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L'Intervista » Benito Jacovitti: “Fui, sono e sarò un clown”

jacovittidi Giuseppe Pollicelli*

Stampa Alternativa è impegnata da alcuni anni nella riproposta di  parte della sterminata produzione di Benito Jacovitti, senza dubbio uno dei maggiori autori di fumetti umoristici di tutti i tempi, non solo in Italia. Essendo la qualità media dei lavori jacovittiani eccelsa, la casa editrice romana pesca sempre bene, stavolta però ha addirittura pescato benissimo visto che ha da poco fatto arrivare nelle librerie una seconda antologia di “panoramiche” - la prima era uscita nel 2010 - intitolata Jacovitti di qua e di là (pp. 134, euro 20). Le “panoramiche” sono quelle tavole di grandi dimensioni - ma a volte si tratta semplicemente della vignettona di apertura di una storia - che brulicano di individui bizzarri e di situazioni assurde. Jac, in carriera, ne ha realizzate molte e costituiscono uno degli esempi più eclatanti del suo genio non solo di disegnatore e di umorista ma, anche, di funambolo della parola e di strapazzatore del senso comune.

Di seguito riportiamo i passaggi più attuali e significatvi di un’intervista che Jacovitti rilasciò a chi scrive nel 1996 (apparve sul n. 17 della rivista «Fumetto», edita a Reggio Emilia dall’Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione). È una delle ultime interviste del grande artista molisano, che è scomparso a Roma, 74enne, il 3 dicembre 1997.

Quante ore al giorno dedica al disegno, in media?

Adesso cinque o sei. Una volta molte di più.

Che opinione ha della satira?

La satira non mi è mai interessata granché. Ho sempre cercato di suscitare le risa, non gli sghignazzamenti come invece fanno i disegnatori satirici.

Quali suoi colleghi stima di più?

Tra gli italiani Silver e Bonvi. Degli stranieri mi piacciono molto Dik Browne, Quino, Mordillo e Carl Barks.

Il quale Barks l’ha definita il migliore disegnatore europeo.

Precisamente.

Non c’è nessun autore satirico che le vada a genio?

Sì, il mio grande amico Giorgio Forattini, che alla capacità di inventare battute unisce quella di tenere la matita in mano. Non posso soffrire, invece, quelli che si ostinano a disegnare senza saperlo fare e che basano i loro lavori solo sulla trovata verbale.

Per esempio?

Disegni & Caviglia, Altan ed ElleKappa. Poi non mi piace il fatto che irridano la religione e certi valori che non dovrebbero essere messi alla berlina per non ferire la sensibilità di chi in quei vaori crede.

Si definirebbe ancora un “estremista di centro”?

Come no. Mi sento al tempo stesso moderato e anarchico.

È un ottimista o un pessimista?

Sono uno pseudo-ottimista, nel senso che di indole sarei ottimista ma, se mi guardo intorno, non posso fare a meno di notare che le cose peggiorano sempre.

È pessimista anche sul futuro del fumetto umoristico?

Sì, abbastanza.

Secondo lei quali sono le principali cause della sua crisi?

La più importante è probabilmente rappresentata dall’invasione dei comici televisivi. I quali, da qualche tempo, hanno anche incominciato a scrivere libri, finendo così per monopolizzare il mercato dell’umorismo.

Continua a rifiutare le letture psicanalitiche delle sue tavole?

Quelle secondo cui i vari ossi e salami sparsi per le mie vignette starebbero a simboleggiare falli eretti?

Quelle.

Sono bischerate. Disegnando tutti quegli oggetti cercavo solo di ingannare il tempo in attesa di farmi venire un’idea per la vignetta successiva. Io, infatti, non ho mai scritto le sceneggiature degli episodi che disegnavo. Parto sempre da spunti molto generici e, non a caso, di solito i titoli delle mie storie sono piuttosto vaghi: “Cocco Bill nella foresta”, “Cocco Bill in Canada”, “Il sergente Cocco Bill” ecc. Di norma non ho la più pallida idea di come andrà a finire una storia che ho cominciato.

Lei ha sempre avuto qualche problema con la censura, dal “Vittorioso” fino a “Linus”. C’é una pubblicazione che non le ha mai creato problemi?

Sì, “Playmen”, la rivista della Tattilo su cui ho realizzato vignette e tavole “panoramiche” di genere erotico.

A proposito di erotismo: lei è l’autore, con Marcello Marchesi, di quell’insuperato esempio di opera umoristico-erotica che è il “Kamasultra”. Ha più pensato di cimentarsi con l’argomento?

A dire il vero non mi si è più ripresentata l’occasione. Se dovesse succedere, forse un pensierino ce lo farei.

Alcuni sostengono che Sergio Leone, per realizzare i suoi capolavori western-picareschi, si sia ispirato al più noto tra i personaggi da lei creati, Cocco Bill.

Non è escluso. Si pensi alla tracotanza di certi figuri da saloon da me ideati o al fatto che Cocco Bill risponde alle provocazioni a suon di pistolettate: sono elementi che si ritrovano pari pari nelle pellicole di Leone.

Tra tutti i fumetti da lei realizzati in oltre cinquant’anni di attività a quali si sente più legato?

Forse alla saga di Cip e Zagar, perchè è un riuscito mixage di elementi diversi tra loro. Uno dei personaggi che prediligo, in ogni caso, è la signora Carlomagno.

Ha degli hobby, delle passioni extra-professionali?

Due in particolare. La prima è la musica: suonare la batteria è uno splendido modo di rilassarsi. E poi ce n’è una seconda che si può facilmente immaginare ma alla quale, per sopraggiunti limiti di età, temo che dovrò presto rinunciare del tutto.

Si è arricchito disegnando tutto quello che ha disegnato?

Nient’affatto. E il motivo è che a me dei soldi non è mai fregato nulla. Anzi, ho spesso lavorato gratis o per poche lire, magari perché chi aveva chiesto la mia collaborazione mi era simpatico o ne condividevo le idee. Anche nei periodi di maggiore opulenza non ho mai guadagnato più di cento milioni in un anno.

Le hanno affibbiato tante definizioni: lei come si definirebbe?

Mi definisco un clown. Anzi, quando sarò morto desidero che sulla mia tomba siano incise queste parole: “Fui, sono e sarò un clown”.

*Articolo tratto da "LiberoVeleno" (inserto satirico del quotidiano "Libero") del 25 novembre 2012. Per gentile concessione dell'autore.

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