Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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I PARERI SONO COME IL C...ERVELLO: TUTTI NE HANNO UNO. Considerazioni in libertà sul mondo del Fumetto, Western e non solo.

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Un immortale simbolo del West e del genere western: il Duca, John Wayne.

Ritratto ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

 

 

Buenos dias, compadres.

Si è parlato molto, a volte anche straparlato, di alcuni cambiamenti e di alcune scelte prese dalla Casa Editrice di Tex, la Sergio Bonelli Editore. Poiché certi mutamenti di rotta o al contrario certi rifiuti di modificare tale rotta coinvolgono più o meno direttamente i Texiani, e considerando che ormai questa Rubrica si è già incamminata nel suo terzo anno di vita, dopo aver analizzato e disquisito su un buon numero di albi, anche qui al Trading Post facciamo il punto in merito alla faccenda.

Innanzitutto è ovvio e doveroso partire da ciò che ogni lettore non ha potuto fare a meno di notare e che era stato annunciato in precedenza: l'aumento del prezzo di sostanzialmente quasi tutte le testate, non unicamente quelle dedicate ad Aquila della Notte. Se non erro Tex Classic non ha subìto incrementi ma in compenso a livello generale sono stati riproposti dei filoni narrativi di personaggi importanti come Mister No e Magico Vento o sono nati nuovi eroi come i protagonisti di "Odessa", il cui importo per comprarlo si inserisce in questa ondata di accresciuti costi.

Di sicuro non stanno in piedi i discorsi sul genere “si stava meglio quando si stava peggio” dal momento che tutto, non solo nel campo del Fumetto, col tempo aumenta come prezzo perché si adegua al costo della vita e non si può pretendere che i “giornalini” odierni vadano pagati 200 lire come una volta. Di per sé potrebbe rivelarsi un non – problema ed un argomento trito e ritrito però ci sono un paio di riflessioni da fare, a mio parere. Innanzitutto un aumento della spesa da parte dei lettori dovrebbe andare di pari passo con, se non un aumento, quanto meno il mantenimento di un certo standard qualitativo che invece negli ultimi tempi sotto diverse forme è risultato carente. E' palese che quando si arriva alla perfezione, come accaduto spesso con alcune... storiche storie di Tex, sia difficile rimanere sempre al vertice ed il seppur minimo calo, pur restando nel range dell'ottimo livello, venga inevitabilmente percepito, ma in questo caso non si tratta di un “minimo calo”, se si fa mente locale riportando la memoria ad alcuni albi che sono stati pubblicati attorno alla data evento del settantennale dalla nascita nelle edicole dell'eroe dalla camicia gialla. Se anche questo discorso vi sembra troppo soggettivo, allora è una realtà oggettiva il fatto che proprio per festeggiare il grandioso traguardo dei 70 anni ci sia stata una sorta di sovraesposizione, una certa come dire invasione di volumi di Tex. E voi (anch'io in un primo tempo ho esultato) direte “Ben venga!”. Sì, solitamente vi avrei dato ragione ma questa ondata di albi ha purtroppo finito per trascinarsi dietro effetti collaterali indesiderati, primo fra tutti ha inflazionato il prodotto in sé, visto che, quanto meno secondo la mia opinione ma anche secondo quella di molti altri appassionati, si è andati a preferire la quantità a discapito della qualità, come accennato poc'anzi. Se dovessi visualizzare un'immagine per spiegare cosa intendo dire vi suggerirei di pensare ad un vorace criceto che cerca affannosamente di infilarsi in bocca nelle sacche che ha dietro le guanciotte quanto più cibo possibile. 

Lungi da me contestare il famoso adagio “de gustibus”, però un paio di esempi sono andati al di là dei gusti personali dimostrandosi ampiamente al di sotto delle aspettative ed anche del confronto con albi simili.

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Sto parlando, veramente "ultimo in classifica", del cartonato intitolato “Cinnamon Wells”. La storia (soggetto e sceneggiatura) ideata da Chuck Dixon è confusa e raffazzonata, parendo semplicemente imbastita piuttosto che ragionata come dovrebbe e come meritano sia il Ranger che i suoi lettori. Lo stesso vale per la realizzazione grafica ad opera di Mario Alberti: probabilmente a causa di stretti tempi editoriali, i disegni sono maggiormente accostabili a sketch come quelli che vengono creati rapidamente alle fiere dei fumetti con uno stile comprensibilmente sbrigativo dovendo accontentare una nutrita fila di aficionados. Le scene più riuscite sono quelle dove NON compare Tex e la possibilità di sperimentare il nuovo stile di impaginazione, proprio della serie dei cartonati, stavolta si è ritorto contro l'artista aumentando il caos che si percepisce dall'osservazione delle tavole, comunicando non solo la fretta di finire ma anche un senso di disordine, un disorientamento e mi spingo anche a dire una certa carenza di profondità impropria della Casa Editrice. L'unico tocco di tridimensionalità, poiché i disegni hanno scarsissime ombreggiature quando non diventano sagome nere per indicare le scene notturne, viene apportato da Matteo Vattani che per fortuna si è occupato della colorazione, altrimenti ci sarebbe stato ben poco da salvare di quest'albo. Lo stesso Tex non è Tex ma, se si poteva affermare a ragione la medesima cosa per il personaggio disegnato da Sarpieri (perché neanche il suo era il vero Tex quanto più un cowboy vestito come Aquila della Notte), qui per quasi 9 euro abbiamo a che fare con un protagonista che se non indossasse i classici bandana nera e blusa con le due tasche passerebbe del tutto inosservato, somigliando vagamente al socio di Nick Raider, il simpatico Marvin Brown. Per non menzionare la comparsata di “uno che vorrebbe essere” Carson, il quale appare scostante e fastidioso sebbene sia presente solamente in poche vignette. Meno male che da questo scivolone ci siamo ampiamente ripresi con il cartonato successivo, “L'uomo dalle pistole d'oro”, una vera opera d'arte.

 

Sulla stessa lunghezza d'onda purtroppo viaggiano ben due Maxi Tex, uno che vede in copertina ancora il logo dei 70 anni ed un altro uscito ad aprile 2019. Personalmente non condivido la scelta di dividere il “balenottero” in due storie. D'accordo, probabilmente da un punto di vista superiore, per gli sceneggiatori e le “alte sfere” tale orientamento è giustificabile e serve anche a diversificare le avventure ma ci sono fior di Maxi con un'unica storia che sono diventati dei capolavori ed inoltre questo formato non ha acquisito il compito di ospitare con storie brevi nuove leve eventuali per le schiere di artisti che lavorano per i Rangers. E comunque anche in questo senso ci sarebbe qualcosa da dire, soprattutto se tornano alla mente un paio di queste storie brevi, contenenti sviste, errori ed opzioni narrative quanto meno opinabili se non proprio fuori rotta.

Ne avevo ampiamente discusso in occasione proprio del ColorTex a cui sto pensando, il numero 14. Vi allego il link dell'articolo qui a seguire: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5549-recensione-di-colortex-numero-14 .

 

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Il primo dei due Maxi si intitola “Deserto Mohave”. Niente da eccepire sulla splendida cover ad opera di Claudio Villa, sempre capace di toccare le corde giuste dei Texiani. Ciò che mi domando è un'altra cosa. E' inevitabile che la copertina debba riferirsi ad una storia e non possa avere elementi di entrambe quelle contenute nel volume, ma allora perché considerare come “principale” l'avventura che per altro fornisce il titolo, quando è la seconda ad essere uno spettacolo di pura arte e per giunta anche pane per i nostri denti appassionati di West? Il racconto “Deserto Mohave” non ha nulla da farsi rimproverare dal punto di vista della grafica: i disegni di Alessandro Nespolino sono come sempre intensi, con il suo stile netto e pulito, le tavole sono espressive, ordinate, curate con le giuste dosi di bianco e nero, tratto che già conosciamo e che si adatta benissimo a svariate ambientazioni, che siano in città o in mezzo al deserto. Ciò che invece fa comparire non uno ma un'intera generazione di punti interrogativi sulla testa del lettore è la storia in sé, la trama. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Gianfranco Manfredi il quale probabilmente aveva intenzione di dare un'impronta horror al suo racconto ma che invece a mio modesto modo di vedere ha mancato del tutto il bersaglio. La presenza di un gruppo di assassini con un tatuaggio in fronte, la ricerca di un bottino nascosto ed una tribù di pellerossa male in arnese vengono rimescolati nel calderone senza legare tra loro ed il risultato finale non è una ricetta gustosa ma un arrosto bruciacchiato. Il capo dei cattivi che non sa neanche lui se è un'anima completamente nera ma che comunque crede di essere più furbo di tutti e che per questo solo motivo meriterebbe di essere impiombato senza troppe esitazioni, i suoi accoliti che dovrebbero essere pericolosi fuorilegge ma che riescono solamente a trasmettere sensazioni di fastidio ed antipatia, le tipiche emozioni che al massimo una zanzara riesce a suscitare in estate, mentre il traditore che fa il voltagabbana giusto per salvare la pelle non solo non è una novità ma nel modo in cui viene delineato fa prudere le mani anche a noi innocui cowboys da poltrona... Cosa? Tralasciando il particolare dei tatuaggi che forse voleva essere un tocco in più, mentre invece appare un dettaglio del tutto marginale che non contribuisce a rendere più terribili le figure dei nemici, la stessa morale che dovrebbe esserci in ogni storia del Ranger viene meno: ci si sbarazza con una “bella” esplosione di un gruppo di ragazzi (noiosi, inesperti, irritanti e pieni di sè, lo riconosco), giusto per risolvere il problema, così come vengono eliminati un mucchio di uomini senza neanche accertarci che fossero semplici guardie giurate che sottostavano agli ordini o che fossero corrotte, anzi viene suggerita la prima ipotesi, e tutto quello che Tex riesce a fare è una scrollatina di spalle. Pazienza. Ripeto: cosa? Non bastano due o tre battute “in stile texiano” proferite dal Vecchio Cammello, le quali però in questo caso non so bene perché ma suonano vagamente come delle barzellette già sentite, qualcuno direbbe delle gag, o quel mezzo secondo di pathos aspettando di veder comparire la figura del nostro Pard che esce dalla coltre di nebbia sfuggendo per un soffio ad un disastro per compensare la perplessità che rimane nell'animo del lettore una volta giunto all'ultima pagina della narrazione.

Di tutt'altra pasta è invece la storia intitolata “L'ultimo giorno” (che però nella prima pagina cambia titolo diventando “L'ultimo treno da Stonewell”, ed anche questo è un sintomo di ciò che intendevo prima tirando in ballo qualità e quantità) su testi di Tito Faraci e disegni affidati alla superba mano di Yannis Ginosatis. Non mi dilungo a chiacchierare su questa avventura perché farà parte di un articolo in cui la recensirò direttamente.

 

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Ed ecco che è il turno del secondo Maxi di cui accennavo poco fa. Titolo: “Il cavallo di ferro”. Qui i disegni di entrambe le storie sono firmati da Ugolino Cossu ed in entrambe le storie sono di pregevole fattura: dettagliati, con ombreggiature studiate ad arte quando serve o aventi vividi contrasti tra bianco e nero dove necessario, senza un elemento fuori posto nè in eccesso che rischi di appesantire le tavole. Le espressioni facciali di Tex e Carson che si spalleggiano a vicenda fino al granitico volto di Tiger Jack collimano splendidamente con i “nostri” Pards, il che ci fa aprire in un sorriso tanto ampio quanto quello di Piccolo Falco mentre scherza con lo zio Kit. Il lavoro di Cossu in tutte le 292 pagine che compongono l'albo è veramente notevole, oserei dire magistrale, anche se si nota una svista che però è perdonabilissima ed umana. Nella prima delle due avventure, precisamente a pagina 111 un carrello della ferrovia precipita da un ponte pericolante dove manca una rotaia solo che è disegnato mentre cade dalla parte opposta a quella dalla quale avrebbe dovuto cadere perché su quel lato c'è ancora la rotaia che non è stata divelta. In pratica il carrello secondo me avrebbe dovuto cadere dall'altra parte o quanto meno la rotaia dovrebbe comparire sul lato opposto a quello in cui la vediamo. Niente di troppo grave, fosse solo questo…

Il cavallo di ferro” inizia sotto i migliori auspici: i Rangers che sbatacchiano un balordo, una minaccia incombente che si sovrappone al caso che stanno seguendo… Incominciamo a sospettare che qualcosa non quadra quando un gruppo di indiani appicca il fuoco ad un ponte della ferrovia che non crolla ma rimane intatto, annerito e praticamente incenerito, intendo non solo intaccato ma proprio bruciato, però perfettamente integro, come accade nei cartoni animati di Tom e Jerry al gatto Tom o di Road Runner a Wile Coyote. Viene istintivo voltare lentamente le pagine che lo raffigurano per paura che un solo sbuffo d'aria lo faccia svanire proprio come succede nei suddetti cartoons. Fin qui, va beh, ce la beviamo. Sta in piedi anche il pellerossa che impara a diventare un macchinista della locomotiva, non sono ironico. Ritorna invece la perplessità quando i due Pards per fare più in fretta usano come scorciatoia un canyon messo lì a casaccio con per giunta delle rocce che stanno su come un castello di carte. Il tutto per creare l'apprensione del crollo prima di veder spuntare uno dei Nostri dalla polvere (per la cronaca, nell'altro Maxi era stato Tex adesso tocca a Carson). Ok, però questo espediente non dovrebbe venire utilizzato come jolly riempitivo ma solo se ha un senso, legato alla narrazione, no? Comunque anche questa la archiviamo. Il fatto è che probabilmente lo sceneggiatore, Luigi Mignacco, ha confuso un po' le caratteristiche proprie del Ranger con quelle di Zagor o ancora di più con quelle di Superman, perché ci può stare benissimo, anzi è finalmente una bella scena, che Tex si aggrappi all'ultimo momento ad un costone di roccia per salvarsi dal treno che precipita in un dirupo, quando il peso delle carrozze fa finalmente andare in pezzi il ponte, anche se bastava uno sternuto per fargli fare la stessa fine. Ma si esagera se tale acrobazia viene fatta compiere ad Aquila della Notte portandosi dietro un tizio che non solo non è un peso morto quindi non mette in atto solamente uno “sciopero passivo” ma vuole a tutti i costi farla finita. Con Tex che si appende con una sola mano non alla parete rocciosa ma a quello stesso ponte che dovrebbe sbriciolarsi sotto il peso del treno. Tra l'altro senza mozzargli la medesima mano o causare problemi per le vibrazioni e le scosse che un intero convoglio provoca passandogli a pochi centimetri dalla zucca. Forse si voleva riprodurre il mal di stomaco del celebre incipit del film “Cliffhanger” con Stallone, dove Sly cerca in tutti i modi di salvare una donna che purtroppo si agita e gli fa sfuggire la presa ma anche qui si sente invece unicamente il “plunf” del buco nell'acqua. Ciò che si associa mentalmente a tale sequenza è invece qualcosa che i fans di "Guerre Stellari" sono stati costretti a vedere e cioè la principessa Leila che svolazza nello spazio proprio come Superman, nell'ultimo film della saga. Qualcosa di ridicolmente comico, che nella storia di Tex diventa (spero) non volutamente eccessivo anche per un eroe invincibile come l'ex magnifico fuorilegge.

Almeno l'arguzia di Carson, svelto di lingua e di mano con le sue Colt, compensa in parte il grosso “Ma dai!” che deve essere riecheggiato nelle case di molti Texiani una volta giunti al termine di questa storia.

Sempre di Mignacco e Cossu è la seconda avventura del Maxi, “La carovana dei Cherokee”. E qui siamo da capo: la seconda storia è assai migliore di quella che è stata eletta a “primaria”, raffigurata in copertina sempre dal grande Villa. Intanto ci sono tutti e quattro i “Moschettieri del West” e ciò ci fa sempre respirare meglio, ma poi l'impostazione narrativa, sebbene sia comunque una situazione già vista, vale a dire una carovana in pericolo assaltata da pellerossa, fornisce spunti del tutto nuovi ed anche la “base” del racconto, una situazione che gli appassionati di Tex e di western in generale conoscono piuttosto bene, ci lascia assaporare atmosfere per così dire familiari. E' quello che i lettori vogliono, una bella storia dove si spara ma dove ci sono personaggi in gamba, traspare senso dell'onore, coraggio, c'è una morale e, sebbene combattendo, si cerca sempre di raggiungere un bene più alto, una fratellanza tra i popoli. Diavolo, questo è Tex. La seconda parte del volume avrà uno spazio tutto suo a fianco della seconda storia menzionata in precedenza in un articolo apposito perciò non mi dilungo oltre.

 

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Quello che invece non solo si salva dal livello piuttosto mediocre ma che rinfranca il cuore di tutti i Texiani è il Magazine dove compaiono la storia su Dinamite, lo storico cavallo di Tex, firmata da Dotti e Boselli, ed un'avventura vissuta da Tex al fianco della moglie Lilyth, di Civitelli e Boselli. Un vero capolavoro. Anche in merito al Magazine non mi soffermo troppo adesso perché avrà la sua propria recensione in cui si discuterà per altro sugli articoli inclusi in esso, cosa che per quanto ne so succede solo su "Osservatorio Tex".

 

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I lettori almeno una volta si sono sentiti tutti, chi più chi meno,

"diplomatici" come Bambino in "Lo chiamavano Trinità".

Ritratto di Bud Spencer ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Come ho detto all'inizio di questa chiacchierata, sono tornati dopo lunghe pause, chiamiamole così, un paio di personaggi importanti per la Casa Editrice, personaggi protagonisti di testate che avevano ed ancora oggi hanno un gran seguito di lettori, incluso il sottoscritto. Uno è Mister No e l'altro è Magico Vento. Quando le avventure del simpatico pilota Jerry Drake sono giunte al termine si è sentito un vuoto: io, e non solo io, lo consideravo una delle testate simbolo della Bonelli dopo e con Tex, Zagor, Dylan Dog e Nathan Never (ci aggiungerei anche il già citato Nick Raider perché mi piaceva il thriller, e mi piace tutt'ora). Bisogna dire che il ritorno di Mister No, tralasciando esperimenti piuttosto posticci come quello che vedeva il personaggio trapiantato in un altro tempo, in una sorta di “cosa sarebbe successo se...” spostandolo dalla Seconda guerra mondiale al Vietnam, è stato fatto con tutti i crismi. Disegni ottimi, con un “cameo” da parte di Roberto Diso, leggendaria china che ben conosce l'Amazzonia del fumetto, trama che rispecchia lo stile e l'atmosfera che si respirava sulle pagine della “serie madre” ed anche la decisione del momento temporale in cui inserire queste nuove vicende è del tutto condivisibile, a mio parere.

Per quanto riguarda Magico Vento le cose non vanno così lisce. I disegni anche in questo caso sono ciò che salva la situazione: fluidi, dinamici, adatti al western ed a quel pizzico di spiritualità che era assai più presente nel Magico Vento degli inizi ma che poi si è un po' perso come un fiume che si divide fino a comporre piccoli rigagnoli. E' bello vedere ricompattare la coppia Ned Ellis e Poe ma in questo caso non vengono fatti molti sforzi per accattivarsi l'attenzione di nuovi lettori. Chi è Magico Vento, chi è Poe, chi è questo fantomatico Shado che viene nominato…? A mio avviso ci sarebbe stato bisogno di una storia che riprendesse i canoni della testata, come succede per Mister No, ma così, con una partenza neanche in medias res seguita da flashback esplicativi, si danno per scontati molti elementi che i vecchi appassionati conoscono ma dai quali gli eventuali nuovi futuri aficionados vengono tagliati fuori. E poi anche ad alcuni di noi vecchie rocce forse un ripasso non avrebbe fatto male. Su Magico Vento torneremo tra un po'.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto: a destra un lettor... un mustang, a sinistra "Chiappalo, chiappalo!"

 

Un particolare che accomuna questi ritorni con gli albi che sono stati pubblicati in concomitanza con l'aumento dei prezzi è la presenza di un poster incluso nei volumi. Sulla carta presumibilmente suona come un apprezzabile regalo e superficialmente uno non ci sta neanche troppo a pensare ma riflettendoci meglio anche in seguito ai discorsi ed ai commenti letti sui social si nota come parecchie persone abbiamo percepito quell'amaro in bocca, quel retrogusto che non avevano, non avevamo, ben identificato di primo acchito. Se si vogliono aumentare i prezzi, ok, è un conto, anche Diabolik a luglio è salito, ma “ammansire” i lettori rifilando un poster, per altro ovviamente piegato alla grandezza del formato degli albi, con una immagine neanche inedita (va bene, passi che si tratta di un disegno che possiamo definire “storico”), con l'aggiunta, per quanto riguarda Tex per lo meno, di 4 figurine, si trasforma in una caduta di stile inaspettata da parte della Fabbrica dei sogni. Sarebbe stato molto più consono, molto più di classe aumentare il prezzo di copertina e basta, senza rifilare il contentino o quanto meno non facendolo corrispondere proprio al rincaro ma magari aggiungerlo così a sorpresa, senza un'occasione specifica.

Per fortuna c'è stata la “lettera aperta” di Davide Bonelli che, come ogni volta in passato avevano fatto il padre ed il nonno, si scusa nei confronti dei lettori costretti a questo “piccolo sacrificio”. C'è chi ha affermato che fosse un intervento doveroso, comunque le parole dei signor Bonelli hanno avuto quel sentore di “famiglia” che ha ricordato l'inarrivabile eleganza di quando a parlare erano Gianluigi o Sergio Bonelli. Tutto ciò che viene detto è condivisibile, corretto e giusto. Il fatto è che purtroppo ci sono molti appassionati che devono rivedere i loro conti per ridimensionare il budget stabilito per i fumetti. Io personalmente non fumo e non bevo quindi le nuvole parlanti sono il mio unico “vizio” e già da parecchio non compravo più indiscriminatamente quasi tutte le testate. Però è stata la prima volta che ho riflettuto sul fatto di tagliare anche un “filone” di Tex. Intendiamoci, io ho tutti gli albi della collezione, tra originali e Tre stelle, ed un buon numero di doppioni perciò le ristampe moderne come ad esempio la collana Tex Classic non le acquisto da capo. Ho comprato solamente alcuni volumi per puro piacere personale. Stesso discorso si applica alle serie parallele che comprendono ogni tipo di ristampa, in svariati formati.

Ed è proprio qui che sta il punto, o uno dei punti. Oltre un certo limite, questa pioggia di giornalini rischia di avere un grosso effetto boomerang, a partire dal denaturalizzare il prodotto stesso. Concordo appieno con chi sostiene che si perde il piacere dell'attesa di scoprire come va a finire una storia, a parte correre il rischio di perdere il filo perché ci sono allo stesso tempo molteplici racconti aperti. Ma anche senza perdere il filo, cosa che ad un Texiano verace difficilmente succede, a dire la verità, riecco la questione della troppa carne al fuoco che inevitabilmente si ripercuote negativamente sul risultato finale. Beh, è anche ovvio che uno sparuto gruppo di soggettisti e sceneggiatori non riesca a far fronte al meglio alla richiesta di storie sempre nuove e che perciò ci siano ineluttabilmente delle sovrapposizioni. Certo, se poi tornano in mente alcune avventure di qualche nuova leva, il significato di "testata" diviene letterale e si cerca uno muro sul quale applicarlo, ma è meglio lasciar stare perché ci si addentrerebbe in disquisizioni oscure e che differiscono da persona a persona. Quello che invece è oggettivamente sotto gli occhi di tutti, dato che viene dichiarato nero su bianco, è che “i più fedeli tra i lettori aspettano con fiducia ed entusiasmo ogni nuova iniziativa”. Vero. Con fiducia ed entusiasmo. Solo che poi quando le “nuove iniziative” fanno cadere le braccia quell'entusiasmo scema un po'. Non è che a noi vada bene tutto e ci si possa propinare qualunque cosa o si possa prendere a seconda di come ci si sveglia al mattino ogni tipo di decisione, diciamo ardita, a carico di qualunque personaggio che siamo abituati a seguire da anni e anni.  Dovrebbero esserci canoni e regole fisse, ritengo, malleabili ma non sconvolgibili. La “aggregazione di energie” che viene chiamata in causa nella lettera sugli aumenti e che dovrebbe realmente fungere da fondamento (e fondamenta) dell'organizzazione editoriale non si vede. Per lo meno io non la vedo. Ciò che vedo è una frammentazione delle risorse che vengono sparse e disperse in progetti extra i quali magari in altri tempi avrebbero anche una migliore ragion d'essere ma che in questo momento, quando il Fumetto in senso assoluto non sta nemmeno vivendo proprio una nuova età dell'oro, remano contro loro stessi ed i loro “colleghi” più illustri. Eviterò di approfondire la questione in merito alla quale secondo me ogni aiuto per fornire visibilità, per diffondere, per condividere, per coinvolgere dovrebbe essere bene accetto invece di mantenere cocciutamente i paraocchi scartando a priori adeguamenti o idee che forniscono classicità ma sotto prospettive odierne, tramite nuovi metodi, scegliendo invece di puntare su “modernizzazioni” che non rispecchiano l'essenza di certi protagonisti ma che vengono apportate nell'ottica del già citato “purchè se ne parli” - style. Che non si possa accontentare tutti è un fatto ma che con tale scusa si seguano percorsi che accontentano il pensiero di pochi è un altro paio di maniche. C’è chi si scaglia a priori contro o chi difende a spada tratta. Io nel mio piccolo ho sempre cercato di analizzare anche le sviste e quando serviva mi sono soffermato a sottolineare alcune mie personali critiche. Nessuno ha sempre ragione e nessuno ha sempre torto. Così come a volte può capitare di pensarla allo stesso modo di qualcuno che solitamente non condivide praticamente mai il nostro pensiero o il modo di esprimere quel pensiero, se occasionalmente quel qualcuno si avvicina al modo di ragionare che invece ci appartiene. Non significa che allora gli stiamo dando ragione, significa che il comune oggetto del ragionamento stavolta l’ha fatta talmente grossa da costringere anche un idealista (come me, volendo restare fedele a me stesso), ad esporsi. Ribadendo che nessuno ha mai messo sul piedistallo nessuno in questo ambito ma che quando c’è stata gentilezza lo si è detto e quando c’è stata freddezza, raramente, non ne è valsa neanche la pena rispondere, a parte i gratuiti “complimenti” ricevuti in occasione di una recensione ormai datata, complimenti non dimenticati sebbene accantonati (cadute di stile del genere devono essere isolate proprio per non fare di tutta l’erba un fascio), o quando ci sono stati errori o incomprensibili affermazioni e considerazioni sbagliate lo si è espresso. Le occasioni sono poche anzi sono state poche fino al numero 700, mentre una serie di scivolate sul ghiaccio nonostante il periodo si sono susseguite nel recente passato e ritengo ci sia spazio anche per le mie opinioni che, se avrete la pazienza di leggere, magari scoprirete collimare in parte con le vostre. Oppure no, ma in ogni caso non saranno urlate in modo che le altre voci vengano messe a tacere né sussurrate con tono poco rassicurante per ottenere il medesimo fine. Ma andiamo con ordine.

 

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"Al mio mulo non piace la gente che ride." Ritratto di Clint Eastwood ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Dicevamo della suddivisione delle risorse. La serie che rinnova le avventure di Tex da giovane quando era ancora un ricercato, chiamata “Tex Willer” rientra senz'altro in questa categoria sebbene sia un caso a parte. Non è una ristampa ma propone storie inedite prendendo spunto da ciò che non era stato raccontato 70 anni fa per poi seguire una vita propria. I disegni finora sono stati affidati a Roberto de Angelis, che ha rivisitato le fattezze del futuro capo dei Navajos in modo brillante, così come riporta in vita il bieco Coffin, nonostante dovesse avere a che fare con qualcosa di prezioso come la "Numero Uno" di Zio Paperone, cioè la primissima storia di Tex, attualmente contenuta ne "La mano rossa" ed originariamente iniziata con "Il totem misterioso" e la celeberrima frase "Per tuti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?". Il suo stile a volte spigoloso ma stupendamente applicabile alle ambientazioni western ci riporta indietro come una macchina del tempo fatta di chine, per rivivere avventure lontane ma impossibili da scordare. La parte di albi affidata a De Angelis stuzzica anche i palati più fini tra i lettori, mentre quella successiva che vede subentrare Bruno Brindisi ai disegni, come già affermato, sembra risentire di una mano che vuole lavorare rapidamente ma che in talune scene giunge a produrre tavole completate frettolosamente sia per quel che riguarda i lineamente di Tex, il quale potrebbe benissimo comparire in un episodio di "Happy Days" grazie alla pettinatura, sia considerando le battaglie. Ma nel complesso anche la seconda ondata di avventure in fin dei conti passa l'esame sebbene non a pieni voti anche per via di uno o due "adattamenti" storici stiracchiati. Sono veri e propri quadri invece le accuratissime cover che stavolta non portano la firma di Villa ma quella di Maurizio Dotti. Da sole valgono almeno metà del prezzo dei volumi, che sono composti da meno pagine delle abituali 114, vale a dire 66, al prezzo per adesso ancora invariato di 3,20 euro.

Come idea può piacere o meno, da Texiano vecchio stile mi sono accostato a questi albi con curiosità e sorvolando su alcune trame rese fin troppo lunghe  (con Tesah, dopo 9 volumi, speriamo che l'argomento sia esaurito e che non ci sia la stessa manfrina ad esempio con Lupe giusto per accattivarsi chi voleva scene più "hot" perfino tra il giustiziare solitario e la ragazzina indiana) o che identificano situazioni e personaggi mai visti i quali, se fossero stati così importanti, avrebbero a mio avviso meritato uno dei classici racconti attorno al fuoco sul passato del nostro eroe, la serie concepita per accaparrarsi le simpatie di nuove generazioni di lettori regge, per quanto avrebbe un suo senso, o un maggior senso, se si trattasse di un circuito narrativo definito, una sorta di miniserie e non fosse, come credo, concepita per essere una collana "ad libitum" cioè senza conclusione, finché conviene e finché la risposta dei lettori vale la candela. Non fa parte delle riedizioni che annacquano il tutto e ha tocchi d'artista notevoli, insieme però ad alcuni disegni che danno l'impressione di fretta nell'esecuzione. In pratica si cammina sul filo di una lama perché il rischio di cadere nella trappola di cambiare il carattere di Tex, che stirpi intere di lettori hanno imparato a conoscere ed apprezzare dalle vicende di decadi passate, è dietro l'angolo. Bisogna stare attenti a non finire per trovarsi in mano qualcosa che potrebbe non incastonarsi come si vorrebbe nel quadro generale per apparire al contrario come il pezzo di un puzzle infilato a forza in un posto non suo.

 

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Esempio di copertina della collana "Tex Willer", realizzata da Maurizio Dotti. 

 

Accade all'incirca la stessa cosa con Zagor e "Le origini" nelle quali si ripercorrono le tappe della vita di Patrick Wilding,  con gli indelebili tragici accadimenti che lo hanno portato a vestire il costume rosso con l'aquila che si staglia contro il sole ed a prendere il nome di "Spirito con la Scure".

Ma un vero esempio di molteplici fronti lo ha fornito l'annuncio del nuovo film targato Bonelli, che dovrebbe uscire incentrato sul personaggio di Dampyr. La verità non sta mai da una parte sola ed anche in questo frangente ci sono due linee di interpretazione. Da un lato può essere anzi senz'altro è una scommessa che in teoria ha tutte le carte in regola per diventare un successo: il personaggio è importante, una delle testate maggiori nonostante qualche principio di svenimento lungo la strada e nonostante accostamenti non proprio riusciti come quello con Dylan Dog. La notizia dei lavori per la realizzazione della pellicola di primo acchito suscita entusiasmo in qualunque bonelliano poi però il trasporto viene mitigato quando si scopre che un progetto di tale entità vede tra coloro che lo svilupperanno alcuni degli stessi nomi che hanno partorito il film “Monolith” (ecco in quale occasione mi sono giunte le carezze verbali di cui ho parlato prima, davvero poco consone a chi con le parole ci dovrebbe campare e lavorare senza scadere in insulti e prese in giro da saloon). I buchi della sceneggiatura, le manifeste e visibili incongruenze della pellicola riescono a far scorrere un brivido lungo la schiena anche in tempi afosi come questi, a meno che non lo si intenda come un film che aveva intenzione di suscitare ilarità. Speriamo che Harlan Draka, il Dampyr per l'appunto, non vada in giro per Praga, sua base operativa, su una macchina nera parlante ma sostanzialmente difettosa e per giunta antipatica e mattoide (no, non si tratta di KITT: l'auto di Michael Knight non era difettosa né scorbutica) oppure che uno dei suoi compagni, il rude soldato Kurjak o la vampira ribelle Tesla non indossino un costume da orsacchiotto come il bambino rimasto chiuso nella suddetta macchina nera, come la premurosa mamma lo aveva conciato prima di partire per un viaggio (nel deserto, con un sole che spacca le pietre). Se siete curiosi questo è il link dell'articolo che avevo scritto su “Monolith” dove riporto anche le obiezioni alle mie obiezioni: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/critica-dautore/5378-monolith-il-film-recensione-e-analisi .

Lascio a voi commentare in cuor vostro le motivazioni che mi erano state fornite, assai poco gentilmente, diciamo cercando di “ribattere colpo su colpo”. Però, scusatemi, ma se siete chiusi in macchina al sole e qualcuno per rinfrescarvi rovescia una tanica d'acqua sul tetto dell'automobile, con tutta la buona volontà e anche mettendo in conto la disperazione della madre del piccolo (dimostrata dal fatto che subito dopo si sdraia sul cofano del veicolo e si fa una canna), dubito molto che vi servirebbe da refrigerio in alcun modo…

Ci tengo a ribadire come faccio sempre che da parte mia né ora né in passato i miei “pensieri in libertà” mai costituiscono attacchi personali, sottolineo da parte mia, ma dal momento che chiunque può raccontare la sua giornata dicendo di essere andato al mercato ed aver acquistato un giornalino e venire seguito da centinaia di followers, io posso esprimermi tranquillamente, indirizzandomi ai miei due lettori e mezzo. Beh, Dante ne aveva 25, io ho fatto la proporzione, non mi do molta importanza e non uso false modestie. Solo ironia, a volte.

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 Foto della cover del cartonato di Deadwood Dick comprendente le storie firmate da Colombo e Frisenda

 

Non tutte le iniziative “extra” sono da biasimare o da guardare storcendo il naso, sia ben chiaro. Un esempio su tutti è costituito dalla miniserie “Deadwood Dick” in merito alla quale uscirà un articolo specifico con parecchi riferimenti storici e che conterrà uno tra i risultati più prestigiosi ottenuti finora e che impreziosiscono maggiormente i “pezzi” messi insieme dal sottoscritto: un'intervista al maestro Pasquale Frisenda. Un articolo con tale intervista, non integrale (che sarà esclusiva solo di Fumetto d'Autore) verrà pubblicato anche sul sito ufficiale Bonelli.

Numero limitato di volumi, splendidamente disegnati e sceneggiati, sarcasmo, West crudo, ritmo coinvolgente anche se sopra le righe come vuole la collana "Audace", in una parola: fantastico! La sola cosa che fatico a comprendere è il motivo della pubblicazione così ravvicinata con gli albi tradizionali dei formati cartonato che riuniscono gli episodi firmati dallo stesso disegnatore. Sono spettacolari, ne ho uno autografato dal signor Colombo in persona, uno degli sceneggiatori, una tale vicinanza rischia di disincentivare i lettori a procurarsi un doppione, fondamentalmente, mentre tra qualche tempo magari anche solo uno dei cartonati, avrebbe sicuramente fatto più gola anche a chi ha sangue scozzese nelle vene o non è così interessato. Considerando inoltre che, visto il prezzo di copertina, il nostro fantomatico amico dalle origini comuni ad Highlander non avrebbe tutti i torti. Stessa musica per i cartonati che ogni tanto spuntano riproponendo storie già comparse in volumi “fuori serie” come i Maxi. Il prezzo è triplicato. D'accordo, la maggior parte sono a colori, non questo Cartonato nello specifico che rimane in bianco e nero conservando intatta la sua essenza, magari includono articoli che li arricchiscono, come avviene anche per il “mio” albo che è impreziosito da studi e prove da parte di Pasquale Frisenda, ma ripeto, dal punto di vista del lettore non si può star dietro a tutto e questa continua aggiunta di carne al fuoco può divenire stucchevole, mentre dal lato della Casa Editrice se lo si vuole fare bisognerebbe assicurarsi che non ci siano altri guai in giro, quanto meno grossi guai, o associarlo ad occasioni particolari come Natale ad esempio. La butto lì senza pretendere di saper fare un lavoro che non so fare, perciò se il mio blaterare vi infastidisce, prendete le mie parole alla stregua di chiacchiericcio post partita quando diventano tutti degli allenatori provetti. Converrete con me che però nel mucchio non avrò detto solamente fesserie che non stanno né in cielo né in terra.

Argomento simile per le collane come quella delle uscite insieme al Corriere della Sera, recentemente riproposta. Da capo, per Tex o secondo una logica definita per le nuove ristampe di Dylan Dog. Se qualcuno vuole completare una collezione può seguire il canale degli arretrati. O sbaglio completamente?

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto: studio di copertina per il primo libro scritto dal curatore della Rubrica. 

 

Bisogna anche ammettere che la sorte non ha aiutato poiché proprio il volume che è stato il primo del nuovo costo, parlando di Tex, è rimasto funestato da pubblicazioni fallate con due o più pagine completamente annerite dall'inchiostro che le rendeva illeggibili. Stavolta la Bonelli se l'è cavata con stile, dopo le numerose segnalazioni le quali hanno spinto ad una ridistribuzione degli albi interessati spediti insieme ad un piccolo regalo. Stranamente questa volta io non ho pescato dal mazzo la pagliuzza più corta: il mio albo era integro.

Per concludere l'argomento costi, c'è anche da dire che se si rimane nell'ambito dei livelli di hobbistica ordinaria, per così dire, è vero che non si tratta di una batosta colossale, ma se si è una di quelle persone che comprano decine e decine di giornalini ogni mese i 40 centesimi in più moltiplicati per cifre “importanti” iniziano a farsi sentire. Certo, se si arriva a sfiorare la cinquantina di albi mensili non è più un hobby ma diviene un lavoro quando non qualcosa di peggio, perdendo secondo me tutto il piacere del relax che la lettura di un fumetto trasmette, proprio come nel caso dell'eccessiva pioggia di albi concentrati in un breve periodo, solo che stavolta è una pioggia “autoinflitta”. Ed anche prima dell'ultimo rincaro non si spendevano due lire, quindi le “lamentele” diventano relative visto che nessuno ci obbliga con una Colt alla tempia a svaligiare le pareti di chioschi e librerie ed una certa potatura nello shopping in edicola è la conseguenza necessaria.

Tornando nello specifico a Tex, il genere western non appartiene a nessuno nello specifico e la passione o “l’amore” ed il trasporto per tale mondo non viene aumentato o diminuito se qualcuno ci critica, ci smonta o non segue la nostra corrente di pensiero.

In senso più ampio, è proprio il fumetto che non “appartiene” a chi lo crea, bisognerebbe ricordarsi che i suoi padri sono stati altri, ma ognuno che ci lavora, su ogni fumetto, gli dà una parte di sé che però non può e non deve mutare la sua essenza cambiando rotta a seconda di chi governa. Stessa musica per i fans/lettori. Non succede solo nel campo delle nuvole parlanti: c'è sempre qualcuno che crede di ergersi a portavoce di moltitudini o che pensa di avere capito tutto e si autoproclama dirigente magari di gruppi social o viaggia per assoluti, come se possedesse chissà quale potere decisionale o avesse il diritto di escludere dalla condivisione questo o quello, arbitrariamente secondo la sua visione delle cose. Spiacente, hombres, in entrambi i casi non è così che funziona.

Dal canto mio ho quasi sempre tendenzialmente, finora, difeso ogni scelta della Casa Editrice nei miei articoli anche perché o non mi ponevo il problema o mi sembravano decisioni oculate. Mi hanno detto che ero troppo illuso, troppo “innamorato di Tex”, c’è anche chi mi ha detto che ho messo sul piedistallo delle persone le quali poi inevitabilmente mi hanno dato una delusione o buttato giù da quel piedistallo come fanno tutte le persone, nella loro natura di esseri umani. Il fatto è che proprio per questo io ho idealizzato ben pochi individui nella mai vita e nessuno, ve lo posso assicurare, proviene dal mondo del Fumetto. Quando ho smontato alcune tesi strampalate o alcune critiche l’ho fatto pensando di avere una certa piccola voce in capitolo e con cognizione di causa dal basso della mia scarsa esperienza con le matite o come racconta-storie e scrittore di articoli e poi di libri, due, senza comunque osare paragonarmi a scrittori di ben più chiara fama. Ed è allo stesso modo che mi riservo il diritto di dire la mia, non perché io abbia cambiato idea, quindi tutti quelli che vorrebbero puntare il dito dicendomi (e qualcuno lo sta pensando mentre altri lo hanno già fatto direttamente) “Te l’avevo detto!” aspettino a stappare lo champagne: non è che non penso più che ci siano dei fior di professionisti ma il troppo stroppia ovunque. Al pari di un’idea che se dosata si rivela vincente come un antidoto, se eccessiva ottiene il risultato opposto. Come molti si sono accorti o iniziano a subodorare. Era, è stata, è la "Fabbrica dei sogni" ma oltre a rischiare di perdere per strada ben più di qualche “operaio” perché i sognatori ed i veri datori di lavoro in fin dei conti siamo noi da un certo punto di vista, rischia veramente di diventare solo più una fabbrica, interessata al mero profitto, che ovviamente deve esserci, qui nessuno pensa che si parli di fare beneficenza, però senza spogliare l'anima e consegnarla al lato oscuro, per dirla nuovamente alla Star Wars.

E parlando di “lato oscuro”, dopo il magnifico numero 700 siamo rimasti piuttosto in penombra per quanto riguarda le storie inedite e purtroppo non è che con il Texone sia andata molto meglio.

 

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Nei volumi 701 e 702 ricompare Manfredi ai testi. Sembro un disco rotto ma “La regina dei vampiri” e “Il tempio nella giungla” sono un ulteriore esempio di quando i disegni devono salvare capra e cavoli. Le chine firmate da Alessandro Bocci sono fenomenali, l'artista dosa splendidamente i neri della notte che contrastano con i bagliori di una torcia o con la luce del sole che sorge. La trama non è del tutto negativa: ci sono i Pards al completo, il che è sempre una buona cosa, soprattutto grazie ai disegni ed alle capacità grafiche dell'artista le scene di battaglia risultano coinvolgenti e fluide con qualche taglio registico interessante, i volti dei Nostri sono immediatamente riconoscibili e non distorti sebbene rimodellati, come giustamente deve accadere, con lo stile personale del disegnatore. Nel primo dei due volumi pur avanzando qualche riserva sulla storia in sé, nutriamo ancora diverse speranze grazie a due o tre battute al vetriolo, intinte in quel sarcasmo che rende il West ciò che è, collimato al mondo dei Rangers. In particolare Carson e Kit hanno un paio di uscite formidabilmente riuscite che non possono non suscitare un sorriso compiaciuto e divertito sul volto di ogni Texiano dalla testa ai piedi. Perciò se sommiamo gli elementi: disegni spaziali, un'articolata sparatoria, mistero (c'è un altro illustre e gradito ritorno in queste pagine, quello del Brujo di Pilares, el Morisco e del suo incredibilmente pessimista aiutante Eusebio), i “four brave riders” insieme e lo stile della narrazione, che da parte dello sceneggiatore sembra finalmente adeguato ad una storia di Tex... tutte le premesse erano buone. Erano. Tirando le somme abbiamo a che fare (allarme spoiler per chi non li avesse ancora letti) con una sorta di cugina alla lontana e arteriosclerotica di Mefisto, divinità azteche dai soliti nomi impronunciabili, uno stormo di pipistrelli che bevono sangue umano guidati sembrerebbe telepaticamente dalla suddetta strega, e qui le pantere ammaestrate di Zhenda vengono proprio surclassate, non c'è gara (commento ironico), il tipico ricercatore finito nei guai con figlia al seguito, bella ma ovviamente gradevole caratterialmente come un sorso di cicuta, per completare il quadro con la stereotipata pattuglia di Rurales che non si sa bene da che parte stiano. Se finisse qui, sarebbe ancora una normale storia senza troppe emozioni ma ho lasciato il pezzo forte per ultimo: vengono infilati in mezzo anche i teschi di cristallo, sì, esatto, proprio quelli del quarto (e meno bello di tutti) film di “Indiana Jones”. E proprio come nel film di Indy c'è la tribù di nativi che difende il luogo dove la spedizione di soccorso è diretta, i quali assaltano sia i buoni che i cattivi o i “non si sa a seconda di come tira il vento”. Apprezzabile la figura del sicario che cerca di redimersi capendo di aver venduto l'anima alle forze del male e che è guidato da voglia di riscatto colpito dalla forza interiore di Tex (inutile dire che fine faccia...), ma in un mondo brutale dove c'è gente che squarta e uccide, le motivazioni nascoste dello studioso disperso, per le quali è andato a stuzzicare la fantomatica mummia incartapecorita amante dei ratti con le ali, è un giro di reperti archeologici contraffatti. Ma che diavolo sto leggendo? E la strega che sembrava chissà che creatura infernale, viene riempita di piombo, se lo merita, e si dissolve come un licantropo colpito dalle pallottole d'argento. Va bene incaponirsi volendo a tutti i costi introdurre atmosfere horror, il che col Morisco in campo ci starebbe anche, però questo è Tex, non una puntata del telefilm “Supernatural”.

 

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Il mese successivo invece cosa ci aspetta? Beh, un altro ritorno, che altro! Stavolta è il turno di Kenneth Bowen, l'ex killer che aveva prima reso orfano e poi salvato un bambino rinnegando il suo passato da pistolero per rifarsi una nuova vita proprio occupandosi di quel ragazzino, del quale ormai costituisce l'unico legame rimasto. Lo avevamo conosciuto al tempo degli albi “Il ragazzo rapito” e “Duello a Madison Creek” di Tito Faraci e Gianluca Acciarino. E' sempre Acciarino a disegnare il sequel che narra cosa accade al “suo” gun-man, mentre soggetto e sceneggiatura della nuova storia sono di Pasquale Ruju. Noi siamo abituati a sentirci in una botte di ferro quando leggiamo che un racconto è ideato da Ruju, che ci ha regalato alcune delle più belle avventure della storia recente di Tex. Però non si può sempre centrare l'obiettivo in pieno e qualche buccia di banana capita sulla strada anche dei migliori. Fin dal titolo del primo dei due albi, “La seconda vita di Bowen” inizia ad insinuarsi un sospetto (altro allarme spoiler), sospetto che purtroppo diventa una realtà al termine di “Spalle al muro”, che tra l'altro è proprio il volume corrispondente all'incidente dell'inchiostro ed all'aumento dei prezzi. Come avvenuto in molteplici occasioni, le cui eccezioni si contano sulle dita di una mano (pensate all'ex comanchero Raza diventato Ranger, ecco, questo sarebbe un bel ritorno), i cattivi che però lo erano pur mantenendo un certo livello di umanità ed una coscienza che li spinge poi a saltare il fosso, direbbe Carson, cioè a diventare buoni, al termine della loro parabola di redenzione spesso incontrano una pallottola fatale, sacrificandosi per rimediare ai loro errori o magari per salvare qualcuno a cui tengono. Non starò a fare esempi ma ci sarebbe un lungo elenco di personaggi anche incisivi e memorabili. Il fatto è che ciò succede anche per Bowen e tra l'altro senza che Tex e Carson riescano a fare granchè per impedirlo.

Anche in questa storia il primo albo si snoda lasciandosi leggere senza intoppi, i disegni di Acciarino sono puntuali e sebbene leggermente schematici in alcune situazioni, di pregevole fattura. La narrazione è scorrevole: seguiamo i Rangers a San Francisco dove rivediamo anche Tom Devlin, per poi andare a trovare a casa lo stesso Bowen, il quale sembra davvero avere messo la testa a posto, essersi trasformato in un padre putativo per il ragazzino che aveva “rapito” nonché aver ritrovato l'amore. Tralasciando eccentriche osservazioni ascoltate qua e là sul destino derivanti da una battuta di Tex (del tipo “Era la sua ora”) o inconsistenti ammiccamenti nei confronti della scena del romantico bacio tra Bowen e la sua nuova fiamma, per altro una figura di donna elegantemente rifinita da Ruju con la complicità del disegnatore, ci divertiamo in una classica rissa da saloon e sentiamo fischiare un paio di pallottole  fin troppo vicino alle orecchie in un rapido scambio di opinioni con pendagli da forca nei quali inciampiamo piuttosto casualmente. Sopravvissuti alla stritolante stretta di mano del forzuto Lefty Potrero e più che soddisfatti per lo stile del navigato sceneggiatore, c'è ancora spazio per un colpo di scena finale, proprio nell'ultima pagina. Dai, che stavolta ci siamo e i secoli bui sono terminati! Più o meno. Per quasi l'intero secondo volume i Nostri rincorrono gli eventi arrivando quasi sempre tardi ed appaiono messi in secondo piano, concentrando i riflettori sulle azioni di Bowen, il quale fa di tutto per proteggere il piccolo Tim e la sua innamorata, presi in ostaggio. Finalmente al momento giusto Aquila della Notte e Capelli d'Argento fanno la loro entrata ad effetto, quella che attendevamo da parecchio, ma è qui che si cade nel clichè. Il temporaneo eroe/ex-cattivo agisce di testa sua naturalmente sbagliando una mossa decisiva e sebbene riesca a rinnegare il buio che aveva oscurato il suo cuore, ci rimane secco. Per mano del più insignificante dei nemici da lui affrontati. Anche la presenza della femme fatale che non è ciò che sembrava era prevedibile e prevista già nel volume precedente, prima ancora che venisse svelato il suo segreto. La conclusione, a parte la emblematica eliminazione a vicenda di due complici che erano uniti da ignobili motivazioni in una coppia ormai “scoppiata”, lascia l'amaro in bocca non solo per la morte di un personaggio al quale volenti o nolenti ci eravamo affezionati, o quanto meno per cui avevamo provato empatia a causa delle tragedie vissute, pur sapendo che, per via dei suoi vecchi errori, non avrebbe potuto sopravvivere, per pagare il prezzo del perdono. Un perdono che arriva, e che se da un lato rimarca la confusione che può esserci nei sentimenti di un ragazzino dall'altro ha una nota stonata perché sotto un certo punto di vista appare un “lieto fine” un po' forzato, sottolineato dalle parole conclusive di Tex. Insomma, bello ma leggermente prevedibile in varie parti.

 

1aaaca26 min

 

Prima ho anche accennato al Texone. Non posso esimermi dal realizzare una recensione apposita, data l'importanza dell'albo in questione, ma voglio comunque sostenere un punto anche ora, dato che si collega al tema della prevedibilità.

Dunque, intanto, prima delle tavole a fumetti, sul Texone c'è, tra gli altri, un articolo sul vero Doc Holliday. Sarò più preciso nel mio di articolo su “Doc!” ma un particolare voglio riportarlo adesso: non parlo a vanvera quando affermo che la qualità ha subìto una battuta d'arresto perché sebbene non si tratti di disegni o sceneggiature (e su una certa sceneggiatura strettamente correlata a ciò che sto per dire mi sono già espresso), anche gli articoli che fanno da corollario ad un albo contano. E questo è un Texone, non si tratta neanche di serie A, ma di Champions League. Come dicevano nel West, “Come on, boy!”: andiamo, amigo, non si dovrebbe dare nulla per scontato. La foto con tanto di didascalia esplicativa che compare accanto ad una immagine di John Henry Holliday nove su dieci non raffigura il famoso gambler. Se si scrive per la Bonelli e per di più per Tex quando si svolgono delle ricerche non ci si dovrebbe fermare a cosa riporta la prima riga di Google, in questo caso probabilmente Google Immagini, ma sarebbe doveroso e rispettoso in tutti i sensi andare un tantino più a fondo. Io non ho alle spalle alcuna risorsa eppure sono riuscito a contattare direttamente la famiglia che attualmente gestisce la casa natale di Holliday, la quale pare verrà trasformata in un museo tra pochi mesi, ed inoltre un'esperta di Storia, della sua storia. Banalmente tramite social e cercando un po' online. Non è parere solo dell'esperta ma è piuttosto diffusa l'opinione che quella determinata foto NON raffiguri l'ex dentista nel suo ultimo ricovero in Colorado. Anche chi sostiene invece il contrario la considera comunque un'ipotesi, senza nessuna certezza. Riferirò la mia conversazione e le domande che ho indirizzato alla specialista a tempo debito. Non ci sarebbe stato bisogno di spandere sangue, sudore e lacrime per scoprire lo "scoop". Per quanto impegnativa, la creazione delle pagine in questione non equivale senz'altro ad imparare le 2000 (davvero duemila, decina più decina meno) pagine che servono per preparare l'esame di Fisiologia alla Facoltà di Medicina, tanto per dire.

 Io non mi considero uno storico ma se si vuole essere considerati tali e ci si ritiene ferrati in un certo ambito, bisognerebbe evitare di cadere in errori così grossolani, credo, ed applicare un po' di umile ed utile prudenza, senza contare che nello stesso articolo non vengono presi in esame i film “Wyatt Earp” del 1994 o “Tombstone” risalente ad un anno prima, il 1993, in cui Doc è impersonato rispettivamente da Dennis Quaid e da un immenso Val Kilmer. Ora, che li consideriate storiograficamente attendibili o meno è un'altra faccenda, ma dal momento che la disegnatrice Laura Zuccheri si è palesemente ispirata per l'abbigliamento del pistolero all'outfit indossato proprio da Dennis Quaid, un riferimento io lo avrei fatto. O magari, lasciatemi dire una battuta “cattiva”, bastava leggere il Texone, situazione che ricalca quella accaduta in occasione di un altro Texone “I Rangers di Finnegan” nel quale l'articolo di presentazione non corrisponde affatto a cosa poi accade nella vicenda illustrata.

Anche la storia non è esente da pecche poiché è un racconto di fantasia appiccicato come un post-it con poca colla sulla realtà storica e non intrecciato ad essa. I disegni sono di livello elevato anche se si percepisce il fatto che l'artista non ha esperienza di genere western. Magari prima realizzando una storia breve, poi una della serie regolare e poi approdando al passaggio al Texone sarebbe stato un battesimo del fuoco meno “traumatico”. Comunque neanche la tensione a livello di “giallo investigativo”, a differenza di quanto affermato in giro per il web, si mantiene a lungo, visto che si tratta di 240 pagine e si capisce praticamente a colpo sicuro, senza essere un detective della Pinkerton, chi sia l'assassino a pagina 134.

Inoltre anche se la rievocazione del celebre scontro all'Ok Corral è piuttosto fedele "all'originale", l'occhio cade su un dettaglio che deve essere messo a fuoco per qualche secondo prima di venire accettato dalla nostra materia grigia non perchè sia difficile da capire ma perchè non ci si crede, una volta letto. La frase "You're a daisy if you do!", espressione gergale utilizzata spesso da Doc Holliday e non solo da lui nel West in differenti situazioni non è traducibile letteralmente. E soprattutto non la si può rendere con "Se ci riesci, sei un fiorellino." Un duro ed esperto pistolero che dice, nel bel mezzo di una sparatoria, ad un avversario che odia e disprezza, "sei un fiorellino"? Perchè non essere ancora più letterali e andare fino in fondo con "sei una margheritina" allora. Il termine "daisy" aveva molteplici connotazioni a quei tempi: senza dilungarmi eccessivamente oggi un abitante del Texas userebbe il corrispettivo moderno di tale modo di dire e cioè "You're the best in class", tradotto in italiano con "Sei il migliore se ce la fai." "Daisy" non aveva neanche tutto quel senso di scherno che appare a noi nell'epoca moderna ma era di uso comune anche in una partita di poker, quando si aveva una "mano vincente".  La medesima solfa vale per un'altra frase fatta e cioè "I'm your huckleberry!". Nel doppiaggio italiano del film "Tombstone" viene tradotta con un intelligente "Sono qui, fragolino!", quello sì spregiativo, ma all'epoca tale appellativo, proprio degli stati del Sud degli USA, aveva il significato di "Sono io il tuo uomo!", che si trattasse di una sfida o di rassicurare il soprastante che si sapeva fare il proprio lavoro in un ranch. Come sempre poi era il tono a fare la musica, dando un'inflessione diversa a seconda di quando si dava aria ai denti ed a chi ci si rivolgeva. Non penso che nessuno si sognerebbe mai di tradurla con "Sono il tuo mirtillo" ma a scanso di equivoci fortunatamente nel Texone non compare.

Si potrebbe anche parlare del fatto che Big Nose Kate non ha affatto un naso grosso, anzi, ha un bel nasino alla francese, probabilmente frutto di inconsapevole solidarietà femminile e retaggio della disegnatrice, autrice di “Julia” o che il personaggio di Ringo è facilmente più "liberamente ispirato" al vero bandito che altro. Così come il colloquio tra Tex e Carson con lo stesso Ringo ed un suo sgherro fa proprio a pugni con quello che ci si aspetta da Tex, conoscendolo da moltissimi anni, indipendentemente dal fatto che possa o non possa (più “non possa”) essere strettamente legato allo sviluppo della trama. Non sto dicendo che non ci debbano essere elementi di pure invenzione, tutt'altro, ma a mio avviso non dovrebbero scalzare completamente ciò che ormai la storia, nel senso di Storia con la S maiuscola, ha fatto proprio, con tanto di testimonianze dell'epoca. Strano, perché tali testimonianze vengono chiamate in causa anche nell'articolo preliminare e poi un lavoro di ricerca è sempre alla base di ogni sceneggiatura o realizzazione grafica, non solo di Boselli ma da parte di chiunque, presumibilmente eccetto per chi sbaglia date o confonde le guerre o non si cura di controllare di aver scritto correttamente il nome di una tribù al centro di un proprio libro. In effetti ho riscontrato l'esistenza di sinossi di un'opera in cui vengono narrate le vicende della tribù dei “Seminoie” (evidentemente indiani poco interessanti): se capita una volta è un errore di battitura ma se accade ogni volta che dovrebbe comparire il nome dei Seminole, inizia a venire qualche dubbio, almeno sulla cura con cui si realizza un lavoro, che non costa neanche poco rispetto ad altri prodotto di qualità non certo inferiore. Forse ci sarà anche un seguito in cui si parlerà, al posto dei Navajo, dei “Novoja”, la famosa tribù dei guerrieri svogliati, o invece dei Comanche, dei “Chemanche”, la tribù dove sono tutti generosissimi al ristorante.

Non guardatemi così, concedetemi una facezia per fare una risata e stemperare la serietà del discorso e la calura.

 

1aaaca18 min

Muttley, il tremendo, borbottante ma simpaticissimo cane 

spalla di Dick Dastardly nel cartoon "Wacky Races",

in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo al personaggio di Hanna e Barbera. 

 

C'è anche un'altra caratteristica che è stata evidenziata più e più volte: il fatto che i disegni siano stati creati da una mano femminile. Pietra miliare di una nuova generazione di disegnatrici che vedremo al lavoro su Tex. Di sicuro è un traguardo che merita un plauso, sbaglierebbe chiunque sostenesse il contrario. Non ho invece afferrato, proposto anche da parte di alcuni lettori, il clima di esaltazione alla “santa subito” verso l'autrice. Voglio dire, è stato un gran lavoro ed il prodotto finale è lodevole e molto ben fatto ma da qui a considerarlo “il miglior Texone di sempre”, non me ne voglia l'interessata, ce ne corre. Addirittura scavalcando diamanti allo stato puro come il Texone di Magnus (“La valle del terrore”) o quello di Frisenda (“Patagonia”), ma anche dimenticandosi dei capolavori di Ticci (“Il pueblo perduto”) , Civitelli (“La cavalcata del morto”) o Font (“Gli assassini”), giusto per annoverare qualche esempio, impeccabili dal punto di vista dei testi e della rappresentazione grafica. Stavo iniziando a pensare di essere io la mosca bianca quando ho appreso che non sono il solo a pensarla così ma c'è una nutrita schiera di appassionati che condivide il mio pensiero, folta almeno quanto quella “opposta”. Inoltre se non si considera il volume gigante, non è certo questo il primo caso di donna che lavora per Tex. Altra cosa per me poco condivisibile è la minima considerazione che ottengono coloro che si occupano del lettering. Marina Sanfelice e Renata Tuis sono due nomi di donne che da anni collaborano affinché le storie dei Pards, e non solo, arrivino alle nostre edicole. E svolgono il loro compito con perizia anche Omar Tuis o Luca Corda, per annoverare altri navigati "letteristi". Musica ben poco differente quando si parla delle colorazioni, che siano frutto di mani maschili o femminili. Ad esempio è stata una donna a colorare, ottimamente, lo splendido cartonato disegnato dal maestro rm Guera “L'uomo dalle pistole d'oro”, disegnatore che ho avuto il privilegio di intervistare via Skype (trovate l'intervista pubblicata anche sul sito Bonelli): la colorista si chiama Giulia Brusco e lavora insieme a Guera da una decina d'anni.

 

1aaaca17 min

 Una "foto di famiglia" disegnata da Lorenzo Barruscotto:

Doc Holliday, Morgan Earp, Virgli Earp e Wyatt Earp

come appaiono interpretati dai corrispettivi attori nel film "Tombstone".

 

E' una notevole coincidenza, se non forse una situazione voluta, che anche la prima storia del ritorno sulle scene di Magico Vento veda comparire Wyatt Earp. Chissà, magari in via Buonarroti c'è stata un'epidemia di “Earpes” (ok, ok, lo so anch'io che è una battutaccia ma fa caldo anche per me). E' un gran personaggio, anzi una persona realmente esistita, che merita di essere raccontato al grande pubblico, lo dico in quanto sinceramente appassionato delle vicende vere che ne hanno fatto una leggenda e portato a passare idealmente il testimone ad un'altra leggenda, John Wayne, visto che i due si sono davvero conosciuti, agli albori della carriera del Duca. Stavolta però non quadra che ci siano in azione Wyatt ed il fratello maggiore Virgil a caccia dei Cowboys. Per giunta fornendo un numero definito e molto esiguo di nemici da catturare o sotterrare.

A furia di corrugare la fronte per le incongruenze riscontrate rischiamo di dimostrare come minimo trent'anni di più della nostra vera età. 

Ma i capitomboli non riguardano solamente l'universo western. Anche su Dragonero si vede qualcosa che non va. A parte le ispirazioni, le citazioni ed i rimandi al "Signore degli anelli" durante alcune fasi della guerra contro le Regine Nere (una saga da poco conclusasi sulla testata fantasy) che possono benissimo essere accettabili anche perché a chi ci si deve ispirare pensando a qualcosa di quel genere se non al meglio, nell'avventura di Luglio le ispirazioni hanno ampliato gli orizzonti. Viene mostrato un collare magico che avrebbe il potere di contenere ed annullare i poteri dello stregone a cui viene fatto indossare. Sinceramente ignoro se tale escamotage sia comparso in qualche libro diverso, ma per quanto mi riguarda quel collare ha anche un nome: si chiama Rada'Han e viene più volte utilizzato nella serie “Legend of the Seeker” (“La spada della verità” in italiano). Sfortunatamente per la coincidenza io ero un fan sfegatato della serie, prodotta da Sam Raimi e da un suo vecchio amico, Rob Tapert, stessi produttori di "Xena, principessa guerriera", oltre che dei più belli e veri "Spiderman" portati al cinema. Lo indossa la Madre Depositaria ed anche qualche altro personaggio per tenere a bada oscuri poteri e viene applicato a forza ad un paio di nemici per poterli catturare o per contrastare antiche maledizioni.

Probabilmente si tratta di un elemento ricorrente nei racconti fantasy ma proprio per questo con un po' di… fantasia si poteva trovare un modo alternativo per ottenere lo stesso scopo, che so, visto che anche un anello magico è già stato usato, sebbene sarebbe stato un “ever green” comprensibile, un bracciale, una specie di cavigliera come quelle per la libertà vigilata, un intruglio che temporaneamente annulla la magia di chi lo beve… qualcosa.

 

1aaaca27 min

La Madre Depositaria Kahlann Amnell (l'attrice Bridget Regan) ed il Cercatore Richard Cypher (Craig Horner)

di "Legend of the Seeker", in due ritratti ad opera di Lorenzo Barruscotto. 

 

Da ultimo, un paio di pensieri rivolti al di fuori del Fumetto in senso stretto ma che riguardano comunque il western e chi ci lavora. So che sicuramente ciò che scrivo apparirà criptico ed incomprensibile ma rappresenta l'ultimo di una serie di sassolini da togliere dallo stivale.

Ci sono alcune situazioni incomprensibili dal lato umano, specialmente quando un lavoro è già svolto, è un buon lavoro e non solo non si chiede un soldo per tale risultato ma potrebbe invece andare a vantaggio della stessa fonte che si scrolla nelle spalle imponendosi di non voler neanche tentare di capire, di ascoltare. E proprio di ascoltare si tratta o meglio si trattava. Non resta che sperare che non spuntino “pupilli” o buontemponi che poi rivendicano la paternità di un’idea, non richiesta, d'accordo, ma portata avanti con passione e che voleva essere realizzata (e che viene realizzata tutt'ora riscontrando apprezzamenti ed incentivi - non economici - da realtà specifiche nonché a livello nazionale, con grande commozione e gratitudine da parte di chi l'ha messa in pratica) non per venire approvata con un marchio ma per fungere da omaggio, da tributo, per venire donata a vantaggio di tutti, forse ingenuamente, affinchè la passione, lo ripeto, che ha spinto a mettere in piedi questa tiritera potesse raggiungere anche chi non pensa neanche a come possa essere fatto un fumetto e quindi non prova le emozioni che per noi sono già conosciute e sulle quali a volte non ci soffermiamo, impegnati a discutere se questa o quella vignetta siano ben fatte o meno. Gente che è al buio, che il buio lo chiama casa senza poterci far nulla e che magari avrebbe potuto e potrebbe “sentire”, non solo con le orecchie ma anche e soprattutto con il cuore, quelle stesse sensazioni: aggregazione, fratellanza, diffusione di nobili ideali... invece di porte chiuse, dell'arroccarsi in modo da lavarsene le mani “perché se lo fa uno poi lo fanno tutti”. Ehm, perchè? Intanto finora non lo ha fatto nessuno, anzi nessun altro, se posso permettermi e poi non dovrebbe farlo più nessuno visto che c’è già chi ha tirato fuori dal cilindro una mezza idea, nemmeno troppo "mezza" nè troppo sbiellata, tra le tante. Ma “non c’è tempo” o se c’è non lo si vuole usare se non per il profitto. Va bene, nessuno fa niente per niente a questo mondo, ma anche solamente pochi secondi di ascolto non sarebbero eccessivi nemmeno per una farfalla che vive soltanto un giorno, soprattutto se si tratta di qualcosa che trasporta dove quotidianamente si cerca di mandare il prossimo con il proprio lavoro. No, non a quel paese ma nel West. (E' facile che questa ultima digressione risulti piuttosto misteriosa e sibillina. Per facilitarne la comprensione aggiungo un link, nel caso foste curiosi: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5573-osservatorio-tex-in-onda-in-diretta-su-radio-deejay .

Pensiero a parte numero 2: se si ritiene che su un certo regista di film western, per esempio per fare un nome a caso Sam Peckinpah, si “sia scritto troppo, su di lui e sul suo cinema” perché fare un articolo di tre pagine a tripla colonna su un giornale? Dandogli ulteriore visibilità, senza che ci sia alcuna ragione, anniversario o ricorrenza per farlo? Per altro inserendo considerazioni su qualcosa che per qualcuno “risulta piuttosto chiaro” ma che è, o dovrebbe essere, piuttosto arbitrario, anche perché se l'autore la vede così, cosa deve pensare del mondo del Nostri (io non ci avevo mai perso tempo, sarebbe curioso sapere se ci aveva pensato il regista tirato in ballo). Basta non parlarne.

 

1aaaca24 min

"I'm you huckleberry!" 

Un disegno di Lorenzo Barruscotto che ritrae un Val Kilmer da Oscar

nei panni di Doc Holliday nel film "Tombstone". 

 

Bueno, siamo giunti al termine di questa chiacchierata diversa dal solito. Voglio comunque ribadire che non c'è mai nulla di personale nelle mie considerazioni, ma è la mia visione. Di un certo mondo, non provocata dal peyote.

E noi? Noi ci ritroveremo ancora una volta, chi lo vorrà, al Trading Post a raccontarci una storia che abbiamo vissuto o ci incroceremo lungo quella strada che va dalla Frontiera al nostro animo, rendendolo spesso più leggero, anche se solamente per un po', mentre lanciamo a briglia sciolta il cavallo, galoppando verso il sole che nasce.

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