Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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SAGGIO E ANALISI di "PANICO A TEATRO" e "MINACCIA SU NEW YORK"

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Bentrovati, amigos!

Avventura, suspense, mito, Storia ed umorismo sono gli ingredienti della “leccornia fumettistica” di cui ci occupiamo questa volta.

Al fianco di Tex e Carson dovremo nuovamente farci inghiottire dalle ombre dei pericolosi e malfamati vicoli della roboante New York per seguire le tracce del Maestro, il terribile nemico che minaccia la vita di migliaia di persone senza il benchè minimo scrupolo, per scoprire se riusciremo finalmente a mettere la parola fine a questa sporca faccenda. Infatti oggi analizziamo la seconda parte della lunga storia ambientata nella Grande Mela che ha costituito le uscite inedite degli scorsi mesi di Dicembre e Gennaio.

I nomi degli “cuochi” li conosciamo già: si tratta di un poker d'assi al servizio della Leggenda mica da ridere: Boselli ai testi, Dotti ai disegni, Renata Tuis al lettering (il suo lavoro è sempre superlativo) e, come da tradizione, Villa alle copertine.

Già, non si possono non citare le splendide cover che Claudio Villa realizza per Tex e per noi: in una sola immagine riesce sostanzialmente a racchiudere lo spirito della vicenda, facendoci produrre una spropositata quantità di acquolina in bocca ma senza rovinarci assolutamente la lettura, inserendo nel disegno qualcosa che ci sveli troppo sui futuri colpi di scena, ma anzi riuscendo a stuzzicare la nostra fantasia di Texiani facendoci ogni mese desiderare che qualcuno da qualche parte inventi quella dannatissima macchina del tempo in modo da poterla prendere in prestito e fare un salto nella nostra edicola di fiducia esattamente “fra 30 giorni” per non dover aspettare di scoprire cosa accade e come continua l'indagine.

Il dinamismo, l'energia e l'oggettiva bellezza di questi “biglietti da visita” ci regalano ogni volta emozioni nuove: sfido chiunque a resistere e non andare a sbirciare, prima di iniziare l'albo, il trailer che presenta il volume successivo a quello che teniamo in mano. Ditemi poi se nessuno di voi si è mai abbandonato ad espressioni molto simili alle manifestazioni di stupore esposte spesso dal buon Capelli d'Argento appena udito un rischioso piano propostogli dal suo Pard, appena posati gli occhi su questi quadri in formato “bonelliano”, i quali ci risucchiano nel vivo dell'azione che si tratti come in questa occasione particolare, di un teatro dove si evince che la rappresentazione non andrà del tutto liscia o che ci ritroviamo a schivare pallottole e cercare di conservare la pelle sul tetto di un treno nella notte.

Non importa se siamo aficionados ancora acerbi o vecchi lupacci che ormai danno del tu ai Rangers da anni: ogni qual volta vediamo sugli scaffali la copertina del “Tex nuovo” il cowboy che c'è in noi si scatena in un grido di giubilo, proprio come se stesse impennando il suo cavallo sventolando lo Stetson. E questo succede anche se ci cade lo sguardo su un volume, magari una ristampa, che ci ha lasciato un ricordo specifico o che è associato ad un momento della nostra vita, diverso per tutti noi ma che ci suscita un'eccitazione sovrapponibile.

Eravamo rimasti sulle spine, bloccati insieme ad Aquila della Notte in una specie di cantina circondati da rappresentanti del Celeste Impero con grugni tutt'altro che rassicuranti, pronti a saltarci addosso al solo cenno del piccoletto dall'aria molto “zen” per così dire, praticamente incapace di scomporsi perfino di fronte alla bocca da fuoco di una 45 puntata contro il suo cuore, che impariamo essere il capoccia di quella combriccola di allegroni.

Forse però non decideremo il nostro destino a suon di cazzotti e pallottole in quella caricatura di fogna... uno strano misto di paura e personalissima interpretazione del senso dell'onore proprio da parte del baffuto “venerabile saggio” cinese completamente allergico all'ansia ci offre una via d'uscita nonché un aiuto insperato. Davanti all'immancabile tazza di tè si inizia infatti a delineare una proposta che potrebbe rivelarsi maledettamente utile per cercare di prendere di sorpresa il nostro deforme ma, purtroppo, intelligentissimo avversario.

E' proprio grazie al capo della Tong, così si definisce il corrispettivo dagli occhi a mandorla di una gang, che parecchi ricordi tornano a galla: l'autore dei testi “costringe” abilmente il lettore ad un fulmineo excursus che funge da rapidissimo riassunto delle avventure che avevano visto Tex contrapporsi agli insani propositi di Andrew Liddel, in arte “il Maestro”: ve ne ho parlato in dettaglio nella prima parte quindi niente paura, non intendo ripercorrere tutte le tappe ma solamente ricordarvi che ci siamo scontrati con quel mattoide già due volte, a San Francisco, dove lo abbiamo conosciuto, e poi diverso tempo dopo a New Orleans. In entrambe le occasioni aveva messo in mezzo proprio i cinesi, tentando di far ricadere su di loro la colpa dei suoi delitti.

Ammettendo candidamente che le bande di New York sono state costrette a seguire gli ordini di Liddel perché i residui dei cuori dei loro membri erano stati invasi da una fifa del diavolo, il che è anche comprensibile visto con chi abbiamo a che fare, Low Yet, così si chiama il nostro “ospite”, si rivelerà una figura ben diversa da ciò che ci potremmo aspettare: diciamo non proprio una semplice “comparsa”.

Viene rievocato anche il nome di Su-Ling, altro attempato cinese che avevamo avuto al nostro fianco durante la prima inchiesta sul Maestro: era stato lui a capire che il tremendo morbo utilizzato per gli omicidi non era un veleno ma per l'appunto un agente contaminante costituito da batteri e gli aveva dato un nome: la maledizione di Nantung, un'orribile malattia utilizzata come arma. Proprio grazie alla sapienza di Su-Ling si era giunti a buon punto nelle ricerche in ambito scientifico per ideare un rimedio. All'epoca della “Minaccia invisibile” insieme a Tex, Carson e Pat Mac Ryan c'era anche Lim-You, del quale Su-Ling era una sorta di mentore: capo di una Tong di Frisco, non era un “cattivo diavolo” anzi, si era dimostrato un prezioso alleato in un'avventura ancora precedente, disegnata anch'essa da Letteri, come le altre storie del Maestro antecedenti a questa di cui stiamo parlando. Mi riferisco alla lunghissima e splendida storia che inizia nel numero 171 con “Quartiere cinese” e si snoda per cinque volumi (come non ricordare perle quali “Il laccio nero”, “L'ora della violenza” e “L'artiglio ha colpito”) nella quale i Nostri devono far fronte alla bella e crudele Figlia del Drago, la spietata Ah-Toy che non esitava a schiavizzare, letteralmente, la sua stessa gente in nome del denaro. Tra bische clandestine, agguati mortali, furiose risse che, con una certa soddisfazione da parte nostra, bisogna ammetterlo, radono al suolo case da gioco e fumerie d'oppio anche grazie al “tocco delicato” dei culturisti della palestra di Lefty Potrero, saranno ancora una volta le Colt dei Pards a riportare la giustizia, arrivando tra l'altro appena in tempo per salvare lo stesso Carson caduto prigioniero nelle mani della maliarda dall'anima nera e destinato ad una raccapricciante fine.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a VILLA

 

Visto che qualcuno che utilizza la bocca solamente per dare aria ai denti e la testa come area di coltivazione di capelli più volte ha avanzato l'ipotesi che “i Texiani” se la godano un mondo quando vengono malmenati uomini appartenenti a popoli quali cinesi o persone di colore, mi sento in dovere di chiarire un punto, sebbene mi ci sia soffermato anche in passato: non ha affatto importanza di che nazionalità, colore, razza o credo sia colui che ci punta una pistola accarezzando l'idea di regalarci un biglietto di sola andata per il camposanto o che ci aspetta dietro un angolo per infilarci un coltellaccio tra le costole. Importa solo proprio il fatto che vuole farci fuori. Ed è per questo motivo che si risponde colpo su colpo. Nelle pagine di Tex la sola ragione per cui si usa la violenza è la legittima difesa o per raggiungere un obiettivo anche più alto del non rimetterci la buccia, vale a dire difendere i deboli, la legge e l'ordine.

Pertanto sia i Pards che i Texiani veraci che li seguono cavalcando al loro fianco non sono pervasi da sentimenti di discriminazione nei confronti di alcun rappresentante di alcuna razza. Anzi, se posso permettermi, la sola razza che esiste e che merita di essere presa in considerazione è la razza umana alla quale tutti apparteniamo. Non interessa a nessuno se dalla parte sbagliata della canna di una sei-colpi o di un Winchester c'è qualcuno “colorato” o “sbiadito”.

Neanche se fosse verde a pallini blu la cosa cambierebbe di una virgola.

La sola distinzione che si fa, e che a mio avviso vale nel West come nella vita quotidiana, è tra galantuomini e farabutti, tra chi vive la propria vita seguendo la pista della legalità e chi fa del male agli altri. Gli uomini non valgono per il loro aspetto esteriore ma per quello che hanno nel cuore e questo, se si è un vero lettore dell'ex magnifico fuorilegge, non lo si dovrebbe neanche imparare facendo mente locale ma lo si acquisisce automaticamente e lo si crede veramente.

Perché Tex non si legge solamente, Tex si vive.

Tornando a noi, rinnoviamo con piacere la conoscenza del capo della polizia Thomas Byrnes, personaggio nelle pagine degli albi ma persona realmente esistita nella realtà, della quale ho parlato nella scorsa chiacchierata. A tal proposito, sono riuscito a reperire una foto del vero Ispettore grazie ai suoi colleghi del distretto di Midtown South, veri “sbirri” del vero NYPD (New York Police Department) senza fermarmi ad una semplice ricerca in rete, ma andando un po' più alla fonte. E da quella foto ho ricavato il ritratto che trovate più avanti.

Hanno confermato che fu proprio Byrnes ad introdurre e rendere popolari le cosiddette “rogue galleries” (le “gallerie dei furfanti” volendo tradurre letteralmente) cioè una corposa sfilza di immagini e fotografie di criminali appese ad un muro in modo da facilitarne l'identificazione e che potesse comunque venire rapidamente consultata specialmente dai detectives che dovevano cercare qualche delinquente.

Alcuni battibecchi tra Byrnes e Carson raggiungono livelli che rivaleggiano con certe scene nelle quali il vecchio Kit se la prende con Tex per la sua avventatezza: l'Ispettore, non conoscendo quei due “tizzoni d'inferno” come li conosciamo noi, talvolta esprime ancora qualche dubbio sulla validità delle scelte tattiche dei Rangers e la fatica che impiega Carson per cercare di farlo ragionare quasi arrivando a causargli l'uscita di fumo dalle orecchie è la stessa che faccio io per convincere la mia fidanzata a “lasciarmi” guardare un film western quando mi accorgo che il telecomando è caduto in mani nemiche.

Certo, se i Nostri considerassero Byrnes un buono a nulla non lo coinvolgerebbero così a fondo nell'indagine, indipendentemente dal fatto che ci troviamo a casa sua. In realtà nonostante le sue riserve, il capo della polizia di New York non ci risulta mai antipatico e con lo sfogliare delle pagine apprezziamo anche noi la sua caparbietà, le sue palesi capacità di comando e la sua competenza nonché un certo grado di simpatia che lo rendono un uomo forse un po' sbrigativo, il che avendo a che fare con certa feccia è indispensabile, rude ma con la testa sulle spalle.

Inoltre il carattere si vede anche quando si ha la forza di ammettere di essersi sbagliati o di cambiare idea in merito ad una convinzione che si credeva radicata ed è proprio questo uno dei motivi per cui a mio parere la caratterizzazione del personaggio è magnificamente riuscita: il Byrnes di carta è un uomo, un uomo in gamba, innegabilmente, ma come dire è “umano” se mi concedete la ripetizione, con le sue contraddizioni e con sul groppone il peso delle responsabilità derivate dal posto che occupa e che sente come un profondo dovere: proteggere e servire non sono solamente due parole ma sono la spina dorsale di una vita impostata per difendere gli innocenti dai malvagi.

 

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Ritratto del vero Thomas Byrnes ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Comunque non ci sono soltanto discorsi e momenti che ci tengono sul chi vive nella più classica tradizione thriller. Anche le sputa-fuoco saranno necessarie per sbrogliare l'intricatissima matassa. Anzi, oserei dire che si riveleranno indispensabili, proprio come lo è un bisturi nelle mani di un chirurgo esperto. Si deve estirpare il male affinché non si diffonda ed intacchi la parte sana, come una cancrena che corrode dall'interno. Il fatto è che la “cancrena” in questo caso ha un nome ed un volto, altrettanto spaventoso ma mai repellente come il deserto che ha al posto dell'anima.

Il Maestro tiene in scacco l'intera popolazione, un'intera città, minacciando di uccidere migliaia se non milioni di individui per avidità, per sete di potere, per una vendetta che brama da tempo e che gli brucia dentro peggio dell'inferno nel quale tutti, pagina dopo pagina, speriamo di vederlo precipitare.

A dire il vero ci sono altri volti che vorremmo prendere simpaticamente a calci: appartengono a due balordi che si sono messi al servizio di un tale pazzoide quasi per gioco, per fare soldi facili ma che nonostante si rendano conto che il loro “boss” non ha tutte le rotelle a posto continuano ad essere il suo braccio destro seminando la morte senza esitazione.

In effetti, per quanto riguarda le loro capacità cognitive valgono per uno nel senso che solo uno dei due ha tra le orecchie della materia grigia in grado di funzionare, anche troppo bene a voler essere sinceri, mentre l'altro è più simile ad un gorillone perennemente imbronciato dal quale si distingue unicamente per l'assenza della peluria ma alquanto mancante dal punto di vista della loquacità e dell'intelligenza: nella conta del numero di neuroni che rispondono ai comandi, contenuti nel suo cranio, senza timore di sbagliare troppo la famosa scimmia amica di Tarzan, Cita, lo batterebbe di molte lunghezze.

Conosciamo già entrambi.

È lo stesso Tex a rinfrescarci la memoria raccontando ad uno sbalordito Byrnes la lotta per smantellare l'organizzazione rivoltosa del Supremo (splendida avventura disegnata anch'essa da Dotti su soggetto e sceneggiatura di Boselli, che occupa gli albi dal numero 637 al 640: da “El Supremo” a “L'isola della nebbia”). Vi ricordate? Un paio di pesciolini erano sfuggiti alla rete.

E per quel che mi riguarda uno dei due risultava talmente odioso da sperare che finisse per indossare un certo scomodo e definitivo cappotto di legno al più presto, perciò potete ben immaginare lo sconforto nel vedere che quel viscido verme se l'era cavata.

Oh, non dovete etichettarmi come una persona violenta o con chissà che indole sanguinaria. Sono esattamente l'opposto. Ma nel West, e nello specifico nel nostro West di carta e sogni, l'espressione “mors tua vita mea” veniva presa molto alla lettera ed era valida in senso assoluto. Neanche Cesare stesso le avrebbe conferito il medesimo peso che invece acquisisce alla Frontiera.

Ed infatti l'esistenza di quel biondiccio balordo dal sorriso strafottente e dalla Colt fin troppo svelta a saltare fuori dalla fondina mina la vita di parecchie persone, oltre a contribuire direttamente ed indirettamente a spezzare quella di chiunque si metta sulla sua strada. O su quella del suo “padrone”. Perché alla fine nonostante tutte le sue arie da “saputello del crimine” ed il suo cervello fino, Nick Castle, ed ecco finalmente svelato il nome di questo simpaticone, non è altro che un animaletto ammaestrato agli ordini del vero burattinaio nell'ombra dell'intera vicenda, cioè il Maestro.

Intendiamoci, dirvi come si chiama (avrete già capito che quindi il suo compare è Muggs) non sposta di un millimetro il piacere della lettura degli albi anche perché la loro identità non era una novità già dalle prime pagine del primo volume dell'avventura divisa in quattro albi, perciò ormai possiamo chiamare i nemici con il loro nome e guardare in faccia il volto del male.

Bisogna però riconoscere che per quanto carogna, Castle sappia fare il “suo lavoro” riuscendo a dare del filo da torcere addirittura allo stesso Tex, il quale con il solito ardore, Carson direbbe con la sua solita “sconsideratezza da satanasso scavezzacollo”, non esita a infilarsi nella tana del leone per cercare di chiudere la partita alla svelta, mettendo le mani sul grande capo in persona.

Quanto meno questo sarebbe il piano originale, che viene disatteso proprio dall'ingegno e dalla prudente efficienza degli antagonisti: per un attimo restiamo di sasso, trovandoci circondati da un numero esorbitante di avversari, apparentemente senza via di scampo. Eppure dovremmo sapere che il Ranger non è un uomo comune e che non si arrende davanti a niente.

Non sarà questo il solo punto della narrazione in cui assisteremo nel giro di un paio di tavole al totale stravolgimento della situazione. Ci vengono sottoposte una sfilza di mosse e contromosse degne del più abile stratega o se volete di un intricato ma godibilissimo film giallo, nel quale non mancano per nostra fortuna spettacolari ed indiavolate scene d'azione.

Non importa se Liddel può assoldare stuoli di scampa-forche pronti ad obbedire ai suoi ordini e diffondere paura e disperazione per le strade: i Nostri non fanno economia di piombo e la loro scorta di munizioni non è sicuramente agli sgoccioli. Quell'accozzaglia di banditi e delinquenti imparerà presto a proprie spese quanto grave sia l'errore di prendere sotto gamba l'abilità dei Rangers sia che si tratti di maneggiare le pistole sia per quanto riguarda l'utilizzo di un'altra arma, forse anche più potente di una Colt: l'arguzia.

Anticipare le mosse degli avversari in questo caso conta quanto avere una mira precisa: quindi attenti agli angoli e tenete giù la zucca se non volete che un “confetto” vi faccia la sfumatura alta. All'improvviso potrebbe scoppiare l'inferno: starà a voi scegliere se schizzare al riparo e lasciar fare ai professionisti o dare manforte coprendo loro le spalle, prestando orecchio al consiglio dell'esperto Carson quando ci invita a darci dentro ma stando “attenti a non colpire il suo pard”.

Perché, avevate qualche dubbio che Tex non si trovasse sempre e comunque nell'occhio del ciclone?

Le capacità dell'autore della trama riescono a dosare da maestro (sto parlando di Boselli non di Liddel) momenti più calmi, ad esempio quando Aquila della Notte e Capelli d'Argento si trovano nella sede della polizia, a Mulberry Street (anche di questa strada, realmente esistente a New York, avevo parlato la volta scorsa) che servono sia a loro che a noi per fare il punto, nonchè veri e propri colpi di scena costituenti inaspettate svolte nelle indagini i quali si intervallano sapientemente con gli inevitabili scambi di opinione a base di proiettili, necessari “sonniferi” per ridurre a più miti consigli chi invece di alzare le mani preferisce resistere all'arresto sparacchiando all'impazzata contro le autorità.

I disegni di Dotti come sempre superlativi riescono a ricreare atmosfere, ambientazioni e luoghi facendoceli visualizzare anche meglio di quanto potremmo fare osservando fotografie o cartoline: non mi riferisco “solamente” alla cura dei dettagli ed alla precisione nel riprodurre posti reali, che tornano in piedi mattone su mattone se si tratta di palazzi ormai non più esistenti nella città odierna: gli stessi personaggi, non importa se characters frutto di mera fantasia o che all'epoca avevano davvero camminato per la Manhattan della seconda metà del Diciannovesimo secolo, prendono vita. Tutti, nessuno escluso. E ci sembra di essere lì, direttamente risucchiati dalle vignette.

Perciò ci si gela il sangue quando veniamo catapultati nel covo del nemico, ascoltando la sua roca voce gracchiante insani propositi di rivalsa nei confronti della popolazione od oscure minacce contro Tex e Carson, abbiamo i timpani che fischiano per i “cilindretti di piombo” passati troppo vicini alla nostra testa dopo una sparatoria, ci sembra quasi di percepire l'odore assolutamente sgradevole dei cunicoli dei canali fognari, umidi e ben poco accoglienti, sfruttati come passaggi segreti e non riusciamo a soffocare una risata quando assistiamo alle “prove” di uno spettacolo che vedrà due ospiti d'eccezione calcare il palcoscenico: niente meno che i più famosi Rangers della Frontiera, Tex Willer e Kit Carson. Personalmente, ritengo le critiche anche aspre mosse nei confronti di questo intermezzo del tutto fuori luogo, non solo per i toni utilizzati ma per il fatto che non hanno basi solide su cui fondarsi: la simpatia contagiosa ed innata del vecchio Kit, meglio non farvi sentire se usate questa parola, causa naturali siparietti che tutti noi ci aspettiamo ma che servono alla narrazione come momento di alleggerimento, per far tirare il fiato anche al lettore dopo la tensione del racconto.

Sono letteralmente scoppiato in una sonora risata da solo quando ho notato una tavola nella quale Tex non riesce a trattenere lui stesso il sorriso, intaccando la sua nota imperturbabilità: al pari di un attore di un film che, per non uscire dalla parte, cerca di mascherare come può un attacco di ilarità, il nostro eroe si lascia andare ad uno sconsolato gesto mettendosi una mano sugli occhi quando Carson si fa prendere dalla foga artistica recitando a braccio facendo sudare le proverbiali sette camicie al povero Ned Buntline, scrittore che anche nella realtà ha fatto coppia con Buffalo Bill Cody ideando sceneggiature e copioni per diversi dei suoi spettacoli. (Anche del buon Ned ho detto qualcosa nella prima parte.)

Ma se Carson infila tra le battute i suoi “gran putifarre” ogni due per tre, noi non possiamo fare a meno di esclamare “che mi venga un colpo” facendogli concorrenza quando abbiamo la possibilità di ammirare un'altra dimostrazione dell'arte che Dotti è in grado di regalarci: sto parlando della vignetta quasi a tutta pagina, insolito formato per la usuale impaginazione ma che già in altri volumi ci era stato presentato scatenando cori da stadio per la magnificenza delle immagini, che racchiude proprio la summa, cioè il sunto di ciò che è accaduto contro quel fanatico di El Supremo: Carson alla Gatling, “giocattolo” che si è destreggiato a maneggiare anche in altre occasioni (come in “Sfida sulla Sierra” al tempo degli “Invincibili”) sempre con letale efficacia, è l'esempio del fatto che quando si scherza si scherza ma se c'è da menare le mani quel pizzetto grigio non deve assolutamente creare equivoci. Con buona pace di chi talvolta si lamenta del fatto che Capelli d'Argento rischi di fare semplicemente da “spalla” al protagonista dalla camicia gialla.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a DOTTI

 

Anche in questa seconda parte della storia non mancano i riferimenti al reale, dimostrando ancora una volta il certosino lavoro di ricerca che si nasconde dietro alla preparazione degli albi.

Riempite il bicchiere e mettetevi comodi. La Storia si mescola nuovamente con la Leggenda.

Durante uno dei colloqui con l'Ispettore Byrnes arriva nell'ufficio del capo uno strano pacco, contenente l'ennesimo ricatto da parte del Maestro. Niente paura, nulla di ciò che si potrebbe pensare anche se qualche precauzione è d'obbligo: siamo quindi testimoni insieme a Tex e Carson oggettivamente basiti, dell'applicazione di un prodigio della tecnologia: il fonografo.

Ideato da Thomas Edison nel 1877, segue l'invenzione del telegrafo di circa una quarantina d'anni. In pratica Edison aveva inventato un ripetitore in grado di riprodurre incidendoli su un disco i punti e le linee del codice Morse. Grazie alla traccia che si sviluppava a spirale in un cilindro, il tutto poteva venire riprodotto senza l'operatore, cioè senza l'addetto al telegrafo. Pare che l'idea gli venne quando si accorse che se tale disco girava ad una certa velocità sviluppava vibrazioni che ricordavano la voce umana. Quindi il suo obiettivo era quello di inventare qualcosa che registrasse messaggi vocali al fine di farli sentire a distanza, non in tempo reale.

Il prototipo era costituito, come già accennato, da un cilindro di ottone lungo all'incirca 10 centimetri sostenuto da una sorta di lungo supporto filettato, proprio come ci mostra lo stesso Byrnes nelle accuratissime chine di Dotti. Dentro il cilindro, la cui superficie interna era ricoperta di stagnola, vi era un solco a spirale di circa due millimetri di larghezza. Quando si registrava il messaggio il cilindro era fatto ruotare e la stagnola veniva incisa dalla puntina collegata alla membrana. Per riprodurre poi ciò che era stato registrato (o inciso se volete) il procedimento teoricamente avrebbe banalmente dovuto essere quello opposto, con l'aggiunta di una seconda membrana. Il solco impresso sulla lamina avrebbe fatto vibrare la membrana riportando il suono che era stato “intrappolato” nei solchi. Lo stesso apparecchio quindi poteva servire sia per realizzare un messaggio che per ascoltarlo. Non indovinereste mai quale fu la prima frase che Edison incise nella sua invenzione: “Mary had a little lamb” (Mary aveva un agnellino). Che c'è: sua l'invenzione, sua la frase da dire.

Ovviamente non si poteva pretendere una qualità audio pari a quella dei nostri moderni cd ma col tempo il fonografo divenne in grado di ripetere con ragionevole precisione parole e discorsi espressi a voce.

Vi ricordate dei guai che il nostro Marconi dovette affrontare in merito all'introduzione del telefono di cui abbiamo discusso la volta scorsa? Ecco, Edison ne ebbe qualcuno in meno perché nel 1878 riuscì ad ottenere dei finanziamenti e grazie ai suoi “sponsor” fondò la Edison Speaking Phonograph Company, con l'intento di installare il fonografo nei luna-park e nelle fiere a scopo pubblicitario. Infatti il pubblico avrebbe potuto servirsene grazie a dei gettoni. Non si era ancora pronti per tenerne uno in ogni ufficio, come auspicava il brillante pensatore (ok, ho detto brillante ma pur trattandosi di Edison, vi assicuro che non era una battuta). Secondo la sua idea, avrebbe potuto essere sfruttato per dettare lettere di lavoro, creare libri per non vedenti (ehi, questa cosa non mi giunge nuova…) ed addirittura nell'insegnamento.

Fate conto che, come un novello Leonardo che aveva ipotizzato diverse invenzioni pur non potendole realizzare per i suoi tempi, Edison era arrivato a immaginare una sorta di segreteria telefonica. Infatti questo tipo di apparecchio non era stato concepito per la realizzazione di registrazioni musicali, settore che non interessava granchè all'inventore.

Ma secondo voi, quel buontempone di Bell poteva resistere alla tentazione di ficcare il naso anche nel lavoro di Edison, proprio come aveva fatto con Marconi? Risposta facile, ovviamente no.

Anche se stavolta non fu Alexander Graham Bell a cavalcare l'onda ma suo cugino, Chichester Bell (era un vizio di famiglia, evidentemente).

Il “cugino meno famoso” ed un certo Tainter nel 1880 presentarono un derivato del fonografo, chiamandolo grafofono. In pratica al posto della stagnola aveva la cera. Ed era fornito di un braccio snodabile che riduceva l'incisione permettendo l'aumentare della durata della registrazione (pare almeno di una decina di minuti). Bah, se non è zuppa è pan bagnato.

Però chi la fa l'aspetti perché dopo il 1885 uno dei collaboratori di Bell, tale Emile Berliner, introdusse una innovazione che aprì un mondo. Sostituendo il cilindro con un disco, ed in tal modo la puntina non avrebbe più oscillato in su e in giù ma in senso orizzontale, inventò il grammofono, brevettato nel 1887. Sembra roba da poco ma il fatto che la puntina restasse “in piano” eliminava la forza di gravità migliorando la qualità del suono. C'erano degli svantaggi legati a spiegazioni puramente scientifiche nel passaggio da disco a cilindro ma d'altro canto il vantaggio principale era la possibilità di snellire la riproduzione e soprattutto la possibilità di creare la duplicazione di copie, ben meno complessa dei cilindri di Edison perciò adatta alla musica.

Cambiamo discorso ma restiamo in ambito prettamente storico.

Una delle location al centro della vicenda ha un nome non proprio rassicurante: “The Tombs”.

Non si tratta di un cimitero ma di un carcere di massima sicurezza.

“Le Tombe” adesso è il nome colloquiale con cui si definisce il Complesso di Detenzione di Manhattan, una “prigione municipale” situata in Lower Manhattan (l'indirizzo esatto è 125 White Street, nel caso qualcuno fosse curioso).

Questo amabile nomignolo però al tempo della nostra gita a New York si riferiva alla prima delle tre versioni precedenti della moderna gattabuia, situate nei Five Points (sempre di Lower Manhattan parliamo comunque) in un'area che ora viene conosciuta come “Civic Center”.

“Le Tombe” originali erano ufficialmente conosciute come “Halls of Justice”, costruite nel 1838, come riutilizzo di una vecchia prigione, la Bridewell Prison, risalente all'epoca coloniale, situata presso City Hall Park, eretta nel 1735 e demolita per l'appunto nel 1838. La nuova struttura incorporava materiali di quella su cui sarebbe sorta per risparmiare.

“The Tombs” che interessano a noi sono quelle dette “The Tombs I”: Casa di detenzione della città di New York dal 1838 al 1902 ma poi ci sono ulteriori discendenti diciamo cosi. “The Tombs II” (1902-1941) chiamata banalmente City Prison, “The Tombs III” (1941-1974) la Manhattan House of Detension e “The Tombs IV” (dal 1983 al presente) il Mahnattan Detention Complex.

Dal momento che quel fulmine travestito da disegnatore di Maurizio Dotti ha riprodotto assolutamente fedelmente la struttura originale il minimo che io possa fare per onorare il suo lavoro è spendere ancora qualche parola in merito.

Il primo complesso era stato progettato con uno stile che doveva riprendere una specie di “Revival Egizio”, per via della presenza di peculiari colonne che volevano ricordare templi antichi, da John Havilland. Girava una voce all'epoca: pare che l'architetto si fosse ispirato all'immagine di una tomba egizia ma non ci sono affatto prove della validità di tale “pettegolezzo”. Comunque vista la struttura c'è una sorta di nero senso dell'umorismo in tutto ciò. Occupava un intero block, vale a dire un intero isolato: circondata da Centre Street, Franklin Street, Elm Street (oggi Lafayette Street) e Leonard Street. All'inizio ospitava circa 300 prigionieri ed avrebbe dovuto costare ben 250mila dollari di allora ma questa cifra venne superata di molto prima della fine del cantiere.

L'edificio sorgeva sull'area dell'antico “Collect Pond” che era la principale fonte d'acqua della New York all'epoca delle colonie britanniche. L'aumento della popolazione e la progressiva intensa industrializzazione causarono l'irrimediabile inquinamento dello “stagno” (pond) e tale riserva d'acqua venne sequestrata e prosciugata per bonificare l'area, riempiendola di terra, e di tutto quello che si poteva trovare presumo, nel 1817. In ogni caso non fu fatto un lavoro di fino ed il suolo iniziò a collassare una decina di anni dopo. Ne risultò un luogo paludoso e maleodorante, tanto per abbellire ulteriormente quella “ridente vallata” chiamata Five Points. (Quartiere la cui storia ho analizzato nell'articolo precedente a questo.)

Il nome ufficiale, come ho detto, era “New York Halls of Justice and House of Detension” e conteneva il tribunale cittadino ed uffici della polizia. Charles Dickens non condivideva il gusto per quel tipo di architettura poiché nelle sue “American Notes” lo definisce triste, paragonabile alla casa di un “incantatore in un melodramma”.

La prigione era nota per la corruzione dilagante e per le rivolte o le evasioni. Un incendio distrusse parte dell'edificio nel 1842, guarda caso proprio nel giorno in cui un noto killer dell'epoca, un certo John Colt avrebbe dovuto essere impiccato. Sembra però che l'omonimo del nostro amico Colonnello Samuel non ebbe fortuna, finendo la sua carriera pugnalato. C'è chi dice che si tolse la vita nella sua cella.

Questa è una “news” che risale al novembre 1872 e che ricorda un episodio dell'avventura a fumetti: chi ha letto i volumi capirà al volo a cosa mi riferisco ma io scelgo di non rivelarvelo per non cadere nella trappola dello spoiler. Un certo Sharkey, condannato per omicidio, si “guadagnò” fama a livello nazionale per essere riuscito ad evadere travestito da donna. Non fu mai catturato e non si sa che fine abbia fatto.

 

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Una foto d'epoca delle Tombe, rinvenuta online.

 

Una delle caratteristiche che rendono il duo di loschi figuri Castle e Muggs ancora più viscidi è il fatto che spesso ricorrono a camuffamenti per mettere a segno i loro “colpi”. Non parlo di furti ma di attentati o comunque per nascondersi alle forze dell'ordine.

Pare che qualche lettore abbia perfino tirato in ballo Diabolik associando l'indole da trasformista del “Re del terrore” a quella dell'odioso biondino nemico di Tex. (Sì, esatto, non lo sopporto, come tutti i bulli.) Anche se posso capire alla lontana il ragionamento, io direi che non c'è assolutamente paragone tra le maschere indossate da Eva Kant e dal suo compagno, i quali possono prendere le sembianze di chiunque, ed i posticci travestimenti del galoppino del Maestro. Un tale accostamento aveva senso parlando di Proteus, in quel caso io stesso ho accennato al parallelismo sebbene facendo le dovute differenze, ma a mio parere qui siamo di fronte ad un modus operandi, tanto per usare un parolone, parecchio distante dall'avversario di Ginko.

Detto questo si torna a parlare di Storia. Mica pensavate di cavarvela così a buon mercato… (giù quelle sedie, compadres, stavo scherzando. Come siete permalosi!)

Come ben sappiamo il raccapricciante morbo del Maestro può colpire una persona non solo attraverso l'inoculazione ma per diffonderlo si può sfruttare l'acqua. Purtroppo.

Quindi uno degli obiettivi sensibili da proteggere in città è la principale riserva idrica di Manhattan, il Croton Reservoir.

Conosciuto pare anche come Murray Hill Reservoir, era un enorme serbatoio all'incrocio tra la 42esima strada e la Firth Avenue. Riforniva la città di acqua potabile ai tempi in cui Tex e Carson si occupavano della faccenda.

Si trattava di un vero a proprio lago artificiale di 16mila metri quadri, circondato e sostenuto da massicce mura di granito alte 15 metri e larghe quasi 8. Anche la sua facciata venne edificata ricordando il revival dello stile Egizio. Avevano proprio una fissa, gli architetti newyorkesi, in quel periodo. Era talmente grande che sulle mura esistevano passeggiate pubbliche equivalenti ai nostri lungomare, se posso usare questo termine, per offrire una vista panoramica sul lago. Sembra che Edgar Allan Poe amasse fare quattro passi da quelle parti e chissà, magari avrà avuto qualche idea per un suo racconto proprio lì. Il serbatoio conteneva una capacità totale di 20 milioni di galloni di acqua, all'incirca 76mila metri cubi.

Una dannata vascona!

Si iniziò a riempirla una volta ultimata nel 1842 con grandi e comprensibili festeggiamenti. Prima della costruzione dell'acquedotto l'acqua veniva stipata in cisterne, tirata su da pozzi e da singole bacinelle per la raccolta di acqua piovana, nelle varie abitazioni. Avremo modo di tornare sulla questione delle cisterne più avanti. (Scusate, non voleva suonare come una minaccia.)

Il nome di tale risorsa idrica deriva dal Croton River, situato a nord della Westchester County, che veniva sfruttato grazie ad una serie di condutture sotterranee.

L'impianto venne smantellato attorno al 1890. Oggi, al suo posto sorgono un'ala della New York Public Library e Bryant Park. Una parte delle originali fondamenta sono ancora visibili in una piazza del parco, la South Court.

Oggi l'acqua che rifornisce New York arriva da acquedotti moderni che si basano su tre tunnel principali. Dopo il Croton sopravvisse ancora a lungo il Central Park Reservoir, più ridotto ma anche quello oggi, precisamente dal 1993, non è più in uso. Anche su questo punto ci focalizzeremo a tempo debito.

Nella chiacchierata riguardante la prima parte di quest'avventura ci siamo fatti un'idea della localizzazione geografica dei quartieri di New York, abbiamo approfondito la conoscenza su Manhattan ed alcuni palazzi, eventi e persone che ne hanno segnato nel bene e nel male la storia della Grande Mela.

Uno degli approfondimenti storici che vi ho propinato verteva sulle attività illecite delle principali bande della città, i cui capi, nella vicenda di carta e chine, uno ad uno stavano facendo una bruttissima fine, uccisi dal Maestro al fine di prendere il potere e controllare egli stesso le gang, garantendosi così i loro servigi sbaragliando contemporaneamente la concorrenza.

Praticamente tutti si sono sottomessi per paura di rimetterci la pelle, anche perché tra l'altro come capita ai branchi senza una guida, non avrebbero neanche saputo come soffiarsi il naso, ma adesso veniamo a sapere che una gang ha offerto la propria lealtà a Liddel senza costrizioni. Basterebbe già questo a farci capire quali siano le proporzioni tra segatura e cervello presenti nelle loro zucche ma se ci aggiungiamo che sono pericolosi come scorpioni, matti come puledri imbizzarriti e per di più drogati fino al midollo, beh, non si delinea affatto un gruppetto di candidi chierichetti.

In soldoni, la gang dei Dusters nella trama narrata sulle pagine degli albi viene presentata come un'accozzaglia di dandy o artistucoli fuori di testa, di tossici senza scrupoli completamente dipendenti dalla “white dust”, letteralmente la polvere bianca (da qui il nome Dusters) e non devo certamente spiegarvi che non si tratta di bicarbonato.

Nelle mie ricerche ho scoperto che una gang chiamata gli “Hudson Dusters” esistette davvero, muovendosi tra i malfamati vicoli della Grande Mela, formatasi nei tardi anni 90 del 1800. Comprendeva i rimasugli di altre bande e si chiamava così perché all'inizio della loro “ascesa” avevano eletto a quartier generale un'abitazione in Hudson Street. Uno dei suoi fondatori fu un certo “Goo Goo Knox”, ex membro della “Gopher gang”: divenuto “ex” dopo essersela dovuta dare a gambe in seguito ad un fallito tentativo di diventare leader a spese del boss, decise, come dire, di mettersi in proprio. Anche se per strani casi del destino, le due bande in un secondo momento divennero alleate durante le guerre contro i “Gay Nineties”, i “Potashes” ed altri gruppi di pendagli da forca dal nome pittoresco, finendo per diventare vicini di casa di quel Paul Kelly (anche questo nome compare nella disamina nell'articolo scorso) che governava a Five Point.

Per il decennio successivo si contesero con altri angioletti loro pari il controllo del fiume Hudson.

Giunsero ad essere talmente potenti da restare coinvolti addirittura in brogli elettorali dopo essere stati assoldati da politicanti, inutile specificarlo, corrotti in cambio di protezioni “in alto loco”.

Pensate che membri della stampa cittadina conoscevano alcuni esponenti della gang perché li incontravano al Greenwich Village, nelle taverne, scrivendo pezzi che fornirono un'aura “diversa” alla gang, tanto da affascinare i lettori. Bah, imbrattacarte che giocavano col fuoco, se volete il mio parere.

Figuratevi che arrivarono a rappresentare lo spirito “bohemien” della zona ispirando alcune idee di attivisti per movimenti civili. Comunque sia, molti degli affiliati alla gang così come i loro capoccia, quindi immaginate come potevano essere lucidi nelle decisioni, erano dipendenti da droghe di vario genere ed erano noti per i loro festini a base di cocaina dopo i quali si abbandonavano a gratuiti atti di violenza ottenebrati dalle porcherie che avevano assunto.

Proprio per via degli appoggi politici i poliziotti avevano anche le mani legate, il più delle volte.

Tra i vari “affari” di cui si occupavano c'era anche il sequestro, chiamiamolo sequestro, di beni ai negozianti che avevano un'attività commerciale nelle zone da loro controllate. E trovavano anche il tempo di immortalare alcune loro imprese in liriche e poesie, dimostrando per altro una gran faccia tosta, per come la vedo io. Addirittura uno di questi “poems” che descriveva un fatto di sangue ai danni di un negoziante che si era ribellato e che era finito per un mese abbondante in ospedale, venne stampato su volantini che tappezzarono anche i muri della stazione di polizia più vicina e dell'ospedale dove quel poveraccio era stato ricoverato. Tale motivetto, doveva essere orecchiabile dal loro punto di vista, divenne una sorta di inno che i giovani membri della gang canticchiavano per le strade. Mmm, conoscendo i Rangers, so io quale accompagnamento musicale sarebbe stato loro offerto nel caso se li fossero trovati davanti in carne ed ossa, con tanto di assoli di clarinetto... Ora che sappiamo come stavano le cose, è una scommessa facile sostenere che molto probabilmente i Dusters della nostra avventura, che cercano ostinatamente di fermare con il petto i nostri piccoli e roventi amici calibro 45, siano ispirati ai veri balordi che infestavano Manhattan.

Comunque almeno stavolta non tutte le bande sono contro di noi. Non vi sarete dimenticati che abbiamo dalla nostra l'appoggio di una Tong e possiamo sfruttare la loro efficientissima rete di informatori e contatti.

In merito a questo argomento facciamo una breve digressione all'apparenza del tutto inutile. All'apparenza.

Ad un certo punto della storia impariamo cosa sono i biscotti della fortuna. Anche se noi abbiamo a che fare con cinesi, pare che il paese di origine di questi dolcetti sia il Giappone, sebbene la loro esatta provenienza non sia del tutto chiara ancora oggi. Forse proprio gli immigrati dal lontano Oriente li hanno fatti conoscere negli Stati Uniti verso la fine del Diciannovesimo secolo. In ogni caso a noi interessa il fatto che questi biscotti contengano dei messaggi nascosti (cominciate a fare due più due ora, vero?), i quali tradizionalmente contengono frasi benauguranti o “profetiche”.

In molti ristoranti in tutto il territorio degli USA vengono offerti ai clienti divenendo usuali anche nei ristoranti cinesi, sebbene in Cina tale usanza sia pressochè sconosciuta.

Ma allora gli autori di Tex si sono sbagliati? No, no, buoni che ora vi spiego.

La paternità della ricetta dei biscotti sembra attribuibile ai giapponesi ma la loro diffusione è merito dei cinesi che proprio in America li introdussero parallelamente alla fioritura dei loro commerci. Quindi è per questo che noi occidentali li chiamiamo biglietti della fortuna cinesi.

Come faccio a saperlo? Non me lo sono sognato, tranquilli. C'è chi ha basato più di una tesi di laurea su questo argomento: pare che la versione giapponese si chiamasse “Tsujiura senbei”. Esistono iscrizioni e stampe giapponesi del Diciannovesimo secolo sulle quali si descriveva come l'offerta di tali biscotti potesse placare contese e diatribe ma la massiccia immigrazione da parte dei cinesi sarebbe alla base del motivo per cui questi ultimi abbiano sorpassato da destra i loro “colleghi” orientali nel “business” dei biscotti.

 

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Diabolik ed Eva Kant in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a ZANIBONI.

 

Finalmente ad un certo punto ci viene rivelato che fine abbia fatto Pat Mac Ryan, il simpatico pugile irlandese dall'animo forse un po' ingenuo ma dal cuore al posto giusto e dal destro che metterebbe ko anche un rinoceronte.

Ed un fremito di timore per il nostro amico ci corre lungo la schiena quando lo vediamo ancora in compagnia di qualcuno dal quale farebbe meglio a tenersi alla larga, ma che egli ignora rappresentare un mortale pericolo per lui e per tantissimi altri.

Poco fa ho posto l'accento sul fatto che Tex e Carson saranno tra i protagonisti di una “piece” teatrale facente parte del “tour” di spettacoli messi in scena da Buffalo Bill coadiuvato da Buntline. I due Pards non si sono lasciati sedurre dalle luci della ribalta. Non hanno scelta.

Non riuscirete a scucirmi maggiori informazioni sul motivo per il quale devono recitare la parte di se stessi con pistole caricate a salve ma vi basti sapere che se di solito si può affermare a ragion veduta che quello a cui assistiamo a teatro (oggi diremmo più frequentemente in televisione) è tutto finto, stavolta di finto ci sarà ben poco. Con un ipnotico susseguirsi di stacchi e riprese come se si trattasse di una pellicola cinematografica, la scena culmine dell'albo intitolato “Panico a teatro” ci terrà con il cuore in gola: se sbaglierete mira ci andranno di mezzo degli innocenti, non tutte le armi saranno innocue e dovrete sfoderare la vostra migliore “faccia da poker” per sostenere un sottile e pericolosissimo bluff prima di calare gli assi. Aggiudicarsi quella mano non sarà per nulla facile. Come in un serrato combattimento di arti marziali tra due esperti, che rovesciano continuamente le sorti dello scontro senza lasciarci la possibilità di identificare in anticipo con ragionevole certezza il vincitore, ci sarà un incalzante aumentare della tensione che diventerà quasi insostenibile: ogni volta che sembrerà finita, avremo tra i piedi ancora un nemico pronto a sputare il suo veleno. E proprio di veleno si tratta quando c'è in ballo il Maestro. Come un demone, giocando con il terrore della gente e cercando di confondere la nostra mente, apparirà ora qui ora là, sempre distruttivo, sempre micidiale.

Come ho già detto, per evitare il peggio, Colt, riflessi pronti e nervi d'acciaio contro un avversario così mortalmente ingegnoso, saranno utili quanto la rapidissima capacità di ragionare ed adattarsi alla situazione dell'acuta mente di Tex.

Il Bowery Theatre che doveva ospitare la rappresentazione di una commedia diventerà luogo di una tragedia che rischierà di assumere le connotazioni di una terribile catastrofe.

Come crotali nascosti sotto un velo di sabbia, serpenti a due gambe salteranno fuori mescolati alla folla che aveva riempito la platea per assistere allo spettacolo e che inconsciamente si potrebbe trasformare in una vera marea di ostaggi. Ostaggi sia di bastardi con due dita di pelo sullo stomaco ma soprattutto della paura, della angoscia che si insinua sotto la pelle e che impedisce di controllarsi, facendoci diventare involontariamente alleati di chi o cosa stiamo combattendo.

Anche in questo frangente avrete la possibilità di scegliere: se la vostra decisione vi aveva portato a sedervi comodamente su una poltroncina ad assistere allo show, ora state fermi, non muovete un solo muscolo, proprio come se foste di fronte ad un serpente a sonagli ma se invece avevate qualche sospetto e vi eravate solo appoggiati ad una delle colonne in fondo al teatro per tenere d'occhio gli spettatori allora fate attenzione a dove mirate: non sono contemplati né accettabili errori quando si ha a che fare con la vita di molti innocenti.

Prima che si scateni il marasma generale e che vengano richiesti tutta la nostra concentrazione ed il nostro sangue freddo abbiamo tempo per una sorpresa, anzi ben due.

In una vignetta viene citata la celebre canzone preferita da Carson, “The girl I left behind me” (nel caso voleste fare un rapido ripasso, anche sulle origini di questa canzone ho avuto già modo di soffermarmici nella recensione dell'ultimo ColorTex, il numero 14) ma la vera “bomba” consiste nello scoprire chi si trova accanto a noi sul palcoscenico. Si tratta di una vecchia amica, ed in questo caso vecchia è sinonimo di carissima: la bella Annie Oakley!

Ok, se volete accusarmi di aver ceduto alla tentazione di un'anticipazione, fatelo pure, ma ai fini dello svolgimento della trama la presenza di “Piccolo Colpo Sicuro”, come la chiamavano gli indiani, non fa alcune differenza.

Avevamo incontrato l'abile tiratrice nella precedente storia contro il Maestro, ambientata a New Orleans ed anche allora lavorava per Cody, nel suo “Wild West Show”.

Dopo un inizio non proprio idilliaco, aveva intrecciato amicizia soprattutto con Carson ma aspettate ad affrettarvi a dargli del reprobo: il nostro Ranger dai capelli bianchi si era comportato da perfetto gentiluomo imparando ad apprezzare le doti di donzella sicuramente non indifesa della “piccola Annie”.

Non è un personaggio inventato ma una donna vera: Annie Oakley era il “nome d'arte” di Phoebe Ann Mosley nata in Ohio nel 1860 e deceduta nel 1926. Fu proprio la sua capacità con il fucile a farne una celebrità ed a renderla da persona a personaggio, tra i simboli dell'epopea del West. Siamo al cospetto di una vera star, amigos, e non lo dico con ironia.

Pare che non fosse una semplice vanteria il fatto che riuscisse a centrare una carta da gioco da trenta passi, anche più volte di fila con colpi in rapida successione (proprio come Letteri ci aveva mostrato durante le prove dello Show di Bill).

Per via della sua infanzia travagliata e vissuta in povertà non ebbe un'istruzione adeguata e pare che non fosse in grado di scrivere correttamente il suo cognome, facendolo terminare in “ee” e non in “ey”. Quanto meno Mosley è il nome che la “Annie Oakley Foundation” fornisce come ufficiale, anche confermato dai discendenti.

Costretta ad imparare a sopravvivere fin da piccola, iniziò a cacciare da bambina vendendo poi la selvaggina per mantenere i fratelli e divenendo già una nota “cecchina”, se mi fate passare il termine. Non mi addentro troppo nelle sue questioni di cuore: sposò un suo avversario in una gara di tiro che aveva scommesso di poter battere chiunque. Per sua sfortuna quel tizio si trovava nella zona dove abitava Annie ma oserei dire che, anche se perse, di poco, la contesa, vinse in un altro senso perché si innamorò ricambiato della sua avversaria. Si sposarono nel 1882. Ho anche scoperto da dove viene il suo “cognome finto”: sembra che Oakley fosse il quartiere nella città dove Annie e Butler, il marito, vissero per un po' e che si trova a Cincinnati, Ohio.

Furono entrambi star dello show di Wild Bill e come tutte le “dive” anche Annie inciampò in rivalità e false dicerie, oggi le chiameremmo “fake news”. La sua rivale più accanita era una certa Lillian Smith, che puntava sul fatto di essere più giovane di lei. Appena questa dolce miss ricevette il benservito da Cody, Annie tornò in forze allo spettacolo. Forse non tutti sanno che il soprannome “Piccolo Colpo Sicuro” non è un'invenzione bonelliana: Toro Seduto, che per diverso tempo prese parte alle tournèe del Wild West Show, e per altro personale amico di Bill, si affezionò alla donna “eleggendola” sua figlia adottiva, con il nome di “Watanya Cicilla” che venne tradotto proprio con il nomignolo che ho appena citato nei vari cartelloni pubblicitari.

C'è un leggenda di cui non posso garantire la veridicità sebbene venga data per certa in più di una delle fonti che ho consultato sul fatto che Toro Seduto inviò 65 dollari alla Oakley per avere una foto autografata ma Annie glieli rimandò indietro insieme ad una foto. Questa pare fu l'occasione del loro primo incontro.

Era una tosta ma sempre donna era e quindi un pizzico di vanità scorreva anche nelle sue vene: infatti si toglieva cinque o sei anni rispetto alla sua vera età quando le veniva chiesta in interviste o biografie: questo ha creato un po' di confusione riguardo l'esattezza storica nelle ricostruzioni di ogni frangente della sua vita. Proprio la competizione con il futuro marito Butler già ai suoi tempi venne “ambientata” prima del 1881 ma in realtà lei era circa sui 21 quando avvenne, anche se alcune fonti sostengono proprio che ne avesse appena 15. In gamba sì, ma non era uno Jedi, ed in ogni caso anche a quell'età sfido chiunque, rappresentante del sesso debole o forte (a voi stabilire chi siano gli uomini e chi le donne), a centrare 25 bersagli su 25.

Sì esibì per la Regina Vittoria ed il “nostro” Re Umberto I, tra le altre autorità, quando lo Show sbarcò in Europa. Anche il fatto che faceva saltare le sigarette tenute tra le labbra di coraggiosi volontari sembra non essere solo una fanfaronata diffusa per fare sensazione.

Pare che offrì un paio di volte, anche allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, i propri servigi direttamente al Presidente degli Stati Uniti come istruttrice dell'esercito ed in particolare di una compagnia di donne, una cinquantina di - oggi diremmo - “snipers” (tiratori scelti), ma non venne presa in considerazione.

Nel 1901 rimase vittima di un incidente ferroviario (altre fonti sostengono avvenne su un vaporetto altre ancora su una delle prime automobili) che le provocò non pochi danni fisici: venne operata anche alla spina dorsale, cosa che perfino adesso non è uno scherzetto, figuriamoci più di cento anni fa e che la costrinsero ad abbandonare le luci della ribalta.

A dire il vero lasciò lo spettacolo del suo amico Cody ma iniziò qualcosa di meno agitato: divenne attrice di teatro. Il “dramma” intitolato “The Western Girl” le fu in pratica cucito addosso dato che era previsto l'uso di pistole, fucili e lasso. Era una tiratrice micidiale anche dopo i 60 anni. Meglio non farla arrabbiare…

Questo non lo posso confermare ma gira voce che formò migliaia di donne aiutandole a prendere coscienza delle loro abilità anche con le armi ma proprio sulla loro forza interiore, favorendone l'apertura mentale. Diciamo che potrebbe essere stata una pioniera dell'autodifesa.

Insomma era una persona davvero in gamba e come spesso capita questo causa invidie ed attira un buon numero di avvoltoi che cercano notorietà sulle spalle di altri. Diavolo, succede in tutti gli ambiti, che ci siano soldi di mezzo o anche solamente “la gloria”, io stesso pur non essendo nessuno ho avuto più volte a che fare con qualche “strana coincidenza” destinata a lasciare comunque l'amaro in bocca ed aumentare la collezione di punti interrogativi sulla testa.

Tornando sui nostri binari, tale William Randolph Hearst si svegliò una mattina decidendo di pubblicare una storia (falsa, non serve ribadirlo) sul fatto che Annie fosse stata addirittura arrestata per furto, crimine commesso per comprare della droga, cocaina nello specifico.

Ma davvero, amigo, da dove diavolo hai tirato fuori questa panzana…

Sembra che un'attricetta come già allora ce n'erano fosse effettivamente finita dietro le sbarre ed al momento di dichiarare le proprie generalità, avesse risposto di chiamarsi “Annie Oakley”. Qualcuno dice che invece si trattava di una figurante che rappresentava la Oakley e che per questo venne confusa con lei. Va bene, se anche fosse, ciò avrebbe potuto accadere per i primi cinque minuti.

Ora, a parte il fatto che sarebbe bastato dare uno sguardo ad uno dei tantissimi cartelloni, libri, volantini o quant'altro e magari anche semplicemente chiedere ai colleghi della cialtroncella che aveva fornito falsa testimonianza come si chiamasse per verificare (la polizia di Chicago, dove avvenne l'arresto vero, non doveva aver messo sul caso un detective particolarmente acuto), ma perché uno che controlla fior di giornali come quel Hearst, sente il bisogno di gettare fango addosso a qualcuno che non conosce, che non gli ha fatto niente, per il puro gusto di farlo? Voi direte che sono un fessacchiotto: ovvio che lo ha fatto per vendere più copie dei suoi giornali. Verissimo, non ci sono dubbi su questo. Il fatto è che per fortuna qualche volta la giustizia funzionò pur senza Tex e Carson nei paraggi. Annie vinse qualcosa come più di cinquanta cause per diffamazione ed anche se ottenne come risarcimenti ben meno di quello che si sarebbe meritata e che le sarebbe spettato, come tutte le persone oneste, per lei il fatto di aver ripulito il suo nome era già un risultato soddisfacente.

E dire che altri giornali ripresero la notizia di quella caricatura di imbrattacarte senza fare a loro volta ulteriori indagini ma dando per buona la sua delirante versione. Come se non bastasse Hearst cercò anche di non sborsare i quasi 20 mila dollari (altri sostengono 27 mila) impostigli dai tribunali assoldando un detective privato che avrebbe dovuto raccogliere pettegolezzi o voci negative sulla Oakley.

Bravi, ci avete azzeccato: il detective se ne tornò a casa con un pugno di mosche. Adesso che la storia ha stabilito la verità e che per fortuna già quando era ancora in vita la Oakley uscì pulita da questa brutta faccenda, considerando anche che venne fuori che Annie non era neanche a Chicago quando il furto venne commesso, mister “magnate dell'editoria” invece che immagine ha dato di sé? Io non mi pronuncio oltre ma lascio a voi “l'ardua sentenza”.

Comunque se qualcuno si sta chiedendo chi fosse Hearst vi riassumo brevemente che è stato un editore, un imprenditore in ambito giornalistico ed un politico. In pratica divenne un riccone a capo di un vero e proprio impero della carta stampata anche se poi se lo vide sfumare tra le dita nella seconda parte della sua vita. Morì in California, a Beverly Hills nel 1951, ed essendo nato nel 1853, ora che conosciamo parte dei suoi trascorsi, si può ben affermare che la gramigna è resistente.

Il suo nome viene associato al San Francisco Examiner ed al New York Morning Journal che sotto la sua guida perse il “Morning”.

Tentò più volte di scendere in campo in politica ma da ciò che ho letto aveva idee quantomeno insolite: dapprima eletto nel Partito Democratico spera addirittura di concorrere per le elezioni presidenziali ma i suoi piani non vanno lisci. Fonda un partito indipendente, cerca di farsi eleggere governatore di New York senza successo, riprova fondando un nuovo partito stavolta sperando inutilmente di diventare sindaco di New York. Fallimento su tutti i fronti.

Forse sarebbe stato meglio cercare di sfogare la sua frustrazione in altri modi, piuttosto che infamare un simbolo della Nazione come Annie Oakley.

Piccolo Colpo Sicuro strinse anche amicizia con Thomas Edison: Annie e Butler si esibirono in un antenato dei film (sebbene poi lei stessa compaia in pellicole nei primi anni del Novecento): il kinetoscopio di Edison, il precursore del proiettore cinematografico.

Risale al 1894 “The Little Sure Shot of the Wild West”: si tratta di un filmato di una esibizione di tiro.

Si fece portavoce delle donne per avvalorarne il valore sociale e raccolse ingenti quantità di denaro a favore della Croce Rossa.

Ancora sposata con Butler, che le faceva anche da manager, nel 1922, Annie ed il marito ebbero un brutto incidente d'auto che la obbligò ad indossare una sorta di tutore di metallo alla gamba destra. Voi direte, per il resto della sua vita? Assolutamente no, dopo un annetto sgambettava di nuovo sempre pronta a centrare anche cento bersagli di fila nelle competizioni di tiro. Morì nel 1925.

Il marito morì una ventina di giorni dopo, un po' perché aveva una decina di anni più di lei ed un po' per il dolore della perdita, non volendo più mangiare dalla morte della moglie.

Il nome di Annie Oakley compare nel “National Cowgirl Museum and Hall of Fame” a Fort Worth, Texas.

 

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Ritratto di Annie Oakley ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Tornando alla nostra storia di carta, la baraonda che caratterizza la serata al Bowery Theatre non mette certo la parola fine all'intera vicenda. Possiamo ricominciare a respirare solamente grazie al grande coraggio ed ai riflessi dimostrati da un nostro amico, un tipo speciale anzi “Special” (e con questo sono sicuro che molti di voi hanno capito a chi mi riferisco) che riesce ad afferrare al volo, letteralmente, l'opportunità di rendersi utile, salvando molte vite.

Se gli spettatori non corrono più pericolo, almeno per ora, noi non possiamo assolutamente sederci a tirare il fiato. Come ci suggerisce la dinamica copertina di Villa, l'ultimo albo di questo quartetto inizia con un forsennato inseguimento sui tetti di un treno. In realtà non si tratta di un treno vero e proprio ma della sopraelevata che sferraglia sopra le teste degli abitanti di Manhattan.

Era una linea ferroviaria che contava quattro linee tutte facenti capo alla “Manhattan Railway Company”.

Anche in questa occasione i disegni di Dotti sono coinvolgenti e dettagliati, tanto che ci sembra di avere le narici invase dal fumo e dal vapore dei convogli e poi, grazie ad uno di quegli stacchi che, ormai lo sappiamo, caratterizzano lo stile dell'impostazione narrativa, il profumo di bagnoschiuma quando come per magia ritorniamo nella stanza d'albergo all'Astor House (vedere prima parte), dove Tex e Carson si godono un meritato riposo. Ed ammirare il Vecchio Cammello con accappatoio, stivali e Stetson malmesso sulla testa che si gode un sigaro dopo un bel bagno caldo è davvero impagabile.

In una delle varie scene in cui i due Pards si ritrovano insieme all'ispettore Byrnes che li ragguaglia sulla situazione vengono nominati alcuni dei più importanti giornali newyorkesi dell'epoca.

Il “Sun” era un quotidiano che è stato pubblicato a New York dal 1833 al 1950. E' stato il primo quotidiano in vendita ad un penny. Aveva lo slogan “It shines for all” (Splende per tutti) e veniva distribuito per le strade dagli strilloni, novità pressochè assoluta fino ad allora, poichè si era soliti abbonarsi ai giornali che si seguivano e quindi la stampa non raggiungeva proprio il grande pubblico. La sua fortuna fu il puntare a rivolgersi non solo ai pochi che potevano permetterselo introducendo anche articoli di cronaca locale.

Il “New York Tribune”, altro quotidiano, venne fondato nel 1841 e fu considerato uno dei primi quotidiani degli interi Stati Uniti. Successivamente il Tribune si fuse con il “New York Herald” diventando nel 1922 il “New York Herald Tribune” (fantasia a gogò proprio) restando sulla breccia fino alla metà del Novecento, cessando poi le pubblicazioni.

Prima di questa fusione l'Herald era stato un giornale ad ampia diffusione, fondato nel 1835. E' un altro esempio di “penny press”, cioè di stampa venduta ad un penny, dopo il “New York Sun”.

Pare che fu questo giornale a finanziare la spedizione in Africa per ritrovare David Livingstone.

Talvolta viene offerta al lettore la possibilità di dare una sbirciata nel covo del Maestro in modo che si possano seguire in parallelo gli sforzi da parte delle forze dell'ordine per fermare le sue maledette macchinazioni e dall'altra conoscere le intenzioni di quel dannato pazzo, sapendo in anticipo quali siano le sue prossime mosse. In ogni caso niente di buono, avendo sempre come chiodo fisso l'idea di terrorizzare la popolazione ed arrivando nel suo delirio di onnipotenza a decidere di voler avvelenare con quel suo veleno, le riserve idriche della città, come ci era stato anticipato nel “trailer” presente nel terzo volume.

La crudeltà e la fredda determinazione di Liddel sono tali da far vacillare per un attimo anche i suoi compari Castle e Muggs che però non smettono di servirlo come cagnolini ben addestrati. Anzi, lo stesso Castle si impegna in prima persona per realizzare il folle piano e colpire in vari punti della città, per “dare un messaggio” sia ai Rangers sia agli alti papaveri in modo che si pieghino alle richieste senza reagire.

Fortunatamente anche quel balordo dal ghiaccio nelle vene non è esente da errori e non sospetta che uno di quelli che lui considera fedeli e timorosi “sottoposti” del Maestro, non è così docile come sembra, pur andando contro le sue stesse convinzioni che lo spingerebbero ad obbedire allo Jangshi, vale a dire il demone dietro alla cui maschera si è presentato alle Tong cinesi Liddel. (L'altra volta avevo fornito qualche notizia sulla provenienza delle leggende che vedono protagonista questa sorta di vampiro cinese).

Vengono chiamati in causa anche gli irascibili ma leali irlandesi del Clan na Gael, l'organizzazione che si occupa di aiutare i “figli della Verde Irlanda” in America (anche in questo caso ho spiegato a fondo di che si tratta nell'articolo inerente la prima parte dell'avventura) che hanno il compito di tenere occhi ed orecchie bene aperti informando i Rangers di qualunque cosa risulti fuori posto. Hanno chiarito più di una volta di non andare particolarmente d'accordo con gli sbirri ma per gli amici di Pat Mac Ryan e della ex banda degli “Invincibili” sono disposti a fare un'eccezione.

A proposito di Pat, che fine ha fatto quella montagna di muscoli con un armadio pieno solamente di canottiere a strisce? E' ancora ben nascosto, in mano a gente estremamente pericolosa, della quale però lui stesso non sospetta l'indole viscida e meschina, non immaginando minimamente di costituire una pedina in un gioco mortale avente come scopo quello di sotterrare i suoi amici Tex e Carson. Il pugile irlandese però non è del tutto privo di buon senso e benchè non possa arrivare ad intuire in che razza di guaio si sia messo, non per colpa sua, inizia a registrare qualche sfumatura che non gli quadra.

Quando non cerca di rifilare al buon Pat qualcuna delle sue frottole, Castle, sempre seguito dal compare Muggs, si aggira come un angelo della morte, per portare a termine le direttive del suo padrone, che diventa sempre più preda di incontrollati attacchi d'ira ma che purtroppo quando si tratta di escogitare schifezze non solo è lucidissimo ma accetta perfino consigli sul da farsi. Un cialtrone che si crede Napoleone però col cervello di uno scienziato pazzo: c'è ben poco da stare allegri.

Visto che le riserve idriche della città sono fortemente presidiate, l'alternativa più immediata che viene in mente a quella combriccola di assassini è bypassare il serbatoio generale ed infettare diverse aree in altrettanti quartieri, in modo da scatenare il panico nel cuore di New York. Nascosti dietro un'innocua facciata di “addetti alle pulizie” i due coyotes credono di avere la strada spianata per il loro sporco lavoro. In realtà noi sappiamo che grazie all'astuzia di Tex c'è una trappola pronta a scattare con una serie di contromisure già pronte ad essere applicate per neutralizzare la minaccia. L'utilizzo di alleati che pur di liberarsi dal giogo del Maestro hanno momentaneamente deciso di collaborare con la legge si rivela fondamentale. Ed anche di questo dobbiamo ringraziare Aquila della Notte, per via del suo modo di trattare con rispetto chi fa dell'onore un vero modo di vivere, anche se a modo suo, dal momento che si tratta pur sempre di Tong, e quindi di bande che agiscono al margine, volendo essere generosi, della legalità.

 

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Ritratto del vero Ned Buntline ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

La “vecchia signora con la falce” non fa differenze ed espande la sua minacciosa ombra sia sui quartieri alti che nelle aree popolari. Ma c'era qualcosa d'altro, di molto più terreno, che accomunava le zone di New York, qualcosa che avremmo potuto vedere solamente alzando lo sguardo e dando un'attenta occhiata ai tetti dei palazzi più alti.

Di cosa sto parlando? Presto detto: delle cisterne di raccolta dell'acqua.

Per mantenere costante la pressione dell'acqua nei palazzi con un gran numero di piani ed oggigiorno sui grattacieli, serviva installare questa cisterne in modo da avere dalla propria anche la gravità. Tutt'ora a New York ce ne sono più di 17 mila di questi serbatoi e ne influenzano lo skyline. Sono costruite principalmente in legno perché è un materiale meno sensibile agli sbalzi di temperatura, oggettivamente meno costoso di altri e può durare parecchi anni.

Ovviamente con le dovute manutenzioni. Se ho ben capito, sembra che ci siano due scomparti in queste cisterne: la parte superiore rifornisce i rubinetti mentre quella inferiore, meno pulita per via dei sedimenti, può servire per servizi di emergenza quali interventi dei pompieri, ad esempio.

New York non è la sola città ad avere queste gigantesche bacinelle sui tetti ma è divenuta unica per il fatto che tali costruzioni sono state trasformate in “tele” per quadri e cartelloni di artisti noti anche a livello nazionale.

Sembra un problema da poco, ma con l'aumentare della popolazione e la costruzione di palazzi molto alti, di sei o più piani, non sto pensando solamente alle zone “vip” di Manhattan, come abbiamo anche modo di verificare nelle pagine di Tex, la possibilità di usufruire di acqua corrente divenne una questione sociale. Prima di arrivare ad avere accesso a più rubinetti come quelli classici a cui siamo abituati noi in ogni casa, c'erano quelli comuni, presenti su ogni piano e comunque il problema restava lo stesso: d'altra parte l'ipotesi di pompe idrauliche non era realizzabile ed il principio dei vasi comunicanti sfruttato per gli edifici più bassi non poteva più essere applicato.

Il posizionamento di queste “water tanks” (per l'appunto cisterne in inglese) permetteva di aggirare le difficoltà anche su grattacieli che raggiungevano altezze vertiginose. Il funzionamento era elementare: l'acqua arrivava per caduta. Semplicemente. Certo, non erano tutte rose e fiori: il discorso dei controlli igienici formerebbe un quadro ben poco idilliaco e perfino ai giorni nostri, nonostante i vari certificati e le regole che ci sono, accade che si verifichino infezioni batteriche aventi come focolaio proprio le cisterne.

Ho detto che la maggior parte veniva costruita in legno, anche se oggi ne esistono in acciaio. Attualmente sembra che il cedro della California sia il più richiesto. Ce ne sono di differenti misure anche per evitare che l'appartamento subito al di sotto diventi una piscina per il crollo del soffitto.

La capienza perciò varia dai 4000 litri fino addirittura ai 37000 (per quelle più moderne) ma sinceramente a noi, per lo meno a me, non interessa particolarmente quanta acqua contenessero esattamente, l'importante è che a parte le infestazioni naturali, sembrano fatte apposta per stuzzicare la mente malata di uno sbiellato maniaco come quello che stiamo a tutti i costi cercando di fermare.

Ma perché mettersi tutta quest'acqua sulla testa, se Manhattan e l'intera New York sono piene di fiumi?

La risposta principale va ricercata nell'era del boom industriale. L'inquinamento e la sostanziale assenza di un sistema fognario come si deve (non c'erano stati i Romani da quelle parti a costruire acquedotti e affini) impediva il drenaggio delle acque reflue. Venne perfino costituita una associazione di cittadini per studiare una riforma della salute pubblica ed in particolare per migliorare le condizioni igieniche dell'acqua con cui la popolazione si dissetava.

Il Dipartimento del lavori pubblici venne fondato nel 1870 allo scopo di studiare un sistema di drenaggio e filtrazione delle acque così fin dal 1880 si iniziarono le costruzioni di tubature al fine di rimpiazzare il recupero dell'acqua direttamente dai pozzi.

Pare ci siano tre famiglie che si occupano dell'installazione e della manutenzione di questi giganti, due delle quali sono in attività da più di un secolo: la “Rosenwach Tank Company”, la “Isseks Brothers” e la “American Pipe and Tank”. Sono tutte e tre a conduzione familiare.

La prima è la più nota, iniziò la sua attività nel Lower East Side di Manhattan nel 1866, fondata da un certo William Dalton che in seguito assunse anche un immigrato polacco, Harris Rosenwach. Alla morte di Dalton, il suo “secondo in comando” comprò la compagnia per, non è un errore, 55 dollari e la ingrandì includendo la preservazione degli edifici storici, espandendosi anche nel campo dell'arredamento per esterni ed in nuove tecnologie legate al suo “primo amore”, le cisterne in legno.

I fratelli Isseks aprirono i battenti nel 1890 e sembra che tutt'oggi seguano ancora la vecchie “ricette” per la costruzione e la manutenzione di quei bestioni pieni d'acqua.

L'American Pipe (che significa tubo) and Tank Lining (che sta per rivestimento) si occupa non solo delle cisterne per l'acqua ma inoltre di quelle contenenti carburante.

Anche le moderne installazioni preferiscono scegliere ancora il legno quando possibile: la loro durata è di circa 30- 35 anni considerando che nonostante tutti i rivestimenti che volete il legno a lungo andare rischia di marcire o di “imbarcarsi”, senza dimenticare che se da un lato tale materiale è piuttosto malleabile, il continuo utilizzo con alternanze di svuotamento e riempimento espande le strutture a seconda del livello di acqua in esse contenuto.

Non ci sono solo compagnie che fanno tutto il lavoro ma alcune società come la “New York Wood Tank” si occupano solamente della riparazione e della manutenzione o la sostituzione tramite prefabbricati delle water tanks per l'acqua potabile e le riserve antincendio. Sul loro sito, ebbene sì sono andato a curiosare, c'è scritto che svolgono manutenzioni annuali che prevedono pulitura e disinfezione delle cisterne in ottemperanza alle leggi della città di New York ed anche speciali accorgimenti a seconda delle stagioni in vista dei cambiamenti climatici per assicurare l'efficienza del servizio. Ho perciò trovato parecchie informazioni su questo tipo di immense “tinozze” e sul lavoro per aggiustarle ma nello specifico riguardo alla ditta menzionata nella storia che stiamo analizzando, devo ammettere che ho riscontrato qualche difficoltà. Viene citata la ditta Jablonski Brothers. Io non ho rinvenuto specifiche indicazioni sull'esistenza di questo nome: lo stesso Castle afferma che si tratta di una ditta polacca. Un polacco, come avete potuto leggere, l'ho trovato ma non aveva quel cognome. Perciò o il mio fiuto da ficcanaso ha perso un colpo e la società nominata ha magari cambiato nome come certe strade, oppure gli autori si sono ispirati a qualcuna di quelle realmente esistenti. Non che io mi dia facilmente per vinto. Ho trovato anche troppi Jablonski, tra cui un fisico polacco. E quello è veramente un cognome polacco derivato da jablon che significa albero di mele. Perciò con New York, la Grande Mela, calza a pennello. Ho anche scoperto un Ian Jablonski, specialista di qualità dell'acqua, ma operante in Inghilterra ed ai giorni nostri.

Comunque facendo qualche ricerca ho dato un'occhiata su un sito: quello della “Jablonski Building Conservation” con sede a New York. Si definiscono “architectural conservators”, in sostanza si occupano di conservare e ristrutturare palazzi storici, dipinti, mosaici, statue, cimiteri, ponti e chi più ne ha più ne metta, compresa la manutenzione di strutture “storicamente rappresentative della città” il che include anche le nostre water tanks. Potrebbe essere una evoluzione della ditta presente nella storia di Tex o un caso di omonimia, ma direi che sulle cisterne abbiamo già detto parecchio.

Ma a parte le disquisizioni sulle ditte che si occupavano di rattoppare queste immense bacinelle, che non era di sicuro il più facile dei lavori, prima bisognava raggiungerle e nemmeno farsi sei o più piani di scale a piedi con tutto il materiale non era un intermezzo rilassante.

Per fortuna la tecnologia avrebbe potuto correre in nostro soccorso con una moderna innovazione. Quale? Tenetevi forte perché questa mi sa che non ve la sareste aspettata: l'ascensore!

Non guardatemi così, non è mia abitudine consumare peyote. Ho proprio detto ascensore.

Che compare in una scena del terzo albo di questa storia. Non serve che vi spieghi cosa sia, ma è doveroso spendere due parole sulle sue origini. Rischiando di diventare un bersaglio per le vostre sedie e bottiglie vuote potrei dirvi che già Archimede di Siracusa narra la leggenda, aveva inventato un antenato di tale mezzo per sollevare persone e cose… ma non intendo prenderla così larga.

Nel 1700 compaiono esempi di “sedie volanti” in palazzi reali o residenze importanti come a Versailles o nella Reggia di Caserta (quest'ultimo ad opera di Luigi Vanvitelli).

Ma oltre agli esempi di “macchine per privilegiati” i luoghi in cui si poterono sviluppare le idee sull'ascensore furono le miniere, per lo spostamento verticale di uomini e sostanze estratte. All'inizio del Diciannovesimo secolo si applicò un motore a vapore al congegno. In precedenza si era costretti ad andare a forza di braccia. Fu proprio a New York che si utilizzò la prima applicazione dell'ascensore, nel 1857, mentre da noi in Italia arriva nel 1870 per un albergo di Roma. La Francia con quello montato per la Tour Eiffel vi giunge nel 1889, facendo le cose in grande.

Ovviamente il prototipo che compare nelle pagine di Tex ha il manovratore che non era solo un vezzo da hotel per ricconi quanto proprio un mestiere, anche perché non erano solo le porte ad avere l'apertura manuale. Esisteva proprio un quadro dei comandi, sulle prime elettromeccanici. Sempre americano è il brevetto del primo “paracadute”, cioè del sistema di sicurezza che avrebbe dovuto attutire la caduta della cabina in caso di malfunzionamento, datato 1853 ad opera di un certo Elisha Otis.

Ora invece facciamo un salto in un quartiere specifico dove avremo il nostro da fare per star dietro alla solita coppia di viscidi serpenti, dove rischieremo la vita per proteggere dei cittadini ignari del pericolo che li sovrasta e avremo modo di avere per lo meno la soddisfazione di intralciare i diabolici piani del Maestro, forse, chissà, anche ottenendo un'importante traccia per smascherare il suo covo.

Dove siamo? A Hell's Kitchen. E' un quartiere di Manhattan racchiuso per così dire dalla 34esima strada a sud, la 59esima a nord, l'ottava Avenue a est ed il fiume Hudson a ovest. Attualmente non è più quel quartiere popolare per gli operai specialmente di origine irlandese che era ai tempi dei nostri Pards, ma funge da supporto al distretto di Midtown, quello degli affari. Vi si possono trovare ospedali, magazzini, sedi centrali di aziende di trasporti. Essendo non lontano da Broadway e dagli Actors Studios molti attori famosi hanno abitato in zona.

Il nome forse è conosciuto dai “fumettari” o dagli appassionati di cinema perché è quello del quartiere dove si svolgono le avventure di “Dare Devil”, il supereroe/avvocato non vedente portato sul grande schermo da Ben Affleck o perché il celeberrimo film “Sleepers” del 1996 è ambientato proprio in quell'area. Inoltre giusto per aggiungere una curiosità non richiesta Silverster Stallone pare sia nato proprio a Hell's Kitchen.

Nella nostra corsa contro il tempo non mancheranno anche le occasioni per farsi un paio di risate, specialmente quando le innate doti da gentiluomo di Carson verranno messe a dura prova da una situazione inaspettata quanto imbarazzante. Diciamo che la risata acquista anche un tono liberatorio poichè per un attimo rischiamo di restarci secchi conoscendo l'entità del rischio corso dal Vecchio Cammello. Si arriva poi a doversi tenere la pancia per non diventare sguaiati quando perfino un irritatissimo Ispettore Byrnes ci mette del suo nel tormentare il Ranger dai capelli bianchi ma purtroppo non c'è tempo per sollazzarsi in facezie. Tex è da solo sulla pista degli assassini ed altri due cambi di location dal gusto cinematografico ci riportano brutalmente sulle rotaie della serietà.

In parallelo, con scene splendidamente dosate al fine di far aumentare il pathos e la tensione, seguiamo due strade inevitabilmente destinate a riunirsi.

La prima ci vede seduti tra il pubblico al Madison Square Garden per assistere ad un incontro di pugilato. No, non siamo lì per fare una pausa e distendere i nervi. Sembra tutto predisposto per trasformarsi in un agguato senza uscita e si instaura un sottile gioco del tipo “io so che tu sai che io so, ma ci vengo lo stesso perché forse io so qualcosa in più che tu non sai”. O qualcosa del genere.

Il fatto è che sebbene i piani originali dei terroristi siano stati modificati, anche quando sembra che improvvisino, non è affatto così. Quei dannati hanno sempre un asso nascosto nella manica ed uscirne vivi dipenderà unicamente dalla nostra capacità di seguire l'istinto.

Tranquillizzatevi, non intendo perdermi in un'altra digressione raccontandovi la storia del Madison Square Garden dalla posa del primo mattone. Vi dirò solamente qualche nota.

Conosciuto dai residenti col semplice appellativo di “The Garden” è un'arena al coperto. Ha cambiato sede diverse volte. Quella attuale si trova sulla settima Avenue ed è il quarto impianto sportivo con quel nome. Il primo ha aperto i battenti nel 1879 per essere chiuso e demolito dieci anni dopo. Il secondo invece durò di più, fino al 1925 mentre è dal 1968 che è in funzione quello che si può ancora vedere se andiamo a visitare New York. È nel terzo edificio che sono stati ospitati molti incontri di pugilato sostenuti da Primo Carnera.

Anche nella struttura odierna, in una zona più ristretta chiamata “Theater at Madison Square Garden” si tengono ancora incontri di boxe così come concerti o convegni. Beh, il concetto di “ristretto” va considerato secondo il punto di vista americano: nel “Theater” (che non è un mio errore di battitura ma si scrive proprio così) ci stanno “solo” dalle duemila alle ottomila persone, mentre l'intero complesso ne può contenere circa ventimila.

Venne battezzato “Garden” nel 1879 al tempo della sua prima versione quando pensate un po' era principalmente un velodromo per le primissime gare ciclistiche su pista. Tra l'altro “Madison” è il nome inglese di una specialità delle due ruote nota da noi come “americana”.

A noi interessa invece come luogo nel quale si tiene un match di pugilato. E quando si parla di pugni su un ring ci viene in mente un solo nome: Pat Mac Ryan.

Ora vi faccio una domanda: alzi la mano chi si ricorda un solo incontro del simpatico e forzuto irlandese finito in modo regolare, diciamo “come si dovrebbe”, senza che qualche imprevisto lo interrompesse. Esattamente: neanche mezzo. Tutt'altro.

In parecchie occasioni siamo diventati da spettatori a partecipanti con tanto di bottiglie che svolazzavano ad un palmo dalle nostre teste o sedie che venivano sbriciolate sulla schiena di qualche malcapitato, quando non si è dovuti ricorrere ad argomenti più caldi e definitivi.

Ecco, anche stavolta le cose non andranno del tutto secondo il programma sebbene non si potrà risolvere la questione con un'amichevole scazzottata seguita da una bevuta generale per siglare la fine delle ostilità. Stavolta ci si gioca la pelle.

 

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Kit Carson in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a BARISON.

 

A questo punto ho una rettifica da fare.

Nell'articolo riguardante la prima parte di questa lunga storia vi avevo detto che pur cercando non ero stato in grado di trovare nessuna notizia su un palazzo storico di New York, il quale compare nell'avventura e che ha una notevole rilevanza specialmente nella seconda parte: l'Eden Palace. Avevo trovato un Eden Palace ma c'erano forti sospetti sul fatto che non si trattasse dell'edificio riprodotto nelle pagine di Tex. Ed in effetti è così. Grazie alla dritta di una fonte con ogni probabilità assai autorevole che ringrazio (e che spero abbia trovato il tempo di dare uno sguardo ad un certo “dispaccio” giuntogli a mio nome, per me molto importante) posso correggere la mia mancanza: il nome esatto da ricercare è Eden Musèe.

Vi propongo anche una foto d'epoca in modo da sottolineare ancora una volta l'accuratezza del lavoro di documentazione che è stato svolto dal disegnatore che ha riprodotto in modo assolutamente fedele questo vecchio e storico palazzo di Manhattan.

L'Eden Musèe ospitava una collezione di statue di cera, all'occorrenza concerti musicali e spettacoli di magia o di marionette. Venne aperto nel marzo del 1884, al 55 Ovest della 23esima strada in un imponente edificio di pietra. Lo stabile annoverava diverse sale, alcune allestite talvolta per mostre di quadri a varie tematiche. Era noto in particolare per la sua camera degli orrori, tenuta nel seminterrato del museo. Verso la fine del Diciannovesimo secolo, le produzioni Lumiere presentarono alcuni degli antesignani dei film (il primo nel 1896) nel suo “Winter Garden” interno, che aveva quasi duemila posti a sedere.

Fu la prima sede culturale e di intrattenimento ad avere dei “motion pictures” nella sua programmazione fissa. Dopo una parabola discendente il Musèe chiuse nel 1915 ed il suo museo delle cere e la camera degli orrori vennero messi all'asta o trasferiti a Coney Island dove riaprì un museo con lo stesso nome che però ebbe vita breve, andando distrutto da un incendio nel 1928.

Durante le mie ricerche sull'Eden Musèe mi sono imbattuto in un gruppo di studiosi ed appassionati che si scambiano informazioni sulla loro città: il “New York City History and Memories”.

Proprio in seguito alla lettura di qualche notizia specifica sono entrato in contatto con mister Todd Robbins.

E voi direte, chi? Il signor Robbins è un “performer”, un artista specializzato da decenni nella ricerca di “arcane” forme di intrattenimenti in voga a New York, come giochi di prestigio e relativi studi per scoprire i trucchi del mestiere.

Recentemente è diventato un conduttore televisivo di una trasmissione sul mistero, come alcune che sono passate anche sui nostri canali, per Discovery Channel. La serie si chiama “True Nightmares” e racconta di reali e bizzarre storie di morti sospette od oscure maledizioni. Prima di questo era noto inoltre come attore a teatro a Broaway o nella stessa Coney Island in spettacoli legati al mondo del circo e della magia partecipando a show come “Magical Nights” o “Play Dead”, che già dal titolo si intuisce essere una rappresentazione basata su storie di fantasmi, rappresentazione che ha girato gli Stati Uniti da New York fino a Los Angeles.

Ho contattato direttamente il signor Todd che mi ha risposto in modo cordiale ed alla mano in uno scambio di email dove mi ha confermato dell'esistenza di leggende in merito al sunnominato seminterrato del Musèe ma di non aver mai girato una puntata dei suoi documentari su tale edificio. Mi ha però fornito un indirizzo di “storici addetti ai lavori” che racchiude news di quasi 44mila giornali americani nel caso volessi approfondire le mie conoscenze sull'Eden.

Per esempio ho scoperto che tra le sue attrazioni principali c'era una specie di automa chiamato Ajeeb, un “giocatore di scacchi automatico” se ho tradotto bene dall'inglese.

Ho avuto conferma che lo si sarebbe potuto considerare l'equivalente newyorkese del moderno museo delle cere di “Madame Tussaud's” a Londra poiché erano raffigurati leader mondiali come la Regina Vittoria ed il Presidente Arthur.

C'era una esposizione di vignette e di stampe storiche, il suo nome compariva spesso sul New York Times per via degli allestimenti fuori dagli schemi sebbene volesse essere un luogo per un pubblico di “prima classe” specialmente per le dame ed i bambini (questo si legge in uno stralcio di un articolo di più di un secolo fa). Ed in effetti a noi sovviene quella scena in cui una mamma con il figlioletto viene convinta ad acquistare i biglietti per il museo dei “freaks” (dei “mostri”) che solo in apparenza sembra slegata dalla narrazione ma serve come introduzione ad uno dei tanti colpi di scena disseminati nella trama.

Lo stesso sindaco era un frequentatore del già citato “Winter Garden” e chissà, forse anche lui visitò “La cripta”, così era stato battezzato il sotterraneo museo degli orrori, non apprezzato da tutti a dire il vero.

Pensate che nel primo anno della sua apertura, uno dei direttori del museo, un certo Hollaman riuscì a scritturare Toro Seduto ed alcuni Sioux per una settimana durante la quale “dovevano dare rappresentazione della vita di ogni giorno nelle selvagge praterie”.

E parlando di strane e sfortunate coincidenze, un tale di nome John Kirkland Gardner, un litografista sulla sessantina che viveva lì vicino, fece una pausa dal lavoro per andare a leggere il manifesto riguardante il capo indiano fuori dal Museo. Un colpo di vento causò il distacco di una delle bandiere fissate sulla facciata dell'edificio. So cosa state pensando, non siete lontani. L'asta della bandiera andò a cozzare contro uno dei grossi vasi (chiamati “urne” per la loro forma) piazzati sulle balaustre della facciata stessa, facendolo scardinare. L'anfora, pesante trecento libbre cioè più di 130 chili, finì perfettamente sulla testa di Gardner uccidendolo sul colpo.

Forse il materiale per una puntata di quella serie per Discovery Channel ci sarebbe anche e di sicuro il povero litografista avrebbe qualcosa da dire in proposito.

Per chiudere il discorso sono lieto di riportare i saluti del simpatico conduttore Todd Robbins a tutti i lettori di Tex e della mia rubrica.

 

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Una foto d'epoca della facciata dell'Eden Musèe, rinvenuta online.

 

Una volta conosciuti meglio i posti dove dobbiamo muoverci, possiamo guardarci attorno con maggiore disinvoltura, soprattutto avendo identificato in anticipo le possibili vie di fuga dei nostri nemici e prendendo le necessarie contromisure. È anche vero che in questi vecchi palazzoni può sempre esserci un passaggio nascosto, per non dire segreto, nel senso che in pochissimi sono al corrente della sua esistenza.

Stando tanto tempo insieme ai Pards una delle cose che abbiamo imparato è che se si dà retta alla propria natura raramente si sbaglia. Se poi quelle sensazioni che a volte possono perfino salvarci la pellaccia provengono da Tex in persona, beh, allora sarebbe proprio ben poco intelligente non dar loro il giusto peso. Ma prudenza nel gettarvi a testa bassa in un inseguimento: ogni angolo, letteralmente, può nascondere un'insidia e visto con chi abbiamo a che fare non sarà un male prendere qualche precauzione. Anche il semplice ma collaudatissimo trucco del cappello fatto sporgere per verificare se qualcuno ci sta aspettando per offrirci un caldo benvenuto va più che bene. Meglio due buchi nel cappello che nella zucca, non vi pare?

Però se da un lato dobbiamo abituare i nostri occhi all'oscurità e tenere non due ma quattro occhi aperti pronti a cogliere qualunque minimo rumore perché siamo finiti in una specie di magazzino pieno di robaccia e statue di cera in disuso (andiamo, non devo essere io a suggerirvi che non è detto che siano tutti degli innocui manichini…) dall'altro si arriva a giocare a carte scoperte.

Il fatto è che non possiamo lasciare la parola alle armi perché ci troviamo in mezzo ad una dannata folla che non ha neanche capito cosa diavolo stia succedendo. E per nostra fortuna, altrimenti avremmo corso il rischio di finire calpestati come in uno stampede.

Tra cazzottoni e pallottole ben piazzate nei punti giusti iniziamo ad accarezzare l'idea di essere in vista della conclusione della vicenda. Inoltre, senza sbottonarmi troppo, mi sbilancio nell'affermare che il finale della storia non è formato da un'unica chiusura ma possiamo identificare diverse parti prima dell'epilogo definitivo.

Come preventivato le piste che per una fase si erano mosse su sentieri paralleli finiscono per incontrarsi nuovamente come due affluenti di uno stesso fiume. Però anche se ci fa piacere sapere che i nostri amigos sono tutti interi e che una parte del mistero è o dovrebbe essere risolta, non c'è tempo da perdere: il pesce più grosso è ancora libero e con un ultimo colpo di coda, come lo scorpione velenoso che è, rischia di mettere a segno un proposito terrificante.

Ormai non è più ora di sotterfugi, il doppio gioco di chi teneva i piedi in due scarpe, sia lavorando per noi che per chi era al soldo del nostro avversario, è stato sconfessato: ora si tratta solo di non farsi sfuggire la preda standole dietro ad ogni costo.

E quel demonio arriverà maledettamente vicino a rendere vani tutti i nostri sforzi, costringendoci volenti o nolenti a restare anche solo per qualche attimo interdetti di fronte ad una tale determinazione spesa nei confronti di un obiettivo così malvagio, crudele ed altrettanto inutile, pur essendo abituati a vederne di tutti i colori, al fianco di Tex e Carson.

Non vi dirò cosa accade né per mano di chi. Mi limiterò a dire che quello che succede è alquanto soddisfacente e che le cose “vanno come dovevano andare”.

Ciò che posso rivelarvi è il luogo dove si svolge una delle fasi dell'ultimo atto: Central Park.

Prima ho parlato del Croton Reservoir, la principale riserva idrica di New York.

Principale ma non unica. Degno di nota è anche il Central Park Reservoir, per lo meno così si chiamava ai tempi del West, ora conosciuto come Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir.

È un bacino per la distribuzione dell'acqua che ai giorni nostri è in disuso. Con una superficie di circa 43 ettari contiene ben quasi 4 milioni di metri cubi d'acqua. Non viene più usato per il suo compito originario ma funziona ancora come luogo pubblico di ritrovo perché attorno, essendo nel parco, c'è una vera e propria “passeggiata” lunga due chilometri e mezzo lungo la quale i newyorkesi si dilettano con jogging e camminate.

La sua costruzione fu ultimata nel 1862 (notate che come tempi siamo sempre perfettamente in linea e come storia e Storia vera non facciano mai a botte). Riceveva l'acqua direttamente dall'acquedotto che lo metteva in comunicazione con la riserva Croton. Poi da lì veniva smistata in tutta la città.

Fu escluso dalla rete idrica e dalle tubazioni solo recentemente, nel 1993 in seguito a ristrutturazioni degli impianti e per paura di eventuali problemi igienici. L'anno successivo venne dedicato a Jacqueline Kennedy non solo per i suoi meriti agli occhi della città (tra le varie cose impedì la demolizione della Grand Central Station promuovendone il rinnovo) ma anche perché lei stessa era solita fare jogging attorno al lago artificiale che lo caratterizza.

Volendo essere del tutto precisi non è completamente vero che non serve più, poiché in realtà il Central Park Reservoir fornisce ancora l'acqua proprio al suggestivo “Harlem Meer” (parola danese che significa lago) il quale occupa l'angolo nord-est del parco, visibile dalla Fifth Avenue.

Fu scavato per risolvere i problemi di bonifica dell'area prendendo da quel che ho capito due piccioni con una fava. Separa il quartiere di Harlem da Lower Manhattan. La creazione del lago e della vegetazione ad esso adiacente iniziarono nel 1861. Anche i Rangers si troveranno sulle sponde del “Meer” ma non certo per prendere una boccata d'aria. Questo paesaggio idilliaco sarà invece teatro di uno dei punti più drammatici ed intensi dell'intera trama.

 

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Ritratto di Todd Robbins ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

E quindi? Tutto finito? Naturalmente no: quando pensiamo che ormai si possa tenere la guardia bassa, ecco che ci rendiamo conto di aver sbagliato. E possiamo ritenerci fortunati se siamo ancora in questa valle di lacrime per capire l'errore e farne tesoro.

Non ci posso credere. Non può finire così.

Anche se nel conteggio dei pro e dei contro, potremmo anche ampiamente accontentarci, dopo tutto quello che abbiamo passato non è ammissibile che quel verme riesca a cavarsela. Dannazione, fate qualcosa! Fermatelo!

Ma forse c'è spazio ancora per una tavola, per un paio di vignette che ci permettono di smettere di sbraitare contro un giornalino in modo che la gente attorno a noi non chiami un'ambulanza per un ricovero coatto e noi possiamo continuare a sperare nella giustizia. A volte poco ortodossa, ve lo concedo, ma completamente efficace nel distribuire le punizioni a chi se lo merita. Ed anzi, talvolta come in questo caso, il conto è anche meno salato rispetto a quello che avrebbe dovuto pagare un certo qualcuno di cui non faccio il nome ma di cui tutti noi abbiamo sicuramente apprezzato lo sbatacchiamento.

E' stata un'avventura lunga e ricca di emozioni. E di riferimenti storici, come si desume dalla lunghezza di questa analisi. Pertanto grazie se siete giunti a leggere fino in fondo.

Anche se per lungo tempo una parte dei lettori ha chiesto a gran voce una storia più lunga della “quasi canonica” durata di due volumi, ho poi avuto modo di inciampare in numerose esternazioni di Texiani insoddisfatti proprio per l'eccessiva lunghezza di questo capolavoro o per il fatto che non c'è il West più classico o ancora per aver trovato la trama troppo complessa e macchinosa. Beh, essendo un'inchiesta ambientata in una città dell'Est va da sé che non ci siano deserti e canyons e vista la sua componente thriller, che personalmente a me non dispiace affatto, ci siano dialoghi anche serrati che bisogna seguire per tenere il filo del discorso. Anche se con ogni probabilità chi chiedeva storie più corpose non fa parte di coloro che invece non hanno apprezzato l'avventura newyorkese, viene spontaneo pensare che la gente non è mai contenta.

D'altra parte, l'ho detto più volte, non si può accontentare tutti. Ma a mio avviso non è affatto venuto a mancare lo spirito del Ranger e non si può sostenere che non ci siano sparatorie o momenti forsennatamente opposti ad una discussione nella quale si ipotizza solamente il modo di agire.

Per quel che mi riguarda non faccio fatica a confessare che è stato un lavoro notevole mettere insieme i dati che mi servivano per questo articolo e per il precedente, ma è stato anche un divertimento calarmi nei panni dell'investigatore alla scoperta di una parte di Storia non meno interessante di quella che ha caratterizzato la conquista della Frontiera e che comunque ne è inevitabilmente legata. Insomma è stata una bella faticaccia, dove “bella” acquisisce un doppio significato e se sono riuscito a suscitare in voi un po' di interesse o curiosità nei confronti di anche solamente un aspetto, di una sfumatura allora ne è valsa la pena.

 

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Soddisfazione dopo un lavoro.

La pestifera Gert di "Odio Favolandia",

in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a SKOTTIE YOUNG.

 

Come spesso accade e soprattutto accadeva al termine di un'avventura cittadina, la storia si conclude con una solenne mangiata che vede in un'unica grande tavolata i principali protagonisti della vicenda. Non so se questo conta come spoiler ma non posso fare a meno di menzionarlo perché è una delle numerose pennellate che contribuiscono a far rasentare la perfezione a questo poker di albi. Prima di un brindisi a New York, il buon Buntline si rammarica del fatto che i Pards debbano andarsene senza sostare a Manhattan ancora un po' perché gli era balenato per la mente il progetto di una nuova rappresentazione teatrale interpretata proprio dai Nostri. Come chiamarla? Ma naturalmente “L'ombra del Maestro”, che per chi non se lo ricorda è il titolo del primo volume di questa avvincente indagine.

Un ulteriore invito al sorriso, che si mescola alle battute scambiate tra compagni d'arme ed amici fraterni con la promessa di rivedersi presto, ma già pregustando una bella cavalcata a briglia sciolta con il sole della “nostra” Arizona sulla faccia.

Non vi sarete mica abituati agli agi ed agli sfarzi presenti nella stanza d'albergo del lussuoso Astoria House né avrete per caso nostalgia degli applausi che il pubblico vi ha indirizzato al Bowery Theatre? Naaaa.

Vamos, hermanos! Date fondo al bicchiere e zompate sui vostri ronzini. L'ultimo che arriva alla vecchia sorgente stasera paga da bere a tutti.

In sella!

 

 

Soggetto e sceneggiatura: Mauro Boselli

Disegni: Maurizio Dotti

Lettering: Renata Tuis

Copertine: Claudio Villa

 

 

 

I link di "Una voce per Tex"

- "La pista dei Forrester e Tabla Sagrada" letto da Angelo Maggi: https://www.youtube.com/watch?v=HyOowYeG5Zo

- "La Leggenda" letto da Christian Iansante: https://www.youtube.com/watch?v=L1GbQqgMWuQ  

 

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