Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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RECENSIONE TEX INEDITO NUMERO 694: "KIT CONTRO KIT"

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L'apparenza inganna. Verissimo. Quasi sempre. Il più delle volte… diciamo spesso.

In tempi recenti questo detto popolare ha acquisito un significato all'apparenza molto diverso anche se il concetto di fondo rimane lo stesso, però sostanzialmente ribaltato.

Ditemi se è solo una mia impressione ma in pratica una volta, quando si diceva o si sentiva tale proverbio, quest'ultimo aveva sempre un'accezione positiva, era una sorta di insegnamento per invitarci a non giudicare nessuno dall'aspetto esteriore, ad evitare i pregiudizi né quindi fermarsi al primo impatto, anche se esistono adagi che sostengono l'esatto contrario. E questo significato profondo era molto bello nonché, come ho detto, sovente anche applicabile alla realtà quotidiana. Ora invece, quanto meno basandomi su alcune esperienze vissute sulla mia pelle, la faccenda deve essere vista capovolta: vale a dire che bisogna aspettarsi una coltellata tra le scapole anche da qualcuno che gode e proprio per questo abusa della nostra fiducia e accade che nonostante le mille precauzioni che possiamo prendere quella famosa coltellata non riusciamo ad evitarla. In questo senso, l'apparenza inganna. Non è il nemico il vero nemico ma chi crediamo amico o perfino al di sopra di ogni sospetto, perché è una carogna travestita da colomba o perché è solo un piccolo essere umano e lo fa per il semplice motivo che ne ha la possibilità, sfruttando la situazione a suo vantaggio. Ovviamente a nostro discapito. Personalmente mi è successo in più di un'occasione in passato ed in questi casi l'unica soluzione è sviluppare e coltivare un certo senso di “innata prudenza”, una sorta di istinto, non infallibile ma che qualche volta fa e farà ancora cilecca, però servirà da armatura per almeno attutire le botte ricevute. Non parlo solamente dei “classici” tradimenti, che si tratti di un'amicizia od un altro sentimento né tanto meno di quegli inutili bulletti che si divertono a vessare chi credono più deboli, ma anche di più banali rapporti interpersonali, necessari ma che rimangono sul piano piuttosto superficiale, fondati d'altra parte su una sorta di nesso di fiducia che viene bellamente presa a calci.

Nella vita però tutto è personale. E la differenza tra i tempi moderni ed i “nostri tempi”, quelli del West, consiste nel fatto che allora quando si poteva mettere le mani su chi ci aveva fregato in qualche modo, si poteva risolvere la faccenda in maniera molto più sbrigativa, naturalmente rivolgendosi alla legge, un Texiano non si comporterebbe mai altrimenti, ma anche in questo caso era spesso possibile togliersi la soddisfazione di cancellare a calci sui denti il sorrisetto di soddisfazione dal volto di quelle persone che si erano divertite alle nostre spalle, che si trattasse di truffatori da riempire di pece e piume o veri e propri ladri: quei buontemponi non avrebbero potuto mantenere la propria capacità di continuare a masticare facendo affidamento unicamente al nostro autocontrollo. Niente "Zen", niente "filosofia" o "respiri profondi".

Ecco, questo tipo di “ribaltamento” di significato calza a pennello con la storia che vede Tex e Carson ancora impegnati nel cercare di mettere il sale sulla coda allo sfuggente e sempre più spietato Proteus.

La sua diabolika (sono sicuro di non dovervi spiegare il perché della K che non è un errore di battitura) abilità nel mutare il suo aspetto praticamente in chiunque gli permette non solo di sparire senza lasciare alcuna traccia ma di celarsi sotto mentite spoglie nei panni di insospettabili membri della comunità o comunque in qualcuno su cui non ci sogneremmo mai di nutrire dubbi.

Bravi, è sempre meglio ogni tanto gettare un'occhiata attorno per vedere se c'è un tizio con un atteggiamento sospetto, non solo se ci si avvicina ostentando un sorriso smagliante al fine di rassicurarci, probabilmente in quel caso è "solo" qualcuno che vuole spillarci dei soldi, ma bisogna considerare chi invece fa di tutto per passare inosservato, chi riesce ad esserci senza apparire, perché rendendoci conto della minaccia troppo tardi, potremmo già avere un piede nella fossa.

Se già negli incontri ravvicinati precedenti tra i Rangers e quel viscido verme, avevamo avuto modo di ampliare il nostro senso di profonda antipatia nei confronti di un farabutto che non solo si macchia di crimini efferati ma lo fa con un odioso ghigno sulla faccia, credendosi superiore a tutti gli altri e soprattutto, proprio come la gente che ho citato prima, praticamente divertendosi nel farlo, adesso non possiamo fare a meno di detestarlo dal momento che la sua mancanza di emozioni e di rispetto verso la vita umana raggiunge livelli che non ci saremmo mai aspettati.

Esattamente, amigos. Ormai il "gioco" si è spinto troppo oltre ed anche quel borioso assassino si dimostra ben conscio del fatto che alla fine della partita, in caso di sconfitta non ci sarà la prigione mentre, prendendo in causa di Nostri, non si parla mai di “arrestare” Proteus ma di “fermarlo”, anche in modo “definitivo”, una volta per tutte.

 

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Diabolik e la sua compagna Eva Kant, "geni del furto" e maestri del travestimento, grazie alle loro maschere.

Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CLAUDIO VILLA

 

Le comprovate capacità dello sceneggiatore, il notissimo ed ultimamente onnipresente Pasquale Ruju, garanzia di qualità che non ha più alcun bisogno di presentazioni, ci portano a sospettare di tutti, certamente di ogni faccia nuova, ma anche di personaggi che avevamo già incrociato nel primo albo: avanti, ditemi chi tra voi, sfogliando una pagina ed osservando attentamente le espressioni di chiunque nelle tavole, non ha socchiuso gli occhi come quando si vuole osservare qualcosa con maggiore attenzione, al fine di cogliere una ruga che non dovrebbe esserci, una parola fuori posto ed identificare così l'eventuale presenza del pericoloso trasformista.

Non guardate me, non vi dirò mezza parola che possa lasciar capire chi sia chi, ma proprio perché siete voi vi darò un indizio: il trailer inerente questo volume che si trovava nel volume contenente la prima parte di questa storia ci aveva messo sulla strada giusta. Senza contare la maestosa copertina ad opera di Villa, che, come detto la volta scorsa, costituisce una delle rare cover nelle quali Tex non è presente, la quale raffigura il punto di massima tensione dell'intera narrazione: Proteus ad un certo punto prenderà il posto di Kit Willer. Ma quando e per fare cosa? Ve l'ho già detto, sarò muto come una tomba al riguardo.

Se sarete, o per coloro i quali lo hanno già radiografato (perché solamente leggerlo non basta) sarete stati, attenti, scoprirete il modo di distinguere il vero dal falso, il bene dal male non soltanto attraverso le sensazioni ma proprio attraverso oggettivi dettagli di cui però solamente noi "spettatori" saremo messi a parte, mentre Aquila della Notte dovrà fare affidamento solamente sui propri sensi ed ascoltare la voce del proprio cuore, oltre che la sua esperienza, per fare la scelta giusta.

Se da un lato Ruju ci offre i toni del western che vogliamo dall'altro il suo "compadre" Bruno Ramella ai disegni fa altrettanto con le sue chine, spettacolari e senza alcun timore di esagerare completamente all'altezza dei risultati di altri suoi colleghi già più abituati ad avere a che fare con le polverose piste che portano alla Riserva Navajo, in questo suo primo confronto con Tex. Il suo tratto potente, pulito, moderno ed allo stesso tempo classico ci immerge completamente nelle atmosfere di una cittadina della Frontiera, oppure ci condiziona in modo da farci udire in lontananza l'ululato di un coyote affamato mentre a fianco dei Rangers “ammiriamo il panorama” analizzando ogni punto probabile per un agguato, guardando attraverso le lenti del nostro binocolo un fatiscente ranch abbandonato o sentiamo anche noi l'acuto fischio ed il cattivo odore dovuto alle caldaie a vapore di un treno, proprio come quello che sta arrivando sullo sfondo della copertina, magistralmente riprodotto sia con la sua sbuffante locomotiva sia negli scorci e negli ambienti interni ai diversi vagoni.

Non si tratta di un'avventura nella quale le mere indagini occupano tutto lo spazio al posto del “divertimento”, non preoccupatevi: i nostri riflessi verranno messi alla prova per scansare i grossi calabroni di piombo che ci ronzeranno vicino alle orecchie e ricambiare le cortesie in più di un rovente confronto di opinioni. Fate piano, e se vi trovate in un luogo affollato dite a chi vi sta accanto di fare poco rumore, quando ci sarà da mettere in condizioni di non nuocere le sentinelle piazzate in punti ritenuti strategicamente giusti per fare la festa ai Nostri due tizzoni d'inferno preferiti. Forse per qualcuno meno esperto la cosa potrebbe anche funzionare ma trattandosi di Tex e Carson, beh, non devo essere io a spiegarvi come le cose molto probabilmente andranno a finire.

Niente paura, se vi scapperà una sonora risata oppure il vostro volto si storpierà in una smorfia di soddisfatto compiacimento non avrete preso troppo sole sulla zucca, anzi, sarebbe preoccupante se non vi capitasse una reazione del genere, una volta letti e riletti (andiamo, vi conosco e so che molti di voi saranno tornati indietro per ammirare nuovamente una sparatoria od un altro punto del racconto) i grandiosi scambi di battute tra Tex e Carson così come almeno un paio di "balloons" al fulmicotone che lo stesso Vecchio Cammello metterà a segno, più dirette di un destro alla mascella, sia che si tratti di una parola scherzosamente ironica sia che ci si trovi nel bel mezzo di una discussione a base di piombo.

Il tutto con la complicità della sempre professionale Renata Tuis ed il suo impeccabile lettering.

Ma ad essere onesti, tutti i dialoghi non deludono, dal linguaggio da duri quando si sta tentando di convincere ad abbassare la pistola il solito pendaglio da forca che pensa di essere antiproiettile a quello da gentiluomini quando ci si rivolge ad una signora, presentandosi con un cenno di saluto rappresentato dal tipico gesto con la mano sfiorando la tesa del cappello, fino a quello che a mio avviso è uno dei non pochi tocchi da maestro dell'autore: le frasi lasciate a metà perché si è intuito qualcosa, si guarda il proprio pard, compagno di mille avventure senza neanche bisogno di parlare ed è lui stesso a completare il pensiero o addirittura risponde agendo, mettendo in atto ciò che si era appena materializzato nel proprio cranio. Ed anche a noi lettori, forti di anni ed anni a fianco di Tex e Carson, a volte succede la stessa cosa: è innegabile la soddisfazione quando le mosse dei protagonisti si svolgono come ci eravamo immaginati e la narrazione prende la piega che avremmo sperato prendesse.

Un esempio che vi voglio citare per averlo nominato nella recensione de “Il ritorno di Proteus” e che quindi mi riguarda in un certo senso da vicino è l'accostamento tra l'evasione di Perry Drayton dal carcere di Yuma e le vicende del “Conte di Montecristo”, espressamente menzionato da un personaggio che avevamo visto nella prima parte della storia e di cui adesso avremo modo di scoprire l'amaro destino, anche se, come dire, lui non ci aveva certamente più potuti vedere. Ed a dirla tutta, non si trattava proprio di colui che in realtà si credeva in un primo momento… insomma, avete capito. Morale: mai fidarsi di un serpente, prima o poi finirà per mordere.

In effetti Ruju ci accompagna passo passo nel gioco del “chi è chi”, se vogliamo continuare a chiamarlo così, nel quale se non si vince si perde la pelle, ora spiazzandoci ora lasciando intendere che forse quello che stiamo immaginando potrebbe essere vero, comunque attaccandoci addosso un senso di progressiva tensione che non ci abbandona fino al climax finale, fino alla drammatica conclusione della vicenda. Ma sarà davvero una conclusione? O anche in quel respiro di sollievo resterà un barlume di ansia e saremo costretti nostro malgrado ad aggiungere mentalmente un punto interrogativo alla parola fine? Farete bene ad aspettare che chi vi offre qualcosa di fresco, beva un sorso prima di voi per assicurarvi che non succedano scherzi poco piacevoli e se un anche insignificante dettaglio vi sembrerà non quadrare, sarà meglio drizzare le orecchie e non tenere la sputafuoco troppo lontano dall'ombrellone, anche se siete ancora in vacanza al mare.

 

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Ritratto di Pasquale Ruju, ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Conosceremo nei dettagli ciò che è accaduto a Proteus dopo l'ultimo scontro con Tex in un tendone da circo, nell'ormai lontano albo che si conclude con “Mister P” messo molto male dopo essere stato usato a mo' prima di spuntino e poi di stuzzicadenti da una tigre inferocita, destino per altro che aveva riservato al Ranger ("L'inafferrabile Proteus", firmato dalla coppia Gian Luigi Bonelli - Letteri di cui ho parlato abbondantemente nell'articolo sul numero 693). Nonostante tutte le (nostre e non solo nostre) aspettative, il criminale, oramai lo sappiamo, non era morto ma dopo mesi di ospedale era finito in cella a Yuma. In teoria il carcere avrebbe dovuto essere di massima sicurezza ma è innegabile che quel balordo non sia un uomo comune, anche se votato al male, perciò è riuscito a fuggire e preparare accuratamente la propria vendetta, riallacciando vecchi rapporti con alcuni complici di un tempo (ma anche riguardo a questo seppur non sbottonandomi troppo, vi confermo ciò che abbiamo già incominciato a verificare nell'albo precedente e cioè che non si può scherzare col fuoco ad oltranza senza finire per bruciarsi...) e studiando una serie di incredibili colpi atti non solo ad arricchirsi ma soprattutto a mettere in seria difficoltà i Nostri. Quella di Proteus infatti è una sfida: non si “accontenta” di fare il "banale" rapinatore ma stuzzica i suoi avversari, o forse dovremmo chiamarli mortali nemici, per nutrire il proprio smisurato orgoglio, vuole giocare con le sue vittime come fa il gatto col topo, arrivandoci talmente vicino da poterli finire, preferendo umiliarli prima di affondare il colpo, pilotando gli eventi in modo che si rendano conto, alla fine, di essere stati buggerati. Il fatto è che Tex e Carson non sono proprio né tipi da considerare come delle vittime indifese né tanto meno due pellegrini qualunque con la testa piena di segatura. Se Drayton si crede più furbo degli altri ed è indubbio che sia dotato di una pronta intelligenza, i Rangers non sono da meno, riuscendo a rimanere alle costole del bandito anche se, per lo meno fino ad un certo momento, sempre restando un passo indietro.

In un paio di occasioni ci verrà spontaneo intervenire attivamente, come quando istintivamente si vuole avvertire del pericolo il protagonista di un film giallo al cinema, per mettere in guardia Aquila della Notte e condividere con lui le nostre congetture, a maggior ragione quando queste si dimostrano vere per noi che abbiamo una visione d'insieme della faccenda grazie all'abile lavoro di “montaggio” e di regia ad opera di Ruju, ma che almeno all'inizio rimangono solamente sospetti per i paladini della giustizia, i quali dovranno spremere tutto l'acume delle loro meningi e dar fondo alla loro esperienza di cercatori di piste al fine di non vedersi sfuggire dalle maglie della rete il bastardo più pericoloso, come accade quando stringiamo nel pugno un po' di sabbia ed inesorabilmente la vediamo sparire dalla nostra mano granello dopo granello.

Però nessuno è perfetto ed anche Proteus commetterà qua e là alcuni piccoli errori, che lo costringeranno a cambiare i suoi piani improvvisando una soluzione oppure a seguire una sorta di piano alternativo, già preparato ad arte, non lasciando niente o meglio quasi niente al caso.

E noi siamo talmente coinvolti anche per merito dei vividi disegni di Ramella che riesce a far diventare nel giro di un paio di vignette un innocuo “signor nessuno” o peggio ancora una figura di cui tutti ci fidiamo o fideremmo naturalmente dall'espressione pacata e candida come un giglio, l'immagine stessa della crudeltà, trasfigurando la faccia che fino a quel momento era stata la “personificazione” della serenità in un inquietante riso maligno, degno del vecchio Mefisto.

Ma forti delle numerose indagini e degli innumerevoli inseguimenti a fianco dei quattro assi al servizio della legge, in almeno un paio di situazioni noi Texiani non potremo non chiederci “ma perché diavolo adesso questo sta dicendo così” ripromettendoci di tenere d'occhio i movimenti del personaggio in questione o tornando indietro nella narrazione per analizzare da capo le sue azioni. Sia Ruju che Proteus faranno di tutto per farci sospettare di qualcuno che invece molto probabilmente non c'entra niente e viceversa, confondendoci nel cercare di farci credere che chi alla fine ci siamo convinti che sia chi crediamo di essere e si trovi in un certo posto, poi rispunti altrove, ma non potremo essere del tutto sicuri che quello spuntato dove non ci saremmo mai aspettati in realtà a quel punto sia un impostore o davvero chi dice di essere o che si trova davvero dove invece credevamo non ci fosse, anche se le tracce raccontavano qualcos'altro... Mi si è ingarbugliata la lingua. Insomma, ne vedremo delle belle ed almeno un “che mi venga un accidente” non potrà non scapparci dalle labbra. L'importante è che non lo gridiate troppo forte perché solamente se avrete nelle vostre vicinanze altri lettori di Tex, la gente non vi guarderà come se aveste preso una botta in testa magari suggerendovi che non è salutare prendere il sole nelle ore più calde della giornata o che è meglio mettersi all'ombra senza un cappello sulla zucca.

Stavolta vedremo davvero la fine di quel bastardo dagli occhi di ghiaccio, senza neanche una stilla di lealtà nelle proprie vene o la sorte, come ultima beffa, ci farà credere di essercene liberati mentre poi lo ritroveremo sul nostro cammino in futuro? Chissà. Eravamo convinti di averlo già fatto fuori e poi è magicamente ritornato, avremmo giurato che non potesse uscire dalla prigione ed invece eccolo qui a seminare cadaveri come se fossero le briciole di pane della famosa fiaba.

Quel che è certo è che nulla è certo.

Tutte le colpe si pagano prima o poi e noi non possiamo fare altro che sperare che arrivi finalmente il turno di Perry Drayton di finire nell'unico posto dal quale non si può evadere, caldo e pieno di fiamme, anche se sarebbe capace di mascherarsi da demonio per tentare di trovare una via di fuga.

 

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Ritratto di Bruno Ramella, ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Spesso ho accostato il comportamento di Proteus, come di quello di altri cattivi, all'insopportabile atteggiamento tenuto da coloro che comunemente definiamo “bulli”. Sono quelle persone, e credetemi chiamarle persone è già un regalo, di cui ho accennato all'inizio della nostra chiacchierata, che se la godono nel mettere in difficoltà o rovinare la vita agli altri senza il minimo scrupolo ma che poi, quando vengono beccati o magari il loro bersaglio alza la testa e gli si oppone, hanno anche la faccia tosta di arrabbiarsi: lo siento, giuggiole, ma “porgi l'altra guancia” è più che altro un consiglio, non certamente una regola fissa, soprattutto dalle “nostre parti” alla Frontiera. E se ci farete caso anche questo discorso apparentemente fuori tema ricalca alcune reazioni di “Mister P”: una volta finite le frecce al suo arco, senza più elaborati piani da mettere in atto, si rende conto di trovarsi nella melma fino agli occhi ma non molla, ostinandosi fino all'ultimo a ritenersi superiore, a ritenersi non solo migliore ma “il” migliore ed esplodendo in un impetuoso scoppio d'ira se smascherato, proprio come accadeva nelle avventure precedenti ed anche nell'albo scorso, ritrovandosi alle strette e riuscendo a cavarsela solamente per una botta di fortuna. Quel tipo di beccaccioni che vive turlupinando gli altri, beh, Proteus fa anche di peggio ma possiamo dire che è la bandiera della categoria quanto meno per come ha iniziato la sua “carriera”, non riesce a mantenere il controllo se fregati a loro volta, ed in quanto a spregevolezza, Drayton sarà un serpente fino alla fine.

Durante il suo soggiorno in gattabuia Proteus ha purtroppo il tempo ed il modo di procurarsi tutto ciò che gli serve per scappare e per truccarsi per rendersi irriconoscibile. Oltre alla semplice calce viene citata anche la polvere di rocca che, se ho fatto i compiti come si deve, dovrebbe essere un sinonimo di ciò che viene chiamato allume di rocca. Si tratta di una sostanza che a temperatura ambiente rimane allo stato solido, incolore ed insapore. Conosciuta fin da tempi ben più lontani della seconda metà del 1800, vale a dire Medioevo ed andando indietro nel tempo persino epoche precedenti, veniva utilizzato come fissante di colore nelle tinture, sui codici miniati delle pergamene, nella concia delle pelli. Aveva anche la funzione di leggero emostatico, forse la più nota anche ai giorni nostri insieme a quella di deodorante. Ora, presumo che a Proteus non interessasse affatto profumare di ciclamino ma che questa sostanza gli servisse in special modo per rifinire il trucco quando doveva spacciarsi per qualcun altro, magari se di una carnagione diversa dalla sua. In pratica si tratta di un sale di alluminio e potassio, ma un sale dell'acido solforico (termine chimico: solfato di alluminio e potassio), quindi da maneggiare con le dovute precauzioni. Durante la mia breve ricerca ho anche scoperto che aveva la funziona di plastificante per i gessi, favorendone la resistenza. Credo di aver reso l'idea di cosa "Mister P" si mettesse sulla faccia, tra le altre porcherie oltre alle varie parrucche, per recitare le sue maledette messe in scena.

Dal punto di vista storico, oltre al fatto che le vicende toccano luoghi ormai ben noti tra Arizona e Nuovo Messico, come Flagstaff, Gallup ed Albuquerque non c'è molto da dire.

Buoni, rimettetevi seduti, prima di stappare lo champagne.

Ad un certo punto della narrazione vengono indicati degli omoni armati e vestiti in modo alquanto serio, quasi dei damerini, se non fosse per le loro grinte e per le sei colpi ben in vista: bravi, ci siete arrivati anche voi, sono agenti della Pinkerton.

Tutti i Texiani degni di questo nome sanno cosa sia la famosa Agenzia govenativa di investigazione i cui agenti hanno incrociato spesso la pista con quella dei Rangers. Forse però non tutti sanno che Allan Pinkerton, era figlio di un poliziotto di Glasgow, Scozia. Emigrato come tanti in America per stabilirsi nei dintorni di Chicago, il giovane Allan riesce a sgominare da solo dapprima una banda pare di falsari, spiando le loro mosse ed informando in seguito le autorità e poi a smascherare altri crimini. Per le sue abilità nel 1849 viene nominato vice sceriffo nella contea di Cook, in Illinois. La sua Agenzia ebbe il quartier generale proprio a Chicago, diciamo sua città adottiva. La ben meritata fama di Pinkerton crebbe a tal punto che perfino la protezione dei presidenti degli Stati Uniti venne affidata al celebre detective il quale salvò la vita ad Abramo Lincoln sventando un attentato ai suoi danni, a Baltimora. Beh, prima di quello che purtroppo gli fu fatale a Washington. Tranquilli, non mi metterò a raccontare per filo e per segno cosa successe a Lincoln e perché gli spararono un colpo di Derringer alla nuca mentre si trovava a teatro. Mi limito a ricordarvi che il suo omicidio viene attribuito all'attore di teatro John Wilkes Booth e che tra i moventi ufficiali, e sottolineo ufficiali, c'era la sua delusione per come era andata a finire la guerra civile, essendo un simpatizzante per il Sud. Ma guarda un po', povera tortorella. In ogni caso l'attentato al presidente Lincoln ha, come molti eventi che hanno cambiato la Storia, fatto nascere parecchie teorie e la vera verità talvolta si è fusa con la leggenda. Come il fatto che l'assassino feritosi ad una gamba saltando giù dagli spalti per atterrare sul palco, prima di fuggire si rivolse alla folla per gridare “”Sic semper tyrannis”, un'espressione latina che significa “così accade sempre ai tiranni”, parole pronunciate da Bruto dopo aver trasformato Cesare in un setaccio a coltellate. Ma sinceramente io, per quanto non sia più un bamboccio in fasce ed abbia i miei anni sul groppone, non c'ero in nessuna delle due occasioni e non posso confermare né smentire. (E fatemi fare una battuta, ogni tanto...)

Tra l'altro noi abbiamo avuto a che fare anche con questa faccenda in una ormai non più recentissima storia di Tex (“Gli uomini che uccisero Lincoln” e “Missione speciale”, albi disegnati da Ortiz su testi di Nizzi). La storia di Pinkerton si lega anche a quella del famigerato Jesse James, che ebbe l'incarico di catturare ma senza successo.

La Pinkerton National Detective Agency, che potremmo identificare come “nonna” della moderna FBI è stata ufficialmente fondata nel 1850 sotto la presidenza di Zachary Taylor.

Oh, per la cronaca, quando Lincoln venne assassinato, la sua sicurezza non era affidata ai Pinkerton, ma all'esercito. Per lo meno così si desume dalle fonti che ho consultato.

Il famoso “occhio” con la scritta “We never sleep” ("Noi non dormiamo mai”) è diventato un'icona ed aveva fatto guadagnare il soprannome di “Occhio privato” (private eye in inglese) ai detective che militavano alle dipendenze dello sbirro di origini scozzesi. Pare che tale ente esista ancora oggi, anche se per certi versi ormai surclassato da altre famose “sigle” e funzioni come compagnia di sicurezza.

 

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 Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CLAUDIO VILLA

 

A questo punto sulla vicenda narrata nel volume in senso stretto direi di non avere più nulla da riferire o analizzare, ma ritengo che sia doveroso fare un paio di precisazioni riguardo il modo in cui ci si accosta alla lettura di un fumetto, e visto che siamo in un trading post del vecchio West, riguardo il modo in cui si legge e si “vive” Tex. Ma ripeto, ciò che sto per dire è unicamente espresso a titolo personale, forse dettato da ciò che spero siano un paio di granelli di buon senso rimasti per sbaglio nel mio cranio e di sicuro è valido per ogni tipo di lettura, da un qualunque albo od una qualunque testata ad un romanzo. Potremmo anche riferirlo allo spirito con cui si va a vedere un bel film d'azione ma direi che certi atteggiamenti sono da biasimare in ogni aspetto della vita, quindi anche in quelli che non riguardano “intrattenimento o hobby”.

Per come la vedo io, una storia può piacere o non piacere. Non mi tiro certo indietro se c'è da evidenziare qualcosa che non torna, però ogni critica, l'ho sottolineato in diverse occasioni, deve essere motivata e di sicuro rispettare sempre il lavoro di chi crea le nostre nuvole parlanti. Non faccio alcun confronto con altri tipi di recensioni o di articoli nei quali però so che si danno addirittura dei voti, ma mi capita di leggere i commenti inerenti gli albi in uscita sui social, come tanti di voi certamente faranno.

Io sono sempre stato un fautore della massima libertà di espressione ma ritengo anche che sia valido il concetto secondo il quale “la tua libertà finisce dove inizia la mia”. E viceversa. Quindi considero piuttosto fuori luogo certi interventi mescolati a sentenze sputacchiate solamente con lo scopo di puntare il dito, e neanche in modo fondato nè men che meno, Dio non voglia, costruttivo. Avete presente l'impressione che talvolta si ha di essere oggetto di scherno da parte di un gruppetto di teppistelli o comunque di perditempo mentre si passa, i quali ridacchiano per motivi che trovano spiritosi soltanto loro e si spalleggiano a vicenda riprendendo le "citazioni"i uno dell'altro credendosi dei clown nati? Ecco, ho avuto la stessa sensazione trovandomi davanti ad una sfilza di prese per i fondelli generiche, non parlo di nulla rivolto a me personalmente e mi sono ben guardato dall'entrare nella discussione perché certamente avrei perso per mancanza di esperienza, partite da quella che forse voleva essere una normale battuta, anche se non faceva granchè ridere. Non starò ad entrare troppo nello specifico per non offendere nessuno e ci tengo a sottolineare che mai nelle mie parole ci sono stati o ci saranno attacchi individuali ma si tratta di considerazioni su qualcosa che viene detto o scritto, e quindi documentabile.

Una battuta ci può stare senz'altro, ci deve stare, come quella sul fatto che i nostri eroi non vanno mai in bagno, ad esempio. Ricordo una delle risposte del mitico Bonelli il quale rispose da gran signore che tutte quelle “cose” diciamo di vita quotidiana si svolgono negli spazi bianchi tra una vignetta e l'altra. Può anche essere accettabile (forse) il fatto che non si consideri alla moda il modo di vestire sempre uguale di un personaggio, in ogni caso permettetemi di aggrottare le sopracciglia di fronte a questo genere di considerazione. Ma si inizia ad andare giù da una riva quando si sostiene che Tex è totalmente statico, del tutto non plausibile o altri complimenti simili perché porta sempre la stessa camicia gialla. Mumble mumble, come faceva Paperino pensando… credo si chiami “tradizione”. E non è certo il solo ad avere sempre lo stesso capo di abbigliamento. E' una sorta di divisa, una specie di marchio di riconoscimento che fa parte del personaggio in sé, come la Colt, la bandana nera e la stella d'argento. Allora dovremmo disquisire sul fatto che nei fumetti non si invecchia come nella vita di tutti i giorni, che un proiettile nella spalla è un semplice graffietto, che ore ed ore di galoppate sulle piste della prateria non fanno bene ad eventuali emorroidi… scusate, ma è così!

A mio avviso non ha neanche senso paragonare tra loro alcuni fumetti, citando quelli in cui il protagonista ha un armadio ben fornito e diversificato. Tralasciando ogni giudizio sulle differenze tra le testate e sui livelli qualitativi degli esempi chiamati a confronto seguendo il principio del "de gustibus" per quanto ci siano dei canoni oggettivi, a parte che sinceramente io non vorrei vedere Tex ed i pards cambiarsi d'abito più frequentemente delle vallette di uno show televisivo e che ripeto ormai il loro modo di apparire fa parte di come sono entrati nell'immaginario popolare, ci sono dei binari da seguire che derivano da anni, da decenni di, lo riaffermo, tradizione che hanno contribuito a farne il mito, la leggenda che a Settembre festeggia i 70 anni. Tex è Tex. Non c'è altro da dire. E' così che deve essere. Se non piace, la prateria è grande, vi offro un bicchiere e poi nessuno vi trattiene né vi costringe a restare con una pistola alla tempia. Perfino Dylan Dog ha un guardaroba pieno di completi identici, e lui al centro commerciale potrebbe certamente fare un salto. Senza contare che quando si parla bisognerebbe farlo con cognizione di causa. Ad esempio viene sbeffeggiato il fatto che Proteus si metta i vestiti di una delle sue vittime appena uccisa e che quindi non venga considerato il sangue del morto. Sbagliato! Proteus ha già sotto ai propri abiti quelli del poveraccio a cui si vuole sostituire, in una scena alla James Bond che sotto la muta da sub ha pronto lo smoking per entrare sotto copertura nel covo del cattivo di turno. Spiacente, hombres, ma temo di aver colto nel segno. Inoltre, se questa mia arringa vi sembra semplicemente una difesa a spada tratta di Tex, senza basi solide, vi fornisco un'ulteriore prova che non prendo mai una posizione predefinita, come avete già potuto verificare in passate occasioni.

Vogliamo essere “tecnici” per un attimo? C'è un accorgimento che si chiama “sospensione dell'incredulità”, vale a dire una sorta di implicito patto non manifesto e non scritto tra narratore e lettore o spettatore chiamato anche “contratto finzionale”.

Non l'ho inventato io ma il primo a parlarne fu Samuel Taylor Coleridge, poeta e scrittore inglese del Settecento, considerato uno dei fondatori del Romanticismo, aprendo gli occhi a tutti su qualcosa che effettivamente, una volta considerato, è la classica scoperta dell'acqua calda: il lettore sospende i più rigidi fondamenti della sua incredulità proveniente dal razionale per immergersi (e magari godersela, che ne dite?) completamente nel mondo immaginario (più o meno realistico e plausibile, tenete a mente queste due parole) del racconto, sempre che il racconto segua canoni di credibilità, perché se stiamo parlando di fantasy o comunque di genere fantastico, allora è palese che non si debba andare a cercare su quale polso Merlino tenga il suo orologio. O vogliamo ancora domandarci perchè nessuno è mai riuscito a riconoscere Superman, visto che per diventare l'eroe indistruttibile, ultimo rimasto del pianeta Kripton, il suo alter ego Clark Kent non fa altro che togliersi gli occhiali...

Questa “regola” deve essere conosciuta da chiunque faccia il mestiere di "canta storie” ma sarebbe un bene che anche il pubblico ne fosse a conoscenza per evitare di voler fare i simpatici a tutti i costi, risultando invece un tantino fastidiosi. Tutti hanno pensato qualcosa del tipo “Ma Diabolik come fa ad avere centinaia di auto tutte uguali e costruirsi tutti quei gadgets” oppure che nel mondo reale Ginko avrebbe già dovuto fare fagotto da un pezzo per non essere riuscito a catturare il re del terrore. Ma tornando al West, avete mai provato a salire a cavallo, anche solamente montare ed incitarlo al trotto? Io non sono un cavallerizzo nè uno in gamba come Wild Bill ma credo che non sia una passeggiata riuscire a restare sulla groppa, lanciare l'animale al galoppo senza che lui lanci noi nella polvere, sparare con un fucile e centrare la mano che impugna la pistola del nostro avversario anche lui in sella. Possibile? Beh, certamente, i veri Rangers erano in grado di fare acrobazie simili anche se sarei pronto a scommettere che il colpo non lo avreste ricevuto alla mano ma in pieno petto, al bersaglio grosso. Probabile? Forse meno. Plausibile? Si, ma non mi interessa, anche se d'altro canto io non so neanche nuotare per cui non mi pongo nemmeno il problema, e comunque non stiamo parlando di uomini qualunque ma di Tex Willer e Kit Carson. Quindi in una parola, credibile? Ovviamente si, se volete. Ed i veri Texiani vogliono, lo fanno e ne sono fieri. E' la magia del Fumetto, amigos. Questo non significa che una storia debba essere incoerente solo perché è una finzione, ma tale finzione deve essere verosimilmente realistica al fine di non sfociare nella illogicità che è il martello che infrange il vetro del famoso patto. L'illogicità non deriva solo dal confronto che il pubblico fa con ciò che conosce ma dal venire meno delle regole che lo stesso autore pone alle fondamenta del mondo che crea. Se vedremo un giorno Tex svolazzare in sella ad un cavallo alato allora ecco, saremo legittimati a dire che c'è qualcosa che non va. Stesso discorso se un personaggio si comporta in modo diverso da ciò che ci aspettiamo che faccia, e diventa, così, “sbagliato”. Questo per esempio ci consentiva di identificare il vero Proteus anche quando vestiva i panni di Tex o del Vecchio Gufo nelle storie che lo hanno visto ritornare alla ribalta prima di questa. Bisogna essere abili per giocare con questo confine e non sempre tutti ci riescono. Ma bisogna anche metterci un grammo di materia grigia da parte nostra. Riassumendo: non reale ma realistico, non vero ma verosimile. Altrimenti non potremmo dire che la Storia incontra la Leggenda e dovremmo chiederci perché nelle biografie di tutti i personaggi davvero esistiti nel vecchio West non viene mai citato un certo Ranger o perché i Navajos non ricordano di avere avuto un saggio e valoroso capo bianco.

Sviscerato questo punto, c'è anche da dire che in diverse occasioni le storie più recenti hanno dato l'impressione di essere concluse in modo più “stringato” di quello che accadeva in passato, rimanendo quasi a forza racchiuse in due albi. Anche in questo caso quando ne ho avuto l'impressione ho espresso questo concetto ma stavolta non ritengo sia così, anzi l'entrata in scena di Kit, che viene addirittura tacciato di essersi rimbambito ultimamente, affermazione alla quale non sono affatto d'accordo visto anzi il suo ruolo di primo attore in più di un'indagine negli ultimi anni, risulta un vero e proprio, passatemi i termini contraddittori, “colpo di scena plausibile” perché tutti ci aspettiamo la sua comparsa ma come viene presentata nel racconto è perfettamente il linea con lo stile delle avventure e tra l'altro implicitamente risponde anche alla domanda: “Ma Kit e Tiger cosa fanno quando non sono con Tex e Carson?”.

 

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 Kit Willer, in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a LETTERI

 

Risulta invece molto, molto ridondante e ripetitivo sentire che ogni singola volta viene sostenuto che la storia è troppo corta, e si è conclusa in modi sbrigativi, chiedendo più albi per le avventure. A parte il fatto che è in lavorazione una storia che comprenderà quattro albi, e sono certo che spunteranno critiche sulla eccessiva lunghezza di quel racconto, viene spiegato a ripetizione il motivo di tale scelta editoriale, mentre il discorso della chiusura frettolosa è una faccenda che va più a gusti personali. Io stesso trovo abbastanza noioso che si ripresenti la stessa polemica ogni volta che un volume contiene un finale. I singoli pareri possono anche venire utilizzati come cartina tornasole per seguire i gusti dei lettori ed aggiustare il tiro, quando validi, ma in ogni caso non si può accontentare tutti, come non si può andare d'accordo con tutti. Ad esempio con diverse obiezioni io stesso mi trovo in disaccordo stavolta, mentre in altri casi ho avuto modo di condividere ciò che veniva sostenuto, ed il più delle volte la maggior parte di voi ha virtualmente annuito alle mie considerazioni da lettore tra i lettori, perché ci tengo a ribadire che non mi ergo mai neanche mezzo centimetro più in su di nessun altro.

Appare però davvero dapprima strano e poi parecchio inappropriato che, per quanto certe critiche siano paragonabili al borbottio di una pentola di fagioli sul fuoco, un addetto ai lavori risponda non solamente stizzito ma andando proprio fuori dai gangheri invitando un lettore a “venire qui e farci vedere come si risolvono certi problemi”. Sinceramente, come ho già sostenuto all'epoca di una mia recensione di un certo film, che è stata aspramente osteggiata da parte dei diretti interessati perché non era proprio positiva, e non fraintendetemi, lo trovo anche comprensibile, credo che si debba mettere in conto un certo grado di insoddisfazione del pubblico, di una parte di esso per lo meno, e quindi se si vuole fare un determinato mestiere che ha a che fare con la gente, si dovrebbe imparare ad usare maggior tatto. Così come non si fa il dottore se fa impressione il sangue. A me era stato dato, tra le varie carinerie, dello “spregevole” quando avevo snocciolato le madornali incongruenze del lavoro che mi era stata data l'occasione di analizzare, impossibili da difendere neanche dietro ad un'intera sfilza di “patti” tra audience ed autori, essendo veramente insostenibili, ma, pur comprendendo l'umana arrabbiatura di una giornata storta o di chi non ne può più dopo magari diverse notte insonni di fila, mi lascia perplesso che si risponda con un sarcastico “insegnaci, illuminaci” a quelle che sono soltanto parole. Innanzitutto il lettore è il vero ed ultimo datore di lavoro di autori e disegnatori, prima ancora della Casa Editrice, perché dipende dalla risposta di chi compra i fumetti se un personaggio può continuare ad esistere o meno. Certo poi nel pubblico possono trovarsi elementi non del tutto attendibili, come ho già fin troppo lungamente dibattuto, ma se è fastidiosa una continua e martellante critica, è piuttosto inaccettabile superare certi toni dall'altra parte della barricata. Anche perché se si parla in modo “ufficiale”, si rappresenta l'azienda per cui si lavora che merita il più completo rispetto, da parte di appassionati e di dipendenti. Stupisce ancora di più scoprire che chi si è inserito a gamba tesa nella conversazione di cui sono stato testimone, silenzioso senza mettere becco anche in questo caso, non c'entri nulla con Tex. E' come se udendo qualcuno che critica una Ferrari dicendo che la preferirebbe verde invece di rossa, lo si apostrofi violentemente ed alla domanda “Scusi, ma lei lavora per la Ferrari” si ribatta: “No, ma ho fatto un bullone per una moto.” (Ho usato la Ferrari nell'esempio non per fare pubblicità ma perché è un altro simbilo italiano proprio come il Ranger)

Come ho detto poco fa si tratta di un hobby che quindi dovrebbe per definizione essere un divertimento, un motivo di unione e non una causa di zuffa. Che poi questo hobby sia lavoro per altri è verissimo, ed anche un lavoro tutt'altro che semplice come invece si potrebbe pensare. Mi permetto di entrare nel merito della faccenda non perché mi consideri un collega di persone di tale calibro come sono i “nostri” autori ed artisti, ma perché già "stare dietro" agli impegni amatoriali è spesso complicato come far roteare i piatti in quei numeri da circo che si vedevano una volta, figuriamoci se invece bisogna rispettare i pressanti tempi di una Fabbrica di sogni sempre a pieno regime come la Bonelli. Quindi in minima, minuscola parte credo di comprendere anche l'altra campana, non solamente quella del “frequentatore di edicole”. Ma nessun lavoro degno di questo nome è semplice, diventa parte integrante della propria vita quando si è appassionati di ciò che si fa, però questo vale anche per altre professioni come ad esempio il medico. E credo sia un privilegio riuscire a fare della propria passione il proprio mestiere, il trucco presumo sia non sentirsi mai arrivati ma fare del proprio meglio, indipendentemente da cosa dicono gli altri, anche se un riscontro positivo è una conferma che si sta seguendo la strada giusta. Come accade a me per le recensioni, per i cui feedback pieni di pacche sulle spalle, inaspettati da parte mia, ringrazio tutti voi, che vi prendete la briga di leggere i miei sproloqui ed in generale tutti coloro che buttano uno sguardo sul mio “lavoro”, qui le virgolette sono d'obbligo, condividendolo ed innaffiando quindi la piantina della Rubrica, che da seme ha messo qualche radice, la quale spero continuerò a diventare sempre più salda, continuando ad impegnarmi in onore di Tex, soprattutto quest'anno importante, ed a maggior ragione per onorare e ricambiare il vostro tempo e lo spazio che mi viene dedicato.

Va bene, basta con le smancerie, torniamo al discorso principale per arrivare ad una conclusione, prima che vi addormentiate con la fronte sul bancone.

Sentirsi chiamati in causa è legittimo, sentirsi frustrati perché un "cowboy qualunque" considera, o per lo meno sembra considerare di primo acchito, robetta il lavoro di professionisti di grande calibro anche, ma non essendo proprio una colonna della Casa Editrice invitare “il nemico” a mandare il curriculum e ad andare a fare lo stesso lavoro potrebbe in certi casi risultare imprudente, se mi passate una facile battuta e capite cosa intendo. E' sacrosanto e purtroppo vero sostenere che “sono tutti bravi a criticare” e che venga istintivo ribattere con il più classico dei “fallo te, se sei tanto bravo” ma non bisognerebbe mai perdere il controllo, secondo me, soprattutto se si è qualcuno che si guadagna il pane con le parole. Per dare a Cesare quel che è di Cesare, non ci sono stati insulti, quelli erano piovuti in testa solo a me ma sinceramente mi hanno fornito lo spunto per un insegnamento e non mi hanno mai suscitato moti di “ira funesta”. Ci vuole stile anche nell'accettare una critica, non dico di averlo nè che sia facile, forse diventa meno pesante con l'esperienza o col tempo si impara a non ascoltare i famosi fagioli in ebollizione, e ci vuole stile soprattutto nel controbattere, anche in questo caso in modo sempre pacato e civile, senza sbraitare.

 

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 Il Ranger, in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a LETTERI.

Guglielmo Letteri ha disegnato tutte le storie con Proteus precedenti a quest'ultima.

 

E parlando di stile, questa volta devo proprio spezzare una lancia a favore della prefazione scritta da Graziano Frediani che ci fa aumentare la salivazione parlando delle novità in uscita per il compleanno di Tex e che si guadagna una calorosa stretta di mano virtuale per chiarire, anche se in modo implicito, finalmente il significato di “Gigante”: non si tratta del Texone ma del formato normale, quello classico, “bonelliano”. Si chiama in tal modo perché in origine veniva distinto dalle strisce, piccole e tascabili, mentre il Texone è grosso ma non si chiama nè dovrebbe essere chiamato “Tex gigante”. Non è una questione di formato, è una questione di Storia del Fumetto, che, se la conoscono gli appassionati, secondo me dovrebbero conoscerla a maggior ragione tutti coloro che nel mondo dell'arte e delle chine muovono i loro passi. Anche per non creare confusione.

Un'ultima citazione la merita anche l'ultima copertina, la cosiddetta quarta, che vede il ritorno di qualche vignetta anticipatoria, in parallelo al solito trailer, dal sapore di tempi passati e che preannuncia il numero a colori di Settembre, quello che a tutti gli effetti sarà il volume dei 70 anni, dal momento che il nostro "magnifico fuorilegge" comparve per la prima volta nel settembre del 1948..

Anche se Proteus è fuori causa, forse nel mondo dei più, o forse no, non ci è dato saperlo con assoluta sicurezza, tenete gli occhi aperti quando tornate là fuori, nella prateria. Quel pagliaccio non è il solo cattivo che scorrazza allegramente in questi sconfinati territori. E' tempo di salutarci, per ora. Ma ricordate, per tutto il mese prossimo, se vi capiterà di fare un salto nei paraggi, il primo giro lo offrirà la casa, in onore dei festeggiamenti che affolleranno le edicole, facendoci sentire anche sotto la pioggia il caldo sole del deserto, la polvere sugli stivali e facendo percepire alle nostre narici l'acre odore della polvere da sparo che ancora aleggia nell'aria dopo un vivace scambio di vedute.

C'è una cosa che non dobbiamo mai scordare: siamo tutti Texiani e tra lettori duri e puri, stagionati o sbarbatelli, i veri Texiani si riconoscono al primo sguardo ma in generale, per chi non se ne fosse ancora accorto, non dimenticate che Bonelli fa rima con fratelli. Non è la prima volta che lo sostengo e lo ripeto anche ora: la sola distinzione da fare è tra farabutti e galantuomini, perché non importa da dove veniamo nè come siamo colorati, siamo tutti uguali e con un “giornalino” in mano, diventiamo ancora un po' più uguali, diventiamo companeros.

Hasta luego, hermanos!

Alla prossima

 

 

Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju

Disegni: Bruno Ramella

Copertina: Claudio Villa

Lettering: Renata Tuis

114 pagine

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