Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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ARTICOLO CELEBRATIVO per TEX NUMERO 700: “L'ORO DEI PAWNEE”

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Ci siamo!

La lunga cavalcata iniziata nel lontano 1948 ci ha portato a tagliare un nuovo traguardo, un prestigiosissimo traguardo che, se mai ce ne fosse ancora bisogno, consacra Tex Willer una volta di più nell'Olimpo del mondo delle nuvole parlanti.

Tex non è solo un fumetto. Tex è IL Fumetto, prodotto italiano che ha tra l'altro fatto da apripista nel settore. E' stato un pioniere sia per formati che per contenuti e tutt'ora guida la categoria con mano ferma e cuore saldo. Si può essere appassionati di western o non sopportare il genere ma questa è una realtà inoppugnabile, che si storca il naso ascoltandola o che si annuisca concordi.

Come da tradizione anche l'ultimo volume “centenario”, per festeggiare i 700 albi, è costituito da una storia auto-conclusiva, tutta a colori.

I disegni sono affidati ad un “mostro sacro” del panorama bonelliano e non solo, Fabio Civitelli, mentre le colorazioni, altrettanto importanti per il risultato finale, portano la firma di Oscar Celestini, anch'egli vecchia pellaccia ben nota a tutti i Texiani.

Senza giri di parole, il "giornalino" numero 700, il cui titolo ufficiale è “L'oro dei Pawnee”, dovrebbe venire conservato in una bacheca come la famosa Numero Uno di Zio Paperone.

Si tratta di un “pezzo” prezioso e di una qualità talmente elevata da costringerci quasi a leggerlo con gli occhiali da sole, tanto splende sia dal punto del livello artistico sia per la trama (il soggetto e la sceneggiatura sono stati ancora una volta partoriti dalla vulcanica mente di Mauro Boselli). Non mi sono prodigato in una sviolinata gratuita ma la narrazione è veramente qualcosa di ben lontano da una “normale” storia di Aquila della Notte.

Innanzitutto bisogna fare una premessa.

Come anche i sassi ormai sanno, in occasione di Lucca Comics 2018 ne era stata presentata l'anteprima, da qualche mesetto si trova nelle edicole una serie che potremmo considerare parallela a quella di “Tex gigante” (cioè gli inediti, i quali hanno acquisito tale denominazione per differenziarli dalle pubblicazioni a striscia e che quindi non vanno confusi con i Texoni, per esempio, equivoco nel quale molte nuove leve, anche tra chi lavora nel settore, talvolta incappano): sto parlando dei volumi che vanno sotto il titolo di “Tex Willer” nei quali vengono raccontate e rivisitate più nel dettaglio le primissime vicissitudini che vedevano il giovane allora fuorilegge sfoderare le Colt ogni qual volta ci fosse un innocente invocante aiuto, arricchite dall'aggiunta di particolari mai sviluppati, di sotto-trame lasciate “in sospeso” e di vicende inesplorate dal mitico duo dei papà del Ranger Bonelli-Galep.

Eh sì, perché questa nuova serie ci rispedisce di colpo indietro nel tempo, praticamente 70 anni fa, quando il Nostro era ancora ufficialmente un ricercato dopo aver vendicato la vile uccisione del fratello Sam a Culver City, che all'epoca veniva indicata ancora come “Calver City”, con la “A”, e che pur avendo fatto un bel repulisti togliendo dalla circolazione mele marce ed assassini della peggior specie, per via della parola di uno sceriffo corrotto (quel verme di Mallory sul cui conto noi adesso sappiamo tutto, compresa la fine che si meritava, grazie ad un altro volume a colori uscito in occasione del settantesimo compleanno di Aquila della Notte, “L'ultima vendetta” di Boselli-Ticci-Celestini-Husler) si era visto comparire su avvisi di taglia appesi ad ogni ufficio di portatori di stella di latta del Texas. Anche questa è una storia che ogni Texiano conosce a memoria e non intendo certo prenderla così larga riassumendo la vita dell'ex magnifico fuorilegge divenuto sakem del Navajos.

Questo preludio mi serve per inquadrare la situazione poiché in occasione del volume di cui parliamo oggi, proprio a Febbraio 2019, il che mi fa riflettere sul fatto che non si tratti di una coincidenza come invece qualcuno ha ipotizzato, ma che sia il frutto di un abile calcolo editoriale al fine di favorire la lettura e consentire agli aficionados di avere il quadro completo degli eventi, è uscito il quarto volume di “Tex Willer” intitolato “La caverna del tesoro”: passato e presente che già si intrecciano nell'avventura narrata nel volume a colori, si annodano ulteriormente a filo doppio mettendo insieme anche ciò che avviene nell'albo inerente le vicende con protagonista il giovane Tex, aiutandoci anche a rispolverare i nostri ricordi risalenti al tempo de “La mano rossa” e più precisamente alla celeberrima battuta iniziale “Per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?” con la quale si inaugurava la prima storia a striscia (“Il totem misterioso”) nonché l'inizio di una Leggenda che ci accompagna dal 30 settembre di settant'anni fa.

 

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"Tutti al banco, amigos! Bisogna festeggiare!"

Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a VILLA.

 

Detto questo è quindi meglio mettere un po' d'ordine.

Come già trapelato dalle pagine social e dalle anticipazioni forniteci dalla stessa Casa Editrice, nonché da un ammiccante trailer presente nell'ultimo numero della stupenda indagine ambientata a New York sulle tracce del Maestro, se uniamo gli indizi e nello specifico ci focalizziamo su due parole, vale a dire “Pawnee” e “amica”, non serve essere un investigatore della Pinkerton per arrivare alla corretta conclusione: Tesah.

Sì, in questo volume Tex ritrova la sua vecchia (di esperienza ma non di anni) compagna di avventure, e per altro storicamente la primissima co-protagonista ad affiancarlo per un breve periodo nella sua attività di raddrizza-torti, visto che è proprio la bella principessa indiana ad incrociare la propria pista con quella dello scavezzacollo originario della valle del Nueces nella gola del Red Horn, presso le impervie pareti del Rainbow Canyon. E sempre proprio in quell'occasione facciamo anche la conoscenza del primo serpente al quale sarà necessario schiacciare la testa al più presto per quanto si dimostri piuttosto coriaceo, complice anche l'oggettiva carenza di esperienza che il futuro Ranger numero 3 (dopo Kit Carson e lo sfortunato Arkansas Joe) avrà modo di affinare ed implementare in decenni di caccia a farabutti sparsi per l'America, nonostante fosse già un diavolo al servizio degli onesti. A dire la verità Coffin non è il primo nemico in assoluto in ordine cronologico ma ciò lo apprenderemo solo più avanti grazie alle parole dello stesso Tex che rievoca episodi del suo passato, presentandoci momenti della sua giovinezza sia in tempi lontani, mi viene in mente quando impariamo che era stato un “Re del rodeo”, sia in tempi molto più recenti, con gli avvenimenti svelatici nei cartonati a colori “Il vendicatore” di Boselli-Andreucci-Vattani-Marina Sanfelice e “Giustizia a Corpus Christi” di Boselli-Mastantuono-Vattani-Corda o nel maxi “Nueces Valley” di Boselli-Del Vecchio-Renata Tuis.

Ma per tutti i Texiani vecchio stampo Coffin (in inglese il suo cognome significa “bara”: ciò la dice lunga sull'indole di questo allegrone, ed eviterò di fare battute sul fatto che fosse nove su dieci anche... un baro) è e rimane il balordo verso il quale abbiamo per la prima volta sentito un impulso tutt'altro che filantropico.

Perché la strada di Tex incrocia quella di questo serpente? Presto detto: il bieco Coffin faceva parte della banda di Rebo, l'intrallazzatore che sparò a sangue freddo al pacificamente ingenuo fratello dell'irruento domatore di mustangs (in quel periodo era questa l'attività principale del nostro eroe) e fu uno dei pochi ad uscire con la pelle intatta da quella caldissima giornata nella quale si scatenò la resa dei conti, seguito a ruota dall'ignobile sceriffo corrotto, indegno della sua carica.

Ma invece di accendere un cero al suo diavolo protettore, quel viscido furfante continuò a bazzicare i dintorni di Culver City proseguendo nei suoi traffici ed avendo le mani immerse fino ai gomiti in attività che di lecito non avevano nemmeno l'ombra.

Una delle carognate compiute da questa perla di individuo, spalleggiato da un indiano rinnegato, tale Dente di Lupo, anch'egli un Pawnee, è stato l'omicidio del padre di Tesah, Orso Grigio, custode di un fantomatico tesoro del popolo rosso. Ne “La mano rossa” e poi nel quarto volume di “Tex Willer” scopriamo tutti i retroscena riguardanti questa sporca faccenda, nonché come il destino punisca i colpevoli, concludendosi con l'indimenticabile figura del futuro Ranger che cavalca verso il paesino di Saint Thomas lasciandosi alle spalle un assaggio dell'inferno per i malvagi sotto forma di un inestinguibile e distruttivo rogo.

Non guardatemi con quelle occhiatacce truci: non c'è nessuno spoiler in ciò che ho detto. Come accennato, sono cose che conosciamo da 70 anni. E servono da fondamenta su cui basare lo svolgimento della storia del numero 700.

La mappa per raggiungere il nascondiglio del tesoro era costituita da un medaglione: come lo stesso giovane Tex afferma, tutti quegli scarabocchi sono arabo per chi non sa come interpretarli, e lo sarebbero per ogni uomo bianco senza l'aiuto di un traduttore/traditore del suo stesso popolo.

Una delle prime considerazioni che mi sento di fare, nel mucchio di complimenti che non si possono non esternare avendo davanti i volumi che ho citato poc'anzi, è che il disegno del “gingillo”, così chiamato tanti anni fa, viene ripreso in modo molto rigoroso da parte del bravo Roberto De Angelis, che ha ricevuto l'incarico per nulla tranquillizzante di confrontarsi con le originali storie dell'inarrivabile Galleppini.

Un'altra riflessione stavolta coinvolge non solo De Angelis ma anche Dotti, il maestro che firma le cover della collana “Tex Willer”, e lo stesso Civitelli: si tratta della minuziosa attenzione per ogni piccolo particolare, la quale si desume, come abbiamo avuto già modo di sottolineare, nella riproduzione assolutamente perfetta delle armi da fuoco che variano a seconda del periodo storico nel quale sono ambientate le diverse storie. Sono Colt, certamente, ma se quelle di Tex e dei suoi Pards nel numero 700 sono le classiche e “familiari” Peacemaker, quelli che vengono utilizzati da buoni e cattivi in tempi più lontani sono i modelli precedenti delle sei-colpi tecnicamente definite “Single Action Frontier”. Con un buon grado di ragionevolezza, possiamo affermare che si tratti della Colt Navy del 1851, la stessa che le chine di Dotti mettono in primo piano nella sua fenomenale copertina sempre del quarto volume della collana “Tex Willer”.

Anche nelle tavole di Civitelli, quando vengono rievocati tempi andati, i cilindri lisci delle sputa-fuoco testimoniano a favore di questa tesi. D'altra parte era proprio con quell'arma che con ogni probabilità Gunny Bill aveva fornito i primi rudimenti per sparare rapido e preciso al suo pupillo dall'argento vivo nelle vene.

Come datazione siamo abbastanza in linea: Tex viene al mondo nel 1838, questo lo sa anche il gatto del mio vicino, e per arrivare al 1851 ci vogliono 13 anni. Ne sarebbero mancati ancora una decina prima di vedere sul mercato una nuova e migliorata variante della pistola ideata dal Colonnello Samuel Colt.

Tex, quando appare nelle edicole ed inizia a farsi largo nei nostri cuori è sui vent'anni, quindi prima che arrivasse il 1873 con la sua Colt SA (che sta appunto per Single Action) a cui siamo tutti “affezionati”, simbolo del mito dell'epopea western, facilmente ha impugnato anche i modelli “Army 1860” e “Navy 1861”, presumibilmente soprattutto il primo, calibro 44.

Prima c'erano i revolver “Walker” e “Dragoon” ma per contestualizzarli si deve risalire alla fine degli anni 40 del Diciannovesimo secolo e quindi “fuori tempo” per noi, nonostante abbiamo sentito nominare queste pistole da Jim Bridger, oltre ad avergliele viste usare con l'accuratezza di un chirurgo, proprio nel maxi “Nueces Valley”.

Comunque non è detto che sia i difensori della legge che i criminali dovessero aggiornarsi appena usciva un modello nuovo di ferro da tiro correndo al più vicino “Store” come oggi qualcuno fa non appena vede la pubblicità di un cellulare di ultima generazione. Ben oliate e ben tenute le armi potevano avere anche una durata di diversi anni, soprattutto in mani esperte, perciò anche se la ferraglia di un nostro avversario poteva sembrarci per l'appunto un ferrovecchio, meglio non fare troppo affidamento su un mirino sfalsato o sulla eventuale cilecca di una cartuccia, nel malaugurato caso di capitare dalla parte sbagliata della canna.

Stesso discorso per i fucili. Tornando all'albo a colori abbiamo la possibilità di riconoscere il “nostro Yellow boy”, il fedele Winchester compagno di innumerevoli scambi di vedute ed anche un “cannone” che invece non siamo abituati a scorgere nelle vignette.

Senza andare troppo indietro e quindi saltando a piè pari i fucili ad avancarica come gli Hawken o i Kentucky (anche questi li abbiamo già veduti in azione ma ci troviamo in tempi più “moderni”), forse non tutti sanno che anche la Colt si avventurò nel mondo della produzione di carabine. Esattamente, la Colt: erano fucili con un serbatoio a tamburo, che si caricava dal davanti, come accadeva per taluni precursori della sputa-fuoco modello 73, derivato dal meccanismo della pistola. Però c'erano altre ditte ben conosciute nel campo dei fucili quali Remington, Springfield e Sharps.

Ed è proprio qui che voglio arrivare: se il mio sguardo da ficcanaso non mi causa allucinazioni, posso sbagliarmi ma quella che l'arte di Civitelli ci fa ammirare in mano a Damned Dick in uno dei flashback che caratterizzano il racconto ha tutta l'aria di essere una carabina Sharps modello 52, con il caratteristico meccanismo di caricamento a bascula tipico degli Sharps. Lo trovate ben visibile a pagina 20 se volete curiosare. In effetti questo vorrebbe dire che ci troviamo ancora a qualche anno di distanza dallo scoppio della Guerra Civile americana, avvenuto nel 1861, e, tralasciando le disquisizioni su altre carabine introdotte “nel mezzo” come gli Spencer, visto che non stiamo tenendo una lezione sulla storia di come gli uomini abbiano fatto a gara per inventare metodi sempre più “comodi” per ammazzarsi, anche a qualche anno dalla diffusione dei fucili a leva, rivoluzionari per il periodo, che tutti noi ben conosciamo almeno per sentito dire: gli Henry (sono stati loro a precedere i Winchester, ma ne sono parenti strettissimi). Lo stesso Tex ne prova uno durante un'avventura che rievoca le sue gesta come scout dell'esercito dell'Unione, sbalordito dall'efficacia dell'arma. Senza andare oltre in noiosaggini storiografiche possiamo quindi azzardare l'ipotesi che se le vicende “attuali” con protagonisti Aquila della Notte e gli altri Pards si svolgono, come detto e ridetto anche in altre occasioni attorno agli anni 1880-1885, in quello che possiamo chiamare “il nostro tempo”, i fatti che portano il giovane Tex a conoscere la piccola Tesah si aggirano attorno al 1855 quando lui era un ragazzo sui sedici o diciotto anni. Già, si cresce in fretta nel West, specie se si vuole restare vivi.

D'altra parte se Tesah aveva undici anni, ce lo dice lei stessa, e ne ha poi all'incirca sedici quando ritrova Tex fuorilegge, stavolta è il Ranger a confermarcelo, tutto torna poichè quando gli avvisi di taglia con la scritta “vivo o morto” tappezzavano il Texas (so che lo sapete e non lo ripeterò ulteriormente da ora in poi), il futuro sakem di tutte le genti Navajo era un giovane ragazzo di poco più di vent'anni. Per concludere, se la matematica non mi inganna, la Tesah attuale è quindi una donna attorno ai 38 anni. Il tutto all'incirca, naturalmente.

 

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Tex e Tesah ai tempi de "La mano rossa". Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a GALEP.

 

Dopo questi preamboli per incorniciare la situazione e ripulire dalle ragnatele i meandri della nostra memoria, possiamo tuffarci senza esitazione nella storia che celebra l'ambizioso traguardo delle pubblicazioni. E tuffarci è proprio la parola giusta, dal momento che insieme a Kit e Tiger ci immergiamo seguendo Tex fino alla grotta segreta dove da tutti questi anni il tesoro dei Pawnee viene celato al mondo, in modo che le avide zampacce di avvoltoi senza scrupoli non lo possano depredare. Voi giustamente direte: ma… e Carson?

Beh, il Vecchio Cammello fa come avrei fatto io, cioè se ne sta all'asciutto, rifiutandosi categoricamente di gettarsi in un fiume dalla corrente poco rassicurante e dalla temperatura ancor meno invitante, per dover poi nuotare sott'acqua trattenendo il fiato nella speranza di beccare l'apertura che conduce a quell'antico nascondiglio.

Anche in questo caso i disegni di Civitelli ci coinvolgono come se noi stessi fossimo lì di persona: alzi la mano chi non ha emesso un respiro più profondo del solito quando i Nostri sono sbucati fuori dal tunnel sotterraneo e non certo solamente per la vista di una fortuna in oro e pietre preziose. Non vi dirò come tali manufatti siano finiti in un luogo così angusto perché lo potete scoprire facilmente leggendo l'avventura disegnata da De Angelis ma, facendo mente locale, vi sarà sicuramente sovvenuto che già tanti anni fa ci era stato suggerito, sebbene in maniera molto veloce e sommaria, cosa era accaduto: “Compiendo numerosi viaggi, Tex aveva messo il tesoro in un posto sicuro” in fondo ad un certo torrente. Non me lo sto inventando: carta canta.

Ok, ok… faccio finta di non vedere e vi lascio il tempo di andare a spulciare nel numero 1 per verificare se vi sto rifilando delle frottole.

Veniamo messi a parte di come col tempo Aquila della Notte rimanga coinvolto alquanto seriamente nel compito di custodire tale tesoro, molto più del “semplice” aiuto fornito ad una damigella in pericolo. In uno di quei classici “racconti attorno al fuoco” di un bivacco infatti, siamo letteralmente catturati da una delle multiple parti di questa storia, che ci ha già fatto lavorare di meningi prima ancora di aver sfogliato neanche un terzo delle pagine.

Sappiamo che Tex e Tesah erano anzi sono amici ma come si sono conosciuti? E perché il padre della ragazza aveva riposto in un giovane mai visto prima e per giunta un bianco la sua fiducia?

E' quello che arriviamo a sapere ascoltando il racconto che Tex ricorda a beneficio dei suoi compagni. Come è stato notato anche da altri lettori, c'è un gusto quasi malinconico nel fatto che, se nel presente ci siamo noi insieme a Kit, Tiger e Carson, nella rievocazione esplicativa ritornano altre figure importanti per il Ranger, direttamente dal passato.

Altri tre amici che ormai abbiamo imparato a conoscere e di cui sappiamo ogni cosa. Forse questo è uno spoiler vero e proprio ma anche la presenza di “vecchi amigos” sia del giovane Willer che nostri era stata preannunciata ed in ogni caso non preclude il piacere della lettura, anzi se mai a mio parere aumenta il desiderio di infilare il naso tra le pagine dimenticandoci del mondo circostante, almeno per un po'.

Provengono tutti e tre direttamente da “Nueces Valley” (il maxi disegnato da Del Vecchio oggi è più utile di un'enciclopedia): sono Hutch, testa calda ma companero leale che ritroveremo in mezzo ad un mare di guai al fianco di combattenti irlandesi nella magnifica storia degli “Invincibili”, dove ritorna lo zampino di Boselli con le chine di un Marcello in stato di grazia, Rod, il più sfortunato, che perderà la vita nella sanguinosa guerra fratricida tra Nord e Sud e che facciamo in tempo a scorgere in mezzo alle rovine di un campo di battaglia solo per vedercelo spirare tra le braccia nel toccante “Tramonto rosso” grazie agli evocativi disegni di Galep e, dulcis in fundo, lo scatenato “Damned Dick”, letale con il suo fucile così come con le sue battute al vetriolo, partner di Tex proprio durante le movimentate vicissitudini affrontate durante la guerra tra le giacche blu dell'Unione e le giubbe grigie Confederate.

Non preoccupatevi se vi accorgerete che a tratti, leggendo, vi sfuggirà una risata: il vecchio Dick non ha peli sulla lingua e si vedrà costretto a sopportare il nome indiano che gli viene affibbiato nonostante le sue inascoltate proteste. Quale nome? Beh, se avete presente una palese caratteristica fisica del personaggio, la stessa che non gli fa ironicamente temere per il suo scalpo, ci arriverete senza difficoltà anche voi.

Insieme ai nostri amici dovremo far fronte a pericoli di natura completamente diversa tra loro ma che potrebbero indistintamente portarci a guardare l'erba dalla parte delle radici. E sinceramente dovendo scegliere, non saprei quale indicare come male minore.

Proprio mentre stiamo maledicendo il fatto di aver imboccato una determinata direzione nella prateria poiché quei dannati nuvoloni all'orizzonte non preannunciano niente di buono, inciampiamo in un cadavere, in un gruppo di indiani in difficoltà e nell'insidia che se prima riguardava solo quel gruppetto di pellerossa adesso riguarda tutti noi.

Ma non possiamo certo fare finta di niente e girare i tacchi, quando c'è chi rischia di fare una bruttissima fine.

Facciamo così la conoscenza, finalmente, di qualcuno che sarà destinato ad influenzare più volte la nostra esistenza, anche se noi ancora non ce lo sogniamo nemmeno. Però adesso non c'è tempo per i convenevoli. Quelle nuvole non erano solo un corollario ad un qualsiasi temporale e se non ci procuriamo un riparo adeguato non sarà solo il nostro Stetson quasi nuovo a svolazzare via.

Come di che si tratta? Siamo nel bel mezzo di una sterminata pianura, nelle grandi praterie, lo si annusa nell'aria che qualcosa non va… E dire “qualcosa” è un eufemismo!

Per fortuna a volte una buona azione viene ricompensata e troviamo rifugio in un posto che non ci saremmo mai immaginati non solo di vedere ma proprio di concepirne l'esistenza.

D'accordo, non si può dire che l'atmosfera all'interno sia delle più gioviali ma abbiamo salvato la buccia, non è il caso di fare tanto gli schizzinosi.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CIVITELLI.

 

E' il momento di riprendere fiato un attimo. Intanto potete approfittarne per riempire i bicchieri, visto che oggi per festeggiare l'evento dei 700 numeri offre la casa. Proprio in concomitanza con la scena che costituisce l'incontro con l'indomita Pawnee, si pone una pietra miliare nella storia di tutte le uscite in edicola di Tex: la tavola numero centomila! A pagina 24 di questo volume infatti troverete la scritta che lo conferma.

Ho avuto modo di leggere qualche critica anche in merito a questo traguardo. Ovviamente.

Partendo dal presupposto che non si può accontentare tutti ed aggiungendo di mio la domanda su cosa si pretendeva che gli autori facessero, ci sono state proteste inerenti il fatto che la tavola in questione per alcuni appare troppo anonima. Per quel che mi riguarda questa rimostranza è priva di fondamento per almeno due ragioni: primo perché se non ce lo avessero detto noi non stavamo certamente tenendo il conto e quindi sarebbe passato sotto silenzio che quella in particolare era una tavola rara e pregiata quanto il tesoro dei Pawnee, il che sarebbe stato un vero peccato, e secondo, a mio parere è una gran bella pagina, ricca di pathos e di azione, con Tex impegnato in un galoppo sfrenato che impenna il cavallo giunto sulla cima di una collina erbosa, pistola in pugno, dovendo decidere in fretta come agire per togliersi da una pessima situazione.

Tex è il protagonista, quindi tutto a posto.

Altre singolari obiezioni sono state avanzate in merito ai vestiti del giovane Willer: nella collana “Tex Willer” indossa una camicia con le frange mentre in questa storia ha una camicia con la foggia che ricalca quella gialla ma è rossa. Dunque, premesso che la camicia a frange potrebbe essere una scelta per distinguere i periodi storici, anche il Tex ad inizio carriera, prima di alcuni umanissimi e normalissimi aggiustamenti portava un capo simile a quello attuale ma con le frange “alla Kit Carson” quindi presumo sia stato ripreso anche questo particolare per onorare gli autori delle origini.

In quanto al colore rosso della blusa “più normale”, tale scelta cromatica non era insolita nelle prime avventure, specialmente parlando di copertine, dal momento che era la sola parte colorata, e si potrebbe perfino fare un breve elenco (tranquillizzatevi, non lo farò) delle cover nelle quali il Ranger compare con un indumento color porpora invece che giallo. Addirittura in alcune il colore della bandana non è nero. Erano altri tempi e solamente in seguito si è deciso di stabilire che dalla lavatrice le camicie di Tex uscissero sempre di colore giallo.

A parte queste digressioni modaiole restiamo oggettivamente a bocca aperta nell'ammirare il lavoro congiunto di Civitelli e Celestini: non solo quando viene raffigurata la spaventosa potenza della natura che si scatena ma anche in frangenti più “regolari”: il sole che al tramonto scompare in lontananza dietro ad un'altura, il viso di una ragazzina che appare la più tranquilla di tutti in una situazione che metterebbe un po' d'ansia anche ad un esperto di yoga e meditazione, la maestosità delle decorazioni e dei manufatti indiani o il pallido chiarore della luna che rischiara la prateria svelando, silenziosa spettatrice, gli intrighi e le lotte degli uomini.

Insomma, se non fosse ancora abbastanza chiaro, per me quest'albo a colori è un dannatissimo capolavoro!

Soffermandoci per un altro minuto sul lavoro del disegnatore, ritengo che vada doverosamente sottolineata la sua estrema pazienza anche “semplicemente” nel realizzare una innumerevole quantità di fili d'erba, smossi dal vento come se si trattassero di onde del mare che si rifrangono sulla riva e che invece vengono sfruttati per appiattirsi sul terreno e nascondersi agli occhi del nemico, rappresentato in questo caso da una banda di arrabbiatissimi Sioux. La meticolosità con cui il maestro Civitelli si adopera per catapultare anche noi dietro ad un avvallamento del terreno disegnando per l'appunto centinaia di fili d'erba tutti con la stessa precisione è degna di un imperturbabile amanuense.

Ma neanche ora abbiamo troppo tempo per permetterci di chiudere gli occhi ed assaporare la brezza che accompagna i raggi del carro di fuoco celeste all'alba, nel silenzio generale.

Per un orecchio esperto è proprio quell'eccessivo silenzio a mettere in allarme il sesto senso che ci consente di conservare l'anima attaccata alla carcassa senza diventare un puntaspilli: infatti l'atmosfera è destinata a scaldarsi e proprio da oltre quell'altura laggiù in fondo spunta dal nulla una folta "truppa" di guerrieri chiaramente non intenzionati alla trattativa.

Sempre grazie, o in questo caso forse dovremmo dire per colpa, dell'immensa abilità grafica dell'artista restiamo per un secondo interdetti ad osservare un tale spettacolo, ma poi ci ricordiamo che è meglio darsi da fare per non rimetterci la ghirba ed affidare il benvenuto ai clarinetti.

La parte della storia che contiene il ricordo del primo incontro con Tesah ed i Pawnee da parte di Tex si conclude con un paio di immagini che spiccano tra le altre bellissime vignette delle tavole. Un enigmatico saluto da parte del capo Orso Grigio che il giovane Willer giustamente non sa in che modo decifrare archiviandolo come uno dei tanti giri di parole con cui i pellerossa si esprimono, fa invece sorgere sul nostro grugno da cowboys un sorriso poichè sappiamo quale sia il significato recondito di quelle parole: per un lettore non sono proprio sibilline ma quanto mai profetiche.

E' uno di quei tocchi da sceneggiatore navigato, a volte ben celati altre maggiormente in vista, che talvolta si trovano qua e là, a cui le storie di Tex ci hanno abituato.

E di queste “briciole di pane” fatte di china e sogno non se ne trovano solamente tra le pagine delle avventure del Ranger. Riferimenti al futuro del capo bianco dei Navajos, per un Texiano di lungo corso che è anche un “bonelliano” allenato, saltano all'occhio in altre testate.

Mi viene in mente un esempio, anche se bisogna andare indietro di qualche tempo: in una bella trasferta fuori da Darkwood di Zagor che comprendeva tre albi (“Conquistadores”, “Le sette città di Cibola” e “Il segreto degli Anasazi”) uno dei co-protagonisti che prima era cattivo anche se con un suo senso dell'onore ma che poi si innamora di una caparbia prigioniera e quindi diventa buono (storia lunga) è proprio un Navajo, di nome Nakai. Dopo l'eliminazione dei nemici di turno e la sua definitiva redenzione, vengono donate al Navajo delle antiche tavolette sacre per il suo popolo ed un vecchio e saggio sciamano nel congedarsi dallo Spirito con la Scure e dal suo nuovo amico rosso (nonché diventato genero del summenzionato sciamano) afferma che “un grande capo bianco proteggerà le genti Navajo dal male”. Mumble mumble… io un sospetto su chi sia colui al quale ci si riferisce ce l'avrei. Anche perché indovinate un po' chi era l'autore del soggetto e della sceneggiatura di quella storia? Esatto, il “nostro boss”, Mauro Boselli.

Un'altra gemma degna di nota, stavolta tutta “in famiglia” senza andare a disturbare altri eroi della Casa Editrice, è qualcosa che invece ci riempie il cuore di malinconia, ma una malinconia positiva, che riscalda l'animo. Ad un certo punto le chine di Civitelli rievocano la primissima vignetta, della prima striscia de “Il totem misterioso” quando Tex nota della polvere all'orizzonte, osservando col binocolo che però “non è lo sceriffo coi suoi scagnozzi...”.

Ci sono diverse occasioni ben definite in cui in questo numero 700 passato e presente non solo si passano il testimone a più riprese ma si stringono la mano ed anzi si fermano proprio alla stessa sorgente per far riposare i cavalli, facendo l'occhiolino ai lettori che non possono fare altro se non sedersi anch'essi allo stesso fuoco per farsi rapire dalla magia del Fumetto, della memoria e delle emozioni che tali vignette riportano a galla in ognuno di noi, tutte diverse perché nessuno è uguale ad un altro ma per certi versi anche sovrapponibili perché, che diavolo, siamo genuini Texiani e dopo anni e anni siamo un po' tutti fratelli, in quello spietato ma ammaliante mondo che è il West.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CIVITELLI.

 

Adesso diciamo due parole sulla tribù che abbiamo più volte nominato: i Pawnee.

Niente paura, non intendo abbandonarmi ad uno studio sociologico ma semplicemente aggiungere qualche informazione inerente questi pellerossa. Innanzitutto il loro nome sembra derivare da un termine, “pariki” che vuol dire “corno”, riferito alle loro strane acconciature. Questo nome è stato loro assegnato da altre tribù poiché, come accadeva per svariate nazioni, i Pawnee si riferivano a loro stessi con un appellativo impronunciabile nella nostra lingua ma che potremmo tradurre con “popolo”.

Il primo europeo ad avere contatti con "il Popolo" fu l'esploratore Francisco de Coronado attorno alla metà del 1500. E da quel periodo i membri della tribù iniziarono a diminuire. Figuratevi che secondo le mie fonti già alla fine del 1700 erano rimasti soltanto circa diecimila. Se ci aggiungiamo le malattie, l'alcol ed ovviamente le guerre, nel Diciannovesimo secolo il loro numero fece un ulteriore tonfo, con quasi 4500 persone censite. Oggi ne sono rimasti meno della metà di quel conteggio e la maggior parte vive nella Contea di Pawnee.

Erano per lo più cacciatori e coltivatori: come in altre società pellerossa, anche tra di essi c'erano “controllori” preposti alla supervisione della quantità di bisonti da uccidere, mai oltre quelli necessari al fabbisogno della tribù. La carne veniva fatta spesso essiccare e tra le colture principali c'era il mais, che aveva una connotazione sacra. Erano anche piuttosto abili nella lavorazione della ceramica.

Come ci viene mostrato nell'albo, le donne svolgevano un ruolo di rilievo nelle cerimonie religiose che caratterizzavano eventi e ricorrenze della tribù. Le loro credenze ponevano alla base del creato il dio Tirawahat (il quale spero non me ne voglia se ho ricavato erroneamente il suo nome da ciò che ho letto), che per comodità chiameremo “Padre” ma esisteva un pantheon di dei minori incluse le stelle, le quali venivano identificate esse stesse come divinità. Quindi ne avevano un bel po'.

Sembra che si affidassero a presagi e proprio alle stelle per stabilire i tempi dei raccolti.

La “Danza del sole” consisteva nel rito più importante del calendario (non solamente di quello del Pawnee). Tra digiuno e purificazione durava anche quattro o cinque giorni: si rendeva grazie per l'anno trascorso, pregando gli dei ed invocandoli per ottenere protezione e favore per l'anno successivo. Avete presente il celeberrimo film “Un uomo chiamato cavallo”, del 1970 con Richard Harris come protagonista? Chi lo ha visto si ricorderà senza dubbio la cosiddetta “prova del dolore” che l'ex lord inglese deve superare. Ecco, quella a grandi linee era la Danza del Sole. Buchetto più, buchetto meno. Anche Sioux e Cheyennes avevano questo estremo “test” tra le loro cerimonie.

Per chi non sapesse di cosa parlo cercherò di farla breve fornendovi immagini meno truculente possibile: dato che si trattava di una ricerca del contatto tra la propria anima ed il Grande Spirito, la via più veloce per la purificazione era quella del sangue e del dolore. Lo sciamano trafiggeva il “danzatore” con degli artigli di aquila ed inseriva dei pezzi di osso di bisonte nella zona sotto la pelle dei muscoli pettorali. Il tutto veniva poi legato ad un albero sacro attorno al quale colui sottoposto al rituale doveva girare, restando "appeso" in tal modo. Inutile dire che non si trattava solo di una puntura di spillo e non stento a credere che i malcapitati cadessero in una sorta di trance in preda a visioni. Forse prendevano troppo alla lettera il concetto di “tentare di unirsi al Grande Spirito”. Comunque le funi o le strisce di cuoio, come è facile intuire, rappresentavano i raggi del sole che collegavano l'uomo al cielo. Non per niente gli artigli erano di un'aquila, per sottolineare ulteriormente questo “volo spirituale”. Pare che, come se non fosse sufficiente, i danzatori dovessero usare un fischietto d'osso e lo stridulo suono ricordasse proprio il grido del pennuto associato a Manito. Gli indiani furono costretti a praticare questo rito di nascosto per via dell'avvento del Cristianesimo e della presenza dei missionari in seguito alla repressione che tutta la spiritualità dei nativi dovette subire. Forse in questo caso non faceva male smussare qualche angolo. Eppure pare che ancora oggi le tribù che vi ho nominato pratichino tali rituali come modo per sottolineare il ritorno alle proprie origini.

Devo ammettere che, anche per quest'ultima ragione, sono stato tentato di soprassedere sull'intero argomento ma poi ho scoperto qualcosa che mi ha fatto tirare un grosso sospiro di sollievo: per fortuna la drammatizzazione dei riti antichi e di quello che è stato riprodotto da Hollywood non appartengono più alla realtà, per lo meno non in modo così ferreo.

Vi spiego: non ero rimasto stranito per via del mio cuore tenero (cosa che comunque non ritengo un difetto) ma perché io stesso tempo fa ho subìto senza rituali spirituali la, chiamiamola così, applicazione di un grosso piercing ad una gamba (un fissatore esterno che ha lasciato cicatrici visibili e non) in seguito ad uno dei due o tre, ho perso il conto, motivi per i quali ho rischiato di andare a strimpellare l'arpa anzitempo. Quindi... per quanto abbia completo rispetto per le usanze di popoli lontani e differenti da noi, c'è un limite a tutto.

Per fortuna alle donne veniva risparmiato “l'artigliamento” poiché la loro funzione di tramite con il Grande Spirito la svolgevano già facendo nascere i bambini.

Inoltre, oggigiorno, se mi consentite di utilizzare ancora il termine “piercing”, si può scegliere di farlo su un avambraccio ed in generale non è più obbligatorio. Cioè si può partecipare alla Danza del sole senza diventare un flauto ma solo suonandolo.

Ma l'albero cosa c'entra? Con uno sforzo di fantasia, potremmo associarlo a quello che è il luogo centrale di una cerimonia religiosa in chiesa, l'altare. Ad esso, proprio come succede in certi luoghi sacri anche per noi, vengono attaccati voti, preghiere oppure offerte su ritagli spesso di stoffa.

Gli stessi costumi utilizzati da uomini e donne hanno un senso ed ogni collana o dettaglio nell'abbigliamento, così come i colori, ricoprono un significato ben definito.

Il cedro resta al centro dei loro riti, rivolti alla stella del mattino, dove ritenevano che il “grande Padre” risiedesse.

Non possono mancare canti e ritmici suoni di tamburi.

Avendo svolto qualche ricerca al riguardo, sono rimasto colpito, per quanto conoscendo la qualità degli albi di Tex ormai dovremmo essere tutti avvezzi a queste finezze, su come gli abiti da cerimonia disegnati siano dannatamente sovrapponibili a quelli veri, osservati nelle foto che ho potuto trovare spulciando in rete.

Come accennato poco fa, una delle caratteristiche distintive di questi pellerossa sono le acconciature, che vengono preparate con grasso di bisonte in modo da mantenerle diritte o ricurve all'indietro come una sorta di corno.

La Nazione Pawnee ora ha infatti anche un suo sito web (“www.pawneenation.org”) per chi fosse curioso, nel quale viene tra le altre cose ripercorsa la loro storia, partendo dai primi insediamenti lungo il North Platte River, in Nebraska e sono spiegate le diverse “branche”, chiamate spesso "band", che compongono l'intera tribù: Chaui, Kitkehahki, Pitahawirata e Skidi.

I Pawnee erano stati classificati come “amichevoli” dal Governo degli Stati Uniti ma non erano certo gente che abbassava la testa facilmente.

Dopo aver firmato una serie di trattati con gli uomini bianchi vennero spostati definitivamente dal Nebraska in quella che tutt'oggi viene chiamata la Pawnee County, nel 1875.

In realtà la questione è un po' complessa ma visto che ho già sbrodolato con gli sproloqui me la sbrigherò in fretta: dopo la loro “rimozione forzata” dal Sud Est, ai Cherokees vennero assegnate le terre ad est dell'Oklahoma, nel 1828, le quali comprendevano l'odierna Pawnee County.

Dopo la guerra civile i Cherokees acconsentirono a permettere lo stanziamento di altri popoli sulle loro terre, beh, su una porzione delle loro terre, e così il Governo trovò un posto anche per i nostri amici Pawnee. In seguito comunque gli scalda-sedie di Washington escogitarono delle soluzioni per rosicchiare ancora della terra trattando la compravendita di lotti dalla Riserva e così dal 1893 tali appezzamenti furono “aperti” anche ai non nativi, nell'ambito di un ricollocamento di proprietà di portata ben più ampia, ma questa è un'altra storia.

La Pawnee Indian Agency sorge non lontano dalla città principale della contea, chiamata Pawnee. C'è anche un Pawnee Nation College. Attualmente il numero degli appartenenti alla tribù, considerando tutti gli USA raggiunge, secondo il sito, i 3200 individui.

In effetti ci sono più contee chiamate Pawnee (in Nebraska, in Kansas...) ma quella che interessa a noi si trova in Oklahoma: nel 1894 gli abitanti votarono quel nome rispetto a Platte County.
Abbiamo già avuto modo di incontrare questi guerrieri in più occasioni ma il nome di una delle bande che ho nominato prima dovrebbe aver acceso una lampadina nei crani dei Texiani con la memoria più pimpante.

Gli Skidi, anche conosciuti come “Wolf Pawnee”, erano temibili cavalieri e combattenti rispettati dagli uomini rossi. Abbiamo lottato al loro fianco, insieme al capitano Frank North (figura realmente esistita), a Tex ed i Pards all'epoca della coinvolgente avventura che inizia con “I lupi rossi” e termina con “Giustizia di Frontiera”, disegnata da Font su testi di Boselli, nella quale dopo alterne vicende due nazioni da sempre avversarie tra loro, gli Skidi ed i Cheyennes (che insieme ai Lakota erano quelli con cui non riuscivano proprio ad andare d'accordo, per lo meno prima degli armistizi di fine secolo), si uniscono contro un nemico comune seppellendo rancori ed ascia di guerra.

E' lo stesso Tiger Jack a spiegare a Piccolo Falco che il segno che indica un “due” con incide e medio della mano, nel linguaggio della prateria sta ad indicare “lupi” o proprio “Pawnee”.

Attorno al 1770 un gruppo di “ribelli” Skidi sconfinò e si spostò fino in Texas dove si allearono ad altri nativi che seguivano il sentiero della guerra contro i coloni, sebbene la maggior parte dei “Lupi” si unì agli altri Pawnee in Oklahoma.

Erano anche i più scalmanati specialmente per il fatto che usavano eleggere capi di guerra per le loro scorrerie, indipendenti dalle autorità del consiglio degli anziani o dei capi.

Un'ultima nota la merita la bandiera della nazione Pawnee, segnalata anche sul loro sito e motivo, giustamente, di fierezza per l'intero popolo.

Comprende diversi elementi, tutti su sfondo blu: c'è una piccola bandiera, la classica “Stars and stripes” americana che simboleggia la loro appartenenza agli Stati Uniti. A conferma del fatto che il lupo è il loro animale simbolo e che venivano chiamati in quel modo degli altri nativi per il loro coraggio, l'emblema stilizzato di una testa di lupo campeggia in primo piano: sembra che possieda il doppio significato di “Chaticks si chaticks” cioè Uomini degli uomini.

Incrociate, come le ossa o le spade sotto il teschio del Jolly Roger, la bandiera pirata, al di sotto della testa di lupo ci sono il calumet della pace ed un tomahawk. Come per dire “noi siamo brava gente ma non fateci saltare la mosca al naso”. Il che, se posso, me li rende ancora più simpatici.

Inferiormente a tutto ciò, ci sono nove punte di freccia che simboleggiano orgogliosamente i conflitti nei quali i Pawnee hanno combattuto per servire il loro Paese: le guerre indiane, come Scout per le giacche blu, la guerra tra Usa e Messico, le due guerre mondiali, la guerra di Corea, quella del Vietnam, Desert Storm, l'operazione Enduring Freedom e la guerra in Iraq. Probabilmente purtroppo il numero delle punte è destinato ad aumentare.

I simboli sulla loro bandiera stanno a significare che la Nazione Pawnee, in pace ed in guerra, è un leale membro degli Stati Uniti. Non lo dico io, ma il loro sito. Anche le colorazioni non sono prive di valenza: il lupo, la pipa ed il tomahawk sono rossi, il colore del coraggio, del sangue, della guerra. Il campo blu sta per verità.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Torniamo con i piedi per terra, alla nostra storia.

A proposito di piedi, ho notato una svista che sebbene non tolga nemmeno mezza goccia ai due litri di acquolina in bocca che la lettura di questo volume ci procura, dimostra d'altro canto che l'autore dei disegni è un essere umano e non un'entità aliena dotata di superpoteri. All'inizio della vicenda, i Pards sono affacciati sul bordo di una profonda gola, che finisce a strapiombo nelle tumultuose acque di un torrente. Ben intenzionati ad immergersi per i motivi che sappiamo (è il solo accesso al nascondiglio del tesoro sacro) Tex, Kit e Tiger si alleggeriscono di tutto il superfluo rimanendo con indosso i pantaloni dei loro costumi indiani, togliendosi anche le calzature.

In una vignetta, quando si sono ormai già calati sul fondo del canyon, a Tiger ricompaiono i mocassini. Lo ripeto: un peccato veniale “perdonato” nel preciso istante in cui ce ne accorgiamo, che non inficia assolutamente la magnificenza dell'arte che il grande Civitelli ci regala man mano che proseguiamo con la storia.

Sono invece state avanzate illazioni sul fatto che nella caverna del tesoro ci siano delle torce accese. Dunque, “noi arriviamo” in un secondo momento, imitando il percorso che Piccolo Falco e Tiger Jack fanno mentre Aquila della Notte ci ha preceduti conoscendo già il luogo, pertanto è più che naturale che fossero state predisposte delle torce tempo addietro, al fine di poter essere usate per illuminare la grotta in caso di bisogno, magari lasciando lì delle pietre focaie visto che il bagno avrebbe reso inservibili dei fiammiferi. A me sembra del tutto plausibile e personalmente non mi suona come un buco nella sceneggiatura. Confesso che non mi ero neanche soffermato ad interrogarmici e la mia ipotesi è solo una di quelle che possono venire in mente se proprio si vuole fare i pignoli cercando errori o di contro soluzioni con il lanternino, se mi concedete il gioco di parole, dato che stiamo parlando di fuochi accesi.

E sempre a proposito di falò, anche per lasciare che tutte le informazioni ed i ricordi vadano al loro posto nella nostra zucca, ci sorprendiamo a guardare le ultime fiamme che si stanno estinguendo nel fuoco del bivacco mentre auguriamo la buona notte ai Pards, sperando che il vecchio Carson non si trasformi in una vecchia segheria, almeno non prima di essere riusciti ad addormentarci.

Voltando pagina poi siamo travolti da una di quelle vignette che comprendono quasi l'intera tavola e per un gioco di luci e di suggestione che ormai conosciamo bene ma che non smettiamo mai di ammirare, ci viene istintivo socchiudere gli occhi per abituarli al cambiamento di luminosità.

Se precedentemente era notte, ora il sole è padrone del cielo e la veduta dall'alto della pista lungo la quale sta correndo una diligenza ha il gusto delle inquadrature classiche e di ampio respiro che si godono sul grande schermo, quando possiamo spassarcela con un western come si deve, o quando siamo sulla poltrona a gustarci in tv una pellicola d'altri tempi, alla John Ford.

Ci avete fatto caso anche voi? Tutti i nostri neuroni, rigorosamente dotati di cappello Stetson, pare che respirino a pieni polmoni quando accade di imbatterci in scene del genere, noi stessi ci sentiamo più leggeri quasi tentennando nel proseguire la lettura perché vorremmo riuscire a teletrasportarci dentro le immagini, lanciando il nostro ronzino a briglia sciolta, dimenticando i guai quotidiani almeno fino alla prossima stazione di posta.

Questo stacco da regista collaudato messo in atto dal trio di complici Civitelli-Boselli-Celestini ci consente di immergerci nella seconda parte della vicenda, ambientata nel “presente”, costringendoci quasi subito ad abbandonare i nostri bucolici pensieri per cavare dai guai una certa fanciulla di nostra conoscenza. A dire la verità, non è che sia una tremante donzella ma è una donna di una bellezza ed una grinta non comuni, la quale però non potrebbe cavarsela senza danni se non arrivassero quattro cavalieri pronti ad appianare qualsiasi contrasto in modo risoluto e… risolutivo.

Non serve piangere troppo per la sorte dei balordi che avevano intercettato il sobbalzante mezzo di trasporto: bandidos le cui facce, cercando un po', sarebbero certamente spuntate appese in qualche ufficio di qualche sceriffo con in calce la simpatica scritta “Wanted”.

Nulla di serio, un'altra tranquilla giornata al lavoro, per i Rangers.

Ammirare le evoluzioni a cavallo dei Nostri i quali tra l'altro non sbagliano un colpo è sempre un grande piacere. Se da un lato il disegnatore si sbizzarrisce per non far risultare mai banale nemmeno un “bang” sparato da Colt o Winchester, dall'altro il gran lavoro di Celestini completa alla perfezione il quadro: i lampi degli spari, il contrasto delle sagome di un gruppo di uomini a cavallo saltati fuori dal nulla che si stagliano contro la luce di un sole che picchia sui nostri crani come un pugile a cui hanno pestato un callo, fornendo loro un'aria ancora meno rassicurante di quella che già potrebbe avere un tizio armato che ci compare sulla pista, la polvere che si solleva se sproniamo le nostre cavalcature al galoppo, perfino (qualcuno direbbe che sono troppo truce nella descrizione) gli schizzi del sangue che fuoriesce inevitabilmente da una ferita d'arma da fuoco rendono le scene d'azione eccezionali ed allo stesso tempo realistiche e coinvolgenti.

Così come sono realistiche le caratterizzazioni dei personaggi ad opera dello sceneggiatore: anche noi proviamo un crescente prurito alle mani dovendo assistere e sforzandoci di sopportare il farneticare dei soliti vigliacchi “ben pensanti”che non esitano a dare in pasto agli squali il prossimo pur di salvare la loro ben agghindata pellaccia, condendo il tutto con ragionamenti spregevoli e razzisti. E badate, non sto parlando di farabutti ma di “bravi cittadini”.

Anche se è del tutto comprensibile l'irritazione e lo spavento per ritrovarsi in mezzo ad un vero a proprio assalto da parte di fuorilegge con conseguente uragano di piombo, magari aiutati da un goccetto di quello buono, sarebbe il caso di ringraziare il Padreterno ed i provvidenziali salvatori di non averci rimesso la cotenna invece di creare problemi e rischiare di diventare i migliori amici del proprio dentista, assaporando troppo da vicino i pugni di Tex Willer osando esprimere pensieri del tutto superflui ed opinabili sugli indiani. O su chiunque altro. Anzi, per ogni evenienza, l'idea migliore sarebbe tenere chiusa la boccaccia.

Personalmente, se fosse capitato a me, dopo uno di quei famosi sorsi (e notate che io non bevo), specialmente se mi fossi visto costretto a vendere cara la pelle mettendo mano alla Colt, una volta finita la buriana ed aver scoperto di essere stato salvato da quel quartetto di fulmini, avrei dovuto essere messo a tacere con un cazzottone sulla testa (conoscendolo, probabilmente avrebbe provveduto Carson), ma per smorzare il mio entusiasmo per l'evento. Diavolo, peccato che nel West non ci fossero ancora i cellulari, altrimenti sai che foto veniva fuori!

E' vero, sto scherzando. Ma un paio di birre gliele avrei offerte senz'altro.

Anche perché ce ne sarebbe stata l'occasione. Infatti oltre a fare le presentazioni di rito, oramai avete capito tutti che su quella diligenza viaggiava proprio Tesah, i Pards e gli altri passeggeri passano la notte al Trading Post di Kayenta. Altro luogo leggendario che abbiamo la possibilità di osservare in dettaglio entrandoci!

Quante volte abbiamo letto di un dispaccio recapitato dal comando dei Rangers o da un amico in difficoltà proprio lì, trovandosi relativamente vicino al villaggio centrale della Riserva Navajo e quindi essendo un utilissimo punto di riferimento per chiunque voglia mettersi in contatto con Aquila della Notte!

Ma questa mitica stazione di posta esiste per davvero o è mero frutto della fantasia?

Ebbene, per quanto azzarderei l'ipotesi che non abbiano mai sentito parlare di un Ranger capo bianco dei Navajos e quindi vi sconsiglierei di domandare simili indicazioni se vi capitasse di fare un giro turistico da quelle parti, il “Kayenta Trading Post” esiste. O per lo meno è esistito.

Grazie ad un progetto chiamato “Arizona Memory Project” negli anni si sono conservate moltissime informazioni sul passato di questo Stato: vi prendono parte musei, biblioteche, archivi ed altre istituzioni culturali, c'è anche un sito web i cui visitatori possono trovare alcuni esempi di documenti governativi, fotografie e mappe sulle cronache dell'Arizona del passato e del presente. Ma tutto questo materiale rappresenta solamente una minima parte di ciò che viene conservato dall'Istituzione, che fa capo ad una divisione del “Secretary of State” perciò si tratta di un'iniziativa federale. E indovinate un po': sono riuscito a trovare una foto, anzi LA foto, realizzata da un certo Earle Robert Forrest, nato nel 1883, nella sezione “Trading posts” della Monument Valley. La collezione di fotografie originali di Forrest, che non era un pellegrino qualunque anche perché in essa si annoverano più di 8mila scatti, comprende inoltre appunti, ricche descrizioni su location specifiche, date ed informazioni ricavate presumibilmente sul campo, se ho compreso correttamente le mie fonti, tutte in inglese, peculiarità che la rendono molto ricca e preziosa.

Sotto la voce “Arts and architectures”, eccolo lì! Ve lo concedo, in versione più "aggiornata" di come doveva apparire al tempo di Tex, come spiega la didascalia: si tratta di un tipico trading post moderno più simile ad un super-market che ad un ufficio dei tempi degli indiani.

Per di più se qualcuno se lo fosse mai chiesto, Kayenta è il nome di un centro abitato in Arizona, che si trova nel cuore della sezione ovest della Navajo Indian Reservation attuale, oggi praticamente adiacente all'autostrada che porta i turisti da Flagstaff alla celeberrima Monument Valley chiamata in causa poche righe fa, e sulla via dell'Utah. Tale foto che non vi propongo perché facente parte della collezione del “Museum of Northern Arizona”, è tra quelle lasciate in eredità proprio da Forrest nel 1969, ma non vi sarà difficile darle uno sguardo gironzolando su internet. Se volete ulteriori informazioni potete sempre contattare il Dipartimento Navajo per il turismo a Window Rock, Arizona.

Comunque sia, Kayenta è uno vero centro abitato nello stato dell'Arizona, nella Navajo County. Sembra che conti una popolazione di circa cinquemila abitanti, perciò non è una metropoli ma la sua vicinanza con luoghi di una profonda importanza storica (si trova a poco più di una cinquantina di chilometri dalla Monument Valley) ha fatto prosperare hotel ed alberghi. Il capoluogo della Contea è Holbrook, un posto che abbiamo già sentito diverse volte durante il nostro girovagare per la Frontiera.

Per chi non ne fosse al corrente la Monument Valley si trova al confine tra Utah ed Arizona ed è un pianoro desertico il cui biglietto da visita sono le famosissime e caratteristiche guglie rocciose divenute una vera icona del West in tutto il mondo, tra cui le famose mesas. Le guide in questi territori possono essere solo Navajo. Inutile dire che è inclusa nella Riserva Navajo e tecnicamente è un Tribal Park. Se si parte dal Monument Valley Visitor Center si può vivere l'esperienza di un'escursione a cavallo, della durata di qualche ora.

Fine della lezione di Storia con qualche sconfinamento in Geografia. Lo so, però siamo al Tex numero 700: non si poteva liquidare la questione con poche paroline posticce.

 

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Ritratto del Duca, John Wayne, ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Effettivamente non tutti i passeggeri risultano odiosi né si atteggiano ad aspiranti tappeti da sbatacchiare. Ce n'è uno che sembra sapere il fatto suo, ci offre persino aiuto e pare un tipo a posto. E voi direte, giustamente: “Non sei mai contento. Prima erano tutti antipatici e adesso che finalmente qualcuno si comporta da uomo non ti va bene neanche così.”

Avreste tutte le ragioni per affermare una cosa del genere. E c'è sempre la possibilità di prendere un grosso granchio.

Ma vedete, potrei rispondervi in due modi. Potrei fare il cinico, citando una frase di Bruce Willis in “Ancora vivo” (strampalato remake di “Per un pugno di dollari”, comunque pieno di sparatorie e frasi da macho da non disdegnare completamente nonostante non si avvicini neanche all'originale) il quale, ovviamente tutto pesto e sanguinante, verso la fine del film sostiene che “...se qualcuno gli offre un aiuto di solito scappa”.

L'altra risposta appartiene più al mio stile: diverse persone, chi più chi meno e chi a modo loro, mi hanno dato una mano, qualche volta, ma non è mai successo che qualcuno capitasse come per magia proprio nel posto giusto al momento giusto. Quindi per esperienze personali, (c'è chi sosterrebbe con tutto il fiato che ha in corpo che sono un maledetto pessimista, ed io ribatterei che sono solo realista) ma anche per i molti anni passati ad allenare l'intuito a fianco dei Rangers, se un estraneo mi si avvicina sorridendo ostentando un atteggiamento gioviale, può benissimo essere la personificazione di correttezza e rettitudine, ma mi si storce un po' il naso. Questo è proprio ciò che accade dopo che inciampiamo in un tale dal pronto sorriso (non sopporto quelli sempre allegri, ma cosa hai da ridere tanto?!) e dall'aria del bravo ragazzo, dicendosi addirittura praticamente disposto a tutto, schermandosi dai complimenti che gli vengono fatti da Tex e Carson, dimostrandosi per giunta un campione di umiltà.

Ammetto che mi sono detto da solo di esagerare nel pensar male. I begli occhioni di Tesah avrebbero effettivamente potuto far colpo su un giovane cowboy e magari i miei sospetti sono eccessivi, nel vedere sempre chiunque con un atteggiamento guardingo. Magari hanno ragione quelli che mi dicono che ho avuto qualche brutta esperienza in più della media e questo mi ha reso un po' prevenuto. Ma sì, sarà senz'altro così.

Però qualcosa non mi convince. Naaaa, sono io che vedo sempre tutto nero. Lasciamo stare.

Eppure…

Dopo quasi due anni di recensioni ed articoli mi conoscete e per certi versi sapete come la penso su diverse cose, ma se mi conosceste maggiormente sapreste che posso essere maledettamente cocciuto. Intendiamoci, questo non vuol dire che non cambio mai idea, anzi, pondero ogni aspetto di un argomento, specie se si tratta di uno importante. Anche perché non mi piace dire “lo avevo detto”. E visto che siamo nel West è ulteriormente d'obbligo andarci cauti, dal momento che questa frase si rischia di pensarla davanti ad una tomba scavata di fresco. O peggio di vedercela scritta come epitaffio: “Lui lo aveva detto”…

Possibile che siamo di fronte ad un semplice personaggio messo lì per dare un tocco di quotidianità e casualità alla storia? O se non lo è davvero, che i Nostri abbassino la guardia così bonariamente, tanto da far annusare ad uno sconosciuto cosa bolle in pentola? Andiamo, amigos, sapete meglio di me con che razza di vecchie volpi abbiamo a che fare.

Senza rivelarvi chi sia quel bel tomo né che intenzioni abbia, per non rovinare una parte della narrazione a chi non avesse ancora eventualmente letto l'albo, posso dirvi che la risposta ad entrambe le domande è la stessa: no.

E la situazione si ribalta: credendo di aver carpito la fiducia dei protettori della ragazza, il belloccio ma stupidotto beccaccione scopre fin troppo presto le sue carte, rivelando a noi con il suo modo di agire ed a Tex dopo un “convincente metodo persuasivo” ampiamente collaudato la sporca macchinazione che sta dietro alla sua presenza tra i nostri piedi.

Non voglio sbottonarmi troppo ma viene ripreso il fatto che spesso i Pawnee svolgevano il compito di scout presso Forti dell'esercito e rispunta il nome di un avamposto militare, Fort Kearny, guarda caso proprio in Nebraska, con tanto di due Pawnee ed il loro sergente spariti nel nulla per dedicarsi ad attività dal loro punto di vista più redditizie.

Il Forte, quello vero, venne fondato nel 1848, chiamato così in onore del colonnello, poi generale, Stephen Kearny. Era situato lungo la famosa Oregon Trail, la celebre pista utilizzata soprattutto dai coloni per le migrazioni verso l'Oregon, vicino alla cittadina di Kearney, che prende il nome proprio dal forte. Poca fantasia da quelle parti. Non mi sono sbagliato a digitare il nome della città: la seconda “e” fu aggiunta dagli uomini addetti al trasporto di posta e dispacci per non confondersi.

Una porzione del sito originale è conservata come “Fort Kearny State Historical Park” dalle preposte istituzioni del Nebraska. Durante gli anni di piena espansione comprendeva un ufficio per i Pony Express, una sede della Overland Stage Company (stage significa diligenza) ed una stazione per il telegrafo.

Ci furono diversi Forti con quel nome, il primo dei quali venne edificato lungo il Platte River. Rimase in uso fino al suo smantellamento quasi completo nel 1871, dopo di che vennero lasciate solamente poche pattuglie in rappresentanza della presenza dello Stato e diventò un punto di riferimento per la protezione dei lavoratori della Union Pacific Railroad.

Sebbene si trovasse in pieno territorio indiano e non godesse delle classiche palizzate che ci sono state tramandate nell'immaginario collettivo, anche se sulla loro effettiva esistenza ci sarebbe parecchio da disquisire, non fu mai al centro di assalti da parte di indiani ribelli, come invece accadde ad altre postazioni, anche se i militari dovettero scortare più volte le carovane per proteggerle dall'ostilità di Cheyennes e Sioux che non vedevano di buon occhio (ma che screanzati!) le invasioni dei loro territori senza neanche chiedere il permesso ed il Forte divenne un rifugio per chi aveva dovuto abbandonare le proprie case per conservare lo scalpo. Dopo il riassegnamento di truppe e materiali, il tutto venne riallocato presso Fort McPherson, un centinaio di chilometri più a ovest, nel 1875.

Probabilmente non si tratta dello stesso Fort Kearny, perché se non erro quello di fantasia sorgerebbe in New Mexico, ma per i Texiani una fortificazione delle giacche blu con quel nome risulta familiare per via di una storia di qualche anno fa, composta da due volumi (“Sotto scorta” e “I valorosi di Fort Kearny”) disegnata da Raul e Gianluca Cestaro, su testi di Tito Faraci.

A dire la verità anche nella realtà c'era un altro Fort Kearny, in Wyoming, iniziato a costruire nel 1866. Questo insediamento venne chiamato così per onorare il generale Philip Kearny, eroe della Guerra Civile nonché nipote del Kearny “del Nebraska”, che era suo zio. Anche di questo Forte oggi rimane una testimonianza storica, il “Fort Phil Kearny State Historic Site”.

 

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Uno struggente ricordo: disegni di Lorenzo Barruscotto, tributo a GALEP.

 

Torniamo a noi. I nodi stanno per venire al pettine.

E per prima cosa, una sonora “pettinata” se l'è beccata il nostro caro angioletto che si spacciava per timido rubacuori dopo che le sue intenzioni sono venute a galla.

Davvero credevi di mettere nel sacco gente come Tex ed i suoi Pards, hombre? Povero illuso.

Visto che quel tale risulta, almeno a me, doppiamente detestabile anche perché è riuscito a far vacillare sebbene per un lasso di tempo limitato alcune certezze “da detective” e d'altro canto ha confermato che il marcio si può annidare ovunque, non proviamo per lui la benchè minima compassione nell'usarlo come esca per far strisciare allo scoperto i complici che ancora mancano all'appello. D'accordo, la stella d'argento non consente di farsi giustizia da soli ma qui nessuno sta dicendo che qualcuno dei Nostri lo ha zavorrato di piombo.

Però consentitemi di dire che la farina del diavolo finisce sempre in crusca.

Non c'è tempo per i sentimentalismi. Un traditore che si pente solo perché è stato colto sul fatto non merita alcun tipo di trattamento di favore: un serpente rimane un serpente.

E purtroppo non sarà l'unico crotalo a due gambe che infesterà le ultime pagine di quest'avventura. Se altre due infide canaglie senza onore hanno ciò che si meritano per aver sottovalutato gli avversari ed aver ritenuto di poter avere la meglio in uno scontro a fuoco, seppur usando vili sotterfugi e giocando una carta disperata nel tentativo di coglierci di sorpresa (all'inferno avranno modo di riflettere su quanto si siano sbagliati a non gettare le armi), per un attimo temiamo che le cose non possano finire come dovrebbero. Un gruppo di cattivi “nuovi di zecca” o quanto meno inaspettati riesce a sgusciare di mano portandosi via una specie di ostaggio con l'intenzione di fargli sputare ciò che sa.

Anche se non siamo Rangers effettivi, possiamo ben affermare di esserlo nello spirito, e per quanto i sentimenti talvolta ci facciano sentire implicati in prima persona in alcuni casi, non siamo di sicuro gente che lascia un uomo, non importa se un po' carogna, in balìa di gentaglia che è più vicina ad una iena che ad un essere umano, un branco di gaglioffi mossi da una insanabile bramosia di denaro e sete di ricchezza, talmente offuscati dall'avidità e dalla ferrea convinzione di sentirsi intoccabili da essere completamente privi del più piccolo scrupolo nel togliere la vita o seminare sofferenza pur di raggiungere i propri obiettivi.

Già, avete ragione: sono un bel mucchietto.

Ma noi abbiamo l'effetto sorpresa dalla nostra e l'aver partecipato a numerosissime battaglie ha il suo peso. Controllate le armi: che i serbatoi di fucili e sei-colpi siano ben carichi ed "impazienti" di sputare la loro sentenza a base di piombo.

Le ombre che si allungano nell'imbrunire stanno a significare che abbiamo un altro alleato.

Non state troppo vicini e niente economia di confetti: il sole alle spalle impedirà a quell'accozzaglia di vermi di reagire con precisione e rapidità, soprattutto se si tratta di centrare dei bersagli in movimento abituati a schivare le pallottole.

Esattamente, amigos: il finale di questa storia è un vero e proprio concerto per ottoni calibro 45 dove, come una inarrestabile valanga, la punizione cala sui malvagi spazzando via dalla faccia della Terra pendagli da forca la cui indicibile crudeltà aveva fatto loro perdere il diritto di chiamarsi uomini. Anche in questa scena, la "troupe" Boselli-Civitelli-Celestini coordina le telecamere della nostra immaginazione fornendoci visuali da differenti angolazioni ben studiate al fine di non farci perdere neanche un dettaglio dell'intero scontro, che siano campi lunghi per darci l'idea di come si sta svolgendo la battaglia o che si vada “a zoomare” per cogliere lo stupore dei primi nemici colpiti, i quali neanche capiscono da dove arrivi la minaccia, fino all'inevitabile risultato, per me da Oscar (e non solo perché una parte del merito va proprio al colorista), che raffigura i quattro Pards, come diceva un vecchio “slogan” in voga molti anni fa, svolgere il loro compito di quattro poker di pistole sempre al servizio della Legge e della Giustizia. Una Giustizia forse sbrigativa ma innegabilmente, concedetemi la ripetizione, giusta.

 

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Lilyth e Tex, in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CIVITELLI.

 

Arrivati a questo punto vorrei soffermarmi su un paio di riflessioni che hanno coinvolto un discreto numero di lettori, a mio modo di vedere fin troppo nutrito.

Ad onor del vero sono per la maggior parte riferite all'avventura illustrata sul quarto volume della collana “Tex Willer”, anche se non tutte, ma riguardano comunque il Ranger e Tesah perciò mi è sembrato legittimo parlarne in questa sede.

Si era già toccato un argomento piuttosto sovrapponibile (ed alquanto sterile) in occasione del ritorno di Lupe, la messicana che per un periodo, relativamente breve a conti fatti, aveva accompagnato Tex in alcune delle sue scorribande oltre confine per poi rifarsi viva recentemente, sempre nei pasticci, chiedendo aiuto ad Aquila della Notte.

Stavolta naturalmente l'oggetto della discussione è invece Tesah. Sono incappato per caso in considerazioni che ho sinceramente trovato non solamente destabilizzanti ma del tutto fuori luogo.

Di solito non oso avanzare giudizi su commenti altrui, tutt'al più mi permetto di dire il mio parere su un determinato punto di vista però come per tutte le regole ci sono le eccezioni e questa è una.

Le argomentazioni esposte rasentano punti di tale mancanza di tatto (nei casi meno gravi) da essere stato seriamente in dubbio sul ritenere che si trattasse di un equivoco e che tutto fosse davvero solamente una sorta di malriuscito "lazzo", con la sola intenzione di suscitare una risata a denti stretti, in stile candid camera. Ma non credo sia così.

Intendiamoci, prima di venire tacciato come bacchettone incapace di apprezzare uno scherzo, vi assicuro che io sono il primo ad utilizzare l'ironia se serve, ne ho dato prova in più di un'occasione, ed il primo a ridere se si fa una battuta. Però la battuta deve essere tale. Per carità, posso non capirla io ma... deve esserci, oggettiva, "tangibile", spiegabile. Su questo non ci piove.

Non si può utilizzare la frase “è solo una battuta” per ritenersi poi legittimati a sputacchiare sentenze a 360 gradi o a dire tutto quello che passa per la testa senza filtro al solo scopo di consentire ai denti di “aerare il locale prima di soggiornarvi”.

Innanzitutto tali esternazioni risultano completamente irrispettose nei confronti delle donne, in secondo luogo lo sono nei confronti dei veri, veraci lettori di Tex e da ultimo ma forse non in ordine di importanza smascherano una scarsa considerazione addirittura verso se stessi poiché si sbeffeggia qualcosa che per lo meno viene manifestato come una propria passione, un proprio hobby. Per tacere del rispetto verso il lavoro svolto da chi crea il prodotto, praticamente costantemente sotto mira.

Di che diavolo sto parlando? E' presto detto.

Sono state avanzate numerose facezie, chiamiamole così, nei confronti del fatto che Tex non appaia incline a gradire il fascino femminile, insinuando che la coraggiosa Pawnee avesse tutta l'intenzione di ringraziare il suo salvatore e protettore con qualcosa di molto più… “più” di un grazie.

Ci siamo capiti.

Ora, direi che urgono dei chiarimenti.

E' plausibilissimo che una giovane donna in grave pericolo possa rimanere affascinata da un eroe che le salva più volte la pelle e la aiuta senza volere nulla in cambio (e lo ripeto, senza volere nulla in cambio) ma bisogna anche considerare che se quando l'indiana ed il giovane Willer si sono conosciuti lei aveva 11 anni, nel momento in cui le loro strade si incrociano nuovamente durante i burrascosi anni nei quali Tex era “ricercato vivo o morto”, come abbiamo avuto modo di appurare, Tesah ne aveva sì e no sedici. Devo aggiungere altro? Non vi siete chiesti perché anche gli autori siano stati stranamente così specifici nel definire l'età della ragazza? Forse perché, forti dell'esperienza maturata per esempio proprio con Lupe, si sarebbero aspettati il coro di lupi (il gioco di parole con il nome della guerrigliera non era affatto voluto) ululanti alla luna e hanno pensato di chiarire implicitamente la questione per non dare adito a strascichi. Purtroppo, se è andata così, le loro intenzioni sono rimaste disattese.

Ma non volevo andare nuovamente a tirare fuori il concetto del calcolo degli anni, preferendo restare più sul discorso del rispetto. Dapprima verso la figura della donna. Lasciatemelo ripetere: la battutina ammiccante la si può classificare come “comprensibilmente prevedibile”, ma ci sono limiti che non dovrebbero e che non vanno assolutamente superati. Anche nel selvaggio West tali manifestazioni di entusiasmo nei confronti del genere femminile avrebbero messo in dubbio la futura possibilità di masticare una bistecca se il Ranger si fosse trovato nei paraggi.

Voglio dire, se una bella donna ci ferma per strada chiedendoci l'ora oppure un'indicazione stradale e ci ringrazia con un sorriso, non credo che la nostra materia grigia scriva sulla lavagna dei pensieri un sillogismo logico del tipo: “Almeno un bacetto per il disturbo me lo poteva dare”. Nulla di ciò ritengo, si fa strada nei meandri del cervello di chi le risponde.

Tex, anche dopo che rivede la sua amica, e ribadisco amica, trascorsi molti anni, la considera ancora la ragazzina incontrata nella prateria, nei confronti della quale prova un senso di affetto e protezione. Non fraintendetemi, non sono una caricatura di eremita che ha raggiunto la pace dei sensi nè voglio apparire un santo perchè non mi ci avvicino neanche, ma non devo certamente essere io a spiegarvi che il futuro Ranger agisce seguendo valori etici che dovrebbero veramente essere d'esempio: dovremmo ammirare e riconoscere la superiorità morale del suo comportamento ed imitarla o quanto meno lodarla. L'ultima cosa da fare è schernirla. Detto dal punto di vista di un fumettaro, se si cerca “altro” lo si può riscontrare in disparate testate ma Tex è Tex e così deve rimanere.

Senza sconfinare in "svenevolezze" come direbbe il buon Carson, disquisendo di sentimenti (e, nel caso, in futuro non mi tirerò indietro nell'approcciare l'argomento), non ha neanche alcuna attinenza che il non ancora Ranger allora fosse ancora "single". Non è sicuramente questo il punto. Come di sicuro Aquila della Notte non cammina con due spesse fette di prosciutto sugli occhi senza accorgersi di nulla: è stata infatti anche tirata in ballo la storia iniziata ne "Il presagio" e terminata in "Sfida selvaggia" (disegnata anch'essa da Civitelli che ha contribuito al soggetto, con la sceneggiatura di Nizzi) durante la quale una donna, rimasta vedova con un figlio a carico a causa di un'assalto da parte di Navajos rinnegati, si infatua piuttosto visibilmente di Tex. Se ce ne accorgiamo noi, figuratevi lui. Ma sorvolando sulle (altre) battute in merito ad un'esistenza monacale per togliere subito dalla lista l'osservazione più banalotta, non bisogna essere dei professoroni di psicologia per comprendere che il cuore e la mente, oserei dire l'anima, di Tex appartengono ancora alla moglie. Inoltre la vita in un villaggio indiano per una bianca non sarebbe certo l'equivalente di una vacanza in campeggio. Senza considerare il ruolo ricoperto da Tex stesso e la sua giornata standard tutt'altro che monotona, per così dire, o la rivoluzione, sinceramente superflua e sgangherata, con cui una tale virata dalla rotta cancellerebbe in un solo istante la vera e pionieristica rivoluzione messa in atto da Gian Luigi Bonelli introducendo la soave ma tosta figlia del sakem Navajo e spostando la prospettiva dal punto di vista dei pellerossa. Mettendo da parte queste considerazioni, aiutare la signora, per Tex, è una questione di principio. Quando lei gli confida che spera che gli assassini del marito vengano catturati l'uomo di legge non esita un secondo: "Vi giuro sul mio onore che così sarà!" (se ben ricordo, sono le sue esatte parole).

Onore, quindi: regole autoimposte che comprendono la determinazione, la disciplina, una certa dose di sacrificio ed abnegazione (non parlo solamente di coraggio) in situazioni di difficoltà, propria o altrui, un principio comportamentale difficoltoso da perseguire, innalzato a parte fondante di un codice di condotta, lontano da facili stereotipi o distorsioni ma inteso come la vera spina dorsale di un'esistenza improntata su un'identità interiore che ci definisce. Nelle avventure di Tex, io ritengo (e ripeto: io) non ci sia spazio per... "delle avventure", ricalcanti "incontri occasionali di una notte" senza nè capo nè coda. Con buona pace di chi invoca o cerca di infilare “sprazzi di modernità” per poi distrarsi ed inciampare su qualche corpulenta buccia di banana non impossibile da scansare. Al contrario mi sembra invece compatibile con un accettabile e del tutto plausibile grado di quella stessa modernità (tra l'altro inserita senza richieste particolari ma perchè semplicemente sensata o pertinente o, chissà, considerata proprio uno strappo alla regola) che sia Piccolo Falco di tanto in tanto a fare conquiste, dopo la tragica perdita di Fiore di Luna a causa di un beffardo destino che ha colpito il figlio proprio come era accaduto al padre (indimenticabile "L'uomo senza passato" e seguenti di Villa-Nizzi), scambiando qualche bacio come accade con la figlia di Lena Parker in occasione della lotta contro Jack Thunder (altro ottimo parallelismo con la "vecchia" fiamma del "vecchio" Kit, conosciuta al tempo degli "Innocenti", donatoci dal duo Boselli-Marcello) o nel Texone numero 27 "La cavalcata del morto" (disegnato dall'instancabile Civitelli su testi di Boselli) quando lo stesso Tex gli concede un po' di svago, che tra l'altro consiste nel partecipare ad una fiesta in un pueblo messicano e ballare con una ragazza, prendendosi una serata libera dai rigidi doveri di un'indagine ufficiale.

Come invece risulterebbe se la situazione con Tesah avesse preso altre pieghe, facendosi, diciamo, maggiormente tesa (concedetemelo, è per sdrammatizzare), in quei casi non erano presenti forzature, non comparivano esagerazioni. 

Mentre di contro sull'oggetto della nostra chiacchierata ce n'è per tutti i gusti, dai soliti dubbi sulla sessualità o mascolinità dell'ex magnifico fuorilegge (tra l'altro per essere un vero uomo sono le azioni che ci qualificano e null'altro, non c'entra niente ma volevo dirlo lo stesso), a domande anche contraddittorie: chi si è chiesto se le donne Pawnee o comunque pellerossa fossero tutte così affascinanti come quelle che vengono disegnate negli albi e chi ha espresso favorevoli valutazioni sul “bikini” sfoggiato da Tesah quando si immerge con Tex per raggiungere la caverna del tesoro.

Forse bisogna rispolverare il concetto di “sospensione dell'incredulità” di cui abbiamo parlato in dettaglio diverso tempo fa. Per dirla in due parole si tratta di una sorta di patto tra autore e lettore (o in caso di film tra regista e spettatore) che consiste nell'accettazione da parte del pubblico di sospendere le proprie facoltà con lo scopo di godersi l'opera di fantasia. Che in quanto tale deve essere realistica e non del tutto reale.

Perciò in merito all'obiezione sul fatto che “tutte le indiane sembrano modelle in un documentario sulla California ad agosto” (questo è il riassunto di ciò che è stato espresso più volte) mi permetto di ribattere domandandomi se in California, in posti “iconici” o dove diavolo preferite andare in vacanza ci siano davvero solo donne con l'aspetto di una dea greca.

E' il caso di ricordare che il nome Silicon Valley non si riferisce a quello che può venire in mente di primo acchito.

Io personalmente ho trovato la mia principessa indiana in Italia. Ok, non è indiana ma per me è una principessa ed è oggettivamente bella come la stella del mattino, la cui luce per i miei occhi offusca ogni altra rappresentante del genere femminile che cammina sul pianeta, tanto per restare in tema di divinità indiane.

Volendo archiviare in ogni caso questa domanda come una curiosità, che ci può anche stare, posso affermare che le figure femminili che ho potuto vedere nelle immagini del sito sulla Nazione Pawnee non corrispondono affatto all'idea che è serpeggiata facendo di tutta l'erba un fascio.

Quello su cui stiamo discorrendo è un giornalino, una storia inventata anche se spesso la pista della Leggenda si intreccia con quella della Storia. Allora perché a questo punto non chiedersi se tutti i guerrieri pellerossa avessero gli addominali scolpiti come gli Spartani di “300” o sapessero scagliare frecce con la precisione di Robin Hood? E' lo stesso motivo per cui, esulando per un attimo dal West, nei film di James Bond si vedono sempre fisici perfetti, parlo di uomini e donne senza distinzione, macchine costosissime e velocissime, abiti che io avrei anche solo paura di guardare perché se mai indossandone uno procurassi un graffietto dovrebbero finire di pagarlo i miei nipoti, alberghi da come minimo dieci stelle ed ambientazioni da sogno.

Andiamo, compadres. La reazione che avete a queste parole è la stessa che dovrebbe suscitare la riflessione su un certo atteggiamento forse malsano, probabilmente nocivo, senz'altro irriguardoso nei confronti del Fumetto.

C'è poi il discorso del rispetto verso i “colleghi” lettori. Come capita credo a molti, a mio avviso non è una musica accattivante né divertente il veder sbeffeggiare l'oggetto della propria passione, del proprio divertimento, magari la sola valvola di sfogo che permette di spegnere quella dannata macchina a vapore che abbiamo tra le orecchie e rilassarci una mezz'oretta ogni tanto.

Certo, direte voi, come la fai lunga. Può darsi, non lo nego, ma ho vissuto in prima persona per giorni, mesi ed anni il peso di essere un bersaglio di scherno, più o meno gravoso, ma molto meno pesante di alcuni episodi che si sentono oggigiorno, sebbene tali atteggiamenti “da grandi uomini” siano stati più che sufficienti per lasciare qualche segno, da parte di buontemponi che “in fin dei conti non facevano niente di male se non qualche battuta”.

Voglio ribadire che sto parlando in generale e che non c'è mai nessun attacco diretto nei confronti di chicchessia, anche per il fatto che, come ho detto, il tutto potrebbe davvero racchiudere l'intenzione di suscitare un sorriso in buona fede, per puro spirito cameratesco, nel qual caso le righe seguenti sarebbero superflue. Io mi limito ad esprimere un parere, un punto di vista valido come quello di chiunque, però quando ho letto la sfilza di commenti, di spiritosaggini, di boutade chiamatele come più vi aggrada, con tanto di “rilanci” verso chi azzardava un invito ad abbassare i toni, ho rivisto il classico gruppetto di bulletti ridacchianti che si davano man forte a vicenda perché, diciamolo, oggettivamente nessuna delle esternazioni che aleggiavano attorno a loro sfiorava la definizione di divertente, per lo meno di quelle che ho sentito prima di passare oltre, neanche se ci fossero state le risate finte da show televisivo.

Magari mi sono fermato proprio ad un secondo da un paio di barzellette degne di Zelig o, per chi ha meno anni, di che so “Italia's got Talent” tanto per dirne una, nel qual caso errore mio.

Per fortuna anche qualcun altro ha espresso il proprio disappunto nei confronti di tal modo di agire. D'altra parte se una cosa, qualunque cosa, non ti piace allora lascia perdere. Nessuno ti obbliga con una Colt puntata alla tempia e, come spesso mi avete sentito dire, la prateria è grande. C'è spazio per tutti, basta montare in sella. La pacca al fianco del cavallo ce la metto io.

Anche perché, ed arrivo al terzo punto, prendere in giro quello che poi magari è il proprio passatempo non equivale a beccarsi sulla nuca un boomerang che abbiamo scagliato proprio noi stessi? Hombres, quelle non sono critiche, non sono obiezioni costruttive che potrebbero perfino dare un apporto positivo, sono solo rumore e come tale destinato a disperdersi come polvere nel vento.

Per chiudere questa carrellata torniamo sui binari prettamente legati agli aspetti artistici delle nuvole parlanti. Sia lettori (e voglio rimarcare il concetto che quando si rimane nell'ambito di una conversazione civile è un piacere scambiare quattro chiacchiere con altri appassionati, come talvolta mi capita) che “scrittori” più o meno improvvisati, più o meno validi, metto il termine tra virgolette per distinguerlo da “addetti ai lavori”, espressione con cui indico gli autori, i disegnatori delle storie e tutti i collaboratori in forza alla Casa Editrice Bonelli e poi perché per certi versi mi ci metto anch'io nella categoria, ma, per quanto abbia pubblicato dei lavori anche oltre i confini di questa Rubrica, non mi sento di considerarmi uno che lo fa per professione (chissà, magari più in là ma non adesso), si sono slanciati nell'affermare come se fosse una verità assoluta condivisa da tutti e pertanto inoppugnabile che gli albi corrispondenti ai numeri “centenari” sono sempre stati caratterizzati da storie mediocri.

Ehm, no. Con tutta la deferenza per le libere opinioni, se motivate ed espresse nei limiti di un parere del singolo e per definizione non infallibile, così come lo è il mio, mi sento di affermare l'esatto contrario.

Per quel che mi riguarda non solo tutte e dico tutte le storie che sono state le “centenarie”, ma anche alcune avventure auto-conclusive uscite in occasione di particolari eventi, sono delle vere perle. Oggettivamente. Che poi ognuno di noi abbia una personale classifica è normale così come è indubbio che un determinato albo dal 100 a questo 700 occupi un posto speciale nel cuore di ogni appassionato per le più diverse motivazioni.

E' chiaro, credo potremmo dire “cristallino”, che non si può racchiudere in un singolo volume una trama intricata come quella che per esempio ha caratterizzato l'indagine svoltasi a New York negli ultimi quattro albi, etichettata però anche come troppo lunga, troppo poco western e financo di difficile comprensione. E' tutto vero, non sto scherzando. Ma proprio perché si ha a disposizione un numero relativamente limitato di pagine, i meriti di sceneggiatore e disegnatore (e colorista ed addetto al lettering) forse sono anche maggiori, poiché non possono permettersi il lusso di abbandonarsi a qualche “straripamento”.

Senza contare che, come abbiamo già avuto l'occasione di notare, quest'albo riprende le fila di parecchie vicende a volte con semplici rimandi da intenditore, altre volte con rievocazioni più articolate.

Giusto per fare qualche esempio, tralasciando il numero 100 del quale abbiamo parlato tempo fa in “Osservatorio Tex”, quando è uscito in versione gold, ristampata, e che è un simbolo vero e proprio, come non ricordare l'avventura senza respiro del numero 200, contro gli spietati Hualpai (si parla dei tempi della coppia Bonelli-Galep) o del numero 400 con la sua struggente copertina che segna il saluto del mitico Galleppini a tutti noi.

Andando a tempi più recenti non si può evitare di menzionare il numero 500 nel quale “Uomini in fuga” per creare un diversivo deturpano la tomba di Lilyth (tra l'altro è così che si scrive…) scatenando l'ira di Tex o il numero 600 (disegnato da Ticci ed ideato da Boselli), con la cover firmata Claudio Villa, nella quale Tex rievoca la posizione di John Wayne in una locandina di "Sentieri Selvaggi" e che vede i Pards opporsi insieme a Jim Brandon ai “Demoni del Nord” in una storia vecchio stile dove i Winchester hanno rischiato di scoppiarci tra le mani per quanto li abbiamo usati.

Pertanto non ha molto senso affermare che i migliori siano unicamente questi ultimi due, il 500 ed il 600, altrimenti si offre il fianco ad almeno due riflessioni: potrebbe sorgere il sospetto non si conosca l'epopea dell'eroe dalla camicia gialla per intero ma che si parli con una visione limitata, inoltre, andando per assoluti, si dimostra una mancanza di “trasporto” e di passione nei confronti di ciò su cui si esprimono giudizi, forse un po' avventati e senza un'ampia preparazione complessiva.

 

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Daniel Craig, nei panni di 007, in un ritratto ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Serve un'ulteriore prova? Senza paura di commettere un errore basta soffermarsi dinnanzi al dipinto in forma di cover, firmato da Villa. Tex, Carson, Tiger e Kit non sono personaggi di carta ma grazie ai colori, ai dettagli, dai finimenti alle armi, ai muscoli dei cavalli tesi nella corsa, fino alle zolle di terreno sollevate dagli zoccoli, li trasformano in persone vere, quasi uomini in carne ed ossa, fermi nella loro epicità ma che danno l'impressione non solo di muoversi al piccolo trotto sui loro purosangue: i quattro amici stanno percorrendo la pista che porta verso di noi, che istintivamente veniamo colti per un secondo dal bisogno di scostarci e lasciarli passare prima di capire che la loro meta in realtà è sì il Mito ma anche il nostro cuore di “aficionados”.

Ci tengo inoltre ad evidenziare il professionale e puntuale impegno al lettering da parte di Monica Husler che incastona le frasi nei balloons offrendo un risultato pulito ed accurato, senza sbavature o imprecisioni. Questo tipo di lavoro, meglio lo si fa e meno lo si nota.

Se fossi uno sciamano direi che il numero 700 vola alto come un'aquila.

Forse alto proprio come la coppia di aquile che vivono sulle più aspre cime dei monti Navajos e che secondo la leggenda rappresentano gli spiriti di Tex e della sua dolce sposa troppo presto perduta, la bella Lilyth, finalmente riuniti, finalmente insieme, poetica e bellissima simbologia con cui si conclude il numero 500.

Parlando della figlia di Freccia Rossa, uno dei volumi che considero particolarmente carichi di emozioni è “Sul sentiero dei ricordi”, uscito in occasione dei 60 anni del Ranger sempre ad opera di Civitelli, su testi di Nizzi. Anche se la presenza della moglie di Tex viene a volte purtroppo, e per me incomprensibilmente, sminuita, proprio come la qualità dei “centenari”, secondo me invece fornisce la possibilità di spiegare una volta di più l'intenso ed inscindibile legame d'amore che legava Aquila della Notte e la donna che lo aveva salvato dal palo della tortura.

Non mi sembra giusto invece archiviare come se fosse qualcosa da considerare di routine lo straordinario talento visivo e realizzativo del disegnatore, in questo caso Civitelli, che riesce a darci più versioni della stessa persona, nello specifico Tesah bambina, poi ragazza e poi donna adulta. Stesso discorso per Tex (questo vale anche per altri che lo hanno immortalato in diverse fasi della sua vita, un nome su tutti Del Vecchio), che cresce: da giovane ancora imberbe a ventiduenne, o giù di lì, spericolato più del solito ma già traboccante di valore, di valori e senso dell'onore, pieno della spavalderia caratteristica di quel periodo della vita, finalmente arriva a diventare uomo maturo, calmo ma pur sempre il “satanasso” che è. Né tanto meno deve passare sotto silenzio l'immenso lavoro di colorazione effettuato dal già citato Oscar Celestini. E' la sua perizia che colora la nostra mente durante la lettura, così come è la quasi soprannaturale abilità alle chine del maestro Civitelli a dar corpo a quelle fantasie.

Un nota speciale la merita proprio il simpatico ed eclettico Celestini: infatti il bravo Oscar, non “solo” colorista ma anche disegnatore ed artista multi-tasking, ha realizzato interamente (il che vuol dire ideato e trasformato in realtà) un fumetto di genere fantasy con numerosi riferimenti a cartoons e fumetti anni 80 e 90, come sostiene lo stesso autore, dal titolo “Leone Bianco”. Se volete dare un'occhiata non avete che da scegliere: potete trovare online l'intera raccolta degli episodi oppure attendere ancora un mesetto per poter sfogliare il formato cartaceo. A questo link che la speciale guest star dell'articolo mi ha fornito potete trovare proprio il fumetto digitale in forma integrale con una breve descrizione dei contenuti: https://sellfy.com/p/G5yJ .

I singoli volumi hanno iniziato ad uscire ad Aprile 2018 con un numero zero a cui ne sono seguiti altri dieci. Sembra una cosetta da nulla ma è molto difficile occuparsi di ogni aspetto: testi, disegni, colorazione, impaginazione, produzione ed ora anche trasposizione su carta dal formato web.

Ammiro non solo il suo talento ma anche l'intraprendenza che dimostra. Ho sperimentato sulla mia pelle quanto possa essere duro, più della mia zucca semi-pelata, un muro che occupa la già tortuosa strada da percorrere verso il conseguimento di un obiettivo ed il rischio di veder prevalere la durezza del suddetto ostacolo, facendo la fine di un moscerino contro il parabrezza di un auto, non è irrisorio, credetemi.

E' anche per questo motivo che è un piacere avere il “Leone Celestini” nuovamente ospite qui al Trading Post, il mio non quello di Kayenta, per una bevuta: per me è un esempio, per fortuna non l'unico anche se non ne ho incontrati a bizzeffe, che invoglia a non mollare, che ispira a perseverare, sia in ambito artistico, disegno o scrittura che sia, oltre che personale.

Mmm, per un giuggiolone vagamente (!) pessimista come il sottoscritto, mettendola così servirebbe la forza dello stesso Leone Bianco, con un paio di trasfusioni direttamente da He-Man e Superman, meglio ancora se dopo una cura di vitamine, per buona misura, ma il trucco, quando, se o finché si ha la chance di farlo, credo sia proprio investire su se stessi.

 

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La cover della raccolta digitale completa di Leone Bianco

 

Come nella più tradizionale delle conclusioni, non può mancare il pranzo finale, ospiti dello sceriffo locale, sbalordito per come si è risolta la faccenda, il quale rappresenta... noi: un uomo normale, un tipo tranquillo che fa il suo lavoro onestamente, ma che non può certo competere con quegli inarrestabili tizzoni d'inferno che per fortuna stanno sempre dalla parte dei galantuomini, usando la violenza solo per contrastare altra violenza, perpetrata contro deboli, innocenti o per perseguire loschi propositi.

Non dimentichiamoci che ci troviamo in tempi nei quali si uccideva per uno sguardo storto, per soldi, non importa se pochi o tanti, per brama di potere o per qualunque bassezza l'animo umano potesse partorire (mi riferisco al West non ai giorni nostri...) e che non stiamo parlando di giustizieri improvvisati o di vigilantes della domenica.

I Nostri sono Rangers e come lo stesso Tex una volta ha detto, se volete vi cito anche l'albo nel quale compare la frase, “Sei divise nella polvere” firmato Ticci e Manfredi (la storia si conclude nell'albo successivo “Il pasto degli avvoltoi”), se la memoria non mi viene meno ad un passo dal traguardo: “un Ranger non serve la legge, un Ranger E' la legge”.

Quella frase che potrebbe suonare spocchiosa ad orecchie che sentono solo ciò che vogliono sentire, sta a significare che tutti possono impugnare un'arma o riempirsi l'apertura in mezzo alla faccia di paroloni ma la differenza consiste nel modo in cui si usano gli strumenti del mestiere. Tutti i mestieri.

In questo caso una pistola, che può diventare un arnese pericoloso se non la si sa maneggiare o in mano a chi non ha tutte le rotelle a posto, oppure può servire a tutelare, a proteggere chi non è in grado di difendersi da solo, almeno finché ce ne sarà bisogno. E temo ce ne sarà sempre bisogno.

Stessa musica se prendiamo in considerazione per esempio un bisturi o qualunque altro strumento chirurgico o clinico: può servire a salvare una vita o a fare disastri maggiori, al pari di un segaossa: può rimetterci in sesto ma anche lasciarci a terra, essere un aiuto o contribuire a peggiorare il problema, se per motivi, per certi versi magari a volte anche comprensibili, sente offuscato o nei casi più gravi non ha proprio compreso il vero valore del vocabolo “medico” e di come si possa e debba onorare ogni giorno quel sottanone bianco che indossa, non per essere al di sopra degli altri ma per esserne al servizio.

Proprio come chi ha una stella appuntata sul petto: non è superiore né per quello né perché ha una mira migliore (considerazione che viene splendidamente esternata da Yul Brinner nei panni di Chris, il capo de “I Magnifici Sette”), ma anzi per la medesima ragione è suo compito mettere la propria abilità a beneficio di chi veramente se lo merita e ne ha necessità.

Sono 70 anni e 700 numeri che Tex fa questo.

Veramente i volumi sono molti di più se consideriamo tutti gli speciali ed i fuori serie, ristampe a parte, ma non importa la quantità esatta: ciò che realmente conta è lo spirito che ora come allora pervade ogni pagina degli albi e che gli autentici Texiani, orgogliosi di esserlo, percepiscono ogni qual volta, emozionati, che abbiano i capelli bianchi o che siano ancora degli sbarbatelli, vanno in edicola a comprare una nuova uscita.

Non abbiate timore nell'asserirlo a gran voce: noi siamo Texiani!

Possono esserci alcuni che ci guardano dall'alto in basso, altri che si spacciano per tali per il puro gusto di seminare zizzania o perché non se ne rendono neanche conto e si divertono così ma chi si trova ancora il cuore scaldato dal vedere una copertina, inedita o di una riedizione, avrà sempre una parte del suo spirito che sarà libera, indipendentemente da quanto la vita cerchi di schiacciarci come si fa con una sigaretta usata.

A noi, a quei Texiani, basterà chiudere gli occhi per trovarci in sella ad uno scalpitante purosangue lasciato andare al galoppo mentre sventolando il nostro cappello salutiamo una delle sentinelle che ci hanno avvistato dalla cima di una mesa e ci apprestiamo ad imboccare la pista che ci porterà al villaggio centrale della Riserva.

Buon viaggio, Tex.

Buon viaggio, hermanos.

 

 

 

Soggetto e sceneggiatura: Mauro Boselli

Disegni: Fabio Civitelli

Colori: Oscar Celestini

Copertina: Claudio Villa

Lettering: Monica Husler

114 pagine

 

 

 

I link di "Una voce per Tex"

- "La pista dei Forrester e Tabla Sagrada" letto da Angelo Maggi: https://www.youtube.com/watch?v=HyOowYeG5Zo

- "La Leggenda" letto da Christian Iansante: https://www.youtube.com/watch?v=L1GbQqgMWuQ  

 

 

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Rinaldo Traini, un ricordo tra luci e ombre

05-06-2019 Hits:686 Autori e Anteprime Alessandro Bottero

di Alessandro Bottero Di sicuro per Rinaldo Traini, scomparso ieri, non assisteremo ad una beatificazione post mortem come è stato per Sergio Bonelli. Troppo divisiva la sua figura, e troppo ‘profondo’ l’impatto che ha avuto nella storia del fumetto italiano, profondo non nel senso positivo del termine, ma nel senso di...

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L’Europa: grande assente dal fumetto italiano mainstream

29-05-2019 Hits:310 Critica d'Autore Alessandro Bottero

di Alessandro Bottero Alcuni giorni fa si sono svolte le elezioni europee. Mi ricordo che anni e anni fa, le prime volte che si votava per il Parlamento Europeo ci si rideva su. Non si capiva a cosa servisse. Poi progressivamente ci si è resi conto (chi VUOLE rendersene conto, ovvio)...

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Casa Cagliostro a Lucca 2018: Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché

25-10-2018 Hits:3672 Critica d'Autore Redazione

Di Alessandro Bottero Anche per il 2018 Lucca vedrà nei giorni di Lucca Comics & Games l’evento Casa Cagliostro, cinque giorni Autonomi & #EscLUSive nel centro della città. Chi Casa Cagliostro non fa parte di Lucca Comics. È uno spazio autonomo, indipendente, autogestito (termine che fa molto anni ’70 e che...

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L'Intervista - Alessia Mainardi e Casa Ailus, destinazione Lucca 2018

25-10-2018 Hits:3517 Autori e Anteprime Redazione

Lucca 2018 si avvicina, scopriamo tutte le novità del collettivo Casa Ailus insieme alla sua vulcanica "capitana", la scrittrice Alessia Mainardi. Fumetto d'Autore: Buongiorno Alessia. Vorresti presentarti ai lettori del nostro sito? Alessia Mainardi: Buongiorno a tutti i lettori di Fumetto d'Autore. Di me posso dirvi che mi chiamo Alessia Mainardi, di...

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L'Intervista - Paul Izzo, sceneggiatore per tutti i gusti

15-12-2017 Hits:13113 Autori e Anteprime Giorgio Borroni

Oggi, qui in esclusiva su Fumetto d’Autore ho il piacere di intervistare un fumettista a 360 gradi, che può vantare esperienze che vanno dalla pubblicazione indipendente su web fino a collaborazioni con una testata del calibro di Diabolik. Ladies and Gentlemen, ecco a voi… Paul izzo! FdA: Benvenuto su FdA, Paul, tolgo...

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