta contro Darth Vader e contro se stesso in "Star Wars".

Attenti alle mani, quando impugnate una spada laser.

Disegni di Lorenzo Barruscotto

 

Non che la situazione migliorabile in fatto di qualità ed attenzione caratterizzi solamente la Bonelli, come accennato in precedenza.

Conoscete Dago? Il giannizzero nero, il mercenario che da nobile veneziano è stato schiavo e poi guerriero al servizio del sultano Solimano fino a diventare amico del re Francesco I di Francia ed un uomo che dà del tu a papi ed imperatori. Gli errori di battitura insieme a quelli nelle tavole senza le parole, rappresentati ad esempio dai balloons indirizzati verso il personaggio sbagliato, cioè verso chi non deve pronunciare le frasi che invece gli vengono attribuite ma che dovrebbero essere dette da qualcun altro sono all'ordine del giorno negli albi con le storie inedite. Ce ne sono almeno tre o quatto in ogni albo da un po' di tempo a questa parte. Ho contattato la redazione dell'Aurea, la casa editrice di Dago, e ho fatto presente il problema, dopo aver verificato che non sono certo il solo ad averlo notato, provando un'altra volta a proporre i “miei servigi” come supplente del supplente in campo editing ma ovviamente, come già avvenuto in situazioni passate con altri editori, non ho ricevuto risposta. Poi per caso, ho acquistato una ristampa perché volevo conservare la storia e, sempre in un articolo di presentazione, rinvengo qualcosa che non mi ha neanche suscitato la comparsa di punti interrogativi sulla testa quanto piuttosto una certa sensazione di nervosismo. Naturalmente anche in questo caso si tratta sicuramente di una coincidenza ma al posto del solito approfondimento storico c'è un brano intitolato “Divaghiamo...” (i tre puntini sono compresi nel titolo) nel quale si legge: “Non sappiamo cosa ci sta succedendo. (…) Forse è un momento di rifiuto per una tastiera che si ostina a commettere errori di ortografia, ci sono giorni in cui le testiere hanno un comportamento maligno, forse è un altro motivo fantasioso...”

Ho davvero letto quello che credo di aver letto?

Ritenete che sia l'atteggiamento giusto nei confronti dei lettori, prenderli per i fondelli buggerandoli e minimizzando quella che ormai purtroppo è diventata una triste abitudine alla quale però non vogliamo e non possiamo uniformaci? E neanche voi dovreste! Equivale ad un'altra situazione odiosa e cioè quella che mi è capitato di vedere attuata in qualche gruppo social: difendere chi massacra l'uso della lingua italiana perché “non tutti sono professori”. Uno strafalcione scappa a tutti e nessuno deve permettersi di mancare di rispetto ad altri se spuntano toni inappropriati ma si tratta della nostra lingua, quindi difendere a spada tratta anche con toni minacciosi ed aggressivi qualcosa che non va, è altrettanto sbagliato. O... sbaglio?

 

1aaaaa1aa min

Dago, in un disegno di Lorenzo Barruscotto in tributo ai tutti i suoi autori.

Lo stato d'animo del Giannizzero Nero nell'immagine a volte è alquanto condivisibile.

 

Altri burloni travestiti da editori si trovano in Astorina, la Casa che ha creato Diabolik.

Dovete sapere che avevo proposto un soggetto per una storia del Re del terrore. Ovviamente è stato bocciato ma per la serie “tanto è acerba” credo che sia stata già una mezza vittoria il fatto che il direttore, di questa testata come di altre a cui ho inviato miei soggetti, abbia analizzato il mio materiale trovando il tempo di rispondermi, ebbene sia pur vero he mi ero mosso a più riprese per farmi sentire. In generale per un signor nessuno come me, avere il proprio lavoro analizzato da fior di curatori di fumetti è già un privilegio. Però dopo gli zuccherosi complimenti che precedono il “no, grazie” ci possono essere motivazioni inappuntabili o meno. Secondo me questo è uno dei casi “meno”. Mi sono state mosse obiezioni piuttosto specifiche apparentemente. Non lo dico per amarezza ma apparentemente è proprio la parola giusta, poiché erano in realtà basate semplicemente sui gusti personali del “capo”, del direttore (che comunque ringrazio per aver letto il mio materiale ed avermi fatto avere i suoi appunti a riguardo).

Più o meno come accade con Tex, ritengo.

Quello che mi ha lasciato stranito è che mi sono state riportate le lodi per il mio scritto ma che per via di un paio di dettagli era stato scartato completamente. Uno di questi dettagli consisteva nel fatto che la mia storia prevedeva che un cattivo riconoscesse Eva Kant nonostante il travestimento perchè non sudava nonostante la temperatura elevata in una certa stanza, per via delle famose maschere. Ho ricevuto un messaggio dove mi si diceva che pur consci della situazione realistica e plausibile in redazione già da anni avevano deciso, testuali parole, di glissare sull'argomento e fine della questione. Ok. Ci posso stare. Ma così si butta tutto in una fogna, senza neanche rimandarmi a settembre, visto che il resto stava più che in piedi anche secondo voi? Me lo avete detto per non ferire i miei sentimenti? Ne dubito, quando si tratta si scrollarsi di dosso la muffa, gli editori sono piuttosto sbrigativi. (La muffa sono gli scrittori amatoriali che vorrebbero farsi un'esperienza ma che possono contare solo sulle proprie forze.)

Intanto mi sono rimboccato le maniche e ho “corretto” il soggetto seguendo le indicazioni del direttore riproponendolo anche se sono consapevole che ci siano poche speranze di un ripasso ma io credo in tutti i racconti che ho ideato, sia in quelli pubblicati sotto forma di ebook a tema western, sia nella validità del romanzo che devo ancora completare o nei due racconti che sono in cantiere. Ovviamente questo discorso vale anche per i soggetti che ho spedito e per le proposte che ho avanzato alle varie redazioni, sperando di ottenere un qualche ricavo, in soldi (vana speranza subito soffocata) oltre che in soddisfazione, visto che la soddisfazione non si può mettere in un panino, per quanto sia importante.

Fin qui nulla di insolito. Ma non vi ho raccontato questa parentesi a caso.

Un paio, facciamo tre arrotondando per eccesso, di mesi dopo aver ricevuto tale email ho comprato un volume di Diabolik in edicola, uno inedito, e cosa ti vedo? Una storia in cui si parla palesemente dei problemi che le maschere possono causare dal momento che naturalmente non permettono la sudorazione una volta indossate. Mi ripeto ma non posso farne a meno: cosa?! Ma tu guarda! E così glissavano sull'argomento… ma che diabolika casualità! E che senso di nausea e ribrezzo che mi è salito fino in bocca.

Non ci credete?  Basta dirlo: albo "Innocente o colpevole?" (nome che calza a pennello), numero 9 dell'anno LVIII, pagina 19, seconda vignetta: "Naturalmente ho dovuto evitare la sauna... Le maschere non sudano."

No comment.

 

1aaaaa1ab min

Diabolik ed Eva Kant in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a ZANIBONI.

 

Capite ora la ragione del titolo di questo articolo? Tutto il mondo è un Far West, non solo quello dei fumetti. Uscendo di casa si rischia la cotenna nei modi più assurdi e ci sono situazioni assai più gravi e serie di quelle delle quali ho sproloquiato finora, ne sono ben consapevole, avendo rischiato di andare a contemplare le margherite dalla parte delle radici come minimo due volte, arrotondando per difetto. Ma il fegato lo rovinano anche queste facezie.

Purtroppo non riesco ad abituarmi ad abusi o prepotenze e le questioni di principio in tutti gli aspetti della vita mi fanno ancora accartocciare lo stomaco.

Proprio come quando mi è stata chiesta una certa cifra per “poter” lavorare scrivendo articoli su una nota rivista di settore. Ehm… pagare per lavorare? Ma non c'è un nome specifico che definisce la situazione? Grazie per “l'opportunità” ma no, grazie.

Poco esperto e di belle speranze sì, ma proprio fesso no.

E non crediate che gli altri aspetti “artistici” che ho introdotto nel discorso siano piazzati meglio: l'editoria, che si tratti di nuvole parlanti o di libri, è un mare in tempesta popolato di numerose specie di predatori, dove anche il più piccolo pesciolino rosso ha una dentiera affilata come un rasoio.

E quello dell'arte intesa come quadri, gallerie ed esposizioni si unisce a buon diritto al coro: opere svalutate, opere distrutte, scarsa trasparenza, richieste di denaro anche solo per esistere ed occupare spazio sono le problematiche che ho incontrato sul mio cammino in Patria. Perchè per sperare di ottenere qualche risultato concreto bisogna essere costretti a guardare oltre i confini nazionali? Oltre alla fuga dei cervelli deve esserci anche la fuga dei pennelli? Usiamo sia gli uni che gli altri prima “a casa”, valorizziamoli o per lo meno non cerchiamo di sgraffignare anche i mutandoni a chi esprime entusiasmo verso un'attività, qui parliamo di attività artistiche, e poi magari aiutiamolo, sosteniamolo, abbracciamo l'intraprendenza ed i progetti validi anche ad essere “esportati”. Ma davvero, non solamente per abbindolare chi spera che sia la volta buona e poi si trova con un pugno di mosche.

Certo, ci sono state anche occasioni positive nelle quali il gioco è valso la candela ma purtroppo si tratta di eccezioni e dovrebbe essere esattamente il contrario. A volte mi chiedo perché non si possa vivere in modo civile e rispettoso gli uni degli altri senza cercare di accoltellarci, in senso lato oltre che purtroppo anche letteralmente, non appena uno gira le spalle.

 

1aaaaa1ai min

L'espressione corrucciata del Duca in questo ritratto è spesso sovrapponibile, dopo certe "sorprese", 

a quella del curatore di "Osservatorio Tex", che ha realizzato il disegno.

 

Torniamo sulla diligenza che più di 70 anni fa è partita piena di sogni con destinazione leggenda.

Ultimamente si sta parlando della nascita di qualcosa definibile come “Universo Bonelli”.

Sono stati diffusi svariati annunci su un “inizio” che dovrebbe essere maggiormente spiegato o magari proprio svelato, nei suoi primi passi, a Lucca Comics. Ho visto un video di una di queste presentazioni in cui si etichetta questo nuovo filone di progetti con un parolone: cross-medialità. Dunque, praticamente si tratta di servirsi di nuovi mezzi di comunicazione resi al servizio del mondo del Fumetto in modo da raggiungere e coinvolgere un maggior numero di persone, attraverso supporti non più unicamente cartacei.

Mmm… mi vengono in mente due cosette.

Innanzitutto speriamo che non si ripeta la catastrofe di “Monolith” altrimenti sulla cross-medialità sarebbe il caso di metterci proprio una cross sopra (cross significa croce per l'appunto).

Ma soprattutto questa Rubrica da almeno un annetto, anche di più dal punto di vista della preparazione e della ricerca di contatti, ha inaugurato una sorta di spin off, di costola, denominata “Una voce per Te(x)”: se capitate spesso da queste parti ormai dovreste sapere di cosa parlo. Letture da parte di noti doppiatori a favore di persone ipo e non vedenti. Ho deciso di trasformare i files che mi sono stati consegnati del tutto gratuitamente da parte degli artisti che hanno accettato con entusiasmo e gentilezza di collaborare, in video particolari, cioè senza immagini salvo quella necessaria per crearli su Youtube. Li ho battezzati “video che si ascoltano” poiché quell'immagine fissa è un disegno realizzato da me, tributo a vari autori grafici del Ranger, ma non solo, con al posto della musica la voce che declama i testi, tutti ideati da me di sana pianta.

Dunque, io non sarò un esperto, ma come vogliamo chiamare tutto ciò se non cross-medialità? Cioè, non mi sogno nemmeno di usare termini così roboanti che servono solo a far godere degli ultimi raggi di sole i denti quando si dà aria alle fauci, ma il concetto non cambia: dal fumetto di carta si passa agli articoli sempre scritti ma online, per passare all'audio che infine approda ad un supporto video, utile per pura comodità di diffusione.

Non sono più mezzi di comunicazione inclusi nella stessa iniziativa? Direi proprio di sì.

Ho proposto alla Bonelli, più di una volta, il mio progetto ma mi hanno risposto picche perché a loro interessa solo se qualcosa crea profitto e tutto il resto che ruota attorno a loro viene ignorato, ritenuto al pari delle zanzare in estate. Va bene, ma ciò non toglie che il naso mi si sia leggermente storto prima di fare spallucce e di continuare per la mia strada: c'è chi si fa pagare per baggianate ben meno “onorevoli”, io proponevo e curo qualcosa che in sostanza era già un lavoro svolto, non chiedevo soldi assolutamente, qualcosa che avrebbe fornito un'ondata di nuova visibilità anche e soprattutto a loro visto che realizzo un “prodotto” che spero sia in qualche modo utile, e tutto per passione.

Se volete saperne di più, in questo articolo di qualche tempo fa racconto come “Una voce per Te(x)” sia giunto a guadagnarsi un intervento in onda in diretta su Radio Deejay (radio, altro media), intervento nel quale sottolineo che si tratta di un progetto del tutto indipendente da case editrici o affini: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5573-osservatorio-tex-in-onda-in-diretta-su-radio-deejay .

 

1aaaaa1ap min

Ritratto del vero Wyatt Earp ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Prima di gettare ulteriore carne sul fuoco, per come la vedo io sarebbe meglio aggiustare quei “problemini” che spuntano però come funghi, ma solo il tempo ci dirà se questo “inizio” avrà una “fine” troppo ravvicinata.

Una delle parole ricorrenti di questa chiacchierata, che, tranquilli, è ormai giunta al termine, è stata “eroe”. Tex è l'eroe dalla camicia gialla, su Dragonero abbiamo disquisito di “Morte di un eroe” e riguardo Magico Vento abbiamo imparato che Wyatt Earp sta antipatico agli sceneggiatori.

Non che chi vi scrive consideri Wyatt un eroe ma quello che ritengo alquanto incomprensibile è questa urgenza di smontare la figura dell'eroe in senso generale, anche e soprattutto agli occhi di chi magari ne ha idealizzato il concetto o il ricordo. In fin dei conti neanche Robin Hood, se mai è realmente esistito, era quel ribelle dal cuore puro che la letteratura ed il cinema ci hanno voluto rifilare, stando a qualche studio storiografico.

Soprattutto nel mondo di oggi non credete che ci sia bisogno di eroi o, se non volete usare questo termine, di esempi di onestà e coraggio da seguire e magari imitare? Da cui imparare!

E se anche l'uomo dietro il mito, Robin o Wyatt, non era quella perla che Hollywood o la tradizione hanno invece innalzato dal buio della Storia, perché affannarsi a spendere forze in una direzione che, lo abbiamo visto, sostanzialmente se non porta dritti a spiaccicarsi contro un muro di mattoni chiamato “figuraccia”, si traduce in un impervio sentiero che non conviene percorrere per il semplice motivo che il gioco non vale la candela, specialmente se come verifica di ciò che si asserisce si utilizza il metodo del “fare la voce grossa”, convinti di intimorire o di acquisire consensi per via del tono usato? Non funziona così.

C'è differenza tra personaggi di fantasia e uomini fatti di carne ed ossa, naturalmente, così come d'altro canto non bisogna confondere i lettori con un numero in un profilo vendite. Si parla di sogni, che siano provenienti da una Fabbrica o no, e quindi non tirate le bolas (e non fatemi fare battutacce in questo punto) per intrappolare le caviglie del nostro trasporto nei confronti del West o di altri generi narrativi sommergendoci di albi e testate, vecchie e nuove, come a volerci intontire, anche perché si è dimostrato che si riesce a star dietro a tutto con fatica, intendo che chi le crea non riesce a star loro dietro, facendosi sfuggire esternazioni opinabili, articoli e prodotti che causano paralisi nell'espressione di sgomento ed incredulità e a lungo termine si corre il rischio di rimetterci, diffondendo diffidenza dove dovrebbe esserci sicurezza, a discapito di reputazione, credibilità e passione. Se poi gli stessi editori si barricano dietro all'inconsistente difesa rappresentata da “non obblighiamo nessuno a comprare niente”, beh, allora che succede se i lettori vi danno retta e non comprano effettivamente i fumetti che non solo non gli interessano ma smettono di comprare alcune edizioni appartenenti a testate che seguono da anni con religioso impegno?

In tal modo inevitabilmente le suddette bolas magicamente possono anche diventare il famoso, duro e concreto boomerang di poco fa.

Per fortuna la passione per il West ed il genere western non è in mano a presunti competenti tecnici o chi per loro ma è qualcosa che si sente dentro, come quella per il Fumetto, al riparo da avvoltoi travestiti da colombe e protetto da tegole che ci precipitano sulla zucca.

Stessa musica per il Trading Post, compadres: i veri appassionati, i veri Texiani saranno sempre i benvenuti qui, per allungare le gambe sotto un tavolo e bagnarsi il becco o zavorrarsi la panza mentre si parla di un hombre diventato ormai una Leggenda ed un fenomeno di costume che trascende il tempo quando non la realtà stessa e che tutti noi possiamo per questo a buon diritto considerare un amico.

Hasta luego!

 

 

Qui di seguito trovate tutti gli altri "video che si ascoltano" finora pubblicati nell'ambito di "Una voce per Te(x)".

- "La pista dei Forrester e Tabla Sagrada", voce di Angelo Maggi: https://www.youtube.com/watch?v=HyOowYeG5Zo

- "La Leggenda", voce di Christian Iansante:  https://www.youtube.com/watch?v=L1GbQqgMWuQ

- "Osservatorio Tex su Radio Deejay": https://www.youtube.com/watch?v=j_e4FdoU39Y 

- "Gli eroi di Devil Pass", voce di Fabrizio De Flaviis: https://www.youtube.com/watch?v=-veWD_p-QHE 

 

 

Magazine

Moleskine 125 » Quella falsa differenza tra Fumetto e Graphic Novel

30-08-2019 Hits:832 Moleskine Conte di Cagliostro

Sottotitolo: Artibani e Recchioni avanti, dietro tutti quanti (Plazzi compreso) per piacere di Topolino. di Conte di Cagliostro Houston il fumettomondo ha un problema. Ci sono dei pazzi che vanno in giro spacciandosi per Francesco Artibani, Andrea Plazzi e Roberto Recchioni? O Artibani, Plazzi e Recchioni sono pazzi? Ricapitoliamo. Qualche giorno fa, il...

Leggi tutto

RECENSIONE CARTONATO DEADWOOD DICK "TRA IL TEXAS E L'INFERNO"

29-07-2019 Hits:1358 Critica d'Autore Lorenzo Barruscotto

    "Avete mai fatto caso che nella vita ogni tanto si incontra qualcuno che non va fatto in…alberare?” Ecco, quel qualcuno è Deadwood Dick. Mutuandola ed adattandola per i nostri scopi, la celeberrima frase pronunciata da un granitico Clint Eastwood in “Gran Torino” serve perfettamente a delineare il carattere del personaggio...

Leggi tutto

Moleskine 124 » Quando scappa un fumettosauro dallo zoo del fumettomondo

15-06-2019 Hits:1040 Moleskine Conte di Cagliostro

di Conte di Cagliostro Interrompiamo il silenzio di questa disgraziata rubrica su questo disgraziatissimo sito, perchè pare che sia scappato il fumettosauro dallo zoo del fumettomondo. Per sgombrare subito il campo da qualsiasi possibile dubbio, durante la nostra assenza dal vergare queste righe siamo diventati grandissimi estimatori del famigerato Sauro Pennacchioli...

Leggi tutto

Il Duce, la storia di Mussolini che la Panini non vi farà mai leggere...

15-06-2019 Hits:1231 Off Topic Super User

...Fumetto d'Autore ve la presenta corredata da un imprescindibile apparato critico. Dopo avere scoperchiato il caso della storia dedicata a Mussolini misteriosamente omessa dalla Panini, in nome della stessa libertà con cui M.M. Lupoi si riempe i profili social tutti i giorni, potete scoprire da soli se era da censurare...

Leggi tutto

Rinaldo Traini, un ricordo tra luci e ombre

05-06-2019 Hits:1175 Autori e Anteprime Alessandro Bottero

di Alessandro Bottero Di sicuro per Rinaldo Traini, scomparso ieri, non assisteremo ad una beatificazione post mortem come è stato per Sergio Bonelli. Troppo divisiva la sua figura, e troppo ‘profondo’ l’impatto che ha avuto nella storia del fumetto italiano, profondo non nel senso positivo del termine, ma nel senso di...

Leggi tutto

L’Europa: grande assente dal fumetto italiano mainstream

29-05-2019 Hits:666 Critica d'Autore Alessandro Bottero

di Alessandro Bottero Alcuni giorni fa si sono svolte le elezioni europee. Mi ricordo che anni e anni fa, le prime volte che si votava per il Parlamento Europeo ci si rideva su. Non si capiva a cosa servisse. Poi progressivamente ci si è resi conto (chi VUOLE rendersene conto, ovvio)...

Leggi tutto

Casa Cagliostro a Lucca 2018: Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché

25-10-2018 Hits:4001 Critica d'Autore Redazione

Di Alessandro Bottero Anche per il 2018 Lucca vedrà nei giorni di Lucca Comics & Games l’evento Casa Cagliostro, cinque giorni Autonomi & #EscLUSive nel centro della città. Chi Casa Cagliostro non fa parte di Lucca Comics. È uno spazio autonomo, indipendente, autogestito (termine che fa molto anni ’70 e che...

Leggi tutto