- Categoria: Autori e Anteprime
- Scritto da Attilio Capuozzo
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Esclusiva « L'Intervista » Keiko Ichiguchi
Ciao Keiko e benvenuta su Fd'A. La tua passione per il Fumetto si manifesta sin da piccola per poi evolversi , durante il periodo liceale, nella realizzazione di manga per i doujinshi, fanzine dedicate a manga e anime. Raccontaci di questo periodo della tua attività amatoriale.
Le fanzine le facevo quando ero universitaria. Ma se non sbaglio, (i miei ricordi ormai non sono sicurissimi... sono passati troppi anni...) credo di aver scoperto i doujinshi, per la prima volta nella mia vita, ai tempi di quando frequentavo la scuola media, tramite un Fan-Club di cartoni animati intitolati "Rokushin-gattaai God Mars" che mi piacevano tanto. Leggevo delle riviste sui cartoni animati e scoprii che anche nel mio paesino c'era un loro Fan Club. Così mi iscrissi e per la prima volta sfogliai un doujinshi: un giornalino amatoriale creato dal Fan Club. Anche se mi interessavano tanto i cartoni animati, il mio primissimo doujinshi lo creai con una mia storia originale di genere fantasy lunga quasi 100 pagine!! (Si tratta del viaggio di una fata che voleva vedere il mondo esterno.) Sinceramente non mi ricordo quando lo realizzai, forse a 14 o 16 anni (E' molto più probabile a 16 anni... ma per affermarlo con certezza dovrei controllare il doujinshi che ho lasciato a casa in Giappone!) prima di entrare nel duro periodo della preparazione all'esame d'ammissione. Nel primo anno d'università cominciai a realizzare più intensamente i doujinshi: erano parodie di "Captain Tsubasa" (NdR Conosciuto in Italia con il titolo "Holly e Benji"). All'inizio una mia amica, che faceva già i doujinshi con parodie di "Captain Tsubasa", mi chiese di realizzare una storia breve per un suo doujinshi. Poi cominciai a fare i miei. La mia prima fanzine fu un piccolo giornalino fatto di pagine fotocopiate. Successivamente iniziai a usare le stamperie perché i prezzi erano calati grazie all'aumento del numero di appassionati che creavano i giornalini amatoriali. Per ogni fiera di doujinshi importante (allora ce ne erano 2 particolarmente grandi a Tokyo e altre 2 a Kobe) pubblicavo qualcosa. Di solito li realizzavo da sola o con una/due amiche. Qualche volta mi capitò di collaborare a fanzine realizzate da altri gruppi che ospitavano numerosi disegnatori, molti dei quali sono poi diventati professionisti. Nei suddetti casi, realizzavo solo disegni singoli oppure episodi brevissimi di circa 2 o 3 pagine. Invece per i miei doujinshi realizzavo le storie lunghe, spesso più di 30 pagine, a volte più di 100 pagine. Praticamente facevo solo le parodie di "Capatin Tsubasa", realizzando le storie d'amore fra Hikaru Matsuyama (Philip Callaghan nella versione italaiana) che era il mio personaggio preferito e Yoshiko (Jenny nella versione italiana) e tante storie sull'amicizia fra i protagonisti. Naturalmente disegnavo i personaggi col mio stile personale che era completamente diverso da quello dell'autore originale. Poi ogni tanto mi capitava di aggiungere dei personaggi nati dalla mia fantasia. A quel punto le mie "parodie" non avevano più quasi nessun collegamento con la storia originale... All'inizio non riuscivo neanche a coprire le spese per la realizzazione dei doujinshi ma col tempo cominciai, fortunatamente, a poter sostenere le spese non solo per la realizzazione dei doujinshi ma anche per partecipare alle fiere. Allora iniziai a chiedermi se avevo una possibilità di diventare una professionista! Durante il mio periodo di mangaka amatoriale, ho conosciuto alcuni organizzatori delle fiere e ogni tanto lavoravo per loro come parte dello staff. Io stessa, infine, organizzai una fiera di doujinshi nel mio paesino. Sono ricordi divertenti.
Parliamo della svolta professionale: nel 1988 partecipi al concorso indetto dalla prestigiosa casa editrice Shogakukan e vieni premiata. Come hai vissuto questo "passaggio all'età adulta" da mangaka per passione a professionista? Come cambia la vita di un aspirante fumettista che entra a far parte di un grande contesto editoriale? Quanta libertà ha un mangaka di decidere i soggetti delle proprie opere?
Visto che ci sono tre distinte domande preferisco rispondere a una alla volta: "Come hai vissuto questo "passaggio all'età adulta" da mangaka per passione a professionista?" Dal sogno alla realtà. Quando mi chiamò al telefono un redattore (che poi divenne il mio primo redattore) mi sentii al settimo cielo ma quando mi disse, "Se lavori per noi vinci questo premio, ma ovviamente non abbiamo intenzione di dare un premio a chi non ha intenzione di lavorare per noi.", mi resi conto che la realtà non è per niente tutta rose e fiori. I miei non volevano che facessi questo mestiere, quindi per una settimana non mi rivolsero la parola. "Come cambia la vita di un aspirante fumettista che entra a far parte di un grande contesto editoriale?" Dal volere disegnare al dover disegnare! Visto che disegnavo tanto pubblicando i doujinshi per le diverse fiere, pensavo di essere abbastanza abituata a lavorare attenendomi alle scadenze. Invece era completamente diverso lavorare per le riviste professionali perché dovevo realizzare fumetti che fossero, prima di tutto, approvati dai redattori. Siccome il mio primo redattore dichiarava che non gli piacevano i fumetti (!), era durissimo lavorare con lui. Nel mio mestiere, mi sono resa conto che è necessario distinguere fra tre concetti tra loro diversissimi: "quello che vuoi fare" "quello che sai fare" e "quello che puoi fare". "Quanta libertà ha un mangaka di decidere i soggetti delle proprie opere?" Dipende dai redattori, credo. Il mio primo redattore voleva solo le storie d'amore a lieto fine con ambientazione scolastica. Ogni fase del lavoro veniva controllata: il soggetto, lo storyboard e le tavole realizzate a matita. Mandavo tutto il materiale al redattore e attendevo che mi dicesse se andava bene o meno. Ci sono i redattori che vogliono controllare lo svolgimento delle storie fino ai minimi dettagli. Ma alcuni no. In ogni caso era necessario seguire scrupolosamente la linea editoriale della rivista. (E' ovvio!!)
La tua collaborazione con la Shogakukan dura fino al 1994. Successivamente ti rechi in Italia e a Bologna avviene un incontro fondamentale per la tua vita professionale: fai, infatti, la conoscenza dei Kappa Boys (NdR: Andrea Baricordi, Massimiliano De Giovanni, Andrea Pietroni e Barbara Rossi). Raccontaci dei tuoi primi viaggi in Italia e soprattutto come è avvenuto l'incontro con i Kappa nonché alcuni aneddoti ad esso legati.
A dire la verità non mi interessava particolarmente l'Italia (mi dispiace!). Mi sono laureata soprattutto perché lo desideravano i miei! Ho scelto un'università con la facoltà di lingue straniere solo perché il numero di esami d'ammissione era inferiore rispetto alle altre facoltà. (Qui devo spiegare: Allora per entrare in un'università statale si dovevano dare due esami. Il primo esame era di tutte le materie che si studiavano al liceo come matematica, storia, lingua giapponese ecc. e il secondo esame era di materie specifiche secondo la facoltà che si sceglieva. Nel mio caso il secondo esame era di solo inglese.) Ho scelto l'italiano perché, nonostante fosse una lingua popolare, c'erano ancora pochi giapponesi che la conoscevano bene; perciò pensavo che eventualmente tutto ciò in futuro mi avrebbe agevolato nella ricerca di un lavoro. Ho fatto la tesi di laurea sui film di Dario Argento ma prima di entrare all'università non sapevo neanche che fosse italiano! Poi imparando la vostra lingua ho cominciato a fare un viaggio ogni anno in Italia. Era bello poter comunicare con la gente locale in italiano. Mi sembrava ancora raro che gli italiani incontrassero i giapponesi che parlavano la loro lingua. Forse per questo, molti italiani che ho incontrato erano molto aperti con me. Era una cosa piacevole. Così sono tornata più volte in Italia e man mano ho iniziato ad affezionarmi al vostro Paese. Ma quando ho cominciato a vivere in Italia, ho avuto un sacco di difficoltà come tanti altri extra comunitari. Dal punto di vista linguistico, facevo non poca fatica a capire. Dal punto di vista burocratico, ancora di più! Comunque grazie ai miei primi amici di Bologna sono riuscita a superare tanti problemi iniziali. I Kappa li ho conosciuti per caso tramite una docente che era venuta a fare una lezione speciale dedicata all'arte presso la scuola privata di lingua italiana per stranieri in cui mi ero iscritta. Questa docente era in contatto, a sua volta, con il personale della nota fumetteria bolognese Alessandro Distribuzioni. E pensate, l'ufficio dei Kappa Boys di allora si trovava nello stesso palazzo di Alessandro Distribuzioni, al piano di sopra! E' una strana coincidenza, vero? Mi hanno detto che volevano fare qualcosa insieme a me. Ma non capivo ancora bene l'italiano. Eppure ho detto di sì alla loro proposta di fare i fumetti per l'Italia, senza aver compreso fino in fondo quello che mi avevano detto! Comunque, prima di allora, non immaginavo che si stessero diffondendo così tanto i fumetti giapponesi in Italia. Quindi tutto era una sorpresa per me.
Nel 1995, dalla collaborazione con i Kappa Boys, nasce il volume "Oltre la porta" (Edizioni Star Comics): una raccolta di quattro brevi racconti da te disegnati con lo pseudonimo di Keiko Sakisaka. Oltre ad aver realizzato completamente il primo racconto ("Camera 71"), in che misura hai contribuito alla scrittura dei successivi 3 racconti basati su soggetti di Andrea Baricordi, Massimiliano De Giovanni e Barbara Rossi? Che ricordi hai di questo insolito volume?
Anche i Kappa, oltre alla sottoscritta, volevano scrivere delle storie da pubblicare in questa raccolta ("Oltre la porta"), affidandomene i disegni. In genere, non lavoravo e non lavoro sui soggetti realizzati da altri. Infatti anche in quell'occasione volevo realizzare io almeno i testi (dialoghi e storyboard). Quindi ho detto loro di farmi vedere i soggetti e basandomi su di essi ho sviluppato la sceneggiatura. Con Andrea Baricordi ho un ricordo buffo: Massimiliano De Giovanni e Barbara Rossi avevano scritto i soggetti spiegando, come vuole la consuetudine, lo svolgimento della storia; Baricordi, invece, mi ha portato la stesura di un soggetto che risultava, come dire, troppo "filosofica". Lui era animato da una grandissima voglia di raccontare ma il suo soggetto si concentrava non tanto sulle cose che accadevano nella storia quanto, piuttosto, sul messaggio che intendeva dare ai lettori. Quello che mi serviva per sviluppare la sceneggiatura e lo storyboard era sapere che cosa esattamente succedeva nella storia. Ma a quel tempo, poiché ancora non ero capace di parlare bene in italiano, ho fatto tanta fatica a spiegarmi. Tutto ciò ha portato a un'accesa discussione (quasi urlando!) in un bar vicino a dove abitavo allora!
Vorrei fare insieme a te un rapido excursus delle tue principali opere edite in Italia seguendo, in linea di massima, l'ordine cronologico di prima pubblicazione italiana. Iniziamo da "America", la tua prima opera edita dalla Kodansha: pubblicata originariamente nel 1999 dalla Star Comics, è uscita quest'anno in una nuova edizione per Kappalab e sarà, peraltro, presentata a Lucca Comics 2013. "America", rispetto alla tua restante produzione, lo trovo più crudo sia nei dialoghi che negli eventi narrati. A cosa si deve questa tua scelta stilistica?
Non è uno stile che ho cercato di costruire. L'ho acquisito naturalmente. Da piccola preferivo i fumetti malinconici piuttosto che le storie tutte rose e fiori. Forse in "America" si vede bene questa mia tendenza perché il soggetto stesso era molto melanconico. Avevo intenzione di raccontare che tanti sogni non vengono realizzati nella vita reale e che nonostante questo la vita va avanti. E' inevitabile che la storia diventasse assai cruda perché io stessa mi sono resa conto di quanto era difficile realizzare o comunque inseguire un sogno. Il modello del bar dov'è ambientata la storia è l'ex Hard Rock Cafe di Osaka, che io stessa frequentavo. Allora avevo degli amici che si ritrovavano spesso in quel locale: un cuoco che adorava l'America, una ragazza che ha fatto l'università in America, un'altra ragazza che aveva una storia d'amore difficile... Ho preso un po' di spunti da loro.
Sempre nel 1999 esce in Italia "La vista sul cortile" (Kappa Edizioni) storia di 3 ragazze adolescenti studentesse in un liceo di Osaka. Quanto di autobiografico ritroviamo in questo manga?
E' una storia che ho fatto mentre lavoravo per Shogakukan col mio secondo redattore da cui ho imparato tante cose. Pur dovendo seguire sempre la linea della rivista che offriva alle lettrici storie d'amore scolastiche a lieto fine, il redattore mi ha incoraggiata allo scopo di infondere in essa un mio stile personale. Il modello del liceo in cui è ambientata la storia è ispirato proprio al liceo da me frequentato. Infatti ricordo che c'era questo cortile, che dà il titolo al fumetto, e l'usanza di gettare, nella fontana del cortile, il capo del gruppo di sostenitori dopo la festa sportiva. Quando ero al primo anno, il nostro gruppo aveva il capo e il vice capo fighissimi. Erano popolarissimi fra le ragazze. Infatti sono loro i modelli dei due ragazzi che appaiono nella storia.
Tra il 2000 e il 2001, vengono pubblicate le 2 raccolte "Due2" e "Blue". Sono racconti apparsi originariamente sulla rivista della Shogakukan "Bessatsu Shojo Comic".In particolare in "Blue" ti cimenti con un'ambientazione italiana (Roma e Venezia) che risulta, per certi versi, un po' idealizzata. Come nascono questi racconti e cosa ricordi in particolare?
Le ho scritte sotto la supervisione del mio primo redattore. Come ho detto prima, avevo una grande difficoltà a lavorare con lui. Non sapevo più che storie inventare. Quando ho detto che volevo realizzare delle storie ambientate in Italia, giusto per cambiare un po', mi ha risposto che le avrebbero potute pubblicare solo su una rivista secondaria. Nonostante questo le ho realizzate comunque. Credo che allora sbattessi la testa dovunque pur di andare avanti nella mia professione.
Nel 2002, esce per il pubblico italiano il romanzo "Con gli occhi aperti" (Kappa Edizioni), una delle tue migliori prove di quando eri sotto contratto con la Shogakukan. Un romanzo intenso e malinconico incentrato sulla profonda amicizia tra il fragile e malato Issei e Sakae. Peraltro, "Con gli occhi aperti", uscì in Giappone nel 1991 (Titolo Originale: "Me o aketa mamade") e rientra tra le prime opere pubblicate per la Shogakukan. Qual è la genesi di questo romanzo e che sentimenti hai provato nel realizzarlo? Nell'ultima pagina si legge un ringraziamento speciale a Saeko Suzuki, cosa ci puoi dire in merito?
L'ho realizzata col mio secondo redattore che aveva accettato il mio stile di racconto assai melanconico. Ho realizzato questa storia ispirata dal romanzo "Tsugumi" di Banana Yoshimoto. La storia di "Tsugumi" è su un rapporto fra la protagonista e una sua amica d'infanzia bella, spigolosa e ammalata. Mi sono detta, "Ma se questa ragazza fosse un ragazzo bello, spigoloso e ammalato, potrebbe nascere una storia d'amore con la protagonista?" Così è nato questo fumetto. Il modello del paesino in cui è ambientata la storia è Ise, vicino al mare. Per fare le foto di diversi posti mi ha aiuta la ragazza che abitava là che si chiamava Saeko Suzuki.
Veniamo al 2003 e all'uscita italiana di "1945", l'altra opera pubblicata per la Kodansha: ambientato a Lipsia, in Germania, racconta del gruppo studentesco della Rosa Bianca dell'Università di Monaco, il quale ha opposto una dura resistenza al governo nazista. Le vite di Ellen, di suo fratello Maximilian e di alcuni componenti della Rosa Bianca realmente vissuti, dipingono una delle più grandi tragedie del Novecento. A mio avviso,"1945" è l'opera che riesce a racchiudere, meglio di ogni altra, i temi portanti della tua personale poetica; un romanzo pervaso da profonde riflessioni esistenziali. Insomma, cosa ci dici riguardo una Keiko Ichiguchi particolarmente ispirata creatrice di un piccolo capolavoro quale, appunto, "1945"?
E' una storia nata in un modo particolare. Quando ancora lavoravo per Shogakukan, ho realizzato una storia su un soggetto scritto non da me. Era di una studiosa giapponese della cultura tedesca. Lei sviluppò una storia avente come protagonista una giapponese che aveva stretto amicizia con un gruppo studentesco antinazista. La studiosa scelse me fra alcune disegnatrici che le erano state indicate. Il modello ispiratore di questo gruppo antinazista era la "Rosa Bianca" di Monaco. (NdR Un gruppo di studenti tedeschi che si opposero in modo non violento al regime della Germania nazista). Era la prima volta che sentivo parlare della "Rosa Bianca" e rimasi piuttosto impressionata dalla loro storia. Questo fumetto fu pubblicato su una rivista secondaria di Shogakukan e la mia collaborazione con la studiosa finì lì. Ma la storia della "Rosa Bianca" rimase ben salda nella mia testa. Qualche anno dopo, quando Kodansha mi ha dato l'occasione di scrivere una storia nuova, ho tirato fuori quest'idea. Nella realtà i membri della "Rosa Bianca" furono giustiziati tutti. Io volevo, invece, realizzare una versione romanzata dove qualcuno di loro potesse avere una possibilità di sopravvivere. Perciò ho deciso di ambientare la storia a Lipsia che è stata bombardata quasi alla fine della guerra, cercando sempre di offrire una via di fuga ai protagonisti del mio romanzo a fumetti. Ma per la versione italiana ho cambiato il nome della città di Lipsia in un nome tedesco che significa una "città di speranza" (NdR Il nome della città è Hoffendorf). L'ho inventato grazie all'aiuto di una mia amica bolognese che ha vissuto tanti anni in Germania. In Giappone pochi sanno della vicenda della "Rosa Bianca", quindi è difficile che i lettori giapponesi possano far caso alle differenze tra il fumetto e gli eventi realmente accaduti. Al contrario, in Europa, questo gruppo è piuttosto conosciuto e pertanto ho pensato che fosse meglio fare allontanare, per certi versi, il mio fumetto dalla realtà dei fatti storici per non generare confusione. A dire la verità mi piace ancora molto il personaggio di Max che ho inventato ispirandomi al leader della "Rosa Bianca" (NdR Max in "1945" è a capo del gruppo studentesco che diffonde stampa clandestina antinazista). Non mi dispiacerebbe realizzare degli spin-off di "1945". Ma al momento in cui è stata pubblicata la versione di "1945" per il mercato francese, mi sono resa conto che in Europa un discorso legato ai nazisti è un argomento molto delicato da trattare. Perciò avverto sinceramente un certo timore a trattarlo...
Tra il 2004 e il 2006, con la consueta complicità dei Kappa Boys, crei specificamente per l'Italia la Rivista "Keiko World" di cui, però, usciranno solo 3 numeri. Sulle sue pagine, verrà pubblicato il romanzo "Inno alle Ragazze" (di cui parleremo in seguito) e soprattutto l'incompiuto "Peach!" già precedentemente apparso, in parte, sulla rivista "Mondo Naif". Soddisfaceva un tuo personale desiderio l'idea di far nascere "Keiko World"? Quanti numeri erano inizialmente previsti? Di "Peach!" i lettori italiani riusciranno mai a leggere un seguito?
Come dici tu, ho creato "Peach!" per "Mondo Naif" senza immaginare che in seguito sarebbe nata la rivista "Keiko World". "Keiko World" è stata, poi, interrotta per diversi motivi. Perciò posso dire che "Peach!" ha alle spalle una storia un po' sfortunata e con la chiusura di "Keiko World" ha perso la propria casa! A dire la verità l'ultimo episodio di "Peach!" doveva già concludersi in un certo modo senza un "finale aperto". Ma all'ultimo momento ho cambiato il finale perché all'epoca pensavamo di fare uscire un altro numero di "Keiko World". Mi dispiace molto che "Peach!" sia stato interrotto bruscamente. Devo trovare assolutamente i mezzi per concluderlo.
Nel 2007, la Kappa Edizioni raccoglie in volume "Inno alle ragazze", altra tua opera giovanile pubblicata precedentemente in Giappone nel 1991 per i tipi della Shogakukan (Titolo Originale: "Otometachi no sanka"). "Inno alle ragazze" è una commedia leggera e divertente ma mai banale. Mi ricorda tanto alcuni personaggi e situazioni tipici dei fumetti di Rumiko Takahashi. Ho apprezzato molto questa tua vena più umoristica. Che ricordi hai di quest'opera giovanile?
Questo fumetto l'ho fatto col mio secondo redattore di Shogakukan. Lui probabilmente cercava di farmi sperimentare storie di diversi generi e tipologie alla ricerca dello stile più adatto a me. "Con gli occhi aperti" è una storia molto melanconica. "Inno alle ragazze" è, invece, più buffa. Dopo queste due storie molto diverse fra loro, è nato il romanzo la "Vista sul cortile", un fumetto per certi versi umoristico ma sostanzialmente anch'esso melanconico. Dopo "La vista sul cortile", purtroppo la collaborazione col mio secondo redattore è terminata. Se avessi potuto continuare a lavorare con lui, magari sarei rimasta in Giappone. Il modello della protagonista di "Inno alle ragazze" è una mia amica. Come nella realtà anche nel fumetto è una ragazza molto carina sebbene assai robusta e buffa. Allora era innamorata di un batterista di un gruppo musicale giapponese i cui concerti li seguivamo assieme! Nel fumetto originale giapponese, la protagonista parla il dialetto di Osaka, quello che parlo anch'io. E' un dialetto comico per i giapponesi, come quello napoletano per gli italiani. E' un peccato che, per motivi di traduzione, in italiano si sia persa la vena comica della parlata dialettale!
Da napoletano apprezzo molto questo tuo paragone tra i due dialetti! Ultimo fumetto a essere pubblicato finora in Italia è "Dove sussurra il mare" (2010, Kappa Edizioni). Esso rappresenta il primo romanzo da te pubblicato direttamente per il mercato francese (Kana/Dargaud). Raccontaci come nasce questo rapporto professionale con la Francia e come ha eventualmente influito sul tuo stile narrativo il pubblicare un'opera per un mercato, quello europeo, così diverso dal mercato nipponico.
I Kappa hanno presentato, agli editori di Dargaud, "America" e "1945" che sono, quindi, stati pubblicati anche in Francia. Successivamente la Dargaud mi ha chiesto se volevo fare qualcosa direttamente per loro. Ho detto subito "sì"! Ormai non mi spaventava molto il fatto che era per il pubblico francese. Se ci sono gli editori che mi dicono che va bene così come faccio, perché non lavorare per loro? Ho pensato che non dovevo preoccuparmi più di tanto poiché in fondo gli editori conoscono bene il mercato francese! Quello che posso fare è soltanto dare il mio meglio nella realizzazione di un fumetto. L'unica cosa a cui sono stata particolarmente attenta era quella di inserire, rispetto ai miei precedenti lavori, un maggior numero di vignette per ogni tavola seguendo una specifica consuetudine della BD che, tradizionalmente, vuole un numero elevato di vignette per ogni pagina. .(NdR Si legge "bédé" e sta per Bande Dessinée, letteralmente "striscia disegnata", ed è la locuzione usata in lingua francese per indicare, appunto, il fumetto). Quindi in "Dove sussurra il mare" troverete anche più di dieci vignette per pagina. Ultimamente mi sono, però, resa conto che anche nel mercato francese hanno incominciato ad accettare fumetti con meno vignette. Non a caso, l'ultimo mio libro a fumetti pubblicato in Francia e intitolato "Les cerisiers fleurissent malgré tout" (2013) (NdR Al momento inedito in Italia), risulta nel complesso più arioso.
Nel corso degli anni hai affiancato all'attività di fumettista quella di traduttrice di manga nonché di saggista. Parlaci di queste tue attività che hanno ampliato, non poco, i tuoi impegni di mangaka.
Ricordo di aver cominciato a tradurre saltuariamente i fumetti intorno al 1996 per poi dedicarmi, fra il 1998 e il 2002, più intensamente a quest'attività, appunto, di traduttrice. All'epoca la traduzione di fumetti era diventata il mio lavoro principale. Mi ricordo che in quel periodo dormivo poco! Nel 2001 ho cominciato a scrivere il mio primo libro per il mercato giapponese ("Firenze Mystery Guide") e i miei interessi si sono quindi spostati man mano dalla traduzione all'attività di scrittrice. Attualmente traduco soltanto "Vagabond" di Takehiko Inoue. E' una bella storia che apprezzo anche perché la trovo rappresentativa, sotto diversi aspetti, del Giappone; inoltre ho avuto anche la fortuna di conoscere l'autore di persona. Ci tengo molto a tradurre bene quest'opera. Ma è difficile!! A volte per una frase vado in crisi per ore!! Recentemente ho tradotto "Edgar e Allan Poe" di Moto Hagio. A dire la verità per anni suggerivo questo titolo ai Kappa. E' un'opera storica di un'autrice geniale. Quando ho saputo che i Kappa avevano deciso di pubblicarla in Italia, ho voluto assolutamente tradurla. Ci sono tanti altri bei titoli ancora sconosciuti in Italia che mi sentirei di proporre per una possibile traduzione. Riguardo ai saggi, sono partita scrivendo una rubrica per Kappa Magazine, intitolata "Rubrikeiko". Poter raccontare usi e costumi del mio Paese dal mio punto di vista (che è quello, per l'appunto, di una giapponese!) mi ha dato una certa soddisfazione. Allora ancora non era diffuso Internet come adesso. Arrivavano diverse lettere in redazione con tante domande sul Giappone. Era bello poter scrivere sugli argomenti che volevano conoscere i lettori, per esempio "Cos'è il mononoke?". Le domande dei lettori hanno ampliato notevolmente la gamma degli argomenti che mi ritrovavo a trattare. Quando è uscito il primo saggio, "Perché i Giapponesi hanno gli occhi a mandorla", abbiamo fatto una presentazione presso una libreria di Milano. La considero una delle presentazioni più belle fatte da me fino a quel momento, non solo perché il salottino era pieno di spettatori ma anche perché c'erano diversi tipi di lettori. Il pubblico era piuttosto eterogeneo: non solo gli appassionati di fumetti ma anche persone che si erano recate in Giappone per motivi di lavoro, signore che amavano la cultura giapponese, ecc. Sentire la loro voglia di conoscere meglio il mio Paese era per me estremamente entusiasmante. Riguardo al secondo libro "Anche i giapponesi nel loro piccolo s'incazzano", mi ricordo che era imbarazzante nominare il titolo in pubblico perché tutti si mettevano a ridere! Il saggio è, come per il precedente, una raccolta delle rubriche che tenevo sulla rivista "Kappa Magazine". Però più il tempo passava e più mi rendevo conto di conoscere sempre meno il Giappone odierno, una Nazione in costante e veloce evoluzione. Quindi ho cominciato a vedere il mio Paese un po' come una straniera. Il terzo libro, "Quando i giapponesi fanno Ding", rispetto ai due prima menzionati, l'ho realizzato ex-novo dato che intanto la rivista Kappa Magazine aveva terminato le pubblicazioni. In questo saggio, contrariamente ai precedenti, ho anche osato esplorare un argomento delicato come la politica giapponese, di cui in Italia non si sente molto parlare. A Lucca Comics 2013 esce il quarto saggio dal titolo "Non ci sono più i giapponesi di una volta", che è poi una raccolta dei tre libri precedenti. Visto che il primo libro, "Perché i giapponesi hanno gli occhi a mandorla", è praticamente esaurito, abbiamo optato per una raccolta, appunto, scegliendo gli argomenti più rappresentativi. Spero che diventi un tipo di guida per chi ha appena cominciato a interessarsi al Giappone!
Keiko, ormai sono circa 19 anni che vivi stabilmente in Italia; riesci a tirare sinteticamente le somme di come vive una giapponese nel nostro Belpaese nonché delle incolmabili differenze socio-culturali che inevitabilmente esistono tra i due mondi (quello italiano e quello giapponese) e che influenzano, per certi versi, la tua vita quotidiana?
Ho rinunciato a togliere le scarpe quando entro in casa, a sperare che i treni partano sempre in orario, a sperare di non fare la coda allo sportello della posta, a sperare che qualcuno mi risponda ai numeri verdi del servizio pubblico, a cercare di fare tante cose in una giornata, a programmare il futuro... Ho imparato a discutere con la gente, a chiedermi come sto, a godere di quello che ho in mano. Ho accettato di essere baciata al momento del saluto. Mi sono abituata a prendere il caffè espresso dopo il pasto tanto che in Giappone vado persino in crisi nella vana ricerca di un caffè accettabile! Il mio medico di famiglia mi ha detto, "Non hai bisogno di correre insieme agli altri perché magari la tua felicità si trova in un posto completamente diverso." Penso che abbia proprio ragione.
Quali sono le tue letture preferite in termini di manga e di autori? A quali autori ti sei ispirata in passato per la realizzazione dei tuoi manga?
E' impossibile rispondere a questa domanda... Ce ne sono troppi... Le opere di Ryoko Takahashi come "Sakamichi nobore!" e "Suiheisen-o mezase!" (inedite in Italia) mi hanno cambiato la vita. Il mio modo di raccontare melanconico è stato influenzato sicuramente dalle sue opere. Moto Hagio la considero un vero genio. Le sue opere come "Méche", "Hanshin", "Egg Stand", "Poe no ichizoku (Edgar e Allan Poe)", "Toma no shinzou", la serie della tribù di unicorno ecc. sono le mie guide (NdR In Italia finora di Moto Hagio sono state pubblicate le opere "Edgar e Allan Poe" e "Siamo in 11!"). Ho cercato di imparare il ritmo di narrazione e la sensibilità dello spazio che ha Fuyumi Soryo attraverso le sue opere come "Boy Friend", "Owaru heart ja nee" ecc.. E tanti tanti altri!!!
Puoi anticipare ai lettori di Fd'A quali saranno i tuoi impegni futuri?
Per il pubblico italiano sto preparando un nuovo saggio intitolato "Manga: La vera storia del fumetto giapponese in Italia", in cui racconterò come ho vissuto da vicino l'espansione dei fumetti giapponesi in Italia. Ormai ci sono tanti ragazzi della nuova generazione che non conoscono come sono arrivati i manga in Italia e come era la situazione che circondava i manga 20 anni fa. Penso che sia una buona occasione per dare alle stampe un libro come questo sia per rivedere la mia vita in Italia sia per mettere in ordine gli eventi storici inerenti ai fumetti giapponesi in Italia, sempre visto dai miei occhi. Svelerò, nel libro, qualcosa in più circa le motivazioni che mi hanno spinto a scappar via dal Giappone... Certe cose, a mio avviso, si possono raccontare solo a distanza di anni, vero? Poi sto preparando una storia nuova a fumetti ambientata nel museo Stibbert di Firenze, che ha una bellissima collezione di oggetti giapponesi. E' un racconto breve il cui progetto sarà presentato a Lucca Comics 2013, il 31 ottobre alle ore 13,00 presso lo showcase alla Chiesa dei Servi. Per il mercato giapponese sto realizzando, invece, la serie umoristica intitolata "Andrea to issho! (Insieme ad Andrea!)" che racconta, appunto, la mia vita col mio marito bolognese (NdR Il disegnatore di fumetti Andrea Venturi). Le strip sono pubblicate sul Web Magazine intitolato "Yurutto Cafe" della casa editrice Takeshobo (http://mangalifewin.takeshobo.co.jp/yurutto/rensai/andorea/). E' ovviamente in giapponese, ma visto che si trova su Internet, vi invito a dare un'occhiata! Chissà se un giorno uscirà un volume in Italia...
Giunti alla conclusione dell'intervista, ti ringrazio per la simpatia e disponibilità e lascio il palcoscenico a tua completa disposizione per dire ciò che vuoi ai lettori di Fumetto d'Autore.
Ringrazio di cuore i lettori che mi vogliono bene e che mi seguono con passione nonostante le poche opere che ho pubblicato finora in Italia. Spero tanto che qualcuna delle mie pubblicazioni possa attirare l'attenzione dei nuovi lettori, soprattutto quelli delle generazioni più giovani di me. A Lucca Comics 2013 (31 Ottobre – 3 Novembre) mi troverete di persona o allo stand di Kappalab o a quello di Kappalab-Keiko Ichiguchi nel Japan Palace. Vi aspetto!!