Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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TEX MAGAZINE 2019: RECENSIONE, INTERVISTE, ANALISI

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Magazine.

La parola può trarre in inganno: come sapete non significa magazzino ma è un vocabolo inglese che sta per “rivista”, “periodico”. C'è una città dell'Arkansas con questo nome ma a noi interessa il termine editoriale. Però a dire la verità farebbe comodo anche considerarlo una sorta di virtuale magazzino, un “deposito” di nozioni, idee, riferimenti a persone ed eventi, considerazioni, approfondimenti, fascicoli ed informazioni. Tutte racchiuse in un unico volume, tutte disponibili per la consultazione senza dover saltare da un libro all'altro e tutte, ovviamente, legate al mondo western.

Non lo dico solo perché talvolta mi lascio trasportare dal discorso ed aggiungo qualche digressione durante il percorso ma perché nel Magazine, discendente di quello che una volta era l'Almanacco del West, ci sono sempre stati numerosi articoli, pezzi, brani, saggi, possiamo chiamarli come vogliamo, a fungere da corollario ed arricchimento alle storie a fumetti. Se nei vecchi Almanacchi ce n'era una sola, da quando ha fatto la sua comparsa nelle edicole, il Magazine è diventato più “cicciotto” rispetto al suo predecessore non per la sola presenza di un maggior numero di “reportage dall'universo del Wild West”, ma per il fatto che contiene ben due storie disegnate. Il volume uscito a Febbraio 2019 non fa eccezione e mi sembra giusto partire proprio dalle nuvole parlanti nell'analisi di questo massiccio e ricchissimo albo.

Lasciatemi sputare subito il rospo: entrambe le avventure in ogni aspetto della loro realizzazione, che si tratti del lato prettamente artistico o che le si guardi dal punto di vista delle sceneggiature potrebbero essere utilizzate nei dizionari come sinonimo di “eccezionale”.

Si tratta di lavori di altissima qualità, dove neanche a cercarle con un bastone da rabdomante si riscontrano ombre: nessun difetto nella realizzazione grafica e men che meno nessun buco nella continuità dei testi.

Partiamo da quella più lunga, anche perché è la prima che viene proposta.

“Raccolto insanguinato” vede ai disegni Alessandro Poli, su soggetto e sceneggiatura di Jacopo Rauch, supportati dal bel lavoro di Luca Corda al lettering.

Il nome di Rauch è ben conosciuto da coloro che leggono Zagor poiché ha sceneggiato numerosi albi dello Spirito con la scure non solamente classici inediti ma anche vicende comparse in Almanacchi dell'Avventura, Maxi Zagor e Color Zagor.

Anche Poli non è certamente un novellino in casa Bonelli: ha “militato” sotto la bandiera di Dylan Dog ed ha collaborato a definire le fattezze di un personaggio che ho sempre trovato affascinante: Demian, pubblicato dal 2006 al 2007 per quanto riguarda gli inediti mensili e dal 2010 al 2012 ad intervalli se consideriamo i 4 volumi extra, ideato da Pasquale Ruju. Poli realizza per il cavaliere/giustiziere che distribuiva piombo e giustizia per lo più nelle strade di Marsiglia tutte le copertine sia della serie regolare che degli speciali.

Non basta? Vi accontento subito con un'altra “dimostrazione”: ricordate Cassidy? Quella misteriosa canaglia che era stato eroe di guerra in Vietnam ma per via di intrighi e politicanti corrotti era quasi stato spinto sulla strada dell'illegalità diventando poi un rapinatore, sebbene con il suo particolare codice d'onore che non lo rendeva proprio una carogna, per quanto non lesinasse pallottole a spese dei suoi nemici. Sempre partorito dalla mente di Pasquale Ruju, la “vita nelle edicole” del fuorilegge Raymond Cassidy sfortunatamente non è durata molto, per lo meno non a lungo come un bonelliano quale è il sottoscritto si auspicava: pubblicato tra il 2010 ed il 2011, era il classico tipo che ogni tanto si incontra e che non bisogna far arrabbiare, per citare un'epica “line” cioè battuta in senso cinematografico, pronunciata da Clint Eastwood in “Gran Torino”. O se preferite, andiamo a scomodare il mitico Bud Spencer: “Non c'è cattivo più cattivo di un buono che diventa cattivo!” Ecco, io ho sempre visto Cassidy in quest'ottica e per quanto mi trovi a mio agio dalla parte dei portatori di distintivi, mi andava a genio, quel duro dalla faccia da schiaffi. Indovinate a chi erano state affidate le copertine di questa mini-serie? Bravi, ad Alessandro Poli.

Quindi fate spazio al banco: per dare il benvenuto al nostro amigo, il prossimo giro lo offre la casa.

Comunque quello di Poli non è un esordio sulle pagine di Tex: lo avevamo già visto all'opera nel Color Tex pubblicato a novembre 2017: sono sue le chine della storia intitolata “Giustizia!” che aveva i testi di Andrea Cavaletto (una new entry egli stesso), i colori del nostro compadre Oscar Celestini ed il lettering di una lady sempre benvenuta qui dalle nostre parti che ho avuto il piacere di incontrare all'ultimo Lucca Comics, Marina Sanfelice. Un'entrata in grande stile, di cui avevamo parlato al tempo della pubblicazione di quel volume tutto a colori.

In seguito ad una curiosa coincidenza anche lo sceneggiatore della seconda storia, di cui discorreremo più avanti, Giorgio Giusfredi, ebbe il suo esordio sulle pagine del Ranger proprio con quel Color Tex: sono suoi infatti il soggetto ed i testi dell'avventura “Io ucciderò Tex Willer”, i cui disegni erano opera di Marco Soldi. Gli altri due “companeros” vale a dire coloro che si sono occupati di colori e lettering sono gli stessi pezzi da novanta della vicenda disegnata da Poli: Oscar Celestini e Marina Sanfelice.

Per rinfrescarvi la memoria allego qui il link della recensione ad esso riferita: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5481-recensione-color-tex .

 

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Ritratto di Giorgio Giusfredi ed Alessandro Poli ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Tornando alla prima storia dello speciale odierno, state pronti ad affrontare una serie di colpi di scena che non vi lasceranno un attimo di respiro. Fin dalla prima pagina capiamo infatti che non ci sarà da scherzare e ci verrà istintivo portare la mano al fianco come per assicurarci che la nostra fedele 45 sia lì, ben decisa a far sentire la sua voce quando le discussioni si faranno più “animate”.

Nella presentazione che ci era stata fornita dalla stessa Casa Editrice, dove ci veniva mostrata una delle prime tavole, avevamo già subodorato che avremmo avuto a che fare con qualcosa di diverso dai “soliti” criminali che magari pensano di alleggerire una banca o una diligenza per poi darsela a gambe.

Terrificanti urla nella notte, invocazioni che assomigliano a preghiere ma che non sono dirette verso il Cielo, il quale viene sinistramente illuminato dai bagliori di un fuoco, che divampa proprio come un'oscura maledizione divina, un fuoco che per assurdo invece di rischiarare il paesaggio circostante getta cupe ombre sul nostro animo, infondendoci un senso di ribrezzo e disagio.

Ma poi ecco uno di quegli stacchi tipici di un film ben fatto, con una scena che è praticamente l'opposto di quella appena osservata: inquadrature di ampio respiro ed atmosfera improvvisamente tranquilla, almeno in apparenza. Perfino il cambio di luce, sebbene si tratti di una storia in bianco e nero, con vignette volutamente meno ombreggiate per bilanciare il buio dal quale siamo sfuggiti insieme ad una civetta che anche senza volerlo ci ha costretto ad abbassarci per evitarla, “costringe” a strizzare leggermente gli occhi, come quando i raggi del sole ci colpiscono all'improvviso e dobbiamo lasciar adattare le nostre pupille.

Ho detto “sebbene si tratti di una storia in bianco e nero”: e proprio qui sta l'abilità dell'artista che riesce a rendere realistico, anzi, reale l'ambiente nel quale si muovono i personaggi, arrivando quasi a farci percepire il piacevole venticello che molto probabilmente muove le pigre nuvole sullo sfondo ed accarezza i fili d'erba delle colline lungo le quali si snoda la pista.

Ma non c'è tempo per mettersi ad ascoltare gli uccellini che cinguettano.

Una nuova minaccia incombe e potrebbe non essere l'unica. Di sicuro nonostante l'esperienza ci abbia insegnato a restare sempre con gli occhi spalancati, sarebbe una situazione dalla quale non riusciremmo ad uscire con la pelle intatta se non fosse per l'intervento di un tizzone d'inferno di nostra conoscenza, dal nostro punto di vista mandato proprio da quel Cielo che ho nominato poco fa, ma che per fortuna è un dannato mastino che non molla mai le tracce di chi sta inseguendo.

Per puro dovere di cronaca devo registrare la presenza di un'imperfezione: in un balloon, la donna che insieme ad un uomo maturo costituisce il duo di nuovi personaggi che avranno un ruolo centrale nell'intera faccenda, ripete una parola due volte. Per quanto sia sorpresa dalla presenza di un tizio spuntato sul sentiero non si è messa a balbettare ma si tratta di un semplice refuso dovuto ad un errore di stampa. Qualcosa che non intacca alcun aspetto dell'intero prodotto rappresentato dal racconto in sé. E' comprensibile che talvolta sfugga un dettaglio. Noi siamo abituati alla perfezione ma errare, anche digitalmente, è umano.

Comunque sia, nel West come nella vita, l'importante è farsi capire e soprattutto capire quando si è in pericolo: una disattenzione anche minima può costare molto caro. Una colomba può diventare improvvisamente un avvoltoio e noi possiamo trovarci dal lato sbagliato di una sei-colpi prima di dire “amen”.

E quella sarebbe proprio la parola giusta se non fosse che il dinamico duo Rauch-Poli si è messo in testa di verificare la tenuta delle nostre coronarie offrendoci un altro momento di suspense prima di darci finalmente l'occasione di tirare il fiato dopo una sequenza che francamente ci ha fatto sudare freddo. Eppure mentre riprendiamo il viaggio insieme a Tex, scortando le due persone che hanno appena sfiorato la falce della Vecchia Signora e ci tiriamo dietro un bandito, il solo superstite dei balordi a cui il Ranger stava dando la caccia, anche se le spiegazioni che ci vengono fornite stanno in piedi e nulla suona sospetto, una certa vocina non smette di darci noia: non si tratta di niente di concreto, ma solamente di un lontano bisbiglio nella zucca, un particolare che ancora non riusciamo a mettere a fuoco. Concedetemi di acquisire un tono solennemente “profetico”: una volta che avremo scoperto tutte le carte ci saranno almeno un paio di punti in cui tornerete a rivedere una pagina per avvalorare le vostre ipotesi man mano che il vostro istinto di Texiani temprati da anni ed anni di nervi sempre all'erta vi spingerà a fare come si dovrebbe fare, purtroppo, in parecchie situazioni, vale a dire non fidarsi di nessuno.

A questo punto siamo convinti di esserci fatti un'idea abbastanza precisa della situazione ma sebbene in lontananza avvistiamo addirittura un paesino, per quanto scarsamente popolato, dove fare una sosta, buttare giù un boccone e procurarci una cavalcatura per l'allegrone che ci stiamo trascinando dietro (bisogna portarlo lontano e possibilmente intero affinché si presenti al processo), il senso di rilassatezza che proviamo è destinato a durare ben poco.

Come diavolo si inserisce nella narrazione l'introduzione che abbiamo letto, nella quale eravamo stati spettatori di un infernale e macabro rituale? Dannazione, un momento... Ed ecco qui la prima frenata in ordine cronologico ma non l'unica, per fare un salto indietro a controllare.

Il nome di quel paese lo abbiamo già visto: compariva proprio nella prima vignetta della prima tavola.

Per tutti i diavoli, ma allora Tex e gli altri stanno andando proprio… già, altro che speranza di una buona bistecca. Qui al sangue o ben cotti, specialmente la seconda, rischiamo di finirci noi!

Con una sequenza di inquadrature che guadagnerebbero una pacca sulla spalla da parte dei più esperti registi di film western ma anche di thriller, lo sceneggiatore ed il disegnatore mettono in atto un crescendo di pathos maledettamente ben riuscito: i “non detti” che si trovano nei dialoghi ed i bellissimi disegni ci fanno letteralmente entrare in quella che ha tutta l'aria di essere una ghost town, e tra poco desidereremo che lo fosse per davvero... dal cigolio di una finestra che non si chiude più, alle occhiatacce assai poco ospitali che indugiano su di noi, a certe inquadrature che guidano il nostro sguardo su determinati dettagli, se lo fanno una ragione ci sarà, al silenzio che risulta quasi assordante fino allo spavento che un repentino quanto inaspettato incontro ci causa per culminare con l'ultimo rumore che avremmo voluto sentire: uno sparo.

C'è poco da aggiungere: Carson si starebbe lamentando già da almeno tre ore, ed avrebbe tutte le ragioni, però, per quanto non sia un tipo loquace, perfino Tiger Jack stavolta esprimerebbe il suo disappunto sulla situazione.

Ma niente panico: siamo con il Ranger e la sua sola presenza dovrebbe tranquillizzarci. Inoltre assistiamo ad una scena che al solo vederla ci infonde un po' di quell'ottimismo che era gradualmente finito sotto i tacchi: in pratica Tex fa... Tex.

Non importa se legati, bastonati, in procinto di fare una fine incerta anche se sicuramente non invidiabile, gettati in una fetida stamberga, disarmati (questo era scontato) e con la testa che ancora ronza per le botte ricevute: la parola d'ordine è lottare. Non ci si arrende finché si ha fiato in corpo. Non conta neanche se ogni pronostico è a nostro sfavore. Volete finire sotto terra per di più in un modo non proprio rapido e “pulito”? E allora bisogna darsi da fare in modo da ribaltare la situazione e salvare la pellaccia.

Quell'orda di squinternati che ha commesso lo sbaglio di non farci fuori quando la sorte aveva concesso loro una mano fortunata adesso avrà modo di pentirsi amaramente, perché se anche il destino finora non ci ha fatto pescare le carte giuste, la partita è ancora tutta da giocare e gli assi possono sempre saltare fuori. Specialmente se riusciamo a strappare dalle zampacce di qualche cattivo un paio di ferri da tiro. Prenderli a calci sui denti garantisce sicuramente soddisfazione ma quando il dibattito entra nel vivo, è sempre meglio contare su “moderatori” di prim'ordine come i signori Colt e Winchester.

Abbiamo delle questioni in sospeso ma sono subentrati guai peggiori perciò è necessario stabilire delle priorità. Il fatto è che la sorte sembra proprio avercela con noi poichè non ci tira contro una tegola ogni tanto ma ci fa rovinare addosso l'intero tetto, accidentaccio!

Ci siamo appena ripresi dal pugno nello stomaco equivalente alla verità sul sordido segreto che aleggia come una malsana nebbia in quel paesino di mattoidi, preparandoci a fronteggiare un numero soverchiante di avversari, quando la famosa vocina di prima torna a farsi sentire, stavolta trasformata in un fastidioso strillo baritonale al quale però non possiamo dar retta, per ora.

Senza contare che non possiamo nemmeno, ovviamente, fidarci del farabutto che abbiamo in custodia, sebbene attualmente ci si trovi tutti sulla stessa barca.

 

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Ritratto di Clint Eastwood ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Non c'è scelta: bisogna dividere le forze. Voi cosa farete? Sceglierete di restare al riparo, e badate che non ho detto “al sicuro”, per controllare il prigioniero e proteggere i “non combattenti” o seguirete Aquila della Notte che da solo si appresta ad opporsi ad una vera muta di cagnacci arrabbiati? Da solo, non esclusivamente perché in tal modo gli sarà più facile muoversi rapido e letale sfruttando il terreno nel quale deve agire ma anche perché così potrà tirarsi dietro i nemici, allontanandoli dai suoi compagni di sventura.

Già, ma qual è il campo di battaglia? Beh, non ho scelto di chiamarlo campo a caso: si tratta di una coltivazione di granoturco. Non è lo scenario migliore ma se noi facciamo fatica a vedere i nostri avversari anche loro non possono far arrivare i loro sguardi attraverso le piante e le pannocchie. Quindi l'effetto sorpresa è dalla nostra e non devo essere io a spiegarvi che il Ranger è un maestro nell'arte della guerriglia, per altro unica tattica applicabile in certi frangenti.

Spostatevi con circospezione in modo da smuovere le spighe il meno possibile e non segnalare la vostra posizione e fate fuoco solo a colpo sicuro: siamo circondati, non possiamo permetterci di sprecare troppi proiettili. Ma neanche di andare tanto per il sottile: coloro che abbiamo di fronte sono dei rappresentanti di quanto più abietto e pericoloso ci possa essere, cioè teste vuote che obbediscono ad un capo completamente squilibrato, per giunta vigliacco, visto che manda avanti gli altri per non rischiare la sua preziosa cotenna.

Quanto scommettete che non esiterà mezzo secondo a battersela non appena avrà compreso la mala parata? Non hai a che fare con un tremante e spaventato ammasso di gelatina su due gambe, hombre. Quello a cui hai tronfiamente ed ingenuamente pestato i piedi nella tua pazzia si chiama Tex Willer.

Grazie al talento artistico di Alessandro Poli possiamo goderci una sparatoria impostata come una vera scena d'azione di un film. Abbiamo il punto di vista di vari cattivi, tra chi si crede più furbo di tutti e finisce inevitabilmente ad essere tra i primi a cadere impiombato, ai vili che attaccano alle spalle ai più fiduciosi che chiamano i loro compari dopo una serie di scariche di fucileria. Ah, l'ottimismo.

Non mancano i più agguerriti che non vogliono arrendersi nemmeno di fronte all'evidenza, cioè al fatto che se non gettano le armi andranno a sbattere contro una scomoda cassa di legno e quelli a cui la fifa fa scontrare i due neuroni che hanno, suggerendo la prima idea sensata della loro vita, cioè scappare!

Il disegnatore ci fornisce un dettagliato resoconto dello scontro ed ogni vignetta testimonia l'impegno e l'accuratezza che l'illustratore ha messo nella realizzazione, specialmente se osserviamo le pagine con un occhio leggermente più analitico: ci sono sterpaglie, grovigli di rovi, alberi caduti ed un immane numero di piante di mais non solamente a fare da “fondale” ma alcune appaiono in primo piano, come se le tavole fossero finestre sulla scena, aperture dalle quali foglie e steli ci danno l'impressione di voler uscire perché smossi da una folata o perché scostati da qualcuno che ci sta passando in mezzo.

L'adrenalina salirà ulteriormente quando avremo come unica visuale proprio il campo di granturco udendo in sottofondo un concerto di detonazioni che non farà in tempo a consentire all'ultima eco di perdersi nella brezza per poi ricominciare anche più furibondo.

Poli e Rauch ci fanno il favore di lasciarci asciugare il sudore che imperla la nostra fronte dopo lo scontro, per poi ricordarci che la faccenda non è ancora terminata. Come per lo scorrere di un fiume al quale si uniscono in un unico letto diversi emissari, così i vari spunti del racconto che sembravano seguire strade divergenti si riuniscono in un singolo sentiero. E quella è la sola pista che porta Tex alla resa dei conti, è la sola via per ristabilire la giustizia nonostante non si possa rimediare al male che è stato perpetrato per troppo tempo.

Non abbiamo soltanto un “villain” di cui preoccuparci ma alla combriccola se ne sono aggiunti altri, uno lo conosciamo già e sul secondo avevamo dei dubbi sempre crescenti, dovuti alla vocina che adesso ha finito di sgolarsi visto che ormai sappiamo tutto. Le sorprese, e lo dico al plurale poiché saranno multiple, non mancheranno nel finale della storia: se un “problema” è stato risolto, il successivo necessiterà di una soluzione, come dire, più all'antica: un duello. Chi estrae per primo vive, l'altro va ad ingrassare i vermi. O forse no, chissà. La mano del nostro antagonista potrebbe esitare per emozione o paura, il suo ego potrebbe tradirlo oppure la Legge si è stufata di giochetti e deciderà che è il caso di metterci una pietra sopra. Magari una pietra tombale. Oppure il senso del dovere e dell'onore del Nostro, forte della sua estrema abilità con le sputa-fuoco farà pendere la bilancia a favore di un “verdetto” meno definitivo in attesa che ne arrivi un altro, da parte di un tribunale, limitando la punizione ad una solenne scarica di mazzate. Io non ve lo dico. Sta a voi fare congetture se non avete ancora letto il volume o annuire sorridendo sotto i baffi se invece ne conoscete già ogni pagina.

Quel che è certo è che rimane ancora un mistero da risolvere e che la fortuna è in debito con noi. Animo, è ora di entrare nell'antro della bestia.

In una vecchia casa che sta su per miracolo, ogni passo può provocare uno scricchiolio e pertanto mettere sull'avviso un potenziale nemico in agguato. Dovremo fare appello a tutto il nostro sangue freddo per non venire per lo meno distratti dallo spettrale spettacolo che ci si para davanti, degno di una vera e propria pellicola horror.

Anche noi percorreremo i tetri corridoi, scendendo lunghe scale immerse nelle tenebre insieme a Tex: voltando i fogli lentamente in modo da non causare nemmeno il fruscio della carta, non potremo fare a meno di ammirare ancora una volta le qualità artistiche di Poli: la dovizia di dettagli applicata per raffigurare mucchi di oggetti in disuso nelle stanze ormai disabitate, la luce che sotto forma di sporadici raggi di sole penetra attraverso le finestre, l'alternanza di ombre più o meno marcate che a tratti inghiottono il Ranger fino ad arrivare ad una camera nella quale la fioca fiamma di una serie di candele appare vivida come un faro ai nostri occhi abituatisi all'oscurità ci fanno rimanere a bocca aperta, non solamente per la lugubre scoperta che ci attende ma perché ogni passo di Tex è per magia diventato un nostro passo, seppur effettuato con la fantasia.

Ma le ombre possono nascondere un'insidia, non è detto che ciò che non vediamo non veda noi e che non accarezzi l'idea di mandarci all'altro mondo.

Per la barba di Matusalemme, come direbbe il buon Capelli d'Argento, allora ditelo che tra sceneggiatore e disegnatore vi siete messi d'accordo per farci zompare sulle sedie fino all'ultimo!

Un ultimo sparo e l'inferno ottiene ancora una vittima. Stavolta non si può dire che non se lo meritasse però nel cuore di noi cowboys dalla scorza dura ma dall'indole tenera, in fondo, c'è spazio per un po' di pietà, sottolineata da una illustrazione muta ma, come direbbe lo stesso Ranger, “che vale più di mille parole”.

La differenza tra giusto e sbagliato, tra bene a male è sempre rimasta ben marcata, ora come sempre, nell'animo di Aquila della Notte ed una sfumatura che potrebbe essere considerata da un lettore poco attento come una banale ripetizione è invece l'esempio lampante di questa demarcazione: Tex per due volte di seguito chiama il suo prigioniero “fuorilegge”. Non sta a significare che Rauch non trovava più il dizionario dei sinonimi ma sono certo che tale termine viene anche pronunciato con un tono di scherno, per sottolineare il fatto che, nonostante il bandito si credesse invincibile ed il più sveglio del circondario, alla fine è e rimane in catene, ribadendo il fatto che il crimine non paga.

La conclusione ci spinge, anche non volendo, ad un profondo respiro di sollievo: ciò che vediamo ha qualcosa di liberatorio ed allo stesso tempo ironicamente purificatore, considerando come era iniziata l'avventura. Il saluto ad un uomo giusto che avremmo potuto chiamare amico e due parole di spiegazione al prigioniero che per come la vedo io fa solamente il finto tonto ma che ha compreso di averla scampata bella ed ecco nuovamente lì davanti la strada, quella polverosa della prateria ma anche quella della vita, entrambe impervie per chi, come Tex Willer, ha deciso di percorrerla in nome della giustizia e dell'onore.

 

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Un preoccupato Mel Gibson, in "Signs". Ritratto di Lorenzo Barruscotto.

 

Come avrete capito considero il Magazine un albo importante per svariati aspetti. Ed è per questo motivo che stavolta ci sono non uno ma ben due ospiti d'onore.

Il primo è proprio ALESSANDRO POLI.

Ho avuto il privilegio di poterlo raggiungere telefonicamente in un paio di occasioni e vi posso garantire che sono state entrambe delle piacevolissime conversazioni. Il disegnatore di “Raccolto insanguinato” è una persona gentile, simpatica, umile, preparata e disponibile. Un vero galantuomo, con i piedi ben piantati per terra ed, oltre a saperlo fare anche molto bene, è genuinamente appassionato del suo lavoro, come dimostra il risultato del quale abbiamo appena parlato.

Mi sono permesso di fargli alcune domande inerenti la sua storia per impreziosire i miei sproloqui con qualcosa di veramente esclusivo.

Innanzitutto ha confermato ciò che viene sostenuto nella rapida prefazione che precede l'avventura: tra i riferimenti sfruttati come ispirazione vi è anche “Grano rosso sangue”, un film tratto dal racconto “I figli del grano” contenuto nella raccolta “A volte ritornano” di Stephen King ed infatti l'atmosfera non propriamente da picnic necessaria per la narrazione traspare dalle pagine facendoci stare sul chi vive proprio come capita a Mel Gibson in “Signs”, anche se qui la situazione non può essere risolta prendendo a legnate sulla zucca (come invece fa “Braveheart” con gli extraterrestri) chi vuole sotterrarci, e non ci sono alieni verdastri allergici all'acqua. Lontani parenti di ET a parte, entrambe le pellicole sono servite anche da modello per le dinamiche che si mettono in moto quando ci si aggira in un campo di granturco: le movenze delle singole piante, le fattezze che devono avere le spighe viste da vicino o nel loro insieme, adattate a problematiche più concrete come quelle di non far scomparire i protagonisti in mezzo alla piantagione ma rendendo verosimile una determinata scena per mantenere fluido lo scorrimento dell'azione. Beh, direi che la missione è stata ampiamente compiuta.

Come punto di riferimento principale, che ogni artista ha nel suo sviluppo personale e nella maturazione del proprio stile, Alessandro Poli indica senza esitazione Andrea Venturi, bolognese come lui, nome ben noto a tutto il popolo Texiano per essere uno dei più apprezzati disegnatori del Ranger. Se mai servisse un'ulteriore prova del fatto che il Fumetto unisce le persone, il signor Poli ed io sembravamo tornati ragazzini quando scambiando due parole proprio sugli albi realizzati da Venturi ci siamo ritrovati concordi nel sostenere che, per quanto tutte le sue prove siano di livello elevatissimo, la sua prima storia realizzata per Aquila della Notte ha un sapore particolarmente speciale: bisogna risalire all'Almanacco del West 1996, “L'uccisore di indiani”, su testi di Nizzi. Poesia pura. Anche se non era ovviamente la prima volta che prendeva in mano le chine, avendo già dato lustro a Dylan Dog nei tempi d'oro, per esempio con l'episodio “L'uomo che visse due volte”. Altra perla è l'indimenticabile Texone “I pionieri”, con la sceneggiatura di Boselli, uscito nel 2013. Altro mito per Alessandro Poli è il celebre Jean Giraud, che forse molti di voi conosceranno con lo pseudonimo di Moebius, autore di Blueberry, il famoso western di origine francese esportato però in molte altre nazioni.

La mano di Alessandro Poli traccia linee decise e classiche, mostrando uno stile espressivo ed elegante, netto ed efficace, incisivo quando serve, capace di destreggiarsi sia nei primi piani che nei campi lunghi, proprio come fa un regista abile nell'uso dello zoom, per suscitare le emozioni volute nello spettatore.

Ad avallare questa mia considerazione rendendola una realtà oggettiva ci sono le “vignette che occupano quasi tutta la tavola”, lasciando spazio solamente ad altre due. Questo è il modo con cui un non addetto ai lavori descrive i disegni di maggiori dimensioni, i quali vengono indicati con un termine tecnico la cui logica non necessita chiarimenti: “quadruple”. Infatti occupano la stessa ampiezza di quattro “vignette normali” nella pagina. Non è da tutti saper dosare l'utilizzo di questa potentissima arma: non si può né si deve esagerare nel tirarle fuori altrimenti diventa eccessivo e perde il suo significato che è quello di colpire o impressionare i lettori a seconda delle sensazioni che si vogliono suscitare, inserendo tali “disegni vitaminizzati” nei punti giusti.

Con pazienza, l'artista bolognese ha continuato a rispondere alle mie domande trattandomi come un vecchio amico e per giunta neanche considerandomi un ficcanaso come invece ho sempre timore di risultare (qualcuno direbbe che non è solo un timore).

La classicità e la finezza del suo tratto traspaiono anche dalla scelta di dotare tutti i personaggi, buoni o cattivi, di armi tipiche del West, Colt per quanto riguarda i revolver e Winchester in ambito fucili. Si tratta infatti di un'avventura tradizionale, in cui il fulcro della vicenda non prevede flashback o valutazioni storiografiche ma un sano scornarsi tra l'eroe ed un branco di arrabbiatissime iene. Personalmente non posso che concordare sulla decisione.

D'altra parte alcune caratteristiche dei comprimari non sono messe lì a casaccio: avete fatto caso alla barba del tizio che (piccolo avvertimento spoiler) funge da guida alla donna, ferito dai banditi e salvato con la sua “protetta” proprio da Tex? Se fate mente locale si può intuire il riferimento a Kurt Russel in “The Hateful Eight”, secondo western firmato Tarantino dopo il “remake” di Django, uscito nel 2015.

Sono piccoli accorgimenti che legano una illustrazione di pura fantasia al concreto, al tangibile, poiché un prototipo anche se vago serve per rendere tale “artwork” maggiormente realistico.

La stessa donna che ci nasconde la verità per buona parte della storia, subisce una sorta di trasfigurazione che faremmo fatica ad identificare anche in una persona vera: quando ci appare ancora una donzella innocente il suo viso e specialmente i suoi occhi sono, come dire, relativamente in linea con l'impressione di avere davanti qualcuno di innocuo, anche per noi abituati a tenere le antenne sempre dritte, ma quando poi svela la sua vera natura di demonio in gonnella, il suo stesso sguardo sembra avvolto da un'ombra ed i suoi occhi, insieme ad un sorrisetto beffardo e quasi doloroso, diventano due pietre prive di sentimenti, propri di qualcosa, più che di qualcuno, che agisce solamente per un tornaconto personale.

Considerazioni quasi sovrapponibili le si potrebbe fare sul bandito, una canaglia da cima a fondo ma inspiegabilmente incapace, sebbene ce la metta tutta, di riuscire detestabile come invece accade per certe carogne incontrare in passato.

E questo era proprio l'intento dell'artista. Intendiamoci, nessuno reputa il fuorilegge simpatico né si sognerebbe di lasciarlo andare o peggio ancora affidargli una pistola malgrado le cose ad un certo punto prendano una brutta piega, ma la sua maniera di agire appare impertinente quasi in modo esagerato, a voler costruire una facciata, ad indossare una maschera per “sembrare peggiore” di quanto non sia in realtà. E comunque quel che sembra è già più che sufficiente per fargli rischiare il collo.

E' irriverente ma non così arrogante da attirarsi un cazzotto ogni volta che apre bocca, anzi sorprendentemente qualche sua battuta fa anche ridere seppur pronunciata dal punto di vista di chi vive dal lato sbagliato della barricata. Il suo atteggiamento sfrontato e l'esagerato affidamento sul proprio ego gli fanno sfiorare la morte almeno in un paio di occasioni ma sotto alla sua bombetta (altro elemento volutamente ricercato per dare un tocco diverso al personaggio, e voglio vedere se qualcuno avrebbe il coraggio di prenderlo in giro per il suo copricapo quando non fosse ammanettato) c'è abbastanza materia grigia da fargli capire che non è il caso di tirare troppo la corda con un tipo come Tex. Non è né stupido né un codardo e seppur destinato giustamente ad almeno un lungo soggiorno dietro le sbarre o a spaccare pietre, abbiamo verificato in questa storia ed in molte altre che, nella nostra Frontiera di carta come malauguratamente nella vita vera, esistono parecchi farabutti molto peggiori di lui.

Ringrazio Alessandro Poli per la sua cortesia e riporto i suoi saluti a tutti voi.

 

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La sagoma di Django pronto all'azione, disegno realizzato da Lorenzo Barruscotto.

 

Siamo giunti alla seconda avventura a fumetti contenuta in questo volume.

Si intitola “Yukon Race”, disegnata da Alfonso Font, su soggetto e sceneggiatura di Giorgio Giusfredi. Il lettering è stato affidato a quella garanzia di eccellenza che si chiama Renata Tuis.

Ad un'analisi superficiale potrebbe apparire come una storiella di scarsa importanza (visto che “non c'è Tex”) invece è decisamente l'opposto. Innanzitutto non è affatto facile, lo sostengo fermamente anche per esperienza diretta, riuscire a far restare un racconto che abbia senso compiuto, e che per di più contenga un colpo di scena ed una conclusione che chiuda il cerchio narrativo, in uno spazio piuttosto breve. Anzi, più corta deve essere la storia e meno si ha disponibilità di movimento per cui le capacità specialmente del narratore devono essere inversamente proporzionali alla lunghezza.

In queste 32 pagine invece c'è tutto: azione, umorismo, tensione, una trama non solo valida ma articolata contenente scazzottate e scontri a fuoco, con tanto di intrighi e, faustamente, castigo per l'antagonista di turno. Il quale è veramente un bastardo di prima categoria, uno di quegli individui che si credono intoccabili, al di sopra della legge, ritenendosi superiori agli altri per via della loro ambizione, atta a rendere ancora più capiente il loro portafoglio.

Ma come si dice, più uno sale in alto, o dovremmo dire più uno crede di salire, e più fa rumore cadendo. E in questo caso il boato del suddetto crollo sarà colossale.

Senza neanche rendervene conto verrete trascinati in un turbinio di eventi e sensazioni che diventeranno quasi palpabili, come se aprendo il volume ad una delle pagine di questa storia, rischiasse di cadervi sui vestiti un po' di neve fresca o una folata vi investisse, passando dal tepore di un saloon alle distese dove anche i lupi non disdegnerebbero una sciarpa.

Vi scalderete le budella con un goccio (diciamo un goccio anche se trattandosi di “chi sappiamo” sarebbe più corretto dire un litro, se va bene) di quello buono, imparerete alcune tecniche fondamentali per restare vivi nell'infausto caso in cui incappiate in un incidente, vi correrà più di un brivido lungo la schiena e non per il clima, specialmente quando vi troverete faccia a faccia con uno dei selvaggi e pelosi abitanti della zona non proprio felice di vedervi. Inoltre per restare in tema di ghiaccio, vi si scioglierà il cuore nel passare qualche momento, anche se breve, insieme a compagni a quattro zampe intelligenti e fedeli.

Questa storia appartiene a quel particolare filone narrativo di recente creazione che vede agire alcuni “partner” di Tex in solitaria. Era successo con Kit Willer nel Magazine 2017 (sebbene quel tentativo non sia andato proprio a segno dal momento che il padre e Tiger compaiono con un ruolo piuttosto attivo nella vicenda) per poi continuare nel Magazine 2018, il terzo, con una storia che aveva come protagonista lo stesso Tiger Jack.

Non so se voleva farne parte ma a mio parere non rientra nei binari di questo indirizzo la storia breve contenuta nel Color Tex 14 che in “Golden Queen” vede il solo Kit Carson, ancora con il suo aspetto giovanile e cioè prima che... gli nevicasse sulla testa agire senza i Pards. Non serve ritornare su discorsi già sviscerati nella recensione dedicata a quello speciale, in merito al fatto che tale storia, mantenuta a galla grazie ai favolosi disegni del maestro Venturi, non sia proprio una di quelle ciambelle uscite con un buco perfetto.

L'episodio presente su questo Magazine ha tutte le carte in regola per essere considerato a buon diritto una “storia di Tex” anche se Tex non è fisicamente presente. Mi spiego meglio. Viene mantenuto lo spirito, l'essenza delle avventure del Ranger. Il sapore per la libertà, il non piegare la testa davanti alla prepotenza, il fare la cosa giusta rischiando anche la ghirba, il rispetto di se stessi e dei propri compagni. Esattamente, tutto ciò e molto altro è racchiuso in quella che potremmo etichettare come la quotidianità di uno dei più amati amici di Aquila della Notte: Gros-Jean.

E' proprio il simpatico trapper canadese il protagonista della vicenda, anche se a dirla tutta non agisce completamente per conto suo ma ritroviamo qualcun altro del quale era da parecchio che avevamo perso le tracce. Forse avrei dovuto dire “della quale” perché al fianco del forzuto Metis c'è Dawn, la coraggiosa e tenace ragazza che avevamo conosciuto tra i ghiacci all'epoca del fantastico Maxi ambientato “Nei territori del Nord Ovest”.

Giusfredi centra proprio l'obiettivo e dimostra tutto il suo talento nel ricreare il rapporto che lega i due: fanno squadra ma non vivono in simbiosi. Gros-Jean è egli stesso un amante dei grandi spazi e si guarda bene dal tarpare le ali alla sua figlioccia, che a sua volta lo supporta e gli guarda le spalle, ricambiata, ma è sia di carattere che di fatto indipendente e non ha certo bisogno di una balia. Donna di rara bellezza, è un tipetto da prendere con le molle specialmente considerando il fatto che è abilissima a maneggiare il pugnale e che se la cava benissimo con l'arco, tanto per fare un esempio. Anche lei è figlia di due popoli, avendo madre bianca e padre Inuit. Il suo spirito indomito contribuisce a farne una delle più capaci guide di tutto il Canada. Beh, la più brava dopo Gros-Jean, si intende.

Come si intuisce dal titolo, la spina dorsale del racconto è una gara (“race” in inglese): una corsa con le slitte trainate dai cani che si snoda lungo un percorso impervio e proibitivo.

Ma cerchiamo di procedere con ordine: riempite il vostro boccale e mettetevi comodi sulla sedia perché ci sono ancora diversi aspetti di cui discorrere e ho in serbo per voi un'altra sorpresa, dopo l'intervista ad Alessandro Poli, con la quale forse riuscirò a stupirvi.

Da dove iniziare? Dai luoghi, protagonisti alla pari dei nostri amici.

Lo Yukon è uno dei territori del Canada, posto a nord ovest dello Stato ed ha come capoluogo il centro abitato di Whitehorse. Il nome gli deriva dallo Yukon River, che letteralmente significa “grande fiume”. In origine si chiamava proprio “Yukon Territory” ma recentemente pare che la sua denominazione sia stata snellita nel più semplice “Yukon”. Non credo che ci fosse comunque possibilità di confondersi con qualche altro posto.

Prima ho citato il Maxi Tex “Nei territori del Nord Ovest”. Non tutti sanno che il titolo non costituisce un'indicazione generica per riferirsi alle zone fredde a settentrione delle terre canadesi ma è proprio un'area federale con il suo capoluogo, la cittadina di Yellowknife.

Bisogna ammettere che in Canada sanno dare nomi pittoreschi alle loro città: Whitehorse vuole dire “cavallo bianco” e Yellowknife “coltello giallo”.

Sono aree immense, si parla di milioni di metri quadrati con una popolazione che una decina di anni fa neanche raggiungeva i cinquantamila abitanti (diavolo, si sta larghi da quelle parti), la cui metà è composta da nativi includendo Metis ed Inuit.

Inutile dire che si tratta di una delle regioni più inospitali del continente americano e volendo essere più specifici buona parte della zona include le acque dei Grandi Laghi, che proprio ad Ovest confinano con lo Yukon. A nord c'è il Mar Glaciale Artico. Quindi un bagnetto anche ad agosto io lo eviterei.

Nel Diciannovesimo secolo i Territori erano ancora sostanzialmente inesplorati per la maggior parte o comunque non presentavano insediamenti umani (non che oggi pullulino di gente). Pensate che quelle sterminate terre vennero cedute nel 1870 al Governo del Canada dalla Hudson's Bay Company, la Compagnia della Baia di Hudson.

Era una struttura a carattere prettamente commerciale, la più antica del Canada, dove scherzano ancora sulla sua longevità dal momento che esiste l'espressione “HBC” cioè “Here Before Christ” ovvero “qui prima di Cristo” per indicare che loro erano “già passati” lungo certe piste.

In origine la Compagnia era impegnata specialmente nel commercio di pellicce, che è rimasta con i dovuti cambiamenti, la colonna portante delle sue attività. Oggi controlla e gestisce diversi negozi e grandi magazzini sia esistenti materialmente che shop online tra Canada, Stati Uniti con qualche aggancio in Europa, ad esempio in Germania e Belgio, se ciò che ho letto corrisponde al vero.

Fondata nel 1670 inizia come corporazione al servizio dei potenti delle colonie britanniche nel Nord America, intreccia la sua storia con quella di grandi nazioni quali Francia ed Inghilterra, la cui rivalità nei traffici di quei tempi è stata proprio uno dei motivi per la nascita di un tale colosso amministrativo, ideato per estendere il motto “Rule Britannia” (in pratica fare del mondo stesso una sconfinata Inghilterra) sulla maggior parte possibile del Nuovo Mondo, anche ben oltre i confini degli attuali USA.

Conosciamo diversi dei luoghi dove la Compagnia allungò gli artigli: Manitoba, Saskatchewan ed anche i “nostri” Territori del Nord-Ovest. Quando questi ultimi vennero consegnati al Governo canadese, il commercio delle pelli non rappresentava più quell'affare così fiorente che era stato nei secoli precedenti e conveniva maggiormente diventare il principale fornitore di derrate alimentari per tutti gli insediamenti che erano e che sarebbero sorti sotto la nuova spinta economica. La sede della Company è a Toronto, Ontario.

Perché mi sono perso in questa digressione geografica? Perchè la nostra storia inizia a Dawson Creek. Non mi sono sbagliato e non mi sto riferendo ad una melensa serie tv di diversi anni fa incentrata sui noiosissimi fattacci di un gruppetto di adolescenti interpretati da attori probabilmente almeno tutti ultra-ventenni, ma è una città vera, situata nella Columbia Britannica, la più occidentale delle province canadesi, che si affaccia sul Pacifico. Il suo capoluogo è Victoria e la sua città più popolosa è Vancouver. Si trova a sud dello Yukon, il quale in pratica è situato in mezzo tra questo territorio e l'Alaska.

Lo Yukon stesso è una delle “province” che si staccarono dalla denominazione generica entrando a far parte della confederazione canadese come accadde per altre aree tra cui lo stesso Manitoba, il suo capoluogo è Winnipeg, la appena nominata Columbia Britannica o il Quebec.

La Hudson's Bay Company stabilì anche qui degli avamposti, sfruttando la preziosa risorsa dell'omonimo fiume, attorno al 1840. poi arrivarono i missionari e la Western Union ma la regione rimase ufficialmente quasi disabitata fino al 1896, quando si scatenò la corsa all'oro nel Klondike, regione sul confine con l'Alaska ma ancora in territorio appartenente allo Yukon, una striscia di terra che segue il corso del Klondike River, il quale sfocia proprio nel fiume che dà il nome alla provincia. Qui non hanno molta fantasia per i nomi, a quanto pare. Battuta infelice, dite? Può essere ma già c'è poca gente per chilometro quadrato, se iniziano anche ad ingarbugliarsi con i nomi dei luoghi stiamo... freschi. Ecco, questa era una battuta infelice.

Non sono ubriaco. Esiste anche una Dawson City, cittadina situata proprio sulla confluenza dei due corsi d'acqua che ho appena citato e che è stata capitale dello Yukon prima che decidessero che Whitehorse aveva un nome più accattivante. E sì, molto prima della messa in onda di quel telefilm: era il 1953. Forse la hanno trasferita perché avevano paura che sprofondasse dal momento che poggia quasi interamente sulla calotta ghiacciata, il cosiddetto permafrost, e molte costruzioni hanno fondamenta di legno.

Giusto per prendere le misure sul clima, le estati, se possiamo chiamarle così, durano molto poco e le temperature arrivano ai confini della realtà. La temperatura più bassa mai registrata da fonti accreditate sembra essere stata quella dei -63 gradi nel 1947 (meno 63, lo ripeto scrivendolo) ma sembra che si siano raggiunti anche i -65 qualche volta. Ci sono zone in cui la media a Gennaio varia dai -25 ai -36 mentre a Luglio si può stare in pantaloncini con i seducenti 17 gradi, di massima.

 

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Gros-Jean: disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a GALEP

 

Ora che siamo pratici delle zone possiamo arrivare al nocciolo della questione.

Come accennato precedentemente al centro della storia c'è una gara di corridori su slitte da neve trainati da cani. In due pagine che non solo sono spettacolari ma risultano anche piuttosto uniche per la loro costituzione viene contemporaneamente illustrato ed esposto l'intero tracciato della competizione.

Avete presente la ormai mitica riga rossa dei film di Indiana Jones che indica l'itinerario intrapreso dall'archeologo specialmente in aereo e che da semplice riempitivo è diventata una sorta di icona? In quelle due tavole si respira la stessa epicità con la differenza che al posto della colonna sonora ci sono le didascalie esplicative. Gli autori prendono per mano il lettore facendogli toccare ogni tappa della corsa: le parole miste ai disegni riescono a trasmettere addirittura alcune sensazioni, perfino il senso di oppressione che l'immane fatica di sostenere una gara del genere doveva provocare, tanto che una volta girato pagina dobbiamo prenderci un attimo per rilassare le mascelle prima di proseguire, tirando le redini della nostra voglia di continuare per vedere come va a finire.

La “Yukon race” narrata nell'albo parte da Dawson Creek per terminare a Whitehorse dopo un certo numero di passaggi obbligati e di inevitabili soste lungo il tragitto. Vuol dire centinaia di miglia e giorni passati tra ghiaccio e vento incitando gli animali su sentieri che, quando si vedono, passano vicino se non proprio sopra a laghi congelati o attraverso tutt'altro che dolci valichi di montagna.

Il tutto è ambientato alla fine di Gennaio, stando alla prima vignetta del racconto.

Una tale dovizia di dettagli mi ha fatto sorgere un dubbio. Che lo sceneggiatore si sia ispirato a qualcosa di vero? Così sono andato a controllare e la risposta, nove su dieci è affermativa.

Esiste infatti una “Yukon Quest” (“quest” letteralmente significa “ricerca” ma possiamo intenderla anche come “impresa”) che si tiene tutti gli anni a Febbraio. Questa gara internazionale si svolge avendo come estremi due località che a volte sono il punto di arrivo ed altre la partenza: Fairbanks, in Alaska e Whitehorse, nello Yukon. Quest'anno si è partiti da Whitehorse perché è il 2019.

Sembra uno scherzo ma non lo è: negli anni pari si parte da Fairbanks mentre negli anni dispari da Whitehorse. Controllare per credere.

Il percorso è lungo circa 1600 chilometri e gli atleti più allenati riescono a concluderlo in una decina di giorni ma se il tempo non aiuta si possono anche superare le due settimane. Non serve precisare che non è una gara per tutti e che le temperature oscillano dai -40 alle punte verso il basso di -60, roba da fare letteralmente ghiacciare il sangue nelle vene.

Per i miei colleghi ficcanaso esistono sia un sito (www.yukonquest.com) sia una pagina Facebook (che come foto-profilo adesso ha un'immagine del vincitore con un paio dei suoi cani) della “Quest” dove si possono trovare tutte le informazioni inerenti località, partecipanti e modalità per iscriversi, nel caso qualcuno di voi abbia voglia di sgranchirsi le ossa.

Si può addirittura seguire l'andamento della gara in tempo reale e ci sono schede personali di tutti coloro che ne sono coinvolti. Quest'anno ha vinto un certo Brent Sass, un ragazzone di 39 anni residente ad Eureka, in Alaska. Ok, mi sto trattenendo ma non vi chiederò di indovinare che cosa ha esclamato quando ha tagliato per primo il traguardo.

Ci sono fior di interviste corredate da fotografie nelle quali il sorridente Brent ha ancora la barba ed i baffi pieni di ghiaccioli e neve. Non vengono assegnati premi “solamente” a chi arriva (vivo) alla fine ma ci sono riconoscimenti per le squadre, quella del vincitore si chiama “Wild and free mushing Team”, e vengono coinvolti anche i veterinari che assistono i cani impegnati nel titanico sforzo con il “Veterinarian's Chioce Award”. Selezionato dal team di dottori della Quest, il premio viene dato a chi ha dimostrato maggiore cura ed amore nei confronti degli animali della sua muta pur restando competitivo durante la corsa. Quest'anno mister Sass ha fatto man bassa di gratificazioni aggiudicandosi anche questo ed i relativi mille dollari, per essersi prodigato nei confronti dei sui 14 cucciolotti.

Gli stessi cani vengono premiati. Il “Golden Harness Award 2019” (“harness” sta per “imbracatura”) è andato a Sluice e Jeep, due membri a quattro zampe del team sempre di Sass: tale onorificenza canina vuole premiare la lealtà e la resistenza dei quadrupedi ed è quindi ovviamente anche un riconoscimento ai loro allenatori intendendo onorare il rapporto che si instaura tra musher e cani.

Col termine “musher” si indica il conducente della slitta. Viene dal fatto che per incitare i cani viene usato il comando “mush” che possiamo tradurre con “avanti”. Ne deriva che anche la parola “mushing” ha la stessa origine: è l'attività che include allevamento, addestramento ed escursioni sul campo con la slitta. L'alternativa a mushing è “sleddog”: in slang infatti è l'unione delle parole sled e dog, cioè slitta e cane.

Come ho detto non è uno sport che si gioca da soli ma alle spalle il conducente ha un vero e proprio team che tra gli altri comprende il cosiddetto “handler”: in gergo è il secondo in comando, cioè un addestratore che si occupa anche della conduzione dei cani.

Tutte queste nozioni si possono trovare su libri o in rete. Però dal momento che mi piace sempre ricercare un collegamento, un ponte con la realtà effettiva quando possibile, alcune le ho ricavate contattando direttamente l'organizzazione della gara.

Mi era venuto in mente di provare a scrivere al vincitore ma oltre al fatto che sarebbe stato banale e comunque il signor Sass attualmente, a giudicare da come vivono questi eventi da quelle parti, deve ancora essere probabilmente più impegnato di una rock star, ho pensato che sarebbe stato meglio passare per un'altra strada. Dawn è una donna, è lei stessa una musher esperta e partecipa alla Yukon Race, il corrispettivo di fantasia della “Quest”. Quindi, perché non provare a parlare con una delle donne che hanno davvero partecipato a questo “giretto” in posti dove perfino Babbo Natale indosserebbe la canottiera di lana?

E così ho il piacere di presentarvi miss LAURA ALLAWAY.

37 anni, residente in Alaska è una “rookie” della corsa, una “novellina” rispetto ad altri corridori più navigati ma si è piazzata sesta, perciò direi che ha conseguito un risultato niente male. Nella pagina ufficiale della Yukon Quest si trova la sua scheda personale dove vengono inserite le medesime informazioni per tutti i partecipanti ma ho avuto la possibilità di scriverle privatamente ricevendo una gentile ed entusiastica risposta. Entusiastica per il fatto che dopo aver soddisfatto alcune mie curiosità sulla corsa e sulla vita tra i ghiacci, mi ha addirittura dato un numero di telefono per continuare la chiacchierata “più comodamente”. Capirete che nonostante mi sia sentito lusingato da questa fiducia nelle mie attitudini da intervistatore mi sono visto costretto a declinare dal momento che a parte le difficoltà tecniche, il credito sul mio telefono, quantunque lo potessi rimpinguare, si sarebbe prosciugato proprio come una palla di neve al sole.

La sua muta era composta da 10 cani ma il suo preferito è sicuramente Ian. È uno dei leader della sua squadra ed a detta della stessa miss Allaway è il migliore, denominato “storm leader”. A quanto pare, sono parole della stessa Laura, più il tempo volge al brutto, con vento e neve, e più Ian diventa eccitato e si impegna nel suo lavoro. Poi la nostra ospite continua raccontando che ha iniziato a gareggiare con i cani da slitta dall'inverno del 2012 ma lavora professionalmente nell'ambiente delle corse dal 2008 sebbene sia a partire dal 1998 che abbia cominciato la sua attività a contatto con quegli animali, dapprima in un “dog daycare” (daycare in italiano sta per asilo). Quindi per miss Allaway è proprio una passione.

Continuando nell'intervista le ho chiesto se la corsa ed in generale il “mushing” sia uno sport “sentito” dalle sue parti, visto che si tratta di una quotidianità ben diversa dalla nostra. Sembra che sia molto seguito nella zona di Fairbanks ma non può garantire che in altre aree da lei bazzicate poco, solamente per la competizione, non abbia anche più tifosi.

In ogni caso mi conferma che la Yukon Quest non raggiunge la stessa quantità di pubblico di un'altra gara simile, la “Iditarod” (della quale dirò due parole tra poco).

Prima di congedarsi miss Laura ha tenuto a precisare che voleva che io riportassi i suoi saluti a tutti i miei lettori ed a ringraziare per l'interesse manifestato verso il mushing: per quanto rimanga per me una cosa impossibile da realizzare ed anche solo da pensare, non si può restare impassibili di fronte al coinvolgente impeto con cui Laura Allaway parla del suo lavoro, del suo cimento e più in generale di questo suo stile di vita. Anche solamente cosa vede tutti i giorni è un paesaggio che sembra lontano anni luce da quello che possiamo contemplare noi dalle nostre finestre. Una delle foto scattate proprio da lei a bordo della sua slitta mostra i suoi cani ed una sconfinata distesa di neve lungo la quale si indovinano solamente due linee parallele lasciate da un'altra slitta passata da lì forse il giorno prima e qualche arbusto isolato. Quello che lascia senza parole è che c'è un luminoso sole alto nel cielo ma l'ora in calce alla fotografia indica pochi minuti alle dieci… di sera! Incredibile.

 

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Ian con la sua "handler" in un ritratto di Lorenzo Barruscotto

 

Incrociando quello che mi ha detto con ciò che ho trovato sul suo profilo, ho appurato che quest'anno, oltre a miss Laura, c'erano altri 29 contendenti (il numero massimo di ammessi è 50) e che la quantità di cani utilizzabili non è fissa ma può variare a seconda delle condizioni del terreno. Per la prima tappa, una cosetta di appena 97 miglia con tappa in una località chiamata Braeburn, era consentito partire anche solo con 8 quadrupedi per via della neve bassa. Non oso pensare a quanto corrisponda il loro concetto di “neve bassa”.

Ci sono ovviamente delle pause tra una tappa e l'altra. La prima era di 12 ore per poi riprendere da un paese vicino, Carmacks, ed ogni volta si ha la possibilità di aggiungere dei cani se necessario.

La comunicazione in due sensi, cioè anche da parte dei mushers alla loro squadra, non è consentita durante la gara ma solo ai checkpoints dove si discutono le strategie migliori per continuare verificando anche lo stato degli animali. Una sorta di “pit stop” di un genere molto diverso. Lo sponsor di Laura era il “Trail Breaker Kennel” (kennel vuol dire canile) che si trova proprio a Fairbanks e che negli ultimi vent'anni è diventato anche un luogo di interesse turistico dove si può interagire con i cani ed avere un assaggio della vita sulle slitte. Già, ma di quali cani sto parlando? Quelli di miss Allaway, provenienti proprio dal “Trail Breaker” sono Alaskan Husky, i “tipici” esemplari che ci vengono in mente quando pensiamo a quelle aree.

Non c'è solo Ian che si esalta quando vede dei nuvoloni a quanto sembra, poiché arrivano da tutto il mondo per sfidare il freddo e se stessi, come affermato dalla mia interlocutrice. Nel 2019 ci sono stati mushers oltre che americani e canadesi anche provenienti da Svezia, Francia e addirittura un neozelandese, che non è neanche arrivato ultimo.

La Yukon Quest si prefigge di seguire le rotte di viaggio degli storici esploratori della Frontiera percorse specialmente durante la corsa all'oro. Per sopravvivere lassù il team formato dal conducente ed i suoi cani deve formare un'unità autosufficiente. Non serve andare veloci, è l'esperienza che gioca un ruolo fondamentale in quei territori così duri.

Ovviamente non si lascia nulla al caso e l'aspetto poetico non deve far dimenticare che si tratta pur sempre di una gara, con regole ferree e dove la sicurezza dei partecipanti viene tutelata per quanto più possibile. Staff specializzato, soprattutto in tempi recenti, si occupa di controllare la pista (“trail”) e di “prepararla” iniziando almeno uno o due mesi prima dello start. Inoltre durante lo svolgimento, svariate motoslitte precedono le squadre in testa al gruppo di almeno 6 ore. Ci sono markers fosforescenti che indicano la via e come ho già detto ogni musher viene monitorato in tempo reale. Con questo non sto dicendo che è diventata una passeggiata ma che per fortuna i rischi vengono limitati al massimo.

La prima “Yukon Quest International Sled Dog Race” (questo era il suo nome completo) che superava le mille miglia si tenne nel 1984, durò 16 giorni e vide 26 squadre partecipanti. Però sei furono costrette ad abbandonare prima di arrivare alla fine.

C'è anche la chance di avere soltanto un assaggio dell'intera gara, partecipando alla “YQ300”, cioè alla “versione baby” che vi farà battere i denti solo per trecento miglia. Una bazzecola.

Se non siete ancora andati ad infilarvi un maglione, lo farete tra non molto.

Ho parlato anche di altre due gare similari.

Una si chiama “Yukon Artic Ultra”, il che ci fa presumere che nello Yukon vadano proprio matti per questo genere di cose. Consiste in una serie di gare con partenza a Whitehorse (e da dove se no) che può essere considerata una sorta di omologo della Quest però molto più breve e senza slitte. Si possono percorrere dalle cento alle trecento miglia e quella più lunga può essere effettuata con gli sci (e fin qui niente di strano), a piedi o in mountain bike. In bici? Ok, passiamo oltre.

Sembra che sia la gara più estrema del mondo. E ci credo: spero almeno che qualcuno arrivi al traguardo. Se la Quest è ai primi di Febbraio, volete mica annoiarvi per il resto del mese?! Naaa, potete sempre farvi una bella sgambata nella neve. Altro che Fantozzi e Filini, che dopo il turno in ufficio per ingannare il loro direttore fanatico della bicicletta simulavano una gita “tutti a Pinerolo”!

Nell'esporvi la conversazione con la nostra musher ho nominato una terza gara, tirata in ballo proprio da miss Laura. Si tratta della “Iditarod”: un percorso che si snoda tra Anchorage e Nome, in Alaska. Non ho scritto “percorso” a caso. Ci sono diversi tipi di “races” che seguono lo stesso tracciato. Naturalmente il più importante e quello da cui altri sport hanno “preso spunto” è la “Iditarod Trail Sled Dog Race”, una corsa con le slitte. Indovinate quando? A marzo! Credevate davvero che non se ne inventassero una ogni mese?

Le origini di questa competizione sono diventate famose in tutto il mondo ed affondano le radici in una storia vera. Nel 1925 un'epidemia di difterite colpì la città di Nome e viste le terribili condizioni meteorologiche non era possibile far arrivare da Anchorage i medicinali in tempi brevi, né con aerei né con navi. Restavano le slitte trainate dai cani. Vi suona familiare? Esattamente: tale episodio ed esempio di coraggio ha ispirato tra gli altri il film a cartoni animati “Balto”. Era proprio lui il leader che guidava la muta nell'ultimo tratto (non conosco i nomi dei conducenti e dei cani delle altre tappe, e non erano pochi, ma per conto mio andrebbero tutti ricordati, non solamente l'autore dell'ultima frazione) che completò la “Trail” nell'impensabile tempo di cinque giorni, salvando molte vite.

Per non farsi mancare niente anche questa corsa ha la sua versione a più categorie: sugli sci, a piedi o in bici.

Ritornando al Magazine proprio l'ultima pagina contiene una meravigliosa citazione di un'altra ultima pagina, quella del numero 10 della serie “gigante” dove allora come ora un robusto e particolarmente irritato trapper canadese si dà da fare per buttare giù un intero caseggiato.

Come dimenticare la didascalia che ancora oggi fa sorgere un sorriso sul volto di ogni Texiano con le sue quattro parole: “Gros-Jean danneggia un pochetto!” riferendosi alla frase pronunciata poco prima dallo stesso Metis, quasi a rassicurare che non sarebbe andato troppo oltre.

Non ne posso avere la certezza ma sono pronto a scommettere che la vignetta che ripropone la scena da parte di Font è un fantastico omaggio al maestro Galleppini e sono sicuro che se andrete a controllare anche voi concorderete con me.

Senza ombra di dubbio non c'era nessun altro più adatto di Font per disegnare questa storia, dal momento che è diventato un veterano delle avventure ambientate tra la neve, non solamente per via del Maxi ma, una tra tutte, mi sovviene l'avvincente storia divisa nei due albi “Wolfman” e “I difensori di Silver Bow”, su testi di Pasquale Ruju.

Ma l'artista di Barcellona è di casa per tutti i lettori di Tex fin dal suo esordio al servizio dei Rangers con lo strabiliante Texone numero 12 “Gli assassini”.

Una menzione va sicuramente alla copertina ad opera di Villa, se non fosse altro per la presenza nel disegno che immortala Tex e Gros-Jean pronti ad entrare in azione di una giacca con doppia fila di frange indossata da quest'ultimo, che ho sempre considerato un incubo da disegnare. Il alto campeggia ancora il simbolo delle celebrazioni per i 70 anni del Ranger e le Colt Frontier impugnate, una per mano, dal nostro eroe non lasciano dubbi sul fatto che ne vedremo delle belle.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CLAUDIO VILLA

 

Oltre ad aver ideato il soggetto e la sceneggiatura di “Yukon Race” Giusfredi, che vanta sceneggiature di storie per Zagor e Dampyr, compare in coppia con un altro nome famoso nel panorama del fumetto italiano: Paolo Bacilieri. Non è la prima volta che quasi mimetizzata nei Magazine compare questa “rubrica a fumetti”, come la definisce lo stesso Giusfredi in un'intervista del 2015: si tratta di due tavole con riferimenti a film, libri o altri fumetti. Potremmo considerarli dei veri e propri “easter eggs”, come si dice oggi, cioè dei bonus nascosti tra le pagine dei Magazine.

Ma chi sono i protagonisti di questa “serie”? Chi sono “Susy e Merz”?

Lei è una studentessa universitaria in cerca di una tesi e lui il professore dal quale la solerte ragazza vorrebbe vedersi assegnato il lavoro. Il Prof incarna l'immagine del burbero che di primo acchito chiunque vorrebbe strozzare, per lo meno nell'episodio contenuto in questo volume, ma che alla fine si rivela un mentore duro fuori e tenero dentro.

Le disquisizioni e le citazioni non riguardano solo il mondo western ma si adattano a seconda delle pagine che li ospitano visto che non compaiono unicamente nei Magazine legati a Tex.

Vi si può trovare di tutto, da battute su serie tv a flash sulla vita di tutti i giorni, con uno stile che sa di essere scanzonato e quindi proprio per questo è gradevole: il giusto mix di ironia e news che ogni “nerd” (compreso il sottoscritto) apprezza, che si tratti di qualcosa di già noto o che vi si scopra una nozione fino a quell'istante magari sconosciuta, come accade forse nel nostro Magazine, aggiungendo una spolverata di storia vera. A quanto mi è parso di intuire, la location dell'episodio intitolato “Doretta DoreMerz” è insolita visto che, come da programma, corrisponde ad uno dei freddi posti che abbiamo elencato fino a poco fa.

Sono “solo” due pagine ma ad ogni vignetta le nostre meningi impazziranno per cogliere tutti i rimandi tenendo d'occhio sia i testi che i disegni: personalmente mi è piaciuta moltissimo quella in cui il professore senza scomporsi ci butta lì una parafrasi di una celeberrima battuta da duro presente in un film di Sergio Leone (non vi dico quale altrimenti vi anticipo troppo) mentre legge svogliatamente un giornalino su Paperone.

Al tempo in cui si cercava l'oro nel Klondike, una certa cantante di Dawson cercò di irretire un certo papero con l'intento di derubarlo. Ovviamente quel papero non è tipo da farsi mettere i piedi in testa da nessuno e ribalta la frittata, senza però prevedere che i begli occhioni di Doretta, questo era il nome della “femme-fatale”) riuscissero a fare breccia nel suo cuore. Voi però non ditelo a Brigitta…

Non ci fu seguito perché il luccichio del metallo giallo lo attirava più di quello del sorriso della bionda riducendo tutto ad un ricordo ed un rimpianto. Questa storia viene narrata in “Zio Paperone e la stella del Polo” di Carl Barks anche se poi il personaggio ritorna in un paio di occasioni. Volete lo scoop? Va bene, eccovi lo scoop: Paperone aiuta la sua ex fiamma facendo da tutore alla nipotina di lei: Paperetta Yè-Yè.

In inglese il nome della cantante è “Glittering Goldie” e quello della storia “Back to the Klondike”, pubblicata nel marzo del 1956.

Che dire di Bacilieri, senza apparire troppo retorico verso un eminente artista. Classe 1965, aveva collaborato con Milo Manara già quando io ero un pupo di neanche un anno. Restando solo al suo lavoro in Bonelli, è uno dei disegnatori di Napoleone, l'ex poliziotto che gestisce un albergo in Svizzera creato da Carlo Ambrosini, per cui si impegna anche come sceneggiatore ma ha pubblicato per numerose case editrici, sia fumetti che libri, usciti in Italia e non solo.

 

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Un po' di riposo dopo una lunga marcia: disegno di Lorenzo Barruscotto

inserito in una foto di Laura Allaway.

 

Come ho detto all'inizio, le due storie a fumetti contenute nel Magazine sono intervallate da diversi articoli che trattano vari argomenti, per lo più legati alle avventure del Ranger, approfondendo qualche aspetto peculiare, che si tratti di mirate dissertazioni o di pure disquisizioni che dalle vicende disegnate prendono solamente spunto.

Nel caso di questo volume tali “pezzi” portano la firma di svariati autori: Maurizio Colombo (autore di una doppietta), Luca Crovi, Stefano Priarone, Luca Fassina, Graziano Frediani, Luca Boschi e Luca Barbieri.

Non dovrei aver dimenticato nessuno di questo folto gruppo.

Per la maggior parte tali “servizi e dossier”, come recita la copertina, includono notizie che pochi intenditori conoscono, informazioni storiche, news anche provenienti dagli universi più disparati quali quelli del cinema o dei videogiochi ma che hanno tutti come comune denominatore, chi più chi meno, il West.

Vi sono anche articoli che si accollano il compito di fungere da presentazione diretta delle storie inedite.

Non intendo addentrarmi in una disamina troppo approfondita di tutti i brani, non temete, ma mi sembra corretto citare anche questa parte dell'albo per dare a Cesare quel che è di Cesare ed onorare il lavoro di coloro che hanno messo insieme fatti, informazioni e ricerche.

Confesso di non conoscere tutti i nomi che compaiono in fondo alle discussioni mentre alcuni sono già noti, a me come sono certo a voi, per essere comparsi più volte in altri volumi.

In effetti i vari articoli, quasi sempre, dimostrano un notevole livello di conoscenza della materia di cui si dibatte “buttando lì” qua e là qualche chicca certamente benaccetta dagli appassionati del genere western. Però l'altra faccia della medaglia consiste nel fatto che talvolta gli occhi inciampano in qualche strafalcione che lascia un po' l'amaro in bocca.

Per correttezza e per il fatto che non ritengo di avere dalla mia la verità assoluta, nel senso che potrei benissimo essere io a sbagliarmi e finire col fare un grosso capitombolo, non citerò il nome distintamente ma mi limiterò ad un paio di osservazioni in merito ai punti dove mi sono ritrovato a grattarmi la zucca pensieroso. Anche perché, non mi stancherò mai di ribadirlo, le mie parole non sono e non vogliono essere né saranno mai indirizzate alla persona nè men che meno tra le righe si nasconde anche la più piccola mancanza di rispetto per il lavoro svolto da scrittori ed “inviati speciali” sul campo. In ogni caso basta fare un salto a controllare il “pezzo” in questione per associare un “chi” al “cosa”. L'unica obiezione che non mi si può muovere è che io sia brillo perché non bevo: le mie sono solo chiacchiere, qui al Trading Post, come al solito.

Si inizia con l'immancabile riferimento alla serie parallela “Tex Willer”, dove la narrazione verte sulle avventure tra le avventure, su quelle parti di vicende che settant'anni da Bonelli e Galep non avevano sviluppato o avevano accennato solamente, serie della quale abbiamo già ampiamente parlato in precedenti occasioni, una fra tutte quella per le celebrazioni del numero 700, strettamente legato proprio ad un albo specifico, il quarto per essere precisi, della nuova vita editoriale del futuro Aquila della Notte, che torna indietro nel tempo per essere ancora uno scapestrato pistolero giustiziere, a torto accusato di essere un fuorilegge.

C'è poi un brevissimo accenno alla mini-serie Deadwood Dick, ispirato agli scritti di Joe Lansdale e che ha visto impegnati nomi del calibro di Mauro Boselli, Michele Masiero e Maurizio Colombo con le realizzazioni grafiche di Mastantuono, Frisenda ed Andreucci, per l'etichetta “Audace”, la branca della Bonelli con pubblicazioni più “per adulti” sia in linguaggio che in immagini, più… audaci per l'appunto.

Ho trovato quella serie un vero spettacolo specialmente in alcune parti dove la Storia vera si incrocia con la fantasia, come ad esempio quando viene raffigurato l'assedio di Adobe Walls.

Seguono poi articoli inerenti serie tv o pellicole che, confesso, non conosco (però, tanto per fare un esempio, se nella stessa frase vedo le parole western e Kevin Costner, sinceramente la cosa mi attira parecchio) anche perché vengono trasmesse su piattaforme che non possiedo o uso.

Stesso discorso per i videogiochi: mi piacerebbe poter verificare le emozioni e la “giocabilità” di tali passatempi per poi descriverli come fanno certi youtubers moderni ma pur avendo sentito i nomi di tali “games” mi devo fidare della parola degli autori dei servizi nel Magazine.

Non possono mancare i riferimenti al catalogo che celebra la mostra tenutasi a Milano per il settantesimo compleanno del Ranger con altri rimandi a libri e saggi del nostro genere preferito.

Sparse, troverete perfino email dirette se vorrete procurarvi un particolare volume.

Mi ha catturato l'approfondimento sulle location dei classici film western addirittura elencate e documentate in seguito al confronto tra le immagini delle pellicole con foto dei luoghi reali in una sorta di mappa per tracciare le famose località dove sono state girate immortali pellicole come “Sentieri Selvaggi” per dirne uno: dalla Monument Valley ai deserti che abbiamo sentito nominare dai Rangers più e più volte. Per chi fosse più affezionato ai western di casa nostra ci sono cataloghi e guide anche per i film chiamati forse in modo un po' riduttivo “spaghetti” western.

Proseguendo in ordine, ci immergiamo in una lunga indagine che parte da basi storiografiche la quale inizia con la scoperta dell'America. No, ogni riferimento al nome dell'autore di tale articolo credo sia puramente casuale.

Quel che è certo però è il taglio originale ed a tratti scanzonato che viene dato al pezzo: dalla vera (e quella è “vera veramente”, non sto scherzando) scoperta del continente dall'altra parte dell'Atlantico da parte dei Vichinghi all'arrivo della celebre “Mayflower”, la nave con la quale i Padri Pellegrini giunsero a Cape Cod, nel novembre del 1620 dopo essere partiti due mesi prima da Plymouth, in Inghilterra. Come giustamente fa notare anche lo scrittore, non so se ai nativi convenissero maggiormente i “barbari” vichinghi o i “civilizzati” europei. Per lo meno i figli di Odino capirono che un nugolo di frecce voleva dire che non erano i benvenuti, specialmente se si abbandonavano a saccheggi e carinerie alle quali erano abituati nella loro cultura.

I coloni inglesi invece si dimostrarono molto più cocciuti soprattutto per il fatto che decisero che i pellerossa erano una razza inferiore, dopo che questi ultimi li accolsero amichevolmente insegnando loro i segreti per sopravvivere su quelle terre.

Anche in questo caso vengono annoverati diversi film: stavolta alcuni li conosco, come “Pathfinder” che ha per protagonista Karl Urban (il Cesare della serie “Xena, principessa guerriera” alla quale vanno i miei ricordi per aver incontrato e fatto amicizia con alcune delle attrici principali, tempo fa) con capelli più lunghi e molto più “palestrato” del solito ma con la stessa espressività di un becchino disoccupato il lunedì mattina o la serie “American Horror Story” che ho solamente sentito nominare, ma mi è bastato così.

Comunque per iniziare a farci pregustare un po' la tensione della prima delle due storie a fumetti, non si parla degli scontri tra indiani e Padri Pellegrini (ammetto che l'abbreviazione PP per indicarli mi ha creato qualche problema, sulle prime, però ci sono arrivato escludendo che i tacchini per il ringraziamento venissero comprati pagando con Pay Pal) quanto piuttosto della strenua lotta intrapresa dai “pii” cristiani trasferitisi nel Nuovo Mondo nei confronti delle streghe.

E qui ci addentriamo in una giungla di nefandezze commesse in nome di Dio, in un delirio che portò a bruciare sul rogo chiunque avesse una faccia sospetta, soprattutto donne, “ancora meglio” se condannate da chi invece era ufficialmente un'anima candida. Ai tempi in cui Demi Moore portava la A rossa sugli abiti (“La lettera scarlatta”, il film) bisognava stare attenti anche a come si sternutiva perché quei simpaticoni vestiti di nero non ci mettevano niente a tirare su una “bella” pira.

Salem, una cittadina nella contea di Essex del Massachussets, è ancora oggi tristemente famosa come simbolo di questa “caccia” ripresa da numerose opere sia cinematografiche che da romanzi (“La lettera scarlatta”, stavolta il libro, di Nathaniel Hawthorne per esempio).

A partire del 1692, in quel villaggio iniziò la più estesa sfilza di processi e di assurdità che caratterizzò lo spirito dell'epoca, secondo cui bisognava impegnarsi in un completo repulisti di quelle “anime dannate”. Suppongo che all'inferno i suddetti capi dei “PP” si stiano ancora domandando perché tra le fiamme ci si stanno abbrustolendo loro invece di aver già preso il diploma in arpa circondati da angioletti e soffici nuvolette.

Alla fine di questa opera “ispirata”, 19 persone furono impiccate, circa 150 sospettati vennero arrestati e tenuti a marcire per chissà quanto ma il totale degli accusati arrivò a superare i 200. Considerate che gli influssi di tale pazzia collettiva giunsero fino a Boston coinvolgendo numerosi altri centri della zona. Pare che la parola fine a questa farsa, che aveva comunque già mietuto le sue vittime, venne messa dallo stesso Governatore, su pressioni di alcuni religiosi e l'anno successivo il tutto venne risolto riesaminando i casi di coloro che erano rimasti in questa valle di lacrime, archiviando la questione. Per fortuna qualcuno aveva ancora qualche grammo di materia grigia sotto quel grossi cappelloni.

L'articolo, che ritengo sia senza dubbio tra i meglio strutturati del Magazine, continua poi facendoci fare un salto in avanti fino ai “nostri giorni”, quelli da Texiani, cioè al periodo della conquista della Frontiera, parlandoci dei Mormoni.

Mi viene in mente una gran bella storia di Tex sviluppatasi negli albi “La grande minaccia” e “Il vendicatore mascherato” di Nolitta e Galep, dove si cita il massacro di Mountain Meadows, fatto di sangue realmente accaduto, ad opera di “soldati” Mormoni ai danni di pionieri indifesi (tra cui donne e bambini) ed un'altra dove invece è una comunità di Quaccheri, con i loro Conestoga, i grandi carri usati da chi cercava fortuna attraversando territori sterminati ed inesplorati, a dover essere difesa da indiani ribelli, maneggioni e rinnegati senza scrupoli (“Terra promessa” e seguenti, ad opera di Bonelli e Ticci) fino ad una più recente, a questa direttamente collegata: “Dieci anni dopo” e “Sangue in paradiso” disegnata da un portentoso Rossano Rossi su testi di Nizzi.

Giusto per differenziare: i Mormoni sono seguaci di una religione fondata da Joseph Smith, considerato un profeta. Alla sua morte ci furono delle separazioni interne e da uno dei gruppi deriva quella che oggi si chiama “La Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni” che ne costituisce la parte più numerosa. Il termine “mormone” risale a Mormon, nome di un altro profeta a cui è attribuito il “Libro di Mormon” che Smith pubblicò nel 1830 dicendo di essere stato indotto in sogno a tradurlo in inglese dal testo originale scritto su tavolette d'oro, portategli in dono da un angelo di nome Moroni (non so se avesse origini italiane).

Mormoni ovviamente non è un nome auto-imposto ma veniva usato da chi non apparteneva al movimento, sebbene col tempo tale denominazione venne accettata e fatta propria dallo stesso Smith: secondo lui andava bene perché poteva provenire da “mor-mon” che nella lingua delle tavolette sarebbe corrisposto a “più buono”. Suona certo meno altisonante di “santi”, come erano soliti chiamarsi prima (da qui la chiesa dei “santi degli ultimi giorni”).

Invece i Quaccheri seguono un movimento cristiano nato nel Diciassettesimo secolo in Inghilterra, un ramo del calvinismo puritano. I loro membri sono conosciuti come “amici” (nel senso di “amici di Gesù”, non è una battuta) e specialmente in passato erano contro le gerarchie ecclesiastiche ed i sacramenti. Al contrario dei Mormoni che in diverse occasioni non hanno esitato a diffondere la parola del Signore con sacre scritture in una mano e Winchester nell'altra, sono ferventi pacifisti ed anche oppositori al consumo di alcol.

Si sono comunque modernizzati fondando banche ed istituti finanziari come Barclays e Lloyd Banks. Sull'origine del nome non ci sono fonti concordi: sembra che derivi da “quacksalver”, un dispregiativo per indicare gli appartenenti ad una sorta di setta, un movimento protestante che prevedeva alcune manifestazioni piuttosto “estreme” se invasi da fervore religioso: queste estasi, chiamiamole così, sarebbe alla base del nome. “Quake” significa terremoto e tremore, quindi “quaker” è un tizio tremante. Ma la stessa parola potrebbe avere origini bibliche quindi scegliete la versione che preferite.

I Padri Pellegrini invece sono stati i primi coloni del Nord America, privati cittadini per così dire che professavano la religione cristiana. Puritani, come abbiamo visto spesso fanatici ai limiti della comprensione, aprirono la strada alle migrazioni (dal nostro punto di vista) o invasioni (dal punto di vista, neanche tanto strambo, dei nativi) che hanno caratterizzato i secoli dopo il loro insediamento nei primi anni del 1600.

Sarà per l'emozione di essere giunti finalmente sulla terra ferma dopo mesi in mare ma non brillavano di fantasia nemmeno i nostri amigos PP, perché battezzarono Plymouth la colonia che fondarono nel 1620. E c'era già una Plymouth in Gran Bretagna, sede della Plymouth Company fondata da Re Giacomo I. Il suo scopo: organizzare spedizioni nelle colonie, che altro. Proprio da lì, come abbiamo visto, partì la Mayflower, ma bisogna anche dire che le malattie tra le quali lo scorbuto che avevano colpito questi coraggiosi pionieri avevano senz'altro debilitato i passeggeri del vascello, senza considerare che giunsero con l'inverno alle porte perciò è già tanto se non hanno chiamato la loro prima città “Paperopoli”.

L'anno dopo però si erano già organizzati come si deve con case e coltivazioni.

Erano anche riusciti ad intraprendere contatti piuttosto proficui con gli indiani di quelle terre. Nel 1621 il Governatore ed il sakem suo vicino firmarono, si fa per dire, un trattato di pace e reciproca protezione. E' grazie a questo trattato che noi bianchi abbiamo iniziato a coltivare il mais, tra l'altro. Sempre nel 1621 i Pellegrini sopravvissuti alla traversata ed alla pesante vita del luogo festeggiarono il raccolto con gli indiani: banchettarono con anatre, pesci e tacchini procurati dai coloni e cervi portati in regalo dai pellerossa. Esattamente: fu il primo Giorno del Ringraziamento, una delle principali festività in America. Non venne subito chiamata così ma il termine “ringraziamento” comparve solo un paio d'anni più tardi e non riferita all'atmosfera di pace e fratellanza ma al banale ed al contempo allarmante fatto che stavano per arrivare altri coloni dalla madre patria. Se gli indiani lo avessero saputo forse non avrebbero scelto quella stessa parola...

In ogni caso sebbene ci possano essere delle affinità anche per un certo monotono modo di vestire, le tre definizioni non sono e non vanno considerate intercambiabili.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a GALEP

 

Tra poster di celeberrimi film come “Cimarron” o fotogrammi di altrettanto celebri ma più recenti lungometraggi tra cui “Cuori ribelli” viene citato il grandioso Maxi Tex di Berardi e Letteri, “Oklahoma!” poiché il discorso sull'espansione ad Ovest non poteva non comprendere, giustamente, le corse ai territori.

Bisogna precisare che non ce ne fu solamente una e noi avevamo già analizzato il discorso, cercando di fare un po' d'ordine qualche tempo fa. Vado perciò a recuperare le mie stesse righe: << ...ad essere pignoli non c'è stata solamente una di queste corse: non tutti sanno che se ne susseguirono ben cinque nel giro di pochi anni, per quanto le più note siano la prima, tenutasi nel 1889, la classica ispiratrice anche di parecchie pellicole, la “Oklahoma Land Rush” per l'appunto, detta dalle genti dell'epoca “Hoss Race” e la quarta, del 1893, passata alla storia come “Land Run” o più nello specifico “Cherockee Outlet Opening”, sempre in Oklahoma, che in sostanza permise l'acquisizione delle rimanenti terre che andarono poi a completare la costituzione geografica di quello Stato americano. Effettivamente in inglese “hoss” è un termine dialettale per indicare “horse” cioè cavallo, ma non si è trattato di gare a fini sportivi e solamente all'incirca un partecipante su tre ha raggiunto il suo scopo o per lo meno conservato la pelle. >>

Nel crogiolo di popoli che parteciparono alle migrazioni vengono infilati nel mucchio anche i cinesi (nemici o alleati in alcune storie di Aquila della Notte) sia come protagonisti di film nelle quali le arti marziali tengono testa alle abilità con la Colt. Detto così ci può stare, personalmente mi sovviene “Sole rosso” anche se non si tratta di cinesi ma giapponesi, però citando “Pallottole cinesi” dove per l'appunto il “cinese” in questione è Jackie Chan (attore che io ammiro e del quale non mi sono perso un solo film, ci tengo a dirlo)... ecco, una perplessa alzata di sopracciglio scatta automaticamente.

Torniamo seri perché alla fine si parla di noi, degli italiani. E devo dire che la conclusione di questo lungo dossier iniziato con Erik il Rosso e finito con una camicia rossa garibaldina riserva piacevoli sorprese: apprendiamo del coraggio di una suora di origini italiane che ebbe perfino a che fare con Billy the Kid. La Sorella era una dura: visse tra sangue e ferite, portando conforto a chiunque potesse, riuscendo a blandire (se leggerete l'articolo e vedrete il nome di questa eroina in abito da suora capirete che non ho scelto il verbo a caso) la furia di scatenati desperados o di agguerriti Apaches. Le azioni della “Suora italiana nel West” sono motivo di orgoglio per ogni suo compatriota e fanno apprezzare le qualità di ricercatore e scrittore di chi ha messo insieme il brano, specialmente quando vengono anche fornite al lettore chicche su dove e come conoscere meglio questa figura divenuta anch'essa leggendaria.

L'altro italiano che si merita un ricordo è invece il trombettiere Giovanni Martini (il nome lo posso dire perché se non prendo un abbaglio viene persino nominato nella storia in cui Tex e Carson rievocano la fine di Custer al Little Big Horn: “Congiura contro Custer” e seguenti, di Ticci e Nizzi). Insieme alla foto del soldato Martini, nell'ultima pagina dell'approfondimento, troverete una perla che non potrete non leggere almeno un paio di volte: non voglio impedirvi di scoprire di che si tratta ma credetemi, resterete di sasso per via di un accostamento quasi incredibile tra John Wayne e… Rimango con la bocca cucita, non insistete!

Subito dopo la storia di Poli-Rauch-Corda, c'è un altro lungo saggio tutto “fumettoso”, l'altro che per me si guadagna, da un punto di vista complessivo, la pole position per fluidità ed intensità dopo quello sulle migrazioni.

Viene fornita una singolare prospettiva riguardo il modo con cui i lettori europei e nello specifico noi italiani guardiamo il vecchio West a differenza dei lettori per cui gli sterminati territori dell'Ovest non sono luoghi lontani ma fanno parte della nazione in cui vivono. Impariamo, o ne abbiamo la conferma a seconda di quanto siamo ferrati in inglese e in storia della Frontiera, perché i racconti dove venivano narrate e sempre ingigantite per renderle più coinvolgenti, le avventure di eroi immaginari o veri, come Buffalo Bill, si chiamavano “Dime Novels”: dime era la moneta dal valore di 10 cents, la cui denominazione deriva dal “Coinage Act” (la legge sulla coniazione delle monete) risalente al lontanissimo 1792.

Più piccola e più sottile di tutte le altre monete circolanti negli USA è tutt'ora in circolazione, dopo essere stata introdotta nel 1796 anche se ha passato ben sei varianti prima di raggiungere quella odierna, la “Franklin D. Roosvelt”. Pensate che fino alla metà degli anni 60, intendo 1965, tutti i “dimes” erano per il novanta per cento in argento ed il resto in rame poi si sono accorti che probabilmente costava molto di più farli con tali percentuali, che sono state radicalmente cambiate. Tenetevi forte: secondo alcune voci, la “Numero Uno” di Zio Paperone, che viene in effetti spesso definita “decino” corrisponderebbe proprio ad un dime, nella versione diffusa tra il 1837 ed il 1891, cioè quella chiamata “Libertà seduta”. Non posso confermare con la dovuta certezza questa notizia ma tutti sanno che “lo Zione” ha cercato l'oro nel Klondike e pare che in una storia venga espressamente affermato che la sua prima moneta fosse stata coniata in quella regione.

Comunque, vengono sciorinati un bel po' di “comics” alcuni dei quali non hanno fatto molta presa nel nostro Paese o non ci sono arrivati per niente: tra i più conosciuti troviamo Lone Ranger (con le varie diffusioni anche non solamente cartacee che si prolungarono fino agli anni 60), il Sergente King ribattezzato Audax (ma qui siamo negli anni 30), il fedele compagno del Ranger Solitario, l'indiano Tonto, non perché non fosse un tipo arguto ma perché questo era il nome un po' infelice che gli era toccato.

Era però piuttosto rivoluzionario per i tempi che un pellerossa fosse il protagonista di una serie e non posso non indicare un autore che anche i Texiani hanno avuto modo di ammirare: Alberto Giolitti, autore dei disegni del secondo Texone “Terra senza legge” su testi di Nizzi. Fu proprio Giolitti a firmare le tavole di “The Lone Ranger's Companion Tonto”, come potrete leggere nel resoconto. Vi lascio anche verificare come in alcuni Stati europei il suo nome di battesimo fu mutato per sottrarlo a facili battutacce.

Tra età dell'oro dei comics western alternati a quelli sui supereroi che offuscarono l'interesse per cowboys ed indiani in questa sorte di istruttivo elenco non possono mancare pezzi da novanta come Tom Mix ed il, per fortuna, onnipresente John Wayne.

Il primo, nato nel 1880, aveva ancora fatto in tempo a lavorare proprio come mandriano vecchio stile o quasi: fu un attore e regista che iniziò la sua carriera addirittura al tempo dei film muti per impersonare il “buono”, il cavaliere senza macchia e servì anche da modello volutamente o meno per interpreti venuti dopo di lui quali proprio il grande John.

Sul conto del Duca invece ho scoperto un particolare di cui non ero a conoscenza, del quale ringrazio l'autore del pezzo. Sapevate che per un certo lasso di tempo sono stati pubblicati dei fumetti che avevano come protagonista proprio il granitico attore? Non intendo un personaggio con le sue fattezze ma da quel che ho capito, essendo le mie fonti tutte in inglese, proprio lui, in carne e...chine. Certo, non erano basati su storie realmente accadute ma è stata una vera rivelazione, per me. Così ho fatto qualche compito a casa. Pensate un po': nella mia ricerca ho rinvenuto ben 31 issues, cioè volumi, della collana denominata “John Wayne Adventure Comics” edite dalla Toby Press: si parte dal 1949 per arrivare al 1955. Sulle cover c'è sempre Lui, per dirla alla Diabolik, anche se non sono tutte vicende ambientate nel Far West: nel numero 3 il Duca sta salendo su un aereo che si chiama “The flying sheriff” (Lo sceriffo volante) vestito da aviatore, il numero 14 in copertina riprende una scena di “Berretti verdi” e nel numero 20 si ha a che fare con una balena. Però la maggior parte degli albi ha indubbiamente un'impronta western e vengono ricordate o utilizzate come copertine scene riprese da suoi film tra sparatorie, cavalli impennati e divise da giacca blu.

Sono riuscito anche a trovare un paio di pagine originali firmate dai disegnatori a cui era stato assegnato l'incarico, Al Williamson e Frank Frazetta, nello specifico del numero 6 e del numero 8.

 

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Ritratto di John Wayne ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Davvero una lacuna che sono stato ben lieto di colmare: e dire che la mia “dime” era l'aver confermato quella che prima di qualche verifica era una voce (ma anche se fosse rimasta tale, troppo ghiotta per non accettarla in senso assoluto) su un certo incontro avvenuto tra due leggende, vere, reali, in carne ed ossa, una sorta di ideale passaggio di testimone al quale ogni appassionato di West e western avrebbe voluto assistere: chi non ha mai sentito parlare dello sceriffo Wyatt Earp? Esatto, nessuno. E probabilmente la maggior parte di voi sa che l'ormai ex sceriffo Earp svolgeva il compito di consulente nei primi film western in quanto autorità (sotto molteplici aspetti) sul genere. Ad esempio Wyatt incontrò in diverse occasioni lo stesso Tom Mix, fece amicizia (beh, e chi non avrebbe voluto fare amicizia con Wyatt Earp!) con alcuni registi del tempo, tra cui Raoul Walsh.

Dunque, questo Walsh non era un pellegrino qualunque: prima di fare il regista era stato un attore di fama ed aveva recitato in film western muti (aveva impersonato John Wilkes Booth, l'assassino di Lincoln, ne “la nascita di una nazione” del 1915) ma decise di seguire la strada della regia.

E' stato tra i fondatori della “Academy of Motion Picture Arts and Sciences” e nell'ambito del cinema muto ha diretto più volte l'ormai ben noto Tom Mix. Indovinate chi venne preso come protagonista per uno dei suoi primi film da questo “director”, distribuito quando il sonoro aveva da poco fatto la sua comparsa nel mondo del cinema? Bravi, John Wayne. La pellicola si chiama “Il grande sentiero”, del 1930, un “westernone” di due ore. Ok, il film fu un mezzo fiasco ma l'attore protagonista era stato notato e nulla potè più impedirgli di diventare chi è diventato.

Il salto definitivo ed “ufficiale” anche a detta dello stesso Duca avvenne poi con “Ombre rosse”, del 1939, diretto dal suo amico John Ford. “Stagecoach” è il titolo originale di questa opera d'arte in bianco e nero (in inglese significa “diligenza”) a cui anche Galep e Nizzi hanno reso omaggio con “I diavoli rossi” e “Senza via di scampo”, albi contenenti citazioni ben precise.

E' diventato molto più di un “normale” film: primo ad essere girato nella Monument Valley che divenne poi quasi la seconda casa dei due John (Ford e Wayne) ricevette dopo molti anni un riconoscimento ufficiale dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, come una sorta di patrimonio nazionale.

Questo fa il paio con il fatto che il premio Oscar per “Il Grinta” non fu la sola onorificenza assegnata al Duca: purtroppo poco prima della morte, ma ricevette anche la medaglia d'oro del Congresso.

Questa devo proprio dirvela: la troupe si stabilì a Kayenta, in Arizona, dove le condizioni non erano proprio equivalenti ad un hotel a quattro stelle, specialmente per via dei venti della prateria. La location effettiva delle riprese fu poi spostata a qualche miglio da Kayenta, al confine con lo Utah, pare presso un altro trading post, chiamato Goulding.

D'accordo, tutto molto bello, ma cosa diavolo c'entra Wyatt Earp? Ci arrivo: a parte la doverosa digressione su Kayenta riguardo “Ombre rosse”, ciò che vi ho raccontato mi serviva per inquadrare il personaggio di Walsh, un tipo intraprendente ed in gamba nel suo lavoro (come dimostra poi anche nella prosecuzione della sua carriera). Figuratevi che pare che nella sua biografia affermi di aver conosciuto, oltre al tutore della legge dal baffo imperturbabile ma con cui è meglio non tirare troppo la corda, anche Jack London, del quale parleremo poco più avanti. E sembra addirittura che gli stessi Earp e London si fossero conosciuti e fossero diventati amici in Alaska.

Durante i suoi “giri” tra gli studios cinematografici, allo sceriffo Earp un giorno capita di incontrare un ragazzino sugli otto anni, forse gli firma anche un autografo, probabilmente il medesimo ragazzino gli porta un caffè. Queste due sono più supposizioni che fatti reali ma l'incontro è avvenuto per davvero. Il fortunato sbarbatello si chiamava Marion Morrison.

Mmm... vedo facce dubbiose e si ode solamente qualche colpo di tosse di titubanza invece che espressioni di entusiasmo…

Avete ragione, errore mio: Marion Robert Morrison è il nome che all'anagrafe aveva John Wayne!

Capite ora perché l'assistere col senno di poi ad una tale scena avrebbe fatto venire i brividi perfino sulla lingua a chiunque sia un cultore di western e dell'epopea dell'Ovest americano in generale?

E se ciò non fosse ancora sufficiente, il nonno di John Wayne era stato tra l'altro un veterano della guerra civile americana. Un ulteriore collegamento tra realtà e leggenda.

Il futuro Duca inizia a lavorare nel cinema interpretando parti minori grazie anche ad una prima spintarella da parte di Tom Mix che aveva conosciuto in quanto dotato atleta di football, sport che praticava all'università e che sfruttava come assistente ed allenatore proprio per alcuni attori. Fu in quel periodo di attività fisica e prime comparsate che nacque il sodalizio con John Ford.

Un'ultima cosa: il soprannome “Duca” non è frutto di una eccessiva superbia. Quando la famiglia si trasferì in California tutti nel suo quartiere conoscevano il piccolo Marion e lo avevano soprannominato Big Duke perché aveva sempre intorno il suo cane chiamato Little Duke. Il nomignolo evidentemente piacque al futuro John. Inoltre in uno dei suoi primi ruoli L'ancora Marion Morrison venne accreditato nei titoli di coda come Duke Morrison. Già meglio ma si poteva ancora migliorare.

E qui ritorniamo al signor Raul Walsh ed a “Il grande sentiero”: fu proprio il regista a suggerire prima il nome d'arte “Anthony Wayne”, pare che in quel periodo Walsh stesse leggendo un libro su un generale della guerra di indipendenza americana chiamato così, ma l'allora capo degli Studios si oppose e così si arrivò al compromesso di John Wayne, sembra “in contumacia”, cioè senza che Morrison, trasformato definitivamente nel signor Wayne, fosse preso in considerazione nella decisione.

Va bene, lo ammetto: sono andato giù da una riva. Adesso torno sulla pista: l'articolo continua introducendo rapidamente altri personaggi che hanno cercato di portare nuova linfa al mondo dei comics incentrati sul West: Jonah Hex è il solo nome che vi faccio, data la particolarità del “character” e per il fatto che ci ha messo le mani anche Joe Lansdale, menzionato qualche vostro sbadiglio fa parlando di “Deadwood Dick”.

 

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Ritratto del vero Wyatt Earp ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Le pagine che precedono la mirabile storia ambientata nel Grande Nord sono quelle che in quanto Texiano da vecchia data mi hanno causato diversi episodi di fronte corrucciata provocati da un crescente stupore. Ed effettivamente sono non poche le occasioni in cui si rilevano discrepanze in parallelo ad informazioni in parte corrette ma per così dire, meramente scolastiche, mescolate ad impressioni personali esibite per realtà oggettive sebbene di oggettivo abbiano solamente il fatto di essere opinabili.

Sempre rimarcando che si tratta del mio parere, si può risalire agli archivi per stabilire la data precisa dell'uscita in edicola dell'episodio in cui compare per la prima volta Gros-Jean, però ritengo sia quantomeno ardito indicare cosa pensasse decadi fa il mitico Gian Luigi Bonelli, andando a colpo sicuro. Viene sostenuto che tra la conclusione dell'albo numero 9 (“L'ultima battaglia”) ed il numero 10 era stato inserito narrativamente parlando un notevole lasso di tempo nel quale erano condensati numerosi avvenimenti. In parte è vero, ma secondo me non come viene proposto ai lettori.

A mio avviso l'autore si confonde con il vero e rilevabile gap temporale che qualunque aficionado del Ranger ha ben impresso nella memoria e nel cuore, che prende quasi di sorpresa il lettore nel numero 12, “Il figlio di Tex”. Tra l'altro non bisogna andare indietro di decenni per verificare le mie parole poiché ci corre in soccorso la serie Tex Classic con il numero 29 delle ristampe a colori, intitolato “Il battesimo del fuoco di Kit Willer”. E' lì che lo stesso Bonelli ci racconta che “Gli anni sono passati...” e che Piccolo Falco dopo aver frequentato la missione di Santa Anita ed essere stato istruito dai frati fa ritorno al villaggio centrale della riserva Navajo per vivere con il padre e Tiger Jack. E sono proprio loro ad addestrare il giovane guerriero al fine di renderne un “uomo degno del nome che porta” tanto per fare un'altra menzione di una celeberrima frase.

Qui Kit è attorno ai 15 anni e nonostante la Colt sia ancora pesante per la sua mano, come osserva Tiger nella prima tavola del volume, il ragazzo non ci impiega molto a dimostrare di che pasta è fatto. Basti pensare che uno dei titoli degli episodi contenenti le classiche 32 strisce sarà, di lì a poco, “Kit Willer si fa onore” e come non ricordare le colorite esternazioni dei “padrino” Carson nei confronti di quel piccolo fulmine quando sbalordito lo vede in azione o gli vengono raccontate dallo stesso Tex, in parte orgoglioso ed in parte apprensivo, le imprese sul campo dell'apprendista “quarto moschettiere”. E' qui e non dove viene indicato nell'articolo che incomincia a forgiarsi per la prima volta il gruppo degli inossidabili Pards, dei “Four brave riders” della splendida canzone di Graziano Romani, sempre pronti a cavalcare in difesa della legge e della giustizia.

Nella stessa prefazione del volume Tex Classic viene fatto il caratteristico accostamento tra Kit Willer e gli eroi di età piuttosto giovane che andavano di moda nei fumetti di quegli anni: a parte la destabilizzante traduzione di “Billy the Kid” con “Billy il monello” (più che giusto: era proprio un monellaccio!) lo stesso autore di tali introduzioni conferma che quello è un punto di svolta nella saga del Ranger, vedendo passare Piccolo Falco da ragazzino ad adolescente, confermando che i progetti di Bonelli stavano prendendo corpo al fine di arrivare a quei “corrispettivi western” dei tre moschettieri più uno, ispirati agli scritti di Dumas. Kit sta imparando ma è già capace di fare cose per noi comuni cowboys semplicemente impensabili, iniziando a sviluppare un proprio carattere e dimostrandosi insostituibile, salvando la pelle a turno sia al padre che al “padrino” in più di un'occasione.

Certo, il piccolo Kit compare già in precedenza, come bambino sui 6 o 7 anni, rapito dai balordi dell'organizzazione della Mano Rossa (non quella dei numero 1) e poi salvato da Jim Brandon ancora sergente che gli fa scudo col proprio corpo, ma è solo un aquilotto e per quanto dimostri un coraggio che supera quello di molti adulti non si può certamente paragonare ad un compagno in battaglia. Senza contare che nell'avventura che vede Tex conoscere prima il simpatico meticcio canadese e poi l'integerrimo portatore della divisa della Mounted Police, un Carson ancora con i baffi neri non è al suo fianco, ma compare solamente nella primissima parte del volume gigante. Parte chiave, perché è da quel momento che Aquila della Notte torna ad essere un Ranger e gli viene restituita la sua stella (il famosissimo distintivo con il numero 3) e gli viene passata una dannatissima patata bollente, vale a dire vendicare la morte di Arkansas Joe, sfortunato compagno finora pressochè ignoto che abbiamo intravisto durante la “investitura” da parte di Marshall dell'ex magnifico fuorilegge ma che poi possiamo solamente vendicare seguendo Tex nelle intricate foreste del Nord.

Quindi, ok, del tempo è trascorso dall'ultima avventura ad El Paso che conclude il volume numero 9 ma è anche plausibile che la didascalia introduttiva di “L'orma della paura”, episodio che dà il via all'avventura nordica, abbia tratto in inganno lo scrittore. Forti del fatto di conoscere gli avvenimenti spiegati a noi ed ai Pards ne “Il giuramento” e seguenti Kit Willer non cresce “a scatti” ma l'infanzia del bambino procede serena sotto lo sguardo vigile del nonno Freccia Rossa. Per noi è una sorpresa vederlo imbracciare anche se piuttosto incerto, sebbene egli stesso sostenga il contrario, arco e frecce facendo schizzare dalla testa il cappello di Carson pronunciando la leggendaria frase “Piccolo Falco non sbaglia”. In quella occasione sono per la prima volta tutti e quattro insieme, verissimo, ma a mio parere il duo Bonelli-Galep ha voluto semplicemente dire al lettore che la vita al villaggio trascorre, che il ragazzino sta sì crescendo ma che non è ancora ora di vederlo scorrazzare per la prateria insieme agli altri.

Come affermato nell'articolo, la tragica scomparsa di Lilyth viene ricordata nella medesima didascalia che prepara a nuove avventure e che spiega come Tex trascorra le giornate nel villaggio Navajo (spettacolare l'immagine del Ranger a caccia di bisonti con gli indiani), ma la morte della giovane principessa indiana non è avvenuta nel “corposo lasso di tempo” indicato. E' successo prima e Bonelli ce lo sta ricordando solamente. Dubbiosi? Pagina 16 del volume Tex Gigante (cioè il formato classico) numero 9, già citato poco fa: durante la caccia alla banda dei Dalton, Carson incontra nuovamente Tex dopo più di un anno che non si vedono (lo dice egli stesso). La tavola rappresenta un altro momento storico poiché raffigura il momento nel quale Tiger Jack viene presentato a Kit Carson visto che fino ad allora non si conoscevano e poi perché Aquila della Notte domanda diretto al suo (a quell'epoca ex) colleg:a “Molte cosa sono accadute in un quest'anno, Kit. Sai di Lilyth, vero?” Ed un contrito Carson risponde: “Sì, Tex e mi è dispiaciuto saperlo.” (Lasciamo perdere le “correzioni” per me non necessarie delle ristampe a colori nei quali alcuni dialoghi vengono modificati.)

Questo significa che la figlia di Freccia Rossa è rimasta vittima dell'epidemia di vaiolo in quel periodo, in “quell'anno”, vale a dire parecchi “32” prima, e diverse avventure e sparatorie addietro.

E' il periodo nel quale Tex conduce alcuni viaggi insieme a Tiger subito dopo essersi dimesso dai Rangers. Oltre alle implicazioni che scopriremo solamente diverso tempo dopo, la fine dell'avventura in “Due contro cento”, il numero 8, che si conclude con un amareggiato congedo rivolto al capo del Servizio Segreto, lascia un gusto amaro in bocca a tutti gli intenditori di vecchia data. E tra l'altro “confina” proprio con l'inizio della vicenda che si dipanerà nella lunga caccia alla famigerata banda dei Dalton, durante la quale vediamo per la prima volta in azione il guerriero Navajo, fratello di sangue di Tex.

E' l'uccisione di Arkansas Joe a mettere in moto gli eventi che porteranno al rientro definitivo di Tex nei Rangers, come abbiamo detto, ed alla comparsa sulle scene di due comprimari che diventeranno alcuni tra i migliori amici di Tex, dei suoi pards ed anche nostri.

Ma tale “comparsa” non adombra affatto la magnificenza e la malinconia che trasuda da ogni disegno, da ogni pagina del già sunnominato “L'ombra della paura”: anche se non sono passati così tanti anni dal punto di vista del racconto, ormai lo abbiamo appurato, per ogni Texiano vecchio stile sembravano trascorsi secoli da quando il giustiziere dalla camicia gialla (ma che all'epoca ogni tanto cambiava ancora foggia e colore) aveva riconsegnato la stella d'argento.

Come perché? Perchè chiunque di noi non vedeva l'ora che il futuro capo bianco dei Navajos rientrasse a far parte del Corpo, sebbene con cariche speciali, e che con questo facesse un altro definitivo ed inevitabile passo verso la Leggenda!

Questo fa parte del genio di G.L. Bonelli: la risposta a quel bisogno, alla richiesta che internamente ad ogni appassionato iniziava a venire urlata silenziosamente ma allo stesso tempo a gran voce è il tocco da maestro che caratterizza lo stacco tra i numeri 9 e 10, queste sono le emozioni che costituiscono l'eredità che l'autore di Tex ci ha saputo regalare.

Non importa cosa si trova scritto, tra l'altro chissà quando e certamente prima delle storie che pongono alcuni retroscena sotto una nuova luce, da qualche parte su siti “al di là di ogni sospetto”: ad “ipse dixit” io ho sempre preferito un'altra frase fatta, sebbene non aulica quanto quella latina.

Poichè anch'io, così per fare un esempio, vi posso riferire che “Il tranello” nella sua versione “Tre stelle” è stato pubblicato il 1 dicembre 1964.

Faccio sempre del mio meglio per applicare una delle regole ripetute più volte dall'agente speciale Gibbs, capo della squadra degli investigatori nella serie NCIS: la dico in inglese perché è maggiormente tagliente: “Never believe what you are told. Doublecheck.” Mai credere a quello che ti viene detto, mai dare qualcosa per scontato. Ma verifica di persona.

Così se anche prendi un abbaglio e vai a sbattere, hai sbagliato usando la tua testa. E la mia, credetemi, ha parecchi bozzi dovuti ad altrettante craniate.

 

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Galep e Bonelli in due ritratti ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

L'articolo poi si rimette in carreggiata rievocando il primo incontro tra il nerboruto Metis ed il Nostro, i quali sulle prime si trovano su fronti contrapposti anche se le divergenze vengono appianate in fretta.

I Metis erano e sono i meticci sanguemisto francese ed indiano, discendenti delle unioni tra tribù come i Cree, Ojibway e Menominee (i Texiani più “elefantiaci” in quanto a memoria hanno già udito questi popoli) con i canadesi. Considerano la loro terra natia le province occidentali che abbiamo imparato ad identificare e parte degli stati più settentrionali degli USA, come Montana, North Dakota e Minnesota.

L'etimologia della parola, uguale sia al singolare che al plurale, ci dice che è sì francese ma presa in prestito dallo spagnolo: “mestizo” è il termine che anche “dalle nostre parti” si usa per additare un meticcio e non suona particolarmente delicato. Avevano anche una lingua loro, francofona chiamata “Michif” che appare come una storpiatura di “Metis-French” per l'appunto, alla quale si aggiungono sfumature della lingua Cree.

Questa lingua sopravvive nelle regioni del Saskatchewan e Manitoba in Canada e in North Dakota negli Stati Uniti ma gli “speakers” (letteralmente i parlatori) di questa difficile forma di dialetto sono sempre di meno ed il loro numero raggiunge le poche centinaia.

Oggi i Metis parlano inglese e francese, mantengono un forte legame con il loro passato, nel quale ci sono state anche ribellioni contro il Governo canadese per rivendicare la propria identità ed un certo grado di indipendenza. Le più tragicamente famose sono avvenute nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, conclusesi con trattati (come il “Manitoba Act” del 1870) o con arresti e condanne a morte dei capi.

Ricominciamo ad avventurarci su una lastra di ghiaccio sul cui spessore non potremmo giurare quando leggiamo che apparentemente Gros-Jean in origine doveva incarnare la figura del fessacchiotto, tutto muscoli e niente cervello. Dunque, che il cacciatore non sia un appartenente all'Accademia della Crusca è chiaro a tutti ma sinceramente anche andando a rispolverare l'avventura in questione a me era sempre sembrato un tipo piuttosto intraprendente, capace di seguire le intuizioni e le indicazioni di Tex anche solamente con uno sguardo di intesa.

Andava poco d'accordo con muli e cavalli, questo però non fa di lui un giuggiolone. Comunque correttamente viene affermato che invece tale ruolo verrà poi preso da Pat MacRyan, lui sì non proprio una cima, anche se leale e generoso, ma forse essendo un pugile in tempi in cui le regole del marchese di Queensberry (colui che ha “regolamentato” questo sport) non venivano ancora applicate, deve aver preso qualche cazzottone di troppo sulla zucca, per quanto solitamente ne tiri invece di beccarseli.

Gros-Jean si evolve col tempo come è giusto che sia nei personaggi che fanno parte di una saga e che sono stati introdotti “in prova” per poi sondare, quasi certamente, il gradimento del pubblico. Personalmente mi è sempre piaciuto soprattutto il suo caloroso e genuino modo di dimostrare amicizia verso i Pards: non si possono dimenticare alcuni battibecchi tra lui e Carson che gli rinfaccia ad esempio di vivere in un posto sempre maledettamente freddo, di avere modi peggiori di un orso e non perde occasione per domandargli se le sua abilità nel maneggiare un fucile nonché la sua mira siano migliorate a forza di frequentare i Rangers.

Questo se visto con un occhio da sconfortato appassionato legato solamente ad un tipo di storie stride con l'affermazione che il meticcio si definiva e veniva considerato un ottimo tiratore in Canada mentre in alcune avventure recenti viene bonariamente preso in giro per il motivo opposto. Anche tale aspetto è stato modificato, adattato ed utilizzato per rendere più gradevole la presenza del personaggio, il quale si dimostra un compagno fedele come un segugio ed anche una guida espertissima quando si tratta di inoltrarsi in territori nei quali anche un pupazzo di neve avrebbe i brividi. A mezzogiorno.

Il “vecchio Grizzly” è un tipo dannatamente in gamba nel suo lavoro ed ha il cuore al posto giusto, se volete il mio parere che stavolta si avvicina a quello dell'autore, quanto meno riferendosi alle storie più moderne che lo vedono protagonista al fianco dei Nostri, ma non solo perché si commuove quando deve salutare Tex e gli altri in partenza per tornare a casa.

Gli viene appiccicato il ruolo di goffo ed imbranato ma non bisogna dimenticare che quando spunta nelle vignette erano gli anni 50 e certi intermezzi “comici” avevano un gusto diverso da quelli utilizzati oggi, sebbene io non riesca a trattenere un sorriso neanche adesso, nel ripensare a certe battute tirate fuori dal cappello del canadese.

A proposito di cappelli, la sua apparizione Gros-Jean la fa vestendo una sorta di basco mentre noi tutti se ripensiamo a quella possente figura ce lo figuriamo con un berretto di pelliccia classico alla vecchio trapper. Nell'articolo la questione viene archiviata rapidamente nel novero dei rimaneggiamenti che gli autori effettuarono lungo la strada per smussare qualche spigolo al nuovo arrivato. Di sicuro c'è del vero in questo ma il copricapo del nostro Metis non cambia di punto in bianco.

Probabilmente si tratta di un accorgimento ideato proprio per apportare quella variazione al suo abbigliamento, ma il basco viene perso nella foresta dallo stesso Gros-Jean dopo essersi procurato un solenne bernoccolo contro un albero, quando in groppa ad un mulo tutt'altro che docile sta fuggendo da un incendio per dirigersi verso un avamposto delle giubbe rosse (pagina 71 de “Il tranello” per i più scettici). E per tutta la continuazione dell'avventura, caratterizzata da un sanguinoso assedio (pensate a “La tragica notte”) non ha più nemmeno il tempo di pensare a mettersi qualcosa sulla testa, restando senza alcun cappello.

Dopo che le acque si sono calmate e dopo che sia lui che Tex hanno salvato la pelle, i due amici riprendono il viaggio ed ecco che sulla zucca di Gros-Jean compare il fatidico “coperchio” con la coda in stile Davy Crockett che viene rammentato nell'articolo.

Tutto ciò che ho scritto va, come già detto, considerato come tranquille ed amichevoli chiacchiere da saloon.

C'è però un commento che non riesco a considerare tale, non solo perché non mi vede d'accordo ma perché è indubbiamente fuori luogo. Nell'elencare i mutamenti “stilistici” che subisce Gros-Jean prima di diventare la versione odierna di se stesso l'autore afferma, giustamente, che anche parti del volto vennero modificate, tra cui “il grosso nasone delle prime vignette, francamente abbastanza ridicolo, ridotto senza bisogno del chirurgo plastico”. Ho citato testualmente.

Mmm, ecco un motivo per storcerlo davvero il naso. Scusate, cosa? Ridicolo? Onestamente riferendomi ad un mito quale era ed è tutt'ora Aurelio Galleppini io, se posso, non mi permetterei mai in nessun modo di avanzare giudizi nei confronti della sua arte.

Prima di tutto perché era Galep e tanto basterebbe, ma in secondo luogo perché dobbiamo andare indietro nel tempo di qualche annetto ma questo lo abbiamo già ripetuto e terzo perché a mio parere non era poi così “ridicolo”.

Ad essere sinceri ci sarebbe anche un quarto punto: chi usa le parole per mestiere dovrebbe, ritengo, essere in grado di soppesarle con maggiore attenzione. Per rispetto nei confronti dell'artista e vi dirò di più anche di tutti coloro che hanno amato per anni la sua opera non sarebbe suonato meglio un termine maggiormente edulcorato quale ad esempio “buffo” o “a patata”?

Oppure se si voleva sottolineare la dimensione di tale parte anatomica usare parole quali “nasone”, “leggermente grande”, mi spingo ad un “forse disarmonico nei confronti delle caratteristiche del viso”?

Di certo non è il caso di fare tutta questa manfrina per un singolo termine, in fondo è solo una parola. Verissimo. Però lo ripeto, questo concetto non è del tutto valido per chi con le parole ci campa e scrive su un giornale, giornalino o per l'appunto Magazine che sia.

Per conto mio è particolarmente “a patata” spingersi in equilibristici giudizi nei confronti di un maestro, un genio che ha inventato il più famoso fumetto italiano (e forse non solo italiano) del quale abbiamo appena finito di festeggiare traguardi impensabili quando quel grosso naso era stato appena messo nero su bianco.

Può essere del tutto umano e comprensibile (una volta) che un autore, uno scrittore o chiunque sia, si senta arrivato, se riuscito a raggiungere un obiettivo importante come quello di realizzare prodotti per la nostra Casa Editrice. Nessuno mette in dubbio il talento e l'impegno che lo hanno portato così lontano ma proprio perché è un ruolo prestigioso e proprio perché si ha la fortuna, oltre che il merito, di ricoprirlo, sarebbe doveroso un po' più di rispetto quando si parla.

Continuando a riferirmi ai sinonimi di qualche riga fa, trovo anche piuttosto “buffo” il fatto che, appurato che sia una svista non voluta, si critichi comunque in modo vagamente superficiale qualcosa che in fin dei conti permette proprio all'autore di ricoprire quel ruolo, grazie al fatto che è esistito ed esiste.

Come oramai sappiamo la storia breve disegnata da Font su testi di Giusfredi ci ha permesso di ritrovare un'amica, la bella e coraggiosa Dawn.

La avevamo conosciuta, come accennato durante l'analisi della storia, sulle pagine del Maxi “Nei territori del Nord Ovest” dove abbiamo imparato molto su di lei e sulle sue vicende personali. Il suo nome completo è “Alba chiara che sorge sull'immensità di neve” ma in lingua Inuit sarebbe troppo complicato e quindi tutti la conoscono come Dawn. Il fatto è che questo nome non è né un acronimo né un riassunto del suo nome indiano: in inglese “dawn” significa “alba”. Tutto qui.

Quello che non viene menzionato è che la madre Mary rivela a Jim Brandon di averla battezzata come Katherine.

Nel riassunto che anticipa il ritorno di Dawn e Gros-Jean, per quanto sia comprensibile il dover condensare il tutto in una sola pagina, viene riferito in modo un po' sbrigativo che il padre della ragazza, Noatak, aveva sposato una “donna ribelle”. Beh, quasi.

La fuga non era stata fatta per “insofferenza alle regole” ma per amore, un amore contrastato proprio dalle convenzioni e dalle “regole” imposte dall'applicazione di due pesi e due misure, in pratica dal fatto che non era accettato che una “quasi nobildonna” inglese “se la facesse” con un indiano.

In realtà questo non avrebbe causato grandi problemi, considerando la vastità delle zone ancora quasi del tutto disabitate nelle quali si poteva facilmente scomparire o cambiare vita, se non fosse che il padre della “ribelle” era il maggiore Compton, ufficiale della Polizia a cavallo canadese e questo ha complicato un po' le cose.

Proprio grazie all'altruistico intervento di Brandon, amico della coppia e diciamo arrivato secondo nella conquista del cuore della donna, riesce ad appianare le questioni con l'inflessibile suocero. Gli uomini uccisi da Noatak, solo dopo la morte di sua moglie, non hanno nulla a che vedere con le giubbe rosse ma erano sicari inviati ed eliminarlo da parte di colui che aveva irretito e portato con sé la sua donna per poi ucciderla. (Non fatemi dire di più, nel caso qualcuno debba ancora leggere o non si ricordi i fatti narrati nello spettacolare Maxi).

Gros-Jean non “prende con sè” la piccola orfana ma su sua stessa ammissione quando arriva il momento delle spiegazioni, la affida ad una donna indiana, standole comunque vicino e seguendone la maturazione. Proprio come una figlioccia, ma non crescendola come se fosse sua nella città di Sitka, “dove hanno deciso di vivere”, come viene affermato nel Magazine.

“Dove hanno deciso di vivere”? Mi sono perso un pezzo?

In tal caso avremmo dovuto vedere una ragazzina gironzolare attorno al nostro amico cacciatore già in occasione di svariate vicissitudini passate, non credete?

Nel Maxi vengono citate cittadine dell'Alaska come Skagway, proprio dove facciamo la conoscenza del caratterino di “Kathy” Dawn per la prima volta, ma che io ricordi (ok, ho controllato) non Sitka.

Comunque posso sempre aver equivocato, e quel grosso orso di Gros-Jean potrebbe non avermi raccontato proprio tutto per filo e per segno, in ogni aspetto, della sua vita nelle lettere che talvolta arrivano dalla terra della Grande Regina Bianca qui al Trading Post, mentre invece altri potrebbero essere maggiormente informati rispetto al sottoscritto.

Se c'è qualcosa che mi è sfuggito nella ri-lettura del volume uscito nell'ottobre 2001 non tenete conto delle mie prossime parole e sono pronto a chiedere scusa ma in caso contrario mi azzardo ad affermare che una scorsa a tale albo da parte di chi poi deve presentare una storia che ne è almeno nell'essenza direttamente collegata, sarebbe stata un'iniziativa carina. O se volete corretta e dovuta, lasciando però trasparire la passione per ciò con cui si ha a che fare, senza far percepire che si tratta di un lavoro ma contagiando il Texiano con, lo ripeto, la passione, il fervore per l'argomento, per Tex, per il West in tutte le sue forme, impostazione che a mio modo di vedere dovrebbe rimanere alla base di certe professioni, che siano svolte da, che so, vent'anni o a maggior ragione da molto meno.

 

1ama2

 A volte un Texiano spera che non ci sia nessuno che... spara.

 

Vengono menzionati anche se di sfuggita gli Inuit: con tale nome, che significa “umani” e che al singolare si scrive Inuk o Inuq si definisce un popolo delle zone artiche, uno dei due gruppi nei quali si sono divisi gli Eschimesi. L'altro è costituito dagli Yupik se le mie fonti sono esatte.

La parola “eschimese” che secondo una corrente di pensiero starebbe per “mangiatori di carne cruda” (da ora in poi chiamerò eschimese la mia fidanzata che nutre, è proprio il caso di dirlo, una notevole passione per il sushi) mentre per altri vorrebbe dire “fabbricante di racchette da neve” era usato dagli antichi Algonchini del Canada per indicare i loro “vicini di casa” che si vestivano di pelli ed erano formidabili cercatori di pelli e relativa carne.

Bisogna fare attenzione a non usare Inuit ed Eschimese come sinonimi perché non sono la stessa cosa ed inoltre gli “Umani” non amano essere appellati con il termine generico. Attualmente vivono in Alaska, Groenlandia ed in Canada, specialmente nella regione dei Territori del Nord-Ovest e del Labrador.

Prima di arrivare a gustarci finalmente i fumetti di “Yukon Race” c'è la seconda parte dell'articolo che però non verte più su personaggi e “fatti” inerenti Tex ed il suo mondo, ritornando a percorrere la pista delle informazioni in ambito letterario e storico. E così, come per i dossier che lo hanno preceduto, questo “file” fornisce nuovamente interessanti nozioni soffermandosi per altro sul summenzionato Jack London (nome completo John Griffith Chaney London, motivo per cui Jack è decisamente più pratico) che fu tante cose: da pescatore di ostriche ad inviato di guerra, da cercatore d'oro a scrittore reso immortale grazie ai suoi successi come “Il richiamo della foresta” e “Zanna Bianca”.

Sono degne di nota le curiosità inerenti proprio il parallelismo tra la sua vita errabonda tra i ghiacci ed i suoi racconti, così come le differenze rimarcate in merito alla traduzione effettuata sul titolo del romanzo in italiano. Curiosità che attirano l'attenzione preparando il terreno alla lettura della storia disegnata. E' bella la parte in cui si sottolinea il rapporto tra il conducente della slitta ed i suoi cani, evidenziato dalle parole di chi in quei territori ci vive e ci lavora, a stretto contatto con quei quadrupedi che possono essere “batuffolosi e coccolosi” ma anche affrontare un arrabbiatissimo grizzly non solo per istinto di sopravvivenza ma anche per salvare la buccia al proprio padrone. Sempre che costui se lo meriti e li tratti con l'amore e la cura che si meritano.

Per quanto avessi già scoperto nelle mie ricerche che la gara al centro della vicenda di chine e sogni fosse ispirata ad una vera competizione, della quale ho ampiamente parlato prima, è comunque confortante verificare che le mie non era solamente congetture, anche inerenti le altre “races” che si svolgono dove le lacrime rischiano di cristallizzarsi non appena vengono in contatto con l'aria gelida del mattino.

Spendo perciò ancora qualche parola per ricordare nuovamente il cane Balto, chiamato in causa quando abbiamo parlato dell'avventura firmata dalla coppia Giusfredi-Font, leader del gruppo che coprì la tappa conclusiva di un'impresa storica entrata nella leggenda alla quale sono stati dedicati anche dei film, tra cui uno di animazione prodotto niente meno che da Spielberg.

E' una storia appassionante, la quale viene posta in modo puntuale e nell'ottica della realtà, proprio come piace a noi appassionati del vero western che sta dietro il velo del mito.

Tralasciando le due o tre bucce di banana (quelle si trovano sia nel deserto dell'Arizona che in Canada) riguardanti il Fumetto, le citazioni nell'articolo fanno comunque emergere una buona padronanza della materia assieme ad un grado di conoscenza letteraria di notevole entità.

 

1ama13

 Il sottoscritto, durante una visitina a Tombstone, quella "riprodotta" a Torino

in occasione del Festival Country.

 

Muy bien, compadres, siamo arrivati in fondo a questo “studio”.

Si tratta della pubblicazione in assoluto più lunga di “Osservatorio Tex”, e voi giustamente direte: “Ce ne siamo accorti”. Può essere che mi sia lasciato trasportare in qualche volo pindarico di troppo ma come ho anticipato all'inizio della chiacchierata il Magazine, nonostante ci sia chi la pensa diversamente, è un volume prestigioso: ci sono due storie da osservare, molti articoli con un sacco di indicazioni e questa ricchezza di contenuti si riflette inevitabilmente sulla mia tendenza innata a diventare ciarliero quando si tratta di West e voi sapete quanto mi piaccia indagare e poi condividere.

Inoltre non potevo non dare lo spazio dovuto alle due guest star che ci hanno fatto visita, fermandosi per buttare giù un boccone: è stato un onore poter interagire con Alessandro Poli e miss Laura Allaway.

In fondo il Trading Post ha proprio questa funzione, offrire un riparo, un punto di ristoro per riprendersi dal viaggio, far riposare i cavalli o in questa particolare occasione anche i cani, infilare le gambe sotto un tavolo ed abbassare la guardia sapendo che vi si possono incontrare persone come noi, appassionati della Frontiera, la quale non era fatta solamente di sangue, sudore e caldo soffocante ma anche di sangue, sudore e gelo.

Non conta dove ci troviamo, se in Texas o nello Yukon, ai confini della Riserva Navajo o in un'affollata città dell'Est. La musica non cambia: quando uscite sulla pista, dovunque essa sia e dovunque vi conduca, tenete occhi aperti e nervi a posto.

Più di cento anni fa o adesso, sotto il sole o sotto la neve, se presi alla sprovvista, può essere un vero inferno, là fuori.

Hasta luego, hermanos!

Alla prossima

 

 

“Raccolto insanguinato”

Soggetto e sceneggiatura: Jacopo Rauch

Disegni: Alessandro Poli

Lettering: Luca Corda

 

“Yukon Race”

Soggetto e sceneggiatura: Giorgio Giusfredi

Disegni: Alfonso Font

Lettering: Renata Tuis

 

176 pagine

 

 

 

I link di "Una voce per Tex"

- "La pista dei Forrester e Tabla Sagrada" letto da Angelo Maggi: https://www.youtube.com/watch?v=HyOowYeG5Zo

- "La Leggenda" letto da Christian Iansante: https://www.youtube.com/watch?v=L1GbQqgMWuQ  

 

 

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